Arturo ha 23 anni, abitudini solite e una solitudine che gli fa più compagnia di quanto pensi. Ogni sera, “stessa storia, stesso posto, stesso Bar” alla 883, con gli stessi amici di una vita.
Come dicevano in un film, la vita è una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita. Il bello è che non sai mai neanche quando, se tra un anno o un giorno. Per Arturo, succede una sera nello stesso posto di sempre: conosce Alba.
È qualcosa che si insinua piano, tra una serata e l’altra, un messaggio e il successivo; tra quello che si dice e non si riesce a dire. Lei ha già la sua vita, il suo ragazzo, la sua strada. Anche se…la vita sa essere strana, a volte.
Lei è spigliata, brillante, con crepe nascoste che Arturo scorge. Lui è lento, abitudinario, con un cuore grande e un’anima rara.
Una storia che sa di vita vera: di ferite, passioni e paure da comprendere, accettare e superare. Con tutto il peso e tutta la grazia che comporta, con tutti i cambiamenti che possono derivare.
Perché ho scritto questo libro?
L’idea è arrivata guidando, come una scintilla. Scrivo da quando sono adolescente, lì trovo pace e do tutto me stesso. Questa storia era un’esigenza, prima ancora di essere un’idea. Mi premeva mostrare come Arturo e Alba vivono, cadono e rinascono senza perdere dignità: vuol dire crescere, accettare le proprie fragilità senza vergognarsi. Volevo rispondere per me stesso e dare a tutti una riflessione semplice e profonda: tu ci credi che l’impossibile può accadere, quando smetti di pretenderlo?
ANTEPRIMA NON EDITATA
[Capitolo 1] – La solita (e ritardataria) vita
Venerdì 15 marzo, ore 22:00. Attenzione, il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile. Dopo la quinta chiamata senza risposta, questa frase ricorda molto le poesie che dovevi imparare a memoria alle elementari, perché le odiavi quelle stupide poesie; invece, quello che Giacomo – Jack, per gli amici – odia maggiormente è fare tardi. Esattamente il contrario di Arturo, per gli amici Artù. È uscito da poco dalla doccia e sta ancora scegliendo cosa mettersi: abituato a fare tutto all’ultimo, tutti i suoi amici sanno com’è fatto. Se ci fosse la terza Guerra mondiale in corso, Artù arriverebbe in ritardo, poco prima della firma dei trattati di pace. Finalmente, alla sesta chiamata, Artù risponde.
“Jack, scusami. Ti giuro che ci sono”.
“Artù, dove cazzo sei? Ti sto aspettando in macchina da dieci minuti. Hai intenzione di scendere o ci muori dentro casa?” sbotta Giacomo al telefono. Finestrino appannato e motore acceso, giusto per tenere un filo d’aria calda.
“Fra, mi sto mettendo le scarpe e scendo” risponde Arturo, mentre fruga, ancora scalzo, tra maglioni e camicie; sembra pronto per esibirsi sul palco dell’Ariston di Sanremo.
“Ogni volta la stessa storia…devi fare una sfilata? Stiamo andando al Bar da Saso, mica all’apertura della Biennale” ribatte Jack con tono seccato e sufficiente, stanco di dover sopportare l’estro creativo del suo amico anche per uscire di casa.
“Lo so, dammi due minuti… mi manca solo la giacca. Trovo quella giusta e ci sono” insiste Artù, osservandosi rapidamente allo specchio. Sembra di aspettare un incontro col destino, invece dei soliti amici.
“Senti, Sfera Ebbasta dei poveri. Non mi rompere le palle con gli outfit: mettiti su una felpa nera e scendi” spinge Giacomo con quella stanchezza affettuosa, tipica di chi ti conosce da sempre; “E non ti meno solo perché sei mio fratello…purtroppo”.
“Scendo dai, scendo!” dice Arturo ridacchiando, mentre finalmente si infila un maglione e le scarpe; saluta velocemente i genitori, prende le chiavi di casa ed esce.
Dopo ben quindici minuti di ritardo, Artù degna il caro amico della sua presenza e sale in macchina.
“Fra, eccomi. Scusa, davvero. Non ho avuto il tempo, ho fatto tutto di fretta” spiega Arturo; utilizza una delle mille scuse preimpostate e pensate in corsa, mentre chiudeva il portone.
“Artù, hai rotto i coglioni pure a me con questi ritardi! Secondo te perché nessuno viene più a prenderti a casa?” sbotta Giacomo, mentre alza le braccia e lo maledice solo con i gesti del corpo; “Una volta, Massi si è addormentato in macchina, per aspettarti qui sotto. Questo te lo ricordi, spero” conclude.
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Stufo di tutte le scuse che un essere umano perennemente in ritardo possa partorire, può riaccendere la sua macchina-una Lancia Y del 2010, a cui tiene maniacalmente-per raggiungere il resto del gruppo al solito Bar Letta. È un locale gestito da Salvatore, soprannominato Saso: 38 anni, nato a Barletta. Tratti distintivi, un accento pugliese ineluttabile e una vena fin troppo spiritosa, come si evince dal nome del suo Bar. Gestendo un punto di ritrovo centrale in quartiere, Salvatore è soprannominato anche Il Boss. Burbero, freddo e distaccato alla scorza, dentro ha il cuore d’oro: permette ad Artù e gli amici un conto aperto che risanerebbe il debito pubblico italiano. Lo stesso gruppo riconosce subito la Lancia Y di Jack; quella macchina ha ospitato chiunque e accettato cordialmente il vomito di tanti che esageravano con l’alcool. È quasi una reliquia vivente. Tornando a noi. Appena partiti, Artù si accende una sigaretta, nonostante sappia che il tragitto non sarà molto lungo: tra uno sguardo fuori dal finestrino e uno alla radio, spicca una sagoma di un giovane ragazzo su un motorino blu; loro non la guardano tanto spesso, ma quell’immagine è un totem imprescindibile. Si muove ciondolante in continuazione, come se stesse andando più veloce dell’auto…o se corresse ancora. “Passa una sigaretta pure a me: dopo stasera, dovresti darmi tutto il pacchetto” intima Giacomo. Artù acconsente senza controbattere. A parte i toni forti usati poco fa, i due condividono tredici anni di amicizia, segnati da esperienze infinite, quante le sigarette fumate insieme; anzi, è stata una di queste a formare la loro amicizia. Infatti, frequentavano due classi della stessa scuola, ma hanno scoperto il vezzo del fumo di entrambi alla pausa: ciò li ha spinti a conoscersi meglio, per consumare sigarette in segretezza. Col tempo, sempre più punti in comune e uscite abituali insieme ad un gruppo in continua espansione. Oggi, Artù e Giacomo hanno 23 anni: nel loro storico, mille gioie e dolori, litigi e momenti di fratellanza. Sempre con il gruppo storico. In qualunque momento, Arturo sa che può contare sull’affidabilità e l’immensa pazienza dell’amico; Giacomo, contemporaneamente, sa che i pregi di Artù sono il triplo, rispetto ai suoi odiosi difetti. Insomma, il nostro eroe sa che ha intorno amici esemplari, nonché bravissimi ragazzi. Le abitudini sono ormai le stesse, come la strada per il Bar: sono cambiati solo i ristoranti o i negozi, chiusi negli anni. Insomma, il quartiere è lo stesso dove erano cresciuti, perciò faceva sempre riaffiorare tanti ricordi. Passando per una strada in particolare, ad Artù torna un ricordo simpatico, quanto illegale.
“Ti ricordi quando abbiamo rubato dentro la macchinetta di quello stronzo, per rubargli le casse? Era parcheggiata esattamente là!” dice Artù, con un sorriso nascosto. Fa ancora ridere quella storia.
“Sì che mi ricordo…le casse poi le abbiamo rivendute al suo amico, ti ricordi? Le aveva quasi riconosciute e le abbiamo spacciate per nuove di zecca” conclude Giacomo, il quale ride e sembra essersi dimenticato dell’inconveniente del ritardo di Artù.
Spesso il breve tragitto verso il Bar Letta andava così, tra un ricordo o il silenzio: vorrà dire qualcosa essere fondatori di un gruppo di amici decennale; che sia un aneddoto, una battuta storica o un momento di quiete “fraterna”. Dopo sei minuti, Giacomo trova facilmente parcheggio accanto al Bar e si dirige con Artù verso i tavoli fuori, dove si trovano i loro amici. Nel mentre, incontrano Salvatore in direzione opposta, che li saluta. “Ciao Saso, tutto bene? Birra omaggio?” scherza Giacomo con il proprietario del Bar. “Uagnù, pagat’ stu cund’ e non mi rumb’t i scatol’!” ribatte Salvatore. Quando si siedono al tavolo, i due giovani salutano la compagnia e ordinano subito due Ichnusa non filtrate al bancone: tra racconti di serate finite male nei locali, conquiste improbabili e battute ormai riciclate, la compagnia passava la serata con l’armonia ormai consolidata. Ci sono due appuntamenti fissi per il gruppo: il calcetto settimanale e l’uscita al Bar Letta; sono tutti legati dal calcio, la musica e la vita di quartiere. In pratica, non sono i Boss di zona, ma vedono e conoscono tutto e tutti. Per questo motivo, il Bar era un po’ il salotto di quartiere con luci basse e tavolini di ferro, consumati da birre e storie passate; era uno di quei posti dove, entrando, sapevi già chi avresti trovato e persino in quale angolo. Vien da sé che le facce nuove spiccano subito, come la ragazza dal vestito rosso nella folla in Matrix: solitamente, è una pura casualità, oppure colpa del destino; tuttavia, non è come pensano tanti. Non riguarda chi o cosa, bensì com’è. Proprio quella sera, mentre ridono di qualcosa che Arturo non ascoltava più di tanto, entrano due ragazze: capelli scuri, sguardo deciso; lo notano tutti, ma pochi prestano attenzione al dettaglio. Artù, invece, sì. Aveva quell’occhio lento e attento, che non si accontentava della superficie. La più minuta delle due ha una camminata leggera e sicura, col sorriso consapevole di chi sa di essere guardata. Tuttavia, Arturo è catturato dall’altra: più riservata, leggermente più piena e capelli legati male in una coda frettolosa. Aveva uno sguardo laterale, come se osservasse tutto senza voler farsi notare. Cammina con passo abbastanza svelto, ma quel sorriso rapido aveva rapito Artù; il tipo di bellezza che non ti urla addosso, ma ti resta in mente. Arturo rimane immobile per qualche secondo, il bicchiere penzolante sospeso a mezz’aria, come se soffra le altezze; nota che lei si avvicina al bancone e ordina un’Ichnusa filtrata, con lo stesso sorriso semplice e genuino. Artù non lo può sentire, ma quella ragazza usa un tono gentile, rimanendo lì un paio di minuti. Il ragazzo non si muove, diviso tra il desiderio di farsi avanti e la sensazione che sarebbe stato inutile; se non addirittura fuori posto. Tuttavia, nasce in lui un piccolo orgoglio, mescolato alla paura di non rivederla più. Si alza di scatto, pronto a entrare nel bar e dire qualcosa, anche solo un “ciao”. Tuttavia, non fa in tempo: le due ragazze sono già uscite, birre in mano, passeggiando dritte e fiere; parlano tra loro e non si voltano indietro. Niente da fare, piano abbandonato. Artù rimane fermo qualche secondo sulla soglia del bar, come se lo spazio che aveva appena lasciato fosse diventato più vuoto; poi, va dritto da Salvatore.
“Oh Saso, ma chi sono quelle due? Mai viste prima.”
“E che ne so, ué… mica jè chiest’ lu document! Hanno preso ‘na birra e se ne so’ scìute” risponde il Boss, restìo a dare informazioni.
“Dai Saso, tu sai tutto di tutti. Sono di qua? Si sono trasferite?”
“Chidd ca ’u maglión nér e vèrd gír accà da póch, l’atr n’ sacc” si lasciò scappare Salvatore col suo tipico intercalare, parlando esattamente della ragazza che interessa ad Artù.
Dopo aver ringraziato Salvatore della notizia, torna dal gruppo e chiacchiera serenamente con gli altri; tutto torna come prima, ma quella ragazza era rimasta una polaroid impressa nella mente. Artù era un sognatore, un ragazzo con un carattere forte e malleabile, allo stesso tempo: è cresciuto in una famiglia benestante, quindi, nessun problema o calamità l’ha mai scalfito. Vive con i genitori. La madre, Giovanna, segretaria di uno studio dentistico, è molto amorevole e generosa con il figlio, anche troppo per lo stesso Artù; molte volte la stacca, letteralmente, quando lo coccola un po’. Invece, Giuseppe, il padre, è un idraulico che ha imparato a sporcarsi le mani da subito, per questo spesso è duro con Arturo. Vorrebbe che il figlio facesse lo stesso. Senza ombra di dubbio, Artù è un ragazzo estremamente fortunato, in quanto ha una famiglia solida e può permettersi una vita degnamente agiata. Non da meno, è figlio unico e “mascotte” di casa. Caratterialmente, è molto socievole, rispettoso e ben voluto dalle persone. Tuttavia, l’altro lato della moneta è la mancanza di una persona da amare e avere accanto. Artù ha dimenticato la sua ultima relazione amorosa, ma ha ancora in testa il brusco e tormentato addio da Giulia: Sembrava la luce alla fine del tunnel, o almeno il sole di cui aveva bisogno; alla fine, si dimostrò solamente i raggi UV, buoni solo ad essere dannosi. Alla fine, un sognatore sa cosa vuol dire soffrire per un numero infinito di due di picche. Si potrebbe definire un quadro clinico eccellente. Arturo non è per tutti, lui lo sa bene. Si annoia e non si fa ammaliare altrettanto facilmente, almeno non subito: lui cerca il carattere, sa che le belle forme non potranno mai compensare il cervello, soprattutto se questo è sveglio; sa quello che vuole e sprona anche l’altro a migliorare. Per questo motivo è rimasto ferito più volte dalle occasioni perse: tante ragazze non facevano per lui, in primo luogo se mentono, peccato capitale numero uno per Artù. Lui odia le bugie, anche se quest’ultime odiano lui, poiché si legge in faccia se Artù sta mentendo o è irrequieto. Si potrebbe dire che a 23 anni sono esperienze naturali, a meno che non si decida di sperimentare una vita da eremita.
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