ANTEPRIMA NON EDITATA
1 TRILOGIA
«Mi stai forse dicendo che non lo hai ancora letto? Ma è uscito quasi un anno fa, devi assolutamente recuperarlo. Facciamo così te lo regalo io per il tuo compleanno, la settimana prossima, giusto?» Leo era seduto proprio di fianco alle due ragazze mentre queste parlavano del suo romanzo. Non era la prima volta che si trovava ad ascoltare involontariamente commenti sul suo libro. Il bello dell’essere lo scrittore più in voga del momento è che, pur essendo una celebrità, puoi restare anonimo a tuo piacimento. Basta scegliere bene la foto della quarta di copertina, preferire le interviste in radio a quelle in TV e spendere i propri guadagni in luoghi talmente esclusivi da tagliare fuori la massa per selezione naturale.
Viaggiare in metropolitana però restava per Leo un non-lusso che ancora amava concedersi. Affondare nelle viscere della terra, mescolarsi con quella umanità irrequieta ma al contempo immota sprigionava le endorfine che gli consentivano di calmarsi, ricalibrare l’orologio nel suo cervello e fare girare la vita secondo i ritmi del resto dei suoi simili.
Novanta milioni di copie, dopo solo undici mesi dalla sua uscita, “Macchie”, romanzo di esordio di Leo, aveva infranto ogni record di vendita. Un libro che lo stesso autore aveva definito come un esercizio, una prova generale per qualcosa di più grande e comunque niente di più di un sondaggio teso ad esplorare i gusti della massa di lettori. Argomenti semplici: sentimenti contrastanti, rapporti di coppia tossici e abusivi, toni rarefatti alternati a iniezioni di ira e di parti urlate. Uno scritto quasi banale nei presupposti ma tenuto insieme e portato a termine con maestria. Leo aveva passato mesi esplorando i social network, aveva preso appunti e definito le relazioni di causa-effetto secondo le quali scegliere i temi e lo stile da adoperare per creare uno scritto in grado di fare breccia nella mente di specifiche fasce di potenziali lettori. Ci era riuscito, eccome se lo aveva fatto. “Macchie” era riuscito a solleticare tanto l’adolescente dark quanto la parrucchiera di mezza età, si era insinuato nelle borsette delle signore di qualsiasi estrazione sociale e culturale, si era guadagnato il download sugli ebook Reader dei mangia libri e vantava milioni di video recensioni. “Macchie” era il libro che tutti avevano o avrebbero letto prima o poi, proprio come avrebbe fatto l’interlocutore della ragazza seduta di fianco a Leo in metro.
La sua fermata era la prossima, Leo si alzò e si fece largo fra la calca per raggiungere le porte del treno, un uomo in giacca e cravatta alzò gli occhi e lo fissò per alcuni secondi, Leo vide i tratti del suo viso contrarsi per lo sforzo di memoria che stava effettuando, poi spalancò gli occhi, puntò il dito verso di lui ed ebbe giusto il tempo di dire:
«Ma lei è…»
Le porte si aprirono e Leo poté sfuggire all’ennesima richiesta di attenzione di uno dei suoi milioni di ammiratori. Le porte idrauliche si chiusero dietro lui portando via quella massa di carne umana, ne sentì il peso che gli abbandonava le spalle, pensò che Eraclito avesse ragione nel dire che senza la fatica non si apprezza il riposo. Forse per coerenza con quest’ultimo pensiero, snobbò le scale mobili a favore di quelle normali.
La stazione della metro del quartiere finanziario spuntò al centro di una immensa piazza circolare, tutta pavimentata in pavé grigio chiaro, circondata da alti grattacieli di vetro fumé. Leo girò più volte su sé stesso con la testa per aria a individuare il parallelepipedo nero che rappresentava la sua destinazione, non era la prima volta che si recava in quel luogo, ma la mancanza di riferimenti visivi evidenti riusciva sempre a farlo sentire smarrito. Si concentrò e finalmente riuscì a trovare le eleganti lettere di bronzo fissate in cima alla tettoia che proteggeva l’ingresso della “Merchant Tower”. Ancora una volta la trovò eccessivamente omologata e priva di gusto, allentò il nodo della cravatta “Marinella” che indossava, e si avviò verso l’ingresso.
Rivolse uno sguardo alla reception e fece per aprire la bocca ma l’impiegato gli mise davanti il suo miglior sorriso e lo anticipò di netto:
«Il signor Mercher la aspetta nel suo ufficio all’ultimo piano. Prego.» con entrambe le mani gli indicava l’ascensore privato già aperto al piano.
La scalata lungo i 45 piani fu rapida ma non abbastanza da non venire mortalmente annoiato dalla musica d’ascensore e dai dati di vendita della Merchant LTD orgogliosamente sparati sul display LCD dell’ascensore. Leo si chiedeva come mai una mega corporazione che, praticamente, produceva ogni tipo di contenuto di intrattenimento digitale potesse trovare profittevole la pubblicazione di romanzi. È sicuramente vero che mettere un disadattato misantropo di fronte a un computer per mesi costa meno della produzione di un videogame o una serie TV ma, di base, il mercato potenziale di un libro è sempre una frazione rispetto a quello dei prodotti di intrattenimento propriamente detti. Anche il fatto che la Merchant considerasse i libri come prodotti di intrattenimento lo lasciava perplesso, certo Leo non era uno scrittore toccato dalla grazia delle muse, non aveva la spocchia di chi esige chissà cosa dai suoi lettori, ma persino a un godereccio brucia i soldi come lui paragonare un libro a un gioco da cellulare sembrava azzardato.
Un delicato “ding” lo riportò alla realtà, l’ascensore si fermò e le porte scorsero di lato veloci ma discrete. Un lungo corridoio con le pareti rivestite con ampie lastre di granito separate da una lunga lingua di moquette in tinta finiva proprio al cospetto di un elegante banco di reception dietro al quale una giovane donna in un abito impeccabile lo stava aspettando.
«Ciao Leo, puntualissimo come sempre» disse la donna con tono amichevole e confidenziale.
«Nonostante la metro» aggiunse Leo.
Seguì una serie di codificati convenevoli e una stucchevole reciproca ricerca di informazioni sullo stato delle rispettive famiglie, poi, finalmente Leo ottenne udienza da Mercher.
L’ufficio era enorme e al contempo incredibilmente vuoto. La scrivania di Mercher era al centro della stanza, il ripiano era vuoto ad eccezione di un portatile ultrasottile e il telefono. Alle spalle del tavolo da lavoro un’impressionante sequenza orizzontale di finestre dava l’impressione di essere sospesi nel vuoto. L’uomo seduto dietro la scrivania si alzò con impeccabile compostezza, portò il braccio destro in avanti senza mai tenderlo eccessivamente e con voce pacata invitò Leo a prendere posto su una delle tre poltroncine poste di fronte alla scrivania.
«Mercher, è incredibile che nell’ufficio dell’editore più importante al mondo non vi sia un libro!» esordì Leo infastidito mentre copriva rapido l’eccessiva distanza che lo separava dalla poltroncina.
«Beh, non credo che nell’ufficio del mio omologo alla produzione di film ci siano delle pizze di pellicola poggiate sul pavimento, non starai diventando uno scrittore impegnato e romantico, Leo?» rispose Mercher serio prima di lasciarsi andare a una risatina di circostanza. Poi riprese:
«Ti ho convocato per celebrare i successi passati e presenti, e per cominciare a celebrare quelli futuri. Ho qui una bozza di contratto di esclusività, è la stessa che ho sottoposto al tuo agente, quindi immagino saprai di cosa parla. Mi chiedevo se non fosse il caso di finalizzarla e parlare anche di cifre. Sempre che questo argomento così volgare non offenda il tuo animo da “artista”» di nuovo chiuse la frase con la medesima risatina.
«Due libri in due anni, Mercher. Cosa credi che io li tenga già pronti in un cassetto? Sono romanzi, non puntate di soap opera!» Leo rispose sarcastico ma senza mai scomporsi.
«Gli sceneggiatori delle serie TV tirano fuori quattro stagioni nello stesso tempo, Leo. Siamo seri, il tuo libro è un trend, va alimentato ora che brucia milioni di copie, se non ci buttiamo sopra altra carta fra poco resteranno solo le braci. La Merchant sa bene come funziona il mercato, fidati di noi. Hai dato un’occhiata alle royalties che offriamo? Sono il triplo del primo romanzo. Non ci interessa guadagnare dalla vendita delle copie, vogliamo creare un brand. Alla fine del terzo romanzo discuteremo le cifre per la cessione dei diritti di sfruttamento. Dopodiché potrai goderti la vita come ti pare, avrai tanti di quei soldi che persino col tuo stile di vita scellerato avrai difficoltà a sperperarli» Mercher sapeva quali corde doveva toccare con Leo. Sapeva di averlo in pugno, sapeva che il consolidamento di quei personaggi, che il pubblico tanto amava, li avrebbe proiettati in film e serie TV che avrebbero fruttato migliaia di volte più della carta. Prima di liberarli dalla carta però dovevano uscire dalla testa di Leo e quella testa negli ultimi undici mesi era stata più volte piegata sul bancone di un bar che su una macchina da scrivere.
«Va bene Mercher, mi hai convinto. Manda il contratto al mio agente per la firma digitale e fammi uscire da questa specie di tempio della solitudine!» Leo si alzò, diede le spalle a Mercher e si avviò verso l’uscita con un mezzo sorriso sulla faccia. Il secondo libro era già pronto da mesi. “Macchie” in realtà era già stato diviso in due parti dopo la prima stesura. Leo sapeva di avere in mano qualcosa di estremamente vendibile e aveva già preparato il finale aperto del primo romanzo per la sua reale conclusione, Mercher non era l’unico a sapere come si spreme un limone, ora il problema è che servivano due limoni. Il terzo libro non era in programma, tuttavia due anni per un singolo romanzo non erano abbondanti ma sicuramente sufficienti. A Leo non restava che ricalibrare le linee di narrazione di “Macchie 2” per renderlo un romanzo di mezzo invece che conclusivo.
Era raggiante, si sentiva già i soldi del secondo romanzo in tasca, non aveva più voglia di mischiarsi fra i suoi simili, giunto in strada alzò la mano e chiamò:
«Taxi!»
2 UN “MOCHA LATTE” PER LEO
La maggior parte delle persone dotate di buon senso rifiuta gli stereotipi, essi si basano sulla ripetizione e sulla generalizzazione di un’opinione basandosi su una singola istanza, spesso la peggiore, di una categoria molto più complessa. Gli stereotipi sono completamente sganciati dal concetto stesso di emozione, la quale si basa su nozioni tutt’altro che codificate quali la novità, l’imprevedibilità, lo slancio e perché no l’irruenza. Proprio in virtù di queste semplici considerazioni, Leo odiava gli stereotipi, aveva però capito che, nel suo mestiere, bisogna imparare ad adoperarli con giustezza quando si scrive un romanzo. Il lettore di tanto in tanto ha bisogno di un’immagine, un concetto o magari una singola frase che riporti uno scritto a un livello più terreno.
Leo sapeva zavorrare un capitolo che stava elevandosi troppo in voli pindarici con un paio di sacchetti di concetti preconfezionati, poco invasivi, insomma garantiti e affidabili per il lettore medio. Gestire gli stereotipi vuol dire innanzitutto comprenderli, capire perché funzionano e perché confortano e attirano le persone. Leo, per ragioni assolutamente didattiche, aveva abbracciato alcuni “stereotipi dello scrittore” e li eserciva regolarmente nel suo ménage quotidiano, si faceva immortalare dietro una vecchia Olivetti Lettera 22 che aveva acquistato a Roma e indossava sempre un paio di occhiali da vista neri con la montatura di nylon. Leo ci vedeva benissimo anche senza. Quello su cui però puntava di più era quello dello scrittore che scrive in giro per la città:
Lo scrittore moderno scrive in caffetteria!
Non si sa per quale motivo, ma alla gente piace questa idea di un autore seduto su uno scomodo scranno, in una caffetteria super massificata. Il tapino deve avere un Mac, uno zaino monospalla, fissare con vacuità lo schermo, digitare come un forsennato per poi fermarsi, fissare l’enorme tazza di Mocha Latte con la scritta a pennarello “Leo”, sospirare e riprendere a scrivere. Tutto questo va fatto mentre decine di persone intorno a lui parlano dell’ultima partita della squadra locale, delle tendenze social oppure partecipano a una riunione.
Leo poteva fare tutte queste cose nello studio del suo attico in centro, coccolato dalla sua poltrona, dal silenzio ovattato dei doppi vetri, dal condizionatore e dall’ampia superficie del suo monitor da trentadue pollici. A dire il vero il novantanove per cento del suo lavoro lo svolgeva così, ogni tanto però metteva in scena la pantomima dello scrittore che lavora fra la gente tanto per essere sicuro che qualcuno lo vedesse e non pensasse che si stesse montando la testa.
Indossò la “divisa” da caffetteria: t-shirt bianca, felpa con cappuccio nera, jeans e sneakers. Preparò lo zainetto con il portatile ultrasottile e il blocco appunti. Borraccia in metallo con scritta “Save the planet” attaccata a un moschettone. C’era tutto.
Scese in strada, sbloccò un monopattino elettrico tramite l’apposita app e si avviò alla “Bucket of Coffee Cafetteria” che si trovava a un paio di isolati dal suo attico. L’ora di colazione era passata da un pezzo, la caffetteria non era affollata, Leo entrò, cercò un divanetto appartato e poggiò lo zaino sul tavolinetto, poi tirò su il cappuccio, si recò al bancone e aspettò il suo turno.
«Benvenuto da Bucket Of Coffee, cosa prende?» la giovane ragazza di bell’aspetto fece la domanda con tono quasi robotico, guardando Leo negli occhi mentre con uno straccio stava pulendo il ripiano di metallo del bancone. La targhetta sul seno sinistro diceva “Ivy”.
«Salve, vorrei un Mocha Latte senza panna» Leo piazzò il suo ordine con gentilezza cercando nel contempo di distogliere lo sguardo per non essere riconosciuto subito.
«Perfetto» Ivy prese un bicchierone di carta e il pennarello, scarabocchiò qualcosa che somigliava all’ordine di Leo e poi, come da copione, aggiunse: «come si chiama?». Poggiò il pennarello su un’area vuota del bicchierone e si mise in cortese attesa della risposta.
Questa era la parte della scenetta più peculiare, la scelta presa in questo preciso istante avrebbe potuto influenzare lo sviluppo dei passi successivi in maniera molto incisiva. Leo poteva dare un nome qualsiasi o dichiararsi come “Leo”, dando un primo indizio alla ragazza. Optò per questa seconda opzione, voleva tagliare corto e portare a termine la scena della caffetteria il prima possibile per tornare a casa e farsi un paio di drink.
«Leo!» nel dirlo si tolse il cappuccio. La ragazza scrisse il nome sul bicchiere poi alzò lo sguardo, uscì per un attimo dal copione che le avevano imposto durante il corso di formazione e osservò con attenzione Leo. I suoi occhi scuri si spalancarono, sembravano espandersi sotto l’influsso della improvvisa scarica di adrenalina che stava ricevendo.
«Che mi venga un colpo! Lei è quel “Leo”? Leo Vasari, lo scrittore!» il suo viso si tinse di due tenui sfumature rosse in corrispondenza delle gote, riprese fiato e avvedutasi del potenziale disturbo agli affari che avrebbe potuto creare continuando con il suo entusiasmo, abbassò il tono di voce «Mi avevano detto che amava scrivere in caffetteria, ma non credevo che un giorno sarebbe venuto proprio qui e proprio durante il mio turno! Oh, che incredibile colpo di fortuna, guardi qui!», dal tascone del grembiule di “Bucket of Coffee” tirò fuori una edizione tascabile di “Macchie” con gli angoli spiegazzati, cuoricini fatti a penna sulla copertina e una cinquantina di segnalibri adesivi. L’impressione era che Ivy avesse letto e riletto quel libro tante di quelle volte da conoscere i passaggi più importanti almeno quanto Leo.
Lo scrittore tese la mano aperta verso il volume, Ivy glielo porse. «Penso che mi occorra anche il tuo prezioso pennarello» inclinò la testa per leggere la targhetta e poi aggiunse «Ivy!». “Alla mia amica Ivy, per avermi servito il miglior Mocha Latte della mia vita – Leo Vasari”. Ivy accolse il libro come una reliquia, calmò le mani tremanti poi lesse la dedica.
«Non glielo ho ancora portato il Mocha Latte» la voce di Ivy tremava.
«Sono certo che sarà speciale. Sono seduto proprio in fondo, dove c’è lo zainetto. Ivy, facciamo che la mia presenza qui resti un segreto fra me e te? Appena me ne sarò andato potrai dirlo a chi ti pare, ok?» Leo aveva portato a termine la sua piccola missione di costruzione del proprio personaggio.
Beh, visto che ormai si trovava in caffetteria col suo portatile perché non approfittarne per revisionare la prima stesura di “Macchie 2”, c’erano diverse cose su cui lavorare, bisognava aprire il finale conclusivo e ovviamente lavorare all’indietro per armonizzare tutte le linee narrative che prima esigevano una chiusura definitiva.
Sul blocco degli appunti c’era tutto lo story board originale, Leo ne aveva fatto delle fotocopie appuntando il numero di cartella che corrispondeva al nodo narrativo, aveva disegnato un grosso ovale sotto a quello del finale originale nel quale aveva abbozzato la sinossi di quello alternativo. Leo ora doveva modificare i nodi ed i legami che conducevano alla chiusura della saga per fare portare la narrazione morbidamente verso il terzo romanzo.
Mentre scarabocchiava con i suoi pennarelli colorati sui due fogli A4 tenuti insieme dal nastro adesivo, un grosso bicchierone venne poggiato sul suo tavolino. Leo alzò gli occhi e lesse “Mocha Latte senza panna”, girò il bicchiere e sotto al suo nome era stato aggiunto un numero di cellulare seguito da un altro nome “Ivy”. Leo sorrise, afferrò il bicchiere caldissimo sul bordo, tirò su un piccolo sorso e poi pensò; «Bollente!». Riprese a lavorare.
Ci vollero ben più delle due ore preventivate per sventrare la prima stesura e ricucirla in maniera credibile. Il risultato però fu pessimo e, come se non bastasse, si sentì stanco, ma soprattutto annoiato dall’ambiente che, nel frattempo, si era fatto affollato e rumoroso. Salvò il documento, ripose il portatile e gli appunti nel monospalla. Stava per andarsene quando fu intercettato da uno sguardo di Ivy, l’emozione doveva essere decantata a sufficienza perché stavolta lo guardò languida mentre lo salutava con un lento gesto delle dita. Leo, si girò di scatto e afferrò il bicchiere di carta che stava per abbandonare sul tavolino.
«Il miglior Mocha Latte della mia vita» pensò mentre cappuccio in testa guadagnava l’uscita dal locale e dal ruolo di “scrittore in caffetteria”.
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