1.
Spaesato, sedeva distratto in terrazzo mentre fumando l’ultima sigaretta osservava un’imponente luna piena appesa tra le nuvole del cielo notturno. La plastica della sedia, un tempo bianca, era costellata di macchie gialle, risultato delle tante sigarette spente per pigrizia o negligenza dagli ospiti nel corso degli anni. Le colline in lontananza creavano una cornice scura interrotta dai lampioni: seguivano il corso di strade indefinite e invisibili agli occhi. Erano coperte di vegetazione; all’inizio dell’autunno ogni cosa veniva tinta dal cambiamento di temperatura: tante tonalità che dal verde scuro viravano al giallo bruciato, passando in maniera dolce al marrone, adagiate su quei primi rami svestiti dalla pausa vegetativa in corso. La luna era bassa all’orizzonte e il rosso di cui era dipinta quella notte la faceva assomigliare ad un oggetto spettrale.
Gli dava conforto osservare il movimento fluido delle nuvole. Quei corpi fluttuanti rendevano tranquilli i suoi pensieri. Comparivano dal nulla e nel nulla ritornavano, in un procedimento complesso. Cumuli di vapore acqueo che a discrezione del fato decidevano di riversarsi al suolo rompendo gli argini di fiumi e canali, o di negarsi per mesi creando paesaggi aridi, crepe asciutte e terra bruciata. Idrometeore galleggianti dipinte dalla luce e dall’oscurità, portatrici di vita e morte. Quando era bambino era tutto più semplice e intuitivo: le stagioni avevano un inizio e una fine. I vecchi potevano prevedere i mutamenti del cielo semplicemente assaporando l’odore dell’aria e il flusso del vento. Ma da anni oramai il sapere degli uomini in merito ai cambiamenti del cielo aveva perso la sua linea guida tramandata di generazione in generazione. Ora il clima parlava una lingua incomprensibile e decideva sul momento come sfogare la propria esistenza. Colpa dell’uomo? O forse, in maniera più semplice, un ciclo che si era chiuso per poi ricominciare con regole ancora indecifrabili?
Gli dava conforto anche sentire il rumore dei veicoli che viaggiavano nella poco distante superstrada. Quei fruscii rendevano tranquilli i suoi pensieri e lui li ascoltava come fossero canzoni alla radio; si chiedeva che storia portassero con sé e quale luogo stessero cercando di raggiungere quei veicoli che, silenziosi, si muovevano nella notturna scena che aveva avvolto con cura ogni singolo spazio di luce. Quasi tutti i motori endotermici avevano lasciato il posto a tecnologie energeticamente più efficaci, più silenziose e meno inquinanti, almeno questo è quello che sembrava nel breve periodo e ora, per ascoltare le storie che raccontavano i viaggi di questi veicoli, bisognava affinare l’orecchio. Non era impossibile, era solamente un po’ più difficile. Quando era bambino, anche questa cosa era molto più semplice e intuitiva: concentrandosi, poteva sentire le automobili anche se erano distanti, ascoltare il motore cambiare marcia, rallentare, affrontare una curva, accelerare e infine fermarsi. Ma oramai da tempo era tutto molto più silenzioso. L’attrito degli pneumatici sull’asfalto era un canto leggero e quelle storie erano raccontate con un filo di voce. Con le orecchie attente alle auto e gli occhi puntati oltre quella luna rossa, la sua mente lo riportò a quando era bambino.
Era piccolo: forse aveva compiuto da poco sei o sette anni. Ricordava molto bene il giardino nella grande casa colonica dei nonni: erano ospiti in attesa che i lavori della loro terminassero. L’aia, come la chiamava la nonna, era un’enorme distesa polverosa, con rari ciuffi di gramigna che crescevano qua e là tra la ghiaia, a seconda di dove la galline e gli altri animali da cortile facevano i loro bisogni. Appena fuori dal porticato c’era un ombrellone: la tela rossa era sostenuta da un palo di legno improvvisato, ma sapientemente inserito in una base di cemento costruita con lo pneumatico di un’auto. Le due sedie di ferro nero ai suoi lati avevano la seduta e lo schienale color verde giada; ricoperte da un cordino di plastica intrecciato, nelle calde giornate d’estate non lasciavano scampo: inesorabili si appiccicavano alle gambe e alla schiena lasciando segni rossi come frustate.
La nonna era piccola e curva, portava sempre un fazzoletto legato sotto il mento che gli copriva i capelli ormai imbiancati, nella tasca del grembiule a fiori aveva sempre una caramella da regalargli, una di quelle con la carta rossa. Il sorriso sembrava disegnato sul suo volto pieno di rughe, ma gli occhi erano tristi: umidi di una tristezza data dal tempo trascorso, dai fratelli e dalle sorelle persi in giro per il mondo a cercare fortuna e da quelli sepolti nel piccolo cimitero del paese che anche lei visitava ormai di rado. Nonostante l’età aiutava ancora nel loro negozio di alimentari a gestione familiare, si prendeva cura della casa, dell’orto e di quella manciata di animali che gironzolavano per l’aia: un paio di vecchi cani da caccia pigri per la paura dei ladri, un’infinità di gatti randagi dormienti per paura dei topi, qualche gallina utile per le uova e una capretta malconcia, barattata o forse vinta a qualche sagra di paese. Chi si ricordava più.
Il nonno invece era ancora tutto dritto e fiero nel portamento. Alto e magro. Tra i capelli canuti si vedeva ancora qualche riflesso biondo e i lineamenti ricordavano la bellezza di gioventù. Anche lui sorrideva sempre e anche lui aveva sempre delle caramelle in tasca da regalare, ma le sue erano alla menta perché diceva che aveva sempre mal di gola. La brezza marina che al fronte, nell’inverno del quaranta, gli aveva gelato barba, ciglia e sopracciglia, gli aveva lasciato quello che lui definiva “il raspino in gola”. La verità era che ogni scusa era buona per mangiare una caramella. A differenza della moglie, i cui occhi erano tristemente fissi sul passato, i suoi mantenevano una luce accesa sul futuro, guardavano sempre avanti e nemmeno la malattia era riuscita a spegnerli. Progettava i lavori di ampliamento del negozio e periodicamente diceva che l’anno successivo sarebbe tornato in Grecia per visitare la famiglia che lo aveva accolto quando aveva deciso di disertare. Le prime cose che riusciva a ricordare della sua vita: i nonni.
A breve lui e la sua famiglia si sarebbero trasferiti in una grande casa tutta per loro, dove avrebbe avuto una grande stanza tutta per lui e non sarebbe stato più costretto a dividerla con la sorella più grande. Oramai a sei anni si è quasi uomini, si diceva, e le sue esigenze stavano cambiando: la musica, gli interessi, la scuola che stava per iniziare.
Era inizio estate, terminata la scuola, le vacanze con la famiglia si sarebbero svolte come di consueto lontano da casa, ospiti di parenti lontani. Non aveva molti amici dove abitava e dagli zii paterni si sentiva bene: i suoi tre cugini più grandi lo facevano divertire molto, giocando e scherzando tutto il tempo. Quell’atmosfera di famiglia felice e chiassosa era molto lontana da quella che viveva quotidianamente. Anche suo padre, spesso silenzioso e stanco dal lavoro, in quella situazione diventava loquace, sorridente e del suo rinato buon umore beneficiava tutta la famiglia. Gli zii vivevano in una grande città e tutto ciò che vedeva erano novità che nel suo piccolo paese sarebbero arrivate solamente anni dopo. Il cugino più grande, aveva già un computer e gli sembrava che vivesse nel futuro. Quella macchina fantascientifica di plastica grigia occupava un’intera scrivania, aveva uno schermo tutto suo come la tv, funzionava con le musicassette come l’autoradio, ma quando era accesa non emetteva musica, anzi, il suo ronzio riempiva tutta la stanza: preistoria tecnologica.
Il viaggio per raggiungerli era sempre di domenica e, come tutte le altre volte, iniziò la mattina presto per evitare di rimanere troppo imbottigliati nel traffico. Il padre era spesso in giro per lavoro, era abituato alle ore di guida e ai tragitti lunghi. L’auto nuova sarebbe stata davvero una bella sorpresa per i parenti: finestrini elettrici, autoradio, cinture di sicurezza di serie e una vernice bordeaux metallizzata che avrebbe fatto impazzire lo zio.
– Appena arriviamo giù devo far controllare le gomme, sono un po’ lisce.
disse il padre quasi soprappensiero rivolgendosi alla moglie mentre lei finiva di caricare le ultime valigie nel bagagliaio.
– E perché non l’hai fatto fare prima di partire? Sinceramente io lo avrei preferito… sai, la sicurezza non è mai…
– Sì, sì, sì, la sicurezza non è mai troppa. Quello che invece è troppo è il lavoro e quello che è poco è il tempo per fare tutto. Lo facciamo appena arriviamo.
Quel giorno il viaggio sarebbe durato un’eternità, quasi cinque ore. L’unica musicassetta che avrebbero ascoltato per tutto il viaggio avrebbe passato le canzoni di gioventù dei suoi genitori. Prima sul lato A, poi sul lato B, poi di nuovo sul lato A e immancabilmente ancora sul lato B, e così all’infinito fino al loro arrivo a destinazione.
Erano partiti da poco più di un’ora quando la noia cominciò ad entrare nei suoi pensieri: davanti, i genitori parlavano di cose noiose e la sua noiosa sorella ascoltava una musicassetta con il walkman che gli era stato regalato per la promozione. I discorsi degli adulti si mischiavano al brusio di quella voce nasale che usciva dalle sue cuffie: soldi in banca, ragazzi di oggi, cose da fare al ritorno, terre promesse… che noia.
Decise che era arrivato il momento dei giochi che, come sempre, avrebbe fatto da solo. Lei era adolescente, non giocava più con lui da tempo e con i genitori non lo aveva mai fatto per davvero. Non sapeva ancora leggere, ma conosceva già tutte le lettere dell’alfabeto, complice, quella sorella che qualche utilità doveva pur averla! Cominciò a leggere le targhe cercando di capire la provenienza delle automobili in autostrada. Roma era la più facile e infatti non dava punti per la classifica. FO, PG, AN, FI, RA e soprattutto la rarissima CZ. Le sapeva quasi tutte e di quasi tutte conosceva anche la regione. Era molto fiero di sé, ma durò ben poco. Finito il gioco delle targhe cominciò a cercare le differenze tra due disegni nella rivista che il padre comprava tutte le settimane, ma dopo poco gli venne mal di testa per via del movimento dell’auto e ci rinunciò.
Il padre chiese alla madre di prendergli una sigaretta dal pacchetto delle Lido blu e di accenderla, per evitare di lasciare le mani dal volante. Dal walkman della sorella ora usciva una canzone in inglese che conosceva molto bene: il video musicale che passavano in TV su Video Music non lo aveva fatto dormire per una settimana intera! Sembrava un film dell’orrore: ad un certo punto qualcuno si trasformava in un lupo mannaro e aveva gli occhi gialli e il pelo dritto e le orecchie a punta e i denti aguzzi e spaventava la sua ragazza insieme ad altra gente che ballava con lui… che paura! Ma ora che aveva da poco compiuto sette anni, si disse che certe cose erano solo paure infantili e che non bisognava più dargli peso. Ad ogni modo, ogni tanto si svegliava ancora la notte sognando la scena degli zombie che entravano in casa della ragazza e distruggevano tutto, ma almeno adesso non bagnava più il letto.
Il tempo passava lento, come alla moviola, e quel viaggio domenicale sarebbe stato ancora lungo, molto lungo; allora prese il cappellino giallo e gli occhiali da sole perché era arrivato il momento del suo gioco preferito: le auto da corsa. In quegli anni un giovane pilota brasiliano stava vincendo gara dopo gara con la sua macchina velocissima. Anche lui da grande avrebbe fatto il pilota, avrebbe guidato quella velocissima monoposto nera e oro e nessuno, ma proprio nessuno lo avrebbe mai battuto. L’autostrada diventò immediatamente il circuito di un Gran Premio.
Indossò il famoso casco giallo, abbassò la visiera scura e aspettando il semaforo verde cercò di ricordare tutte le curve del circuito, i punti più pericolosi, i rettilinei dove poter accelerare e quelli dove poter tentare i sorpassi. La fronte sudava, il cuore palpitava. Sotto i guanti di pelle cominciò a stringere forte il volante e a premere il pedale del gas con il piede destro, mandando su di giri il motore.
Rosso, rosso, rosso…
La lancetta del contagiri saliva e scendeva ad ogni battito di piede. L’inno nazionale americano aveva appena finito di gracchiare dagli altoparlanti del circuito e quella versione suonata dalla banda locale che si era appena esibita sul palco a lato della tribuna d’onore del circuito, non era sicuramente ai livelli della scena musicale Blues e Jazz che aveva caratterizzato l’area per decenni.
Era in pole position, le qualifiche erano andate bene e la sua squadra, nonostante il consumo eccessivo di carburante e l’estrema usura delle gomme, aveva trovato l’alchimia perfetta. Ora toccava a lui, era tutto nelle sue mani. Era riuscito a mettere dietro di sé i primi della classifica e iniziava a fare valere il suo talento. Con grande probabilità, la vittoria di oggi sarebbe stata la sua definitiva consacrazione in Formula 1 e gli sarebbe valsa la prima posizione in classifica generale.
Verde!
Premette così forte il pedale che il piede cominciò a fargli male. La spinta dell’accelerazione lo schiacciò contro lo schienale della monoposto che partì come un razzo facendo fumare le quattro gomme. Sentiva il cuore in gola.
Il camion davanti alla loro auto mise la freccia a destra per entrare nella corsia di immissione per l’area di sosta. Era quasi ora di pranzo e l’autogrill era a meno di ottocento metri. L’autista, stanco e affamato, era partito alle quattro di mattina e con ogni probabilità sarebbe arrivato a destinazione chissà dove a notte fonda. Anche se i finestrini dell’auto erano abbassati, l’odore acre della sigaretta girava indisturbato all’interno dell’abitacolo, vorticando per qualche secondo prima di uscire da quelli posteriori abbassati solo per metà.
Il padre premette il pedale dell’accelerazione e, bestemmiando qualcosa sottovoce, entrò in sorpasso affiancando l’autotreno. Fianco a fianco, auto e camion, il padre aspirò una boccata dalla sigaretta che rimase appesa al labbro inferiore, scalò una marcia per avere più ripresa e superò il camion in maniera agile, poi mise nuovamente la freccia a destra per rientrare.
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