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Nicol e il Paese delle Non Meraviglie

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Consegna prevista Marzo 2027
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Questo romanzo percorre dieci anni di vita della protagonista.
Dieci anni, dagli otto ai diciotto, che rappresentano un ciclo vitale tra i più delicati e travagliati: quello che va dall’infanzia all’adolescenza. Un tratto di strada faticoso e accidentato.
Adattarsi alla realtà per Nicol non è facile, è come cercare di trattenere una sfera di fragilissimo cristallo che non si riesce ad afferrare: o si ha paura anche solo a sfiorarla e allora scivola via o si stringe talmente forte da mandarla in frantumi. Così quando la sensibilità è esasperata e la fantasia l’unico rifugio possibile, la realtà diventa un luogo non luogo dove ci si sente fuori posto, precari e di passaggio.
Questo libro è dedicato a tutte le Nicol che camminano percorsi non battuti, strade non tracciate.
Chi si riconosce in Nicol non deve smettere di cercare.
Vivere la propria vita e non quella degli altri. Vivere senza smettere di credere.
E, se vuole salvarsi, credere in se stessa più che in chiunque altro.

Perché ho scritto questo libro?

“Se vuoi le nuvole non puoi dimenticarti del vento”.
Non so dove lessi questa frase, ma mi fece riflettere. Nel mio “viaggio” verso l’adolescenza, fino a tutt’oggi, sono una a cui le “nuvole” non sono mai mancate: a volte nere, minacciose, gonfie di pioggia, altre lievi ma che riuscivano a sostare davanti al sole e toglierne luce e calore. Ho capito che è il vento che trasporta le nubi.
Nubi che coprivano il sole gettando il mio mondo nell’ombra
La ricerca di quel vento ha guidato la mia mano

ANTEPRIMA NON EDITATA

Assenza di sonno. Assenza di sonno o eccessiva presenza di pensieri ?

Era quel fitto groviglio dentro la sua testa, quella sovrapposizione di immagini, parole, domande senza risposta, che impedivano al sonno di sopraggiungere o era la sua assenza a fare scattare il meccanismo del pensiero ossessivo ?

Infilò la testa sotto il cuscino, premendolo con le mani per cercare di chiudere ogni spiraglio di luce, di ovattare ogni rumore. Desensorializzarsi. Ecco di cosa aveva bisogno : non vedere, non sentire, non percepire. Quindi non pensare.

Era trascorso più di un anno, ormai, da quel giorno violento.

Quel giorno che aveva creduto di potere cancellare, annullare, negare. Tirare giù una saracinesca, e via ! E crederla inespugnabile.

Uno scudo costruito intorno al ricordo, a isolarlo, murarlo vivo.

Ma ci sono ricordi infidi, e potenti.

Ricordi che superano qualsiasi confine, qualunque muro. Per quanto alto, per quanto spesso possa essere, trovano sempre una sottilissima crepa, una minuscola fessura da cui passare.

Si infilano ovunque, passano i cancelli della memoria, che si aprono a un loro semplice “toc toc”.

E allora ecco di nuovo quelle immagini tornare, ripetersi dentro la sua testa, scorrere davanti ad occhi rivolti all’interno, nitide, ossessive, ininterrotte, come  una moviola impazzita.

Non ne poteva più. Voleva che finisse.

Smettere di ricreare nella sua mente quel pomeriggio di maggio, quel pomeriggio di sole nato perfetto.

Forse non erano neppure le immagini a bloccare il respiro e accelerare il battito.

No, era l’odore. Quella puzza insopportabile. Avvertiva quel tanfo di sudore e di fogna salire per le narici su, su, fino a invadere il cervello, gli occhi,  la lingua. Riusciva quasi a percepirne il sapore. E poi di nuovo giù, a infilarsi per tutto il corpo, a invaderne ogni cellula, ogni poro, ogni piccolissimo pelo. Aprì gli occhi. Meglio il buio, si disse, decisamente meglio. Tanto ormai lo conosceva bene. Notte dopo notte aveva imparato a non temerlo più. Sì meglio quell’oscurità, ora amica e rassicurante. Le palpebre abbassate le riproponevano solo e sempre lo stesso film dell’ orrore. E lei era troppo stanca. Sì alzò, le membra a pezzi, i capelli sudati incollati alla fronte, al viso, intrecciati intorno al collo. Tutto in lei evidenziava quella notte tormentata. Si infilò velocemente in bagno urlando un buongiorno da dietro la porta chiusa, entrò nella doccia e aprì il getto dell’acqua come sempre gelata.

Non voleva che la madre la vedesse in quello stato, così, appena sveglia. Da quel famoso giorno, dopo le lunghe spiegazioni, le domande improvvise di lei erano simili a bucce di banana disseminate nella sua memoria per farla scivolare in una qualsiasi contraddizione, in un qualunque dettaglio diverso dal solito, o anche solo leggermente modificato. Si sentiva sempre sotto esame, e si chiedeva quando sarebbe terminato quell’incubo. Si domandava se avrebbe mai letto, sul viso della madre, un segnale di definitiva resa ai dubbi, e tutto questo la sfiancava. Nicol sorrise tra sé con quella consueta punta di amarezza, con quel precoce cinismo che aveva ormai preso domicilio nel suo cuore.

Oh… si disse, ho avuto un maestro troppo bravo per temerti !

Non sarai certo tu a prendermi in castagna. Sono io che ho preso te, tanto tempo fa, ma tu non puoi saperlo, non puoi nemmeno lontanamente immaginare l’inganno della tua piccolina. Si domandò quale tradimento sarebbe stato più doloroso per la madre. Se il suo o quello del padre. E contemporanea a quel pensiero, avvertì ancora quella fitta dolorosa al petto, la stessa vecchia fitta di quando tornava dai giardini, la mano stretta in quella del padre. Ancora quel senso di colpa, profondo, mai superato. Spesso, quando studiava in cucina, sentiva il suo sguardo addosso, e se alzava gli occhi all’improvviso, incontrava quelle iridi scure, dolci e fiere, scrutarla in silenzio. Ancora quel silenzio. Lo stesso silenzio di allora. Quel silenzio carico di domande, rumoroso, assordante  come solo le parole non dette sanno esserlo.

Uscì dal bagno già vestita, leggermente truccati gli occhi.

Usava solo la matita di un bel colore marrone che sfumava verso le tempie per accentuare il taglio obliquo, e il mascara agli angoli esterni delle ciglia. I lunghi capelli li lasciava così: rovesciava la testa in avanti, verso il basso, poi vi passava le dita scuotendoli tutti. Tornava su di colpo, e li sistemava con pochi colpi di pettine. Bellissimi, le dicevano tutti. Oppure, non tagliarli mai, sono una ricchezza. Si era infilata gli immancabili jeans, più o meno uguali agli altri che occupavano spazio nell’armadio. Solo un poco più aderenti e “vissuti” degli altri forse. Prese lo zainetto, baciò il viso della madre proteso nell’ attesa , e corse giù per le scale, saltando ad ogni rampa gli ultimi tre o quattro gradini con un balzo.

—–

Uscita dal portone respirò a pieni polmoni lasciando fluire via l’ansia, quell’ansia che sempre l’attanagliava all’interno delle pareti domestiche. Si sentì un po’ ingiusta per quel sentimento di insofferenza. In fin dei conti stava bene con sua mamma. Ripensando all’infanzia con le sorelle e i genitori, così tutti insieme, la riscoprì perfino bella a volte. Anzi, era convinta che quando stavano bene, quando capitavano quelle rarissime giornate prive di discussioni, poche famiglie sapevano divertirsi quanto la loro. Perché, se c’era una cosa incomprensibile e apparentemente in contraddizione con tutto quel casino di vite complicate, era il reale, profondo affetto di fondo, che univa ogni componente della famiglia. Era la donna bionda che aveva rovinato tutto, destabilizzato, in qualche modo cambiato il corso della vita di ognuno, ma soprattutto la sua. Aveva fatto conoscere la passione al padre, la PASSIONE. Una volta, di nascosto, aveva sentito il padre paragonare il rapporto con la madre, rispetto a quello con l’amante, come la lettura del libro di Pinocchio contrapposto a un testo di Jean Paul Sartre. Aveva pensato molto a quella frase carpita per caso. Più che pensata, analizzata, sviscerata, in ogni sua possibile interpretazione. Lo faceva sempre. Non ne poteva fare a meno. Si era sentita rimproverare spesso “non riesci a prendere mai niente un po’ così, tu, non è vero ?” e lei subito si domandava cosa significasse quel “così”. E riprendeva ad analizzarne il senso. Sì, perché come si fa a prendere le cose così. O si prendono o si lasciano scivolare via. Perché lei era per il tutto o niente. Quindi, tornando al senso della frase del padre pensò, che a dire la verità, lei preferiva decisamente il libro di Pinocchio. Avrebbe voluto chiedere al padre “ma l’hai mai letta veramente quella fiaba, letta con curiosità intendo, con attenzione, fino in fondo ? ma lo sai quale significato profondo contiene, se sai andare oltre la sua apparente semplicità ? Hai presente il burattino che diventa bambino, il gatto e la volpe, il campo dei miracoli dove Pinocchio sotterra gli zecchini d’oro pensando di farne crescere un albero ? E il “Paese dei Balocchi”, il luogo-tentazione che gli fa dimenticare i suoi doveri, i suoi valori, il babbo Geppetto e le promesse fatte a tutti, ma prima ancora a se stesso. E le bugìe. Le sue continue, innumerevoli  bugìe.  Hai presente tutto questo? Ebbene tutto questo è la vita. La VITA capisci ? Sartre ha inventato storie che ne sono solo dei pezzi, ma dentro quella fiaba c’è la sua interezza. Si mise a ridere pensando a sé, alla sua faccia e a quella del padre se avesse fatto un discorso del genere. Scosse la testa come per allontanare quei pensieri fastidiosi.

Aveva detto alla madre che sarebbe andata a studiare da un’amica, che avrebbero mangiato qualcosa insieme e che sarebbe rientrata nel pomeriggio tardi. Aveva voglia di stare sola anche se ne aveva paura.

Anzi, voleva stare sola proprio per vincerla, quella maledetta paura.

Da quel “perfetto” pomeriggio di maggio non avrebbe più voluto mettere neppure la testa fuori di casa. Ma come avrebbe potuto? Era stato già estremamente difficile non modificare più di tanto il suo comportamento.

La sua unica fortuna, se così si può chiamare, era quella di essere ritenuta da sempre una ragazza dall’umore estremamente variabile, quasi una “bipolare”, dagli scoppi di allegria improvvisi e dalle altrettanto improvvise tristezze. E se i suoi occhi si allontanavano mentre tutti parlavano, a dimostrazione che i suoi pensieri erano altrove a rincorrere altri sogni, nessuno si meravigliava più. Era stata agevolata dal suo carattere nel riuscire a camuffare certe angosce improvvise, quel “buco nero” che a volte riusciva a farla entrare nella sua orbita di attrazione e a risucchiarla. Ma non poteva smettere di uscire. Andare fuori, all’aria aperta, era qualcosa che le apparteneva, da sempre irrinunciabile per lei. Sarebbe apparso troppo strano e incomprensibile un cambiamento di rotta in questo senso.  Così si sforzava di uscire senza allertare in maniera esasperata tutti i sensi. Ma era più facile da dirsi che a farsi. Ogni lieve fruscio, ogni piccola o grande ombra che vedeva allungarsi dietro alla sua, avvicinarsi sempre più, per poi sorpassarla, le procurava un tremito interno. Prima impercettibile come un fremito, poi sempre più intenso, fino a renderle difficile controllare quella specie di scossa che, come una corrente a basso voltaggio, attraversava il corpo.

—–

Non si inoltrava più verso le zone verdi della città. Giardini, parchi, prati, spiazzi erbosi, tutti quegli spazi insomma che profumavano di libertà e purezza e che adorava, si trovavano logisticamente in punti un po’ isolati.

Ed erano diventati tabù per lei. S’incamminava sempre tra vie e viuzze del centro storico adesso. In fondo era altrettanto bello anche se regalava sensazioni completamente diverse. Trovava bellissima la parte storica della sua città. Piena di portici, edifici antichi, stradine con acciottolati medioevali. E poi i muri delle case con quelle tinte incredibili.

Tutte le sfumature, dal rosso all’ocra. E quando arrivava l’ora del tramonto, gli ultimi raggi del sole parevano incendiare la città illuminandola di una ulteriore sfumatura ramata. Ora però è quasi l’una, si disse Nicol, e il sole picchia. Era da tutta la mattina che girava senza una meta precisa. Ma in fondo adorava girare così, senza meta appunto. La faceva sentire libera. Padrona del mondo. Di se stessa. Del suo tempo.

Stronzate! si disse con quella ferocia che si regalava sempre. Stronzate, non è certo il tempo che ti manca. Il gorgoglìo della pancia e qualche crampo allo stomaco, la resero consapevole di non avere ancora mangiato nulla da quando era uscita di casa, ma non avvertiva lo stimolo della fame, solo le reazioni del suo corpo. Decise quindi di non fermarsi in un bar per mangiare un panino. Magari una birra, più tardi però. Continuò il suo giro, alla ricerca di niente.

Forse speri di incontrare un amico, pensò, tanto così, per sentirti meno sola,  avere l’impressione di colmare per un istante quel vuoto. Le venne in mente Alberto. L’unico forse che sarebbe riuscito momentaneamente in quell’impresa. Lo avrebbe chiamato dicendogli semplicemente “sono qui, in centro, tra via Rizzoli e via Indipendenza”, e lui sarebbe arrivato, non importava da dove, ma sarebbe arrivato. Era indecisa. Poi scartò quell’idea. No, non le sembrava giusto, non era giusto. Criticava tanto tutti, per essere stata usata, sempre rabbiosa quando ci pensava o le capitava di parlarne con lui, e poi si comportava alla stessa maniera ? No, no, non era giusto. Riprese a camminare, ormai stanca e svogliata. Era l’ora della pausa pranzo adesso, e in quella calda giornata di agosto le strade cominciavano a svuotarsi e i bar a riempirsi.

Si ritrovò di fronte la vastità della piazza più grande della città. Era come sempre talmente immersa nei suoi pensieri da non essersi accorta di dove si trovasse.

—–

Nicol era sola nella grande piazza.

Se ne stava quasi al centro, e così sottile, bianca, e con la lunga chioma rossa mossa dal vento, pareva una piccola candela accesa, affondata nel mezzo di una torta per essere spenta con un soffio.

Era stanca, terribilmente stanca e non sapeva che fare.

Non sapeva che fare di quelle lunghe ore da trascorrere per superare un’altra giornata.

Non sapeva che fare di quella fetta di tempo/spazio che le era stata donata all’inizio della vita, mille anni fa. Era orribile, ma era così.

Si sentiva inutile, vuota, disperata, sola: una piccola candela che non avrebbe potuto rischiarare il cammino di nessuno, tantomeno il proprio. Si sedette per terra.

Con le lunghe braccia un po’ scarne si stringeva le ginocchia al petto e dondolandosi, quasi cullandosi in quella posizione, si guardava i piedi nudi, un po’ abbronzati, che spuntavano dal fondo sfilacciato dei jeans. Cercava di abituare gli occhi a quella luce bianca e anche il cuore, a quella solitudine altrettanto bianca, priva di contorni da riconoscere e in cui riconoscersi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Maria Pia Possanzini
Mi chiamo Mariapia.
Mariapia per i conoscenti.
Pia, per la mia famiglia d'origine, e cioè mamma, papà, e due sorelle.
E per gli amici degli anni del liceo.
Ora sono anche Mari.
Mari per tutti i pazienti che ho seguito quando ho lavorato in ospedale, nella neuropsichiatria infantile del policlinico universitario Sant' Orsola, e anche per quelli di oggi nella professione privata.
Perché, non ve l'ho ancora detto, sono una psicologa clinica, specializzata soprattutto in DCA ( Disturbi del Comportamento Alimentare).
Tutti giovanissimi i miei pazienti.
Chi però è il cuore e la "spina dorsale" della mia vita si chiama Giada, ed è mia figlia.
Perché questo nome? Lo decisi nel momento in cui, appena partorito, mi misero tra le braccia quella magica bimba che "agganciò" il mio sguardo con due incredibili, immensi occhi colore verde azzurro, come la pietra preziosa che era ed è.
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