Quando Silvia viene mandata in un istituto per minori, è convinta che quella sia soltanto l’ennesima conferma di ciò che gli altri hanno sempre pensato di lei: che sia sbagliata.
In un ambiente fatto di regole rigide, punizioni e giornate scandite da obblighi che sembrano soffocarla, si ritrova a vivere accanto ad altre ragazze che, come lei, portano sulle spalle storie difficili, errori e ferite invisibili.
Ma dietro ogni etichetta si nasconde una persona. E mentre cerca di sopravvivere a un luogo che non ha scelto, Silvia scoprirà che crescere significa anche trovare il coraggio di guardare oltre i giudizi degli altri e quelli che, per anni, ha rivolto a sé stessa.
“Il cerchio che non si spezza” è un romanzo di formazione che parla di fragilità, amicizia, salute mentale, seconde possibilità e del bisogno universale di sentirsi accolti e compresi.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “Il cerchio che non si spezza” perché sono sempre stata affascinata dalle persone e dalle loro storie, soprattutto da quelle che vengono giudicate troppo in fretta. Attraverso Silvia ho voluto raccontare il peso delle etichette, il bisogno di sentirsi accettati e l’importanza delle relazioni che ci aiutano a crescere. Questo romanzo nasce dall’incontro di esperienze, emozioni e persone che negli anni hanno lasciato un segno dentro di me.
ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO I
Il mio nome è Silvia. Non so se l’ho mai detto ad alta voce come si deve, con la schiena dritta e senza aspettarmi subito una risposta cattiva. Qui dentro i nomi cambiano forma: diventano soprannomi, numeri, etichette appiccicate addosso come una gomma da masticare sotto il banco. Ma prima di diventare tutto questo, io ero solo Silvia. Vengo dalla periferia. Non quella che si racconta per fare scena, con i graffiti belli e la musica in sottofondo. Vengo da quella periferia dove le finestre stanno sempre chiuse anche quando è estate, perché la polvere entra lo stesso e tanto vale non far entrare anche gli sguardi. I palazzi sono tutti uguali, le scale sanno di umido e detersivo scadente, e le voci rimbalzano sui muri sottili come se non ci fosse mai abbastanza spazio per stare al mondo. Mia madre ci ha abbandonate non appena sono nata. Non ho nemmeno una foto di lei con me in braccio, non ho una storia, non ho nemmeno un ricordo finto da raccontarmi quando mi manca. Ho solo un vuoto. E un uomo che quel vuoto se l’è portato addosso come una ferita che non smette di sanguinare. Mio padre, da quel giorno, credo che non sia più stato lo stesso. Faceva la guardia in un supermercato. Lo diceva con orgoglio, come se fosse una divisa importante. E forse lo era, per lui. Perché quando tornava a casa, tutto quello che non poteva controllare nel mondo lo veniva a controllare da noi, da me e dalle mie due sorelle maggiori. Il rumore della chiave nella serratura lo sento ancora. Quel ferro che grattava dentro, quel mezzo secondo di sospensione in cui, prima ancora di vederlo, capivo com’era andata la sua giornata. Bastava il suono. Bastava la força con cui spingeva la porta. Poi il frigorifero. Si attaccava al frigorifero come se lì dentro ci fosse qualcosa che doveva salvarlo. Apriva e chiudeva. Apriva e chiudeva. Ogni volta un colpo secco che mi arrivava fino alle ossa e mi svegliava anche quando riuscivo finalmente a dormire. All’inizio andavo sempre a salutarlo. Perché era mio padre. Perché i bambini fanno così: cercano l’amore anche quando l’amore ha le mani pesanti. Poi ho imparato. Ho imparato a riconoscere il momento esatto in cui dovevo restare ferma. Ho imparato a respirare piano, a non fare rumore, a non muovermi nemmeno se avevo sete. Ho imparato a contare i passi: uno, due, tre verso il bagno; uno, due verso la cucina. Ho imparato la geografia della casa come si impara la geografia di un campo minato. La prima volta è stata una spinta. Non uno schiaffo, non un pugno. Una spinta. Come se fosse niente. Come se fosse solo un modo per dirmi di levarmi di torno. Sono caduta male, con il fianco contro lo spigolo del tavolo. Ho pianto, non perché facesse male – faceva male, sì – ma perché non capivo. Avevo la faccia tutta calda di lacrime e una domanda sola che mi rimbalzava in testa: perché? Quando non capisci il perché, ti rompi in un modo che non si nota da fuori. Come già detto, avevo due sorelle. La più grande aveva deciso che la colpa era mia. Non l’ha mai detto apertamente, ma non ce n’era bisogno. Lo diceva con il modo in cui mi guardava, con come si spostava quando entravo in una stanza, come se occupassi spazio che non mi spettava. Per lei io ero il motivo per cui nostra madre se n’era andata. L’errore. L’aggiunta di troppo. Fin da quando ho memoria.
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La sorella di mezzo, invece, all’inizio mi stava vicino. Subiva come me. Sapeva reconocer il rumore della chiave, sapeva quando scappare in bagno e chiudere la porta piano. Con lei non dovevo spiegare niente. Ci bastava uno sguardo. Poi ha avuto paura, prima di me. E la paura l’ha resa prudente. Silenziosa. Invisibile. Ha imparato a stare al suo posto. A non attirare l’attenzione. A salvarsi, anche se questo voleva dire lasciarmi un po’ indietro. Ci ha provato a salvarmi all’inizio, e per qualche mese ho fatto tutto ciò che mi diceva di fare, ma la rabbia che mi faceva non poter abbracciare quello che doveva essere il mio papà ha preso il sopravvento. Così non ho mai più provato a sparire. Poi è arrivata la spinta. E dopo la spinta lo schiaffo, i calci e i pugni non erano più un’eccezione. Erano un linguaggio. Un modo di comunicare in una casa dove le parole servivano solo a ferire. Le infermiere del pronto soccorso, col tempo, hanno iniziato a riconoscermi. Lo vedevo negli occhi: quella pietà trattenuta, quel “di nuovo?” che non dicevano mai ad alta voce. Mi parlavano piano, mi mettevano una coperta sulle spalle anche se non avevo freddo. Mi chiedevano se volevo dell’acqua. Piccole cose. Piccolissime. Eppure erano le uniche cose che assomigliavano all’amore. Anche se non ho mai veramente capito perché non abbiano mai provato a fermarlo. Mi ripetevo che non sarei diventata come lui. Che io sarei stata diversa. Che avrei avuto un cuore morbido, mani leggere, una vita normale. Poi ho scoperto che la rabbia, se la respiri tutti i giorni, ti entra nei polmoni. E quando cresce, ti esce dalle mani. Sempre più arrabbiata. Sempre più aggressiva. Non era nemmeno una scelta. Era come avere una bestia dentro che si svegliava prima di me. Ero in seconda media quando ho fatto qualcosa che però ho rimosso. Ricordo il rumore dei piatti. Le voci. Una risata che mi ha bruciato la pelle. E poi… niente. Un buco. Un vuoto così netto che mi fa paura anche adesso, quando ci penso. Come se qualcuno mi avesse staccato la corrente dentro la testa. Ma è stato qualcosa di grosso, perché mi sono ritrovata al minorile di Milano. Quando la scuola ha chiamato mio padre, dopo i carabinieri, lui ha detto che non voleva più saperne di me. «Fatene ciò che volete di questa merda.» Non ho sentito vergogna. Ho sentito qualcosa di peggio: ho sentito che, in quel momento, avevo smesso di essere una persona. Nei due anni successivi la psicologa del carcere ha provato a farmi tornare quelle immagini, a farmi ricostruire il film. Ma non ci è mai riuscita. E forse non ci è riuscita perché non era un film. Era solo un’esplosione. Gli ultimi due anni della mia vita li ho passati in una situazione surreale, un mondo nel mondo. Un posto in cui ti dicono che è per aiutarti, ma intanto ti insegnano a stare sempre con la guardia alta, perché se la abbassi ti schiacciano. Dicevano di volermi aiutare. Ma io non credo che abbiano fatto un buon lavoro. Sono ancora così arrabbiata. Hanno provato a contattare mia madre senza risultati, e le mie sorelle sono sparite, spero perché avessero paura di papà. Ero sola al mondo. Beh, più o meno. C’era Claudia. Claudia era la mia compagna di cella. Più grande di me di un anno. Aveva lo sguardo di chi ha già visto troppe cose e, nonostante tutto, non si stupisce più. La prima notte, se non ci fosse stata lei, non avrei dormito. Io piangevo senza riuscire a fermarmi, come se il corpo non sapesse fare altro. E lei, a un certo punto, è salita nella mia brandina senza chiedere permesso. Mi ha messo una mano sulla testa. Non per accarezzarmi. Non per farmi tenerezza. Solo per farmi sentire che c’era. Che non ero completamente sparita. Mi ha difesa dalle altre ragazze che volevano picchiarmi. Carne fresca ero per loro. Ma con lei al mio fianco non è durato molto, perché con il passare dei giorni sono diventata io quella che picchiava. Non perché mi piacesse. Perché non potevo fare altro. Claudia mi ha insegnato a farmi rispettare. E questa è diventata l’unica cosa che so fare. Col tempo ho imparato a raggirare la psicologa. Non mi è mai sembrata tanto sveglia. Le dicevo le parole giuste, le davo la faccia giusta, le facevo credere di vedere un cambiamento. E lei, forse perché aveva bisogno di crederci, ci ha creduto davvero. Così ha convinto la commissione. Mi hanno detto che potevo uscire. Andare in un collegio. Questa era l’unica alternativa al carcere. Così ho accettato.
CAPITOLO II
Quando mi hanno detto “collegio” ho pensato a una parola pulita. Una parola con le mani lavate, una di quelle che non ha mai toccato un pavimento bagnato di piscio e candeggina. Collegio. Mi suonava come una cosa d’altri tempi, con le divise stirate e i capelli ordinati, con le ragazze che studiano in silenzio e si danno del “lei”, come nei film. Un posto dove il disordine è solo emotivo, mai reale. E invece, appena il cancello si è chiuso alle mie spalle, ho capito che era solo un’altra maniera di dire “non sappiamo dove metterti.” Non una frase detta ad alta voce, una sensazione. Come quando ti passano qualcosa di mano in mano e nessuno la vuole tenere troppo a lungo, per paura che scotti. Io ero quella cosa. Un problema da spostare. Un pacco fragile con scritto “attenzione” sopra, ma senza mittente e senza destinazione. Il giorno in cui mi hanno portata via dal minorile, Milano era grigia come sempre. Non pioveva, non c’era il sole: c’era quell’aria spenta che ti entra nelle ossa e ti fa venire voglia di stringerti nelle spalle. In macchina nessuno parlava. Il rumore più forte era la plastica del sedile sotto il mio peso e il respiro dell’agente che guidava, lento, regolare, come se stesse facendo una commissione. Io guardavo dal finestrino e mi sembrava tutto finto. Le persone che camminavano sul marciapiede avevano in mano borse, telefoni, panini. Ridevano. Discutevano. Facevano cose normali. E a me dava fastidio. Non perché li invidiassi, ma perché mi sembravano inconsapevoli. Come se la libertà fosse una cosa che viene data automaticamente, come un resto al supermercato. Io non mi ero mai accorta di averla, finché non ho smesso di averla. Guardavo le fermate del tram scorrere una dopo l’altra e pensavo che nessuna di quelle era per me. Che anche se avessi tirato il campanello, anche se l’auto si fosse fermata, io non avrei saputo dove andare. La libertà è inutile se non hai un posto dove appoggiarla. Quando siamo arrivati, ho visto il cancello. Ha fatto un rumore secco. Non metallico come quello del minorile, più educato, più discreto. Ma la pancia ha sentito lo stesso identico colpo: quel clac che ti dice che adesso sei dentro, e che nessuno, anche se urli, verrà a prenderti. Perché fuori non ti conosce nessuno, e dentro non devi fare rumore. Ho girato la testa d’istinto, per guardarlo, come se guardarlo potesse aiutarmi a capire quanto fosse spesso, quanto fosse alto, quanto mi sarebbe stato facile o difficile scappare. La fuga è un pensiero che viene prima del saluto. Prima del nome. Prima di tutto. «Silvia?» ha detto una donna, pronunciandomi come si pronuncia un documento. Aveva le chiavi appese alla cintura e un sorriso che voleva essere gentile, ma era il sorriso che si mette quando si parla a qualcuno che potrebbe mordere. Io non ho risposto subito. Ho imparato che dire “sì” è già concedere qualcosa. E io non concedo niente da anni, se non la pelle. «Silvia, vieni. Facciamo l’ingresso.» L’ingresso. Un’altra parola pulita. Come se io stessi entrando in un posto che mi aspetta. Come se fossi stata invitata. Mi ha portata in un ufficio con odore di carta e disinfettante leggero. Sul tavolo c’era un registro, una penna legata con una catenella, e una bottiglietta d’acqua mezza vuota. Mi ha fatta sedere. Mi ha chiesto se avevo allergie, se prendevo farmaci, se avevo avuto episodi di autolesionismo. Domande dette con una calma professionale, come se il mio dolore fosse una casella da barrare. Quando mi ha chiesto «Hai famiglia?» ho sentito salire quella risata che mi viene nei momenti sbagliati. Non una risata allegra. Una risata che è un colpo di tosse dell’anima. «Non… non proprio.» La donna ha alzato gli occhi dal foglio. Per un secondo mi ha guardata davvero, senza il filtro delle domande, e io ho odiato quel secondo. Perché in quel secondo ho visto la pietà. E la pietà è una cosa che fa più male della cattiveria: la cattiveria la puoi odiare, la pietà ti incolla addosso un’etichetta. «Va bene.» ha detto poi, tornando al registro. «Qui avrai regole chiare. Ti aiuteremo.» “Ti aiuteremo.” Lo dicono sempre prima di capire quanto sei rotta. Dopo una ventina di firme su fogli in cui nemmeno sapevo cosa ci fosse scritto, la metà li ha consegnati all’agente di custodia che non vedeva l’ora di andarsene, l’altra metà l’ha messa in una cartellina gialla con il mio nome scritto a caratteri cubitali con un pennarello nero. Perché alla fine io sono sempre e solo stata questo, un fascicolo. A scuola, in carcere, ed ora qui. Mi ha portata nella stanza. Camera, l’hanno chiamata. Non cella. Ma la porta era pesante lo stesso, e la chiave ha girato lo stesso. Non l’hanno chiusa a chiave, no. Però l’ho sentita comunque. Perché la chiusura non è sempre un gesto: a volte è un modo di guardarti, un modo di sistemarti in un posto, un modo di decidere che tu lì ci stai bene perché lì fai meno danni. C’erano due letti. Due armadi piccoli. Una finestra con sbarre sottili, decorative, come se fossero un dettaglio architettonico e non una dichiarazione. Sul comodino una coperta piegata e un sapone nuovo. Profumava di lavanda. La lavanda mi ha dato fastidio. Perché sembrava promettere pace. «Qui sarai con Marta», mi ha detto la donna. «È una brava ragazza.» Brava come? Brava nel senso che obbedisce? Brava nel senso che non urla? Ho annuito. Ho appoggiato lo zaino sul letto e, per un secondo, ho avuto la tentazione di aprirlo e tirare fuori tutto, come fanno le persone normali quando arrivano in un posto nuovo: piegare, sistemare, costruire una casa. Ma io non costruisco case. Io costruisco posti da cui posso scappare in fretta. Quando la donna se n’è andata, sono rimasta in piedi al centro della stanza. Immobile. Come un animale che entra in una gabbia diversa e prima di sdraiarsi deve capire dove sono le uscite. Ho ascoltato. Voci lontane. Passi nel corridoio. Una risata femminile più in fondo. Poi una porta che si chiudeva.
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