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Senza contare i pugni

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A Cork, Lochnail cresce nell’ombra della violenza domestica inflitta dal padre Liam. Trova riscatto nella boxe grazie a Joe, ex campione tormentato che lo trasforma in un combattente letale. La sua ascesa si scontra presto con il passato: in un match per il titolo dilettantistico contro il boss mafioso Tony, Lochnail scopre che suo padre è all’angolo dell’avversario, trasformando il ring in un feroce regolamento di conti. Il percorso prosegue verso una sfida mondiale contro il ceceno Ruslan Vakhayev, un confronto che trascinerà il protagonista in un abisso estremo. Tra dolore e disciplina, Lochnail dovrà scegliere se restare vittima del proprio sangue o diventare artefice del proprio destino, comprendendo che la vera vittoria va oltre il punteggio dei giudici.

Perché ho scritto questo libro?

Nasce dall’esigenza dell’autore di dare voce a chi si sente schiacciato dalle difficoltà, offrendo una prospettiva di riscatto. Usando il pugilato come metafora della vita – la “scienza dolce” del saper soffrire con dignità – il libro trasforma il ring in uno spazio di resistenza. La scrittura diventa così una mano tesa verso il prossimo, ricordando che il proprio posto nel mondo non si riceve in dono, ma si conquista, un round alla volta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Era un freddo giorno di dicembre a pochi chilometri da Cork, quando Mary Cahill e Liam O’ Donovan ebbero il loro primogenito Lochnail. Lochnail non era un nome a caso in una lunga lista, bensì un marchio. Un’antica risonanza celtica che si sposava con il mare e la violenza.

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Mary era un’umile e ingenua casalinga, costretta a sposare un uomo del quale di certo non era innamorata. Lo stesso Liam era tutto tranne che un marito innamorato, più dedito al lavoro e ai vizi che non alla famiglia. Si era del resto arricchito facendo affari non proprio leciti nelle zone del porto di Cork, fino a diventare il comproprietario di un importante cantiere navale assieme a un certo Tony.  Per questo, poco dopo la nascita di Lochnail, Liam e tutta la sua famiglia si trasferirono nella cittadina irlandese circondata da fabbriche e ciminiere. E le cose andarono anche bene per qualche anno finché, in una giornata straordinariamente calda di maggio, a seguito di alcune segnalazioni anonime, quattro pattuglie della Polizia fecero irruzione nel cantiere navale.

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Di certo riuscire a mobilitare quattro pattuglie della Polizia, in quella cittadina peccaminosa come Cork, non era una cosa di poco conto. Erano venute per arrestare Tony quasi a colpo sicuro, sicuramente a causa dei suoi affari illeciti e soprattutto per il suo rapporto con quella che i giornali definirono la più organizzata frangia della mafia irlandese.  Fu così che, Tony, oltre scontare cinque lunghi anni di carcere, dovette rinunciare sia alla sua azienda sia al titolo di campione irlandese dei pesi medi conquistato in gioventù. Anche Liam perse tutto quella mattina di maggio e, ormai non più giovanissimo e svuotato nell’anima, ricominciò a essere quello che in fondo era sempre stato: un violento alcolista che sfogava tutta la sua rabbia tra pinte di Guinnes e botte alla moglie Mary e al figlio di pochi anni. Inseguito dai demoni, inseguito da una rabbia innata e da un dubbio soffocante. Chi li aveva denunciati? Chi era il traditore? Perché anche lui vi era finito in mezzo?

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Non si seppe mai chi fosse quel un uomo misterioso, con un impermeabile di color nero e una coppola dalla tonalità grigiastra – evidentemente un membro della mafia irlandese -che pochi mesi dopo la sua uscita dal carcere avvicinò Liam all’uscita del Summary, il peggior pub del porto, per sussurrargli solamente “è stata tua moglie”.  I vecchi del porto, all’epoca ragazzini, ricordano ancora oggi la sua repentina trasformazione, il suo volto bianco. Mai si era visto un ubriaco, rosso paonazzo in volto e tremolante nelle gambe, mutare di aspetto così rapidamente.

Quello che è certo e che, udite queste parole, Liam corse a casa con un solo obiettivo: massacrare a morte la   moglie, convinto dai fumi dell’alcol che la sua rabbia sarebbe stata per lei anche una specie di cortesia.  Se non ci avesse pensato lui lo avrebbe fatto di certo qualche scagnozzo del porto in debito con la mafia. Arrivato a casa Liam appesa la giacca sull’attaccapanni all’ingresso, con una calma che sorprese lui stesso, e andò alla ricerca di Mary, annaspando dietro ogni porta dell’appartamento. Ma non la trovò.

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La donna, come quasi ogni giorno, era andata assieme al figlioletto, in un ex magazzino nella parte sud del vecchio porto, trasformato da tempo in una specie di palestra di pugilato. Niente di che. Un ring e una decina di sacchi, per una palestra che definirla tale era forse troppo. Ma quella era la palestra del vecchio Joe, un ex atleta di MMA e boxe, amico di infanzia di Mary, e con una bella storia alle spalle tutta da raccontare.

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La luce accecante dei riflettori sembrava un faro piantato nell’oscurità. Ma la vera luce nella vita di Joe si trovava altrove. Si trovava a casa, nella tranquilla periferia di Cork, dove il profumo di torba bruciata si mischiava a quello della torta di mele di Aoife. Si trovava nel silenzio che condivideva con lei, fatto di sguardi che comunicavano senza bisogno di aggiungervi parole. E si trovava nella risata di Mary, la sua amica di una vita, la sola a conoscerli entrambi prima che il mondo li toccasse.

La sua vita fuori dal ring era un’oasi di pace, costruita su una fondazione di pura, inaudita violenza. Ogni giorno, il suo corpo era una macchina di fatica e dolore. Il sudore che gli bruciava gli occhi, le nocche che scricchiolavano a ogni colpo, il sapore amaro del ferro in bocca dopo una sessione di sparring. Aveva fatto la sua gavetta nella boxe, dove aveva conquistato il titolo europeo EBU, prima di passare alle MMA, alla gabbia. Lì, il suo talento da stratega, l’abilità di leggere i pensieri dell’avversario e di colpire quando meno te lo aspettavi, lo aveva portato alla vetta, dritto nella UFC (Ultimate Fighting Champions). E ora era lì, a un passo dalla cintura dei pesi welter, a un passo dall’essere il migliore del mondo, a un passo dall’assicurare ad Aoife una vita senza più sacrifici.

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Il primo round fu un vortice di carne e sangue. L’avversario, un ragazzino che sembrava fatto di cemento armato, era pura ferocia. Joe schivava, studiava, calcolava, ma sentiva ogni colpo, il suono sordo che lo risvegliava dall’interno. Il suo fegato protestava a ogni gancio. Il pubblico urlava, voleva sangue e a Joe non restava che darglielo. Al terzo round, l’avversario barcollò. Il pubblico esplose in un’unica, assordante ovazione. Joe sentì il sapore della vittoria, della gloria, della cintura che stava per essere sua. Un solo colpo, un solo pugno. L’arroganza gli bruciò nelle vene. Dimenticò il piano, l’addestramento, lo stratega che era in lui. Voleva finire lo spettacolo. Quel maledetto mezzo secondo di esitazione, quel momento in cui la mente di un campione è già al trionfo, fu il suo errore fatale. L’avversario, con un ultimo, disperato barlume di lucidità, abbassò la testa e lo colpì dritto al cuore. Joe non cadde, non subito. Sentì l’aria abbandonare i suoi polmoni in un sibilo. L’intero stadio si fece silenzio, un vuoto assordante in cui il tempo sembrò fermarsi. E poi il pugno, una rovesciata che non vide arrivare. Fu come un martello che si abbatteva sulla sua testa. Il mondo si fece un’unica, lancinante vertigine di luci e ombre. Le gambe si piegarono. Cadde, e la sua ultima visione fu il volto di Aoife, i suoi occhi che si allargavano per il terrore e la tristezza, la bocca che si apriva in un grido muto che non sentì. Non si rialzò. L’arbitro contò fino a dieci, un’eternità. Il ruggito della folla tornò, ma non era più per lui. Era per il ragazzino che festeggiava il suo titolo, mentre Joe giaceva a terra, sconfitto, un corpo rotto in mezzo a un oceano di indifferenza.

**

Lo spogliatoio era freddo, il profumo di linimento si mescolava a quello della sua sconfitta. I medici gli curavano le ferite, ma non c’era cura per il vuoto che sentiva dentro. Un dottore gli metteva dei punti sopra l’occhio, un altro gli disinfettava una ferita sul mento. Ogni volta che l’ago entrava nella sua pelle, Joe non sentiva nulla. La sua anima era già un fantasma, il suo corpo solo un guscio vuoto. Mary lo aspettava fuori, ma il suono di una telefonata ruppe l’attesa.   La voce di Mary, che di solito era così ferma, si fece un sussurro tremante. La sua faccia era un’espressione di orrore, i suoi occhi cercavano i suoi, come se volesse proteggerlo dalla notizia. Joe prese il telefono. La sua voce si spezzò. Le sue ginocchia si piegarono. Un eco lontano di sirene. L’auto. La pioggia. La strada. L’impatto. Il cuore di Joe si fermò per sempre in quell’istante. Il dolore che sentiva nel suo corpo non era niente in confronto a quello che provava nella sua anima. La cintura della UFC, il sogno di una vita, era andata. E come in quei romanzi drammatici letti da ragazzo, Dio o il fato o chiunque abbia in mano il destino di un uomo, aveva deciso che quello sarebbe stato il giorno della sua più grave vendetta.

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Aoife, il suo amore, la sua ragione di vita, era andata per sempre. E non c’era un rematch per la vita. Non c’era un secondo round per l’amore. Il suo corpo era un fallimento, ma la sua anima era un’ombra che non avrebbe mai più rivisto la luce. Passarono anni. Joe divenne l’ombra di sé stesso, un uomo che aveva rinunciato a tutto. L’unico legame che lo teneva attaccato al mondo era Mary. Lei non aveva mai smesso di stargli accanto.

**

Un pomeriggio, nella sua casa, Mary entrò nella stanza e si sedette accanto a lui. “Non potrò per sempre proteggere mio figlio…” iniziò, e Joe la guardò. “Per questo ho pensato che la boxe potrebbe essere il modo migliore per farlo crescere e diventare un uomo capace di reagire alle difficoltà.  Forse ha talento Joe, ma sicuramente ha in corpo tanta rabbia. E paura. Ma non ha una guida. Ha bisogno di un maestro, di qualcuno che gli mostri la via. E tu sei l’unico, l’unico che può farlo. So che è chiederti tanto”.  Joe scosse la testa. Non poteva. Non voleva tornare in quel mondo. Ma Mary non si arrese. “Fallo per lei” disse, e Joe sentì il suo cuore mancare un battito. “Non deve fare i tuoi stessi errori. Non deve bruciarsi come hai fatto tu”. In quel momento Joe vide il suo futuro, non più una strada lastricata di gloria prima, solitudine poi, ma una strada fatta di redenzione. Non avrebbe vinto la cintura. Non avrebbe riavuto la sua Aoife. Ma avrebbe potuto salvare qualcuno dal suo stesso destino, da una vita di rimpianti e fallimenti. E per lei, per Aoife, avrebbe fatto qualsiasi cosa. E così, l’uomo che aveva perso tutto in una notte, si rimise in piedi. Non per sé stesso, ma per una promessa, per un’eredità che non poteva permettersi di perdere. Il maestro era tornato.

**

I mattoni anneriti dal fumo e dalla salsedine del porto di Cork sembravano enormi agli occhi di un bambino di sette anni. Non c’era insegna, non c’erano luci al neon. Solo un vecchio magazzino di cemento e ferro, la cui porta di legno scrostato emanava un odore che Lochnail, stretto nella sua tuta, non aveva mai sentito prima: un misto di cuoio vecchio, diesel e la brezza salmastra del mare che si infilava dalle fessure. La mano di sua madre, Mary, lo spinse dolcemente verso l’interno. “Andiamo, tesoro” gli sussurrò, e il rumore lontano delle sirene delle navi sembrava un addio.

L’interno era una cattedrale di ruggine e cemento con la vernice scrostata. I soffitti alti, che si perdevano nel buio, amplificavano ogni suono. La luce fioca che filtrava dalle finestre alte tagliava a metà le nuvole di polvere che galleggiavano nell’aria, particelle di metallo e sale che danzavano in un raggio di luce. Il sacco da boxe pendeva come un gigante appeso, e l’odore si faceva più forte, più pungente. Ma la cosa più grande e più silenziosa di tutte era Joe. Era seduto su una panca, una montagna di uomo, le spalle larghe e le mani appoggiate sulle ginocchia. Non sembrava un allenatore, sembrava un guerriero in pensione. Il suo viso era una mappa di cicatrici. I suoi occhi, neri e profondi, fissarono il bambino, e il piccolo si sentì improvvisamente minuscolo in quell’immensità.

**

Appena entrarono in palestra e li vide, si alzò di scatto e venne loro incontro per accoglierli a braccia aperte e disse al piccolo Lochnail che da quel momento “questa polverosa palestra sarà sempre casa sua”.  Non gli chiese neanche da cosa volesse iniziare.  Alto in piedi, la sua sagoma che oscurava la luce. Prese un paio di guantoni per bambino, così piccoli che sembravano un giocattolo, e glieli porse. Il bambino li infilò, un po’ spaventato ma anche elettrizzato. Joe lo portò al centro del ring, un quadrato circondato da corde tese, un luogo che sembrava allo stesso tempo sacro e misterioso, nel cuore di quel vasto magazzino. “Guarda i miei piedi” disse Joe, la sua voce era un profondo e inatteso sussurro che echeggiava tra le pareti di cemento. Il bambino fissò i piedi del gigante, che si muovevano come se stessero ballando, con una leggerezza che sembrava impossibile.

**

“Non è la forza che conta” continuò Joe, “è la leggerezza. Se non senti il pavimento, non senti il pugno. Devi essere un fantasma, non un martello.  Infatti, non sempre chi picchia di più vince i match e lo so bene avendolo vissuto sulla mia pelle”. Lochnail provò a imitarlo, a muoversi in punta di piedi, a far finta di non toccare il suolo. Ma la sua energia infantile era troppo grande per essere contenuta. Scattò in avanti, lanciando un pugno all’aria con un piccolo urlo. “Ehi!” esclamò, ridendo. Joe lo guardò e non sorrise. Non c’era alcuna espressione sul suo volto. “Non urlare” disse. “La boxe non è un gioco. Questo non è un gioco”. E in quel momento, il bambino capì che non stava giocando. Vide il volto di Joe, e per la prima volta, la sua espressione non era solo seria. Era triste. Gli occhi di Joe si spostarono per un istante, come se stesse guardando qualcuno che non c’era. Vide il suo sguardo, e senza capirne il motivo, sentì una fitta di tristezza anche lui. “Hai le mani come quelle di mia mamma” disse, ingenuamente. “Sono le uniche che non fanno mai rumore quando mi toccano”.

L’espressione di Joe cambiò completamente. I suoi occhi si inumidirono per un istante. Si abbassò alla sua altezza, le sue mani consumate dal tempo e dalla battaglia toccarono delicatamente le piccole mani del bambino. “Non urlare mai” ripeté, la voce più dolce e roca. “Ogni rumore che fai, ogni grido, è un’apertura per un pugno che non vedi arrivare. La forza è nel silenzio. La vittoria è nella tua testa. Devi imparare a guardare senza vedere, e a sentire senza ascoltare”. In quel momento, Lochnail non vide più il guerriero in pensione, ma un maestro. Non vide più un uomo con le mani come roccia, ma con la dolcezza di un padre. E in quel vecchio magazzino al porto di Cork, circondati dal profumo di un passato che non avrebbero mai conosciuto, iniziò la loro storia. La promessa che Joe aveva fatto a Mary quel giorno, quella di salvare suo figlio, era iniziata. E il fantasma di Aoife, per la prima volta in anni, non sembrava più così doloroso, ma come una benedizione.

**

Anche quel giorno, finito l’estenuante allenamento, Mary e il piccolo Lochnail stavano tornando a casa, scherzando e ridendo tra loro. Ad aspettarli dietro l’uscio dell’appartamento però c’era un furibondo Liam. Non diede nemmeno il tempo alla moglie di entrare nel piccolo tinello che la iniziò a colpire senza pietà. Lochnail in tutti i modi cercò di intromettersi nella lite furiosa ma sembrava una piccola mosca versus un bisonte furioso finché, a seguito delle urla, non irruppe in casa una coppia di poliziotti. Erano gli operatori della volante che, per fortuna, proprio in quei minuti, stava in zona esclusivamente per il pattugliamento pomeridiano e che certo non era sorpresa dal dover sedare, anche quel giorno, una delle tante liti domestiche o scorribande di ubriachi. I più banali e diffusi, insieme ai piccoli furti, dei crimini in quella parte di città.

Fu così che Liam venne arrestato. Appena in tempo. Prima che compisse la sua vendetta. Rimanendo ora solo un altro uomo in cella, un nome scritto sulla lunga lista di coloro che sono in attesa della data del processo.

**

Passarono i mesi, le vite di Mary e Lochnail proseguivano bene ma non benissimo, poiché i soldi per arrivare a fine mese faticavano a entrare nonostante Mary facesse tre lavori. Invece, la vita di Liam era appesa a filo, ma almeno si aveva la data del processo: il 22 settembre!

Mancavano circa due mesi al processo, ma Mary decise di firmare un documento ufficiale nel quale si affermava che se le fosse successo qualcosa il tutore legale di Lochnail sarebbe divenuto Joe. Molto spesso il tempo sembra fugace, ma quei due mesi passarono molto lentamente.  La sensazione di Mary fu che passarono anni per giungere a quella data segnata di rosso su tutti i calendari di casa. Un giorno che poteva sancire la tanto agognata libertà di Mary e Lochnail o almeno una lunga tregua in quella guerra chiamata matrimonio.  La sentenza fu di colpevolezza e Liam condannato a scontare cinque lunghi anni di carcere.

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Quei cinque anni passarono in fretta e Lochnail crebbe, diventando un buon pugile per la categoria dei dilettanti, anche se – per dimostrarlo – serviva ancora la prova finale: un incontro. Avrebbe comunque doveva aspettare, ancora un po’. Almeno sette mesi per compiere tredici anni e salire sul ring.  Joe decise di organizzare il primo incontro per il 10 gennaio contro Jack “The Hurricane” McNeil, un pugile con uno score di 30 incontri nei dilettanti di cui 29 vinti per KO e l’ambizione di entrare nei pro nel giro di un anno e mezzo. Insomma, si prevedeva una bella sfida agguerrita anche se i favori del pronostico erano tutti dalla parte di Jack. Qualche giorno dopo l’annuncio dell’incontro, Liam venne rilasciato. Sconto di pena. Appena uscito di prigione, Liam andò da Mary per finire ciò che aveva iniziato.

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Avvenne tutto in un attimo: Liam riuscì nel suo intento, Lochnail nella sua vendetta.

Liam, quel giorno, uccise Mary ma non considerò fino in fondo che ora se la sarebbe dovuta vedere con il nuovo uomo di casa. Fu un solo, preciso, gesto fulmineo: Lochnail, preso da un’ira bestiale, scattò come la lama del coltello a serramanico lasciata sul tavolo dal padre. Vendicandosi dei soprusi subiti nella sua vita. Colpendo Liam al ventre più volte, senza un minimo di rimorso, lasciando il padre gravemente ferito.

In una frazione di secondo, la stessa di un battito di farfalla, il tredicenne perse la famiglia e molto probabilmente anche la boxe, poiché certo che sarebbe finito in riformatorio. Il prossimo, primo incontro, sarebbe stato dietro le sbarre di una prigione.

**

Era da poco passata la mezzanotte quando il telefono di Joe squillò e l’ex fighter saltò giù dal letto. Iniziò a singhiozzare e a piangere mentre la polizia gli spiegava la situazione, chiedendo di andare il prima possibile in commissariato per Lochnail.

Joe si vestì rapidamente per raggiungere il suo figlioccio.  I piedi trascinati lungo la lunga via lastricata che dal porto portava dritto al commissariato.

La sentenza fu pronunciata il 9 giugno: valutate tutte le attenuanti a partire dalla fedina penale del padre, il suo essere fuori pericolo e soprattutto la giovanissima età di Lochnail, la condanna fu di soli 10 mesi.  Se il ragazzo poi si fosse comportato bene, sarebbe potuto uscire anche dopo sette.

“Figliolo comportati bene – bisbigliò Joe mentre portavano via il ragazzo – e presto potrai tornare a fare ciò che ti rende vivo, ossia la boxe. Io in questi mesi farò di tutto per confermare l’incontro ma sappi che in ogni caso tu lo affronterai senza allenarti per un po’ e di daranno per morto, ma tu sarai pericoloso perché non avrai niente da perdere”.  Il ragazzo fece un segno di assenso con il capo.

**

Dopo qualche giorno, Joe decise di incontrare il team di Jack per convincerli che l’incontro si sarebbe dovuto fare comunque, affermando che per loro sarebbe stata una vittoria servita su un piatto d’argento, avvicinando ulteriormente l’esperto pugile irlandese ai pro. Dopo alcuni tentennamenti iniziali, Jack e i suoi accettarono la proposta. Quando l’ex fighter andò a trovare il suo protetto gli comunicò la notizia come si annuncia la nascita di un nuovo fratello: una grande occasione per tutti. Passarono diversi mesi e Lochnail si comportava come un detenuto modello. Il giudice ridusse la pena, con l’uscita al 9 gennaio. Il giorno in cui scadevano i sette mesi, il primo del match della vita per il giovane irlandese.

Quando il 9 mattina uscì dal riformatorio, Joe lo portò subito in palestra per fare qualche round di sparring prima del peso ufficiale. In quei round di sparring era evidente che Lochnail aveva perso un po’ di brillantezza e agilità.  Un altro fattore per il quale Jack era il favorito fu che aveva sedici anni e di conseguenza tre anni in più di Lochnail. Al peso ufficiale e al face to face Jack cercò di provocarlo in ogni modo, ma Lochnail lo ignorò completamente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Pietro Genovesi
Classe 2005, Pietro Genovesi è un giovane autore con una grande passione per lo sport. Dopo aver conseguito la maturità classica, ha intrapreso un percorso accademico internazionale presso l'Università di Roma Tor Vergata, dove frequenta il secondo anno di Global Governance in lingua inglese.
Da sempre appassionato di calcio e boxe, ha trovato in quest’ultima una fondamentale scuola di vita: pur senza aver mai disputato incontri ufficiali, il ring ha segnato la sua adolescenza, formandolo come uomo e insegnandogli la resilienza. In un mondo che spesso spinge verso l'apatia, l'autore ha individuato nella boxe e nello studio delle antiche culture guerriere una bussola per navigare la complessità del presente.
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