Francesca finisce per essere sempre fraintesa da tutti. A scuola, a casa, al parco, in biblioteca, ovunque lei vada si creano come per magia infiniti equivoci. Lei sa cosa intende ma gli altri capiscono il contrario. Certe volte tutto questo è troppo faticoso per una bambina di dieci anni. E allora ad aiutarla – quando si rifugia nella tenda degli indiani (di quando era piccola) al centro della sua cameretta – arriva Gedeone. Come può un camaleonte seppure molto intelligente cambiare una storia che sembra avere il finale già scritto? Questo libro vuole raccontare come possa essere faticoso per i bambini di oggi sentirsi compresi per davvero in una vita accelerata e sovraccarica di stimoli. L’idea è che ci sia una piccola “Fraintendina” in ciascuno di noi e forse tutti ci meritiamo un fidato Gedeone che ci porti succo alla pera, cracker e le attenzioni di cui abbiamo bisogno per affrontare le sfide quotidiane.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro osservando i miei figli, i loro amici e i molti bambini che mi capita di incontrare ogni giorno per lavoro (faccio la maestra!). Tutti questi bambini sono stati il trampolino per un tuffo all’indietro, verso la bambina che sono stata io. Goffa, timida, piena di pensieri che affollavano la mia testa sempre in movimento e soprattutto… fraintesa. Questa storia è il racconto di quanto i fraintendimenti possano complicare la vita dei bambini e sul potere della fantasia.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Cap 1
IL PRIMO FRAINTENDIMENTO
“Sono scesa in biblioteca”. Si raccontava Francesca Intendina. E questo lo ricordava bene. “Da sola”. Questo invece non era così semplice da pensare. Perché aveva fatto quella scorrettezza? In fondo, lo sapeva che non ci si poteva staccare dalla classe senza prima chiedere il permesso della maestra. Certo, adesso che era in quinta era tutto più facile. Anzi, erano proprio i maestri o le maestre a dire ai bambini di andare da qualche parte a fare una commissione. Qualcuna delle sue amiche aveva anche imparato a usare la fotocopiatrice e la macchinetta distributrice di snack e bevande. Lei no perché aveva paura di confondersi ma senza ombra di dubbio – se ci si fosse messa di impegno – avrebbe imparato in un istante.
La faccenda del libro rubato in biblioteca – che le era costato la sua prima nota sul diario – era accaduta un po’, diciamo, all’improvviso, non certo come gesto premeditato. Aveva agito d’impulso, Francesca. Era successo di pomeriggio, durante l’intervallo lungo. Era stato un attimo – uno scatto. Aveva preso il libro, se l’era infilato sotto la maglia, pinzato nei pantaloni e via. Si era precipitata fuori dalla biblioteca.
Si ricorda anche che, però, non era stato nemmeno poi così facile uscire dalla biblioteca. Non che ci fosse nessun impedimento esterno. Era proprio una sua caratteristica: appena vedeva dei libri, rimaneva per tanto tempo come ipnotizzata a guardarli, a sfogliare pagina dopo pagina, ad annusarli e a leggerli, leggerne intere pagine. Era bello, sì, proprio come un incantesimo di quelli che si vedevano negli albi illustrati che leggeva da più piccola. Tutto era nato quando la mamma la portava i lunedì pomeriggio dopo la scuola dell’infanzia nel Bibliobus, quel pullman tutto colorato pieno di libri che si parcheggiava nel suo quartiere. Si ricorda che uscivano di lì sempre cariche di libri. La mamma si portava dietro una sacca gigantesca del supermercato e ce li infilava dentro neanche fossero pepite d’oro. Era un po’ esagerata, la mamma. Gli altri genitori uscivano dal Bibliobus con uno o due libri alla volta. Lei, sua mamma Sonia, ne prendeva dieci, anche dodici alla volta. E Francesca rimaneva sbalordita per come questo le fosse consentito dai signori e dalle signore del Bibliobus. In nessun altro posto si potevano prendere così tante cose tutte in una volta e senza ricevere nessuna sgridata.
La biblioteca della scuola era decisamente più grande del vecchio Bibliobus. Era una ampia sala lettura con le pareti gialle, un tappetone di plastica composto da blocchi a forma di puzzle tutti colorati. Un puff e almeno dieci scaffali gremiti di libri. Libri, tanti libri per tutte le età dai sei ai dieci anni. Un parco dei divertimenti di carta. Proprio quella mattina, Francesca aveva notato lì, tra quegli scaffali, durante un laboratorio con le altre classi quinte su un libro di Gianni Rodari, che anche alcune sue compagne e alcuni compagni avevano il suo stesso comportamento. Quasi come se per loro i libri fossero ipnotici o magici. In particolare, la sua attenzione era stata catturata da una bambina: Tiffany, la nuova compagna arrivata quest’anno. Era una bambina che appariva quanto meno enigmatica. Francesca sapeva bene cosa era un enigma: un piccolo o grande mistero da risolvere, un rompicapo. E Tiffany sembrava così perché aveva un’aria interrogativa come di chi custodisse un segreto che non poteva rivelare. Stava quasi sempre in silenzio e sapeva pronunciare poche parole per lo più in una lingua che Francesca credeva inglese ma che in verità non sapeva del tutto codificare né tradurre. Era come se non fosse andata a scuola prima di quel momento eppure al tempo stesso pareva custodire un’intelligenza che nessuno dei suoi compagni possedeva. La capacità o l’esigenza di Tiffany di restare a lungo in silenzio faceva un effetto molto grande su Francesca e su gran parte degli altri bambini della classe. Anche quel giorno, quel famoso terribile giorno della nota Tiffany era rimasta a lungo misteriosamente in silenzio ma quella volta lo aveva fatto posizionandosi di fronte allo scaffale dei libri della biblioteca scolastica. E in particolare sembrava proprio con tutta se stessa puntare, fissare, osservare e – così credette Francesca – desiderare con tutta se stessa quel libro colorato di Gianni Rodari. C’era una torta in copertina: oggettivamente bellissima e invitante: veniva voglia di mangiarla. E sotto c’erano due bambini che, sorridenti, la trasportavano correndo. Si chiamava “La torta in cielo”: che titolo meraviglioso. Francesca immagini così fantasiose e capiva perché Tiffany ne fosse così affascinata. Anche Francesca stessa adorava quel libro e quella illustrazione la catturava tutte le volte. Quella torta grande, dall’aria allegra e saporita la metteva in uno stato di spensieratezza che la faceva sentire leggera. Tanto che se lo era annotato nella mente diverse volte per chiedere ai genitori di farselo comprare ma tutte le volte poi arrivava a casa e si scordava di chiederlo. Date queste premesse, era chiaro che Francesca comprendesse al cento per cento la sua compagna Tiffany la quale però non aveva la sua stessa opportunità di un genitore che potesse acquistarglielo con tanta facilità: doveva aiutarla!
Dopo un lungo tempo di attesa ed esitazione, alla fine Francesca si era avvicinata a Tiffany e aveva provato a comunicare con lei. Le aveva detto che lei amava leggere e che a casa aveva tanti libri. E per tutta risposta Tiffany l’aveva fissata con gli occhi grandissimi e all’improvviso anche un po’ strani, quasi misteriosi, anche tristi per un istante. E aveva fatto un gesto inequivocabile che voleva dire: NIENTE. Lei non aveva niente di tutto quello a casa. Ovvero non aveva nemmeno un libro.
“Nemmeno un libro, nemmeno un libro” si ripeteva tra sé e sé Francesca. Era sconvolta. Per Francesca i libri erano importanti e a casa ne aveva parecchi. Tutta una parete traboccante di libri dei suoi genitori più un’intera libreria rosa tutta per lei. Ed è stato quel senso di ingiustizia così grande a spingerla a compiere quello che a tutti gli effetti si poteva definire un furto. Quella discesa lungo le scale fredde e l’ingresso nella biblioteca deserta. Un rapido, indescrivibile momento di gioia nel vedere subito il libro riconoscendolo dal dorso e infine il passo felino e ZAC, il libro era nelle sue mani. Qualche passo ancora e sarebbe stata al sicuro. Peccato che appena uscita dalla porta, a passi felpati come una vera ladra, una voce l’aveva travolta:
- OUUUU. TU, che ci fai con quel libro sotto la maglia.
(Francesca si era nascosta il libro tra la canotta e il maglione)
Era proprio QUELLA bidella. Quella di cui tutti avevano paura. Bastava un suo “OUUUUU” a terrorizzare tutti. E adesso Francesca aveva il cuore in gola.
- Niente non è una risposta. Adesso ti porto dalla maestra e vediamo. Di che classe sei già?
E qui Francesca si era sentita a un bivio. “Sliding doors” come diceva sempre sua mamma: un’espressione che Francesca non sapeva tradurre ma che voleva dire che c’erano ben due possibilità. Una possibilità era dire la verità. L’altra era mentire e farsi portare in una classe non sua. Ma queste seconda ipotesi avrebbe avuto senso? Neanche un po’. Quindi rispose con un filo di voce: quinta A.
- EHHHHH? Cosa? Alza la voce che non ho capito niente.
Uno dei motivi di fraintendimenti frequenti per Francesca era il tono di voce troppo basso. Spesso le persone attorno a lei – adulti ma spesso anche bambini – non sentivano bene le sue parole e le equivocavano. Una volta in seconda aveva detto K-Way ma tutti i suoi compagni avevano capito kiwi e avevano riso quel tanto dal farla sentire tremendamente in imbarazzo. Un’altra volta aveva detto in classe durante una delle prime interrogazioni di scienze ORSO ma tutti avevano capito OSSO: e di nuovo, giù a ridere. Lei sapeva di essere la bambina più fraintesa del mondo e non si stupiva che il destino le avesse dato in sorte un cognome piuttosto chiaro: INTENDINA. Francesca Intendina, la regina dei fraintendimenti. E così aveva alzato la voce:
- QUINTA AAAAAAAAAAAA.
- OUUUUU e non urlare? Cosa urli che stanno facendo tutti lezione. Sei proprio un disastro. Forza andiamo.
La maestra Lorella Ottusini aveva sgranato gli occhi e aveva fatto una smorfia di disgusto alla sola vista di Francesca accompagnata dalla bidella Marisa. Mentre la maestra Chiara Dolci le si era avvicinata con un po’ di apprensione:
- Cosa è successo?
- N N Niente
Aveva bofonchiato Francesca.
- Come niente? Questa qui ha rubato un libro della biblioteca. RUBATO.
Capirete bene che di fronte a quella esternazione la maestra Ottusini non aveva potuto far altro che imporle di portare il diario sulla cattedra e scrivere una nota di demerito. La prima nota della vita di Francesca.
Un’ondata di lacrime stava per travolgerla ma non accadde. Francesca semplicemente rimase immobile e si sentì congelare dalla testa ai piedi come se tutta la sua persona si fosse trasformata in un blocco di ghiaccio. Non sentiva nemmeno più le voci dei suoi compagni.
Le disse la maestra.
E da quel momento in poi la giornata sembrò eterna. All’uscita di scuola sperava che almeno Andrea la salutasse ma lui non lo fece. Guardò dalla parte opposta di Francesca e si mise a chiacchierare con Rebecca e Andrea. E nessun altro le rivolse la parola. Francesca sapeva che la sua classe era un po’ strana: quando succedeva qualcosa di brutto, non sapevano unirsi. Era un gruppo di bambini dal grande potenziale ma un po’… disunito, come ripetevano spesso le maestre.
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