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La Stanza Chiusa

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Consegna prevista Aprile 2027
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Una cassaforte vuota. Un uomo in fin di vita. Una verità che qualcuno è disposto a uccidere per proteggere.
Quando Sebastiano Della Torre viene trovato gravemente ferito nel suo appartamento sul Gianicolo, i suoi figli, Damon e Alex, si ritrovano coinvolti in un’indagine che va ben oltre un tentato omicidio. Documenti scomparsi, messaggi anonimi e segreti sepolti li trascinano in una rete di bugie, potere e tradimenti dove ogni risposta apre un nuovo mistero.
In una Roma affascinante e oscura, nulla è come appare e nessuno può più fidarsi di chi ha accanto. Mentre il passato riaffiora, il confine tra giustizia e sopravvivenza diventa sempre più sottile.
La Stanza Chiusa è un thriller ricco di suspense e colpi di scena, capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
Perché alcune porte vengono chiuse per nascondere la verità. E una volta aperte, niente sarà più come prima.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché sentivo il bisogno di dare forma narrativa a una passione che mi accompagna da sempre: osservare, interpretare e costruire storie. Dopo anni come grafico, abituato a raccontare per immagini, ho voluto misurarmi con la scrittura. Il giallo è diventato il linguaggio ideale per esplorare tensione, mistero e umanità. È il mio primo romanzo e nasce dal desiderio di trasformare intuizioni e osservazioni in una storia compiuta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ombre su Trastevere

L’uomo era riverso sul pavimento dello studio. Il sangue si allargava lentamente sul parquet. La cassaforte era spalancata. Vuota. Sul telefono comparve un solo messaggio: «Se parli, moriranno tutti».

48h prima…

Sebastiano varcò la soglia dell’appartamento sul Gianicolo con i movimenti di chi compie un gesto mille volte ripetuto: la mano sulla maniglia, il corpo che si piegava leggermente in avanti, i piedi che trovavano il loro posto sul parquet consunto. Nulla di nuovo in quei corridoi da decenni. Nulla che sorprendesse più lo sguardo.

Chiuse la porta alle spalle. Il suono secco della serratura gli ricordò il silenzio che avrebbe trovato dentro. La casa sul Gianicolo non aveva mai saputo accogliere con calore; aveva solo ospitato, indifferente, i corpi che la abitavano.

Percorse il corridoio verso lo studio. I passi erano lenti, misurati. La spalla destra gli faceva male, un dolore sordo che lo accompagnava da settimane, e il fiato non veniva più con la facilità di una volta. Sessantotto anni pesavano diversamente quando si portavano addosso decenni di scelte che non potevano essere disdette.

Lo studio era come l’aveva lasciato: carte sparse sulla scrivania, la scatola di latta con le chiavi, il registratore portatile spento. Tutto al suo posto.

Si sedette sulla sedia di pelle consumata dal peso degli anni. Accese la lampada. La luce illuminò le mappe dei cantieri, i numeri, i nomi che aveva imparato a non pronunciare ad alta voce.

Aprì il primo cassetto: la ricevuta bancaria era ancora lì, piegata in quattro, con alcuni numeri scritti a penna sul retro, numeri che gli erano sembrati importanti, abbastanza da conservarli. Li scorse senza cercare spiegazioni immediate.

Rimase immobile qualche minuto. Non era sorpresa quello che provava. Era qualcosa di più freddo, più calcolato. Qualcuno era stato lì. Qualcuno sapeva.

Si avvicinò alla cassaforte: la porta era ancora aperta, proprio come quella mattina. Dentro, vuoto. I dossier non c’erano più. Anche le copie che aveva tenuto separate da quelle che Valerio custodiva presso lo studio legale erano scomparse.

Tornò alla scrivania e prese il registratore. Premette play. La voce di Pietro Salvatori riempì la stanza, distorta, incompleta. File corrotto. Anche quello.

Spense il registratore e lo posò con cura. Si fermò, ascoltò. Nella casa non c’era altro che il ronzio del frigorifero e il rumore lontano del traffico. Eppure sentiva qualcosa: una presenza che non era più lì, ma che era stata.

Allungò la mano verso il solito nascondiglio vicino alla scrivania. Il dispositivo era ancora al suo posto. Lo estrasse: freddo al tatto, spento. La tessera plastificata giaceva accanto, con quei numeri e quella frase che guardava da anni, più un piccolo mistero familiare che una spiegazione.

Si sedette di nuovo. Guardò la tessera, poi il dispositivo, poi le mani — vecchie, macchiate — che tremavano leggermente.

Non tremavano di paura. Tremavano di rabbia.

La rabbia si dissolse lentamente, lasciando posto a una stanchezza diversa da quella fisica. Sebastiano rimase seduto, lo sguardo fisso sulla tessera e sul dispositivo spento. Il silenzio dell’appartamento premeva contro le pareti come una cosa viva. Dopo qualche minuto riprese il dispositivo e lo girò tra le dita. Freddo. Morto. Proprio come lui, in fondo.

Si alzò con fatica. Le articolazioni protestarono. Attraversò il corridoio buio del Gianicolo fino alla finestra del salotto. La città si stendeva sotto di lui, indifferente, punteggiata di luci che non gli appartenevano. Nessuno laggiù sapeva della cassaforte vuota, di quelle mani che tremavano, di quella rabbia senza più dove andare.

Accese il telefono e compose un numero che non usava da settimane.

«Valerio,» disse quando la voce rispose. «Siamo stati compromessi.»

Dall’altro capo un silenzio. Poi: «Quando è avvenuto?»

«Non lo so esattamente. I documenti non ci sono più.»

«Capito. Prendo contatti. Rimani reperibile.»

La linea si interruppe.

Rimase con il telefono in mano, ascoltando il nulla. Qualcuno aveva violato il suo spazio, toccato le cose che aveva protetto per anni. Non era una semplice intrusione. Era una dichiarazione: qualcuno gli stava dicendo che non controllava più nulla, nemmeno la propria casa.

Tornò nello studio. I fogli con le mappe dei cantieri erano ancora lì, sparsi sulla scrivania come rifiuti. Li guardò senza vederli davvero. Poi riprese il telefono e compose un altro numero.

«Pietro,» disse quando rispose. «Abbiamo un problema.»

«Che tipo di compromesso?» rispose lui, calmo.

«Qualcuno lo sa. Qualcuno ha accesso.»

Un silenzio più lungo. «Sei sicuro?»

«La cassaforte è stata aperta. I dossier non ci sono più.»

«Non parlarne al telefono. Domani mattina, al solito.»

La comunicazione terminò.

Si sedette di nuovo alla scrivania. Le mani avevano smesso di tremare; sentiva solo una freddezza lucida, quella che arriva quando il pericolo diventa concreto e non c’è più spazio per l’ira. Doveva pensare. Doveva capire chi aveva fatto questo e perché non lo avesse ancora contattato.

Perché, se qualcuno aveva i documenti, avrebbe dovuto chiedere qualcosa: denaro, silenzio, protezione. Invece niente. Solo vuoto e silenzio.

Questo lo preoccupava più di tutto il resto.

La notte calava sui corridoi dell’ospedale periferico con la stessa indifferenza con cui scendeva sul resto della città. Damon percorreva il reparto di pronto soccorso durante il turno di notte, e ogni passo risuonava sulle pareti sotto le luci fluorescenti sempre accese. Era la sua seconda pelle ormai, questo ambiente: le ferite che non poteva risolvere, i dolori a ondate, i visi disperati dietro le porte scorrevoli.

Aveva iniziato il turno alle venti. Erano passate tre ore e mezza e il pronto soccorso manteneva quel ritmo irregolare tipico delle notti feriali: non abbastanza tranquillo per permettersi di pensare, non abbastanza caotico da assorbire completamente l’attenzione. Si trovava in quello spazio intermedio dove la stanchezza cominciava a farsi sentire, ma il corpo non cedeva ancora.

Controllava i parametri di un paziente quando il telefono vibrò nella tasca del camice. Guardò lo schermo: un numero che riconosceva pur non essendo salvato. Suo padre. A quest’ora. Sentì qualcosa contrarsi nello stomaco.

Si spostò verso l’angolo più tranquillo del reparto, accanto alla finestra che dava sul parcheggio semi-vuoto, e rispose.

«Sì?»

«Damon.» La voce di Sebastiano era piatta, controllata. «Hai un minuto?»

«Sono al lavoro. Che succede?»

«Non è urgente. Solo… hai sentito qualcosa da Alex, stasera?»

Socchiuse gli occhi. Suo padre non chiamava mai così, senza motivo. E non chiedeva mai di Alex in quel modo.

«No. Perché?»

«Mi chiedevo dove fosse.» Pausa. «Stai bene, però?»

«Sì, papà. Tutto normale. Turno tranquillo finora.» Abbassò il tono. «C’è qualcosa che non mi dici?»

«No. Riposa bene. Non lavorare troppo.»

La chiamata terminò. Rimase con il telefono in mano, guardando il parcheggio buio. Suo padre non era il tipo da fare chiamate del genere senza ragione. E quella domanda su Alex aveva un peso diverso, qualcosa di sottile che non riusciva a definire.

Un’infermiera passò accanto a lui con una cartella clinica: Giulia, una collega che aveva iniziato sei mesi prima. Aveva gli occhi stanchi e i capelli legati dietro la nuca in modo disordinato.

«Tutto a posto? Sembri… lontano.» chiese lei, notando l’espressione.

«Sì. Mio padre ha chiamato.» Mise il telefono in tasca. «Niente di cui preoccuparsi.»

Giulia annuì, ma lo sguardo le rimase addosso un momento, come se capisse che non era del tutto vero. Poi proseguì verso la sala d’attesa.

Tornò ai suoi pazienti, ma la chiamata gli continuava a girare in testa mentre si muoveva tra i letti, controllava monitor, annotava sulle cartelle. Quella freddezza controllata nella voce, quella domanda su Alex. Suo padre non era un uomo che faceva mosse senza ragione. Se stava cercando di capire dove fosse suo fratello, significava che qualcosa era successo.

Passò un’ora. Poi un’altra. Il pronto soccorso rimase a quel livello di attività costante che non permetteva di fermarsi: un incidente stradale portò due persone, un anziano con dolori al petto, una ragazza con una ferita da taglio al braccio. Lavorò, fece quello che doveva fare, ma una parte della sua attenzione restava altrove.

Verso le due di notte, durante una breve pausa, controllò di nuovo il telefono. Nessun messaggio da Alex. Nessuno da suo padre. Pensò di chiamare il fratello, ma cosa avrebbe detto? «Papà ha chiamato e ha fatto domande strane», avrebbe pensato, sembrando paranoico.

Rimase seduto sulla sedia della sala pausa, con una tazza di caffè freddo tra le mani, ascoltando i rumori dell’ospedale che continuavano indisturbati intorno a lui: i corridoi, le luci sempre accese, i visi dei pazienti che arrivavano e se ne andavano. Una vita parallela alla sua, separata dalla famiglia, dalle cose che succedevano fuori da queste pareti.

Ma quella separazione, in quel momento, non gli sembrò più un rifugio. Sembrò soltanto un isolamento.

La notte si trascinava nei tre quartieri di Roma con la stessa indifferenza che aveva caratterizzato i mesi precedenti. Nessuno di loro aveva tentato davvero di colmare la distanza. Era più facile vivere in parallelo, fingendo che il silenzio fosse una scelta consapevole piuttosto che un fallimento.

Sebastiano sedeva nello studio del Gianicolo con una tazza di tè freddo accanto ai fogli sparsi sulla scrivania. Le mani tremavano mentre riordinava le mappe dei cantieri, gesto meccanico che non serviva a nulla se non a occupare il tempo. La cassaforte rimasta aperta dietro di lui era un’accusa silenziosa. Aveva controllato tre volte il contenuto, come se una quarta verifica potesse far riapparire ciò che era stato tolto. Non era così. I dossier non tornavano da soli.

Prese il telefono, esitò, poi compose il numero di Alex.

La chiamata squillò quattro volte prima che suo figlio rispondesse.

«Dimmi.»

«Sono io.» Sebastiano ascoltò il silenzio dall’altra parte. «Hai notizie?»

«Di cosa parli, papà?»

La voce di Alex era fredda, controllata. Sebastiano riconobbe quel tono: lo stesso che usava quando mentiva o quando sapeva qualcosa che fingeva di non sapere.

«Dei documenti. Della cassaforte.»

«Non ho toccato la tua cassaforte.» Alex pronunciò la frase con la precisione di chi sceglie le parole come coordinate. «Se è stata svaligiata, non sono stato io. Chiamare la polizia magari non ti piace come soluzione, ma è l’unica pratica.»

Sebastiano chiuse gli occhi. «Non mi mentire, Alex. Non adesso.»

«Non ti sto mentendo.» La voce di Alex restava piatta, con un accenno di sarcasmo asciutto. «Se vuoi che indaghi, spiegami cosa ti aspetti che faccia, e quanto vuoi che rischi.»

La linea rimase aperta per alcuni secondi. Sebastiano poté udire il rumore di fondo del quartiere dove viveva suo figlio, forse il ronzio dei server, o solo il silenzio amplificato dalla distanza.

«Dov’è Damon?» chiese.

«All’ospedale, dove lavora.»

«Lo sai con certezza?»

«Sì.»

Sebastiano riattaccò senza dire altro.

A pochi chilometri di distanza, nel quartiere della cybersecurity, Alex rimase seduto davanti ai suoi schermi. La chiamata lo colse di sorpresa, ma non per il contenuto: sapeva già della cassaforte — e di molte altre cose. Quello che non sapeva era se suo padre avesse capito che lui lo sapeva. Aprì un file criptato sul computer, il backup che aveva estratto settimane prima dai sistemi di Sebastiano. I dossier erano lì, al sicuro; suo padre poteva cercare quanto voleva, non li avrebbe mai trovati.

Mandò un messaggio a Noor, l’hacker freelance con cui lavorava da mesi e l’unica a conoscere i suoi backup: «Situazione incasinata. Poco tempo.»

La risposta di Noor arrivò quasi subito, secca come sempre: «Quanto poco?»

«Non lo so ancora.»

Nel pronto soccorso dell’ospedale periferico, Damon stava controllando i parametri di un paziente quando Giulia gli si avvicinò con una cartella.

«Stai bene?» chiese lei.

«Sì, perché?»

«Sembri distratto. Da quando hai fatto quella pausa.»

Damon non rispose subito. Aveva ricevuto un messaggio da suo padre poco prima, un semplice “Chiamami quando puoi”. Non l’aveva fatto; non sapeva cosa dire né cosa volesse suo padre.

«Solo stanco», disse a Giulia. «Troppi turni di fila.»

Lei annuì, ma non sembrò completamente convinta. Rimase accanto per un momento, come in attesa. Poi se ne andò.

Tornò a guardare i monitor: i battiti continuavano regolari, indifferenti ai problemi fuori da quelle pareti. Qui era facile affrontare problemi che poteva risolvere; più difficile era ciò che stava accadendo con il padre e il fratello. Prese il telefono, guardò il messaggio di Sebastiano e lo mise via senza rispondere.

La sera avanzava. I tre uomini della stessa famiglia abitavano in tre quartieri diversi di Roma, separati da chilometri di strade e da decenni di silenzi. Non avevano mai provato a colmare quella distanza; era più facile vivere in parallelo, fingendo che il silenzio fosse una scelta. Ma quella sera, mentre le luci della città si accendevano una dopo l’altra, il silenzio non parve più una scelta: apparve per quello che era sempre stato, un fallimento che nessuno aveva il coraggio di affrontare.

La notte aveva già preso possesso dei vicoli di Trastevere quando Alex si trovò a camminare senza una meta precisa. Le luci dei lampioni creavano isole di calore tra spazi sempre più oscuri, e lui si muoveva tra quei confini con la naturalezza di chi conosceva ogni pietra, ogni angolo. La visibilità calava insieme al sole, e con essa anche la possibilità di essere riconosciuto.

Aveva ricevuto il messaggio di Sebastiano poco prima di lasciare l’ufficio. Non l’aveva nemmeno aperto. Sapeva già cosa conteneva: la solita richiesta velata, un tentativo di controllo mascherato da preoccupazione paterna. Alex aveva imparato anni fa a riconoscere questi schemi, a decodificarli come se fossero codici cifrati.

Ora camminava lungo via della Lungaretta, le mani in tasca, lo sguardo fisso. I turisti erano spariti, sostituiti da qualche romano che rincasava tardi. Le finestre dei ristoranti brillavano ancora, ma il rumore della sera cedeva al silenzio della notte.

Il telefono vibrò di nuovo. Questa volta era Damon.

Alex rallentò il passo, leggendo il messaggio senza fermarsi. «Dove sei? Papà ha chiamato l’ospedale cercandoti. Preoccupato.»

Preoccupato. La parola gli sembrò fuori luogo, quasi comica. Sebastiano non era mai stato preoccupato per niente se non per i suoi affari, per le sue carte, per il controllo che esercitava su tutto ciò che lo circondava. Ma Alex sapeva che Damon non mentiva. Suo fratello non aveva la capacità di ingannare, nemmeno quando avrebbe dovuto.

Rispose con un semplice: «Sto bene. Non dirgli nulla.»

Continuò a camminare. Una coppia lo superò in fretta; le loro voci furono sommerse dai passi. Notò la donna che teneva la mano dell’uomo con una naturalezza che gli parve estranea. Non ricordava l’ultima volta che aveva provato qualcosa di simile.

Arrivò a piazza di Santa Maria in Trastevere. La chiesa si ergeva silenziosa, la facciata illuminata da riflettori che creavano ombre lunghe. Poche persone sedevano sui gradini. Si fermò, osservando la scena da una distanza prudente.

Il suo telefono squillò. Damon, stavolta con una chiamata diretta.

Alex rispose e portò il telefono all’orecchio. «Pronto.»

«Dove diavolo sei?» La voce del fratello era tesa, controllata, ma con uno strato d’irritazione che Alex riconobbe bene.

«A Trastevere. Avevo bisogno di camminare.»

«Papà è in uno stato strano. Ha detto che qualcosa non va. Che ha sentito rumori in casa, che qualcosa è stato toccato.»

Alex rimase in silenzio per un momento. Sapeva esattamente cosa Sebastiano aveva scoperto. O almeno sapeva che aveva iniziato a scoprire.

«Damon, ascoltami. È tutto sotto controllo. Non preoccuparti.»

«Non è una risposta. Alex, che cosa sta succedendo?»

«Niente che riguardi te. Continua a fare il tuo lavoro all’ospedale e non fare domande.»

«Non funziona così. Siamo famiglia.»

La parola famiglia rimase sospesa tra loro, pesante e inadeguata. Alex chiuse gli occhi per un attimo, sentendo il freddo della sera attraversare la giacca.

«Proprio per questo, non fare domande,» disse infine.

Riattaccò prima che Damon potesse rispondere. Sapeva che suo fratello avrebbe richiamato, ma non aveva intenzione di rispondere. Non ancora. Non finché non avesse capito esattamente cosa Sebastiano sapeva, cosa aveva visto, cosa gli mancava.

Riprese a camminare, allontanandosi dalla piazza. I vicoli si restringevano intorno a lui, le case si accumulavano l’una sull’altra come se volessero proteggersi dal buio. Era l’ora in cui i segreti si custodivano più facilmente, quando la visibilità calava insieme alla capacità di controllare ciò che accadeva nelle ombre.

Tirò fuori il telefono e aprì l’app di accesso remoto. Aveva installato un sistema di monitoraggio nell’appartamento del Gianicolo settimane prima: un piccolo dispositivo nascosto dietro il quadro della cucina. Non era difficile per chi sapeva cosa fare.

Le immagini apparvero sullo schermo. Sebastiano era seduto nello studio, davanti alla scrivania; le mani tremavano leggermente mentre sfogliava i documenti sparsi. La cassaforte era aperta. Vuota.

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Andrea Giorgio
Andrea Giorgio nasce a Siracusa nel 1981 e vive a Roma dal 2007. Grafico di professione, ha sempre affiancato alla creatività visiva una profonda passione per la narrazione e per tutto ciò che si cela dietro l'apparenza. Affascinato dai misteri, dalle storie che sfidano la logica e dai dettagli che spesso passano inosservati, trova nella scrittura il modo più autentico per dare vita a mondi, personaggi e interrogativi capaci di coinvolgere il lettore fino all'ultima pagina. Questo romanzo segna il suo esordio editoriale e rappresenta l'inizio di un percorso nato dal desiderio di raccontare storie che lascino il segno.
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