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Witchborn – Gli intrighi arcani di Bethnal Green

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Consegna prevista Aprile 2027
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Nessun segreto resta sepolto per sempre. Ma a forza di scavare, il pericolo è bruciarsi col fuoco degli inferi.

Londra 1847.
Lontani dalla caccia alle streghe, ma troppo vicini alle regole non scritte della società vittoriana. Praticare arti magiche è un reato. Avere sangue Wiccan equivale a una pena di morte.
Ma Abygail vuole capire il perché di quel suo sogno che si ripete da anni, vuole scavare tra i segreti più oscuri che aleggiano attorno a Bethnal Green. A volte però la sete di risposte non spegne le fiamme infernali, nemmeno quelle del Regno di Oryndral.

” «Bravissima, hai capito a cosa serve. Ora pronuncia queste parole: Aenys èulth ammùstras tui. Ethras lumar ei’ul eth’yr et làssas ei’ul verùth tui» non sono per niente brava a parlare il Lunt’AEG ma, in mia difesa, ho una memoria di ferro. ”

Perché ho scritto questo libro?

Nel 1847 le donne erano intrappolate in gabbie fatte di corsetti e rigide convenzioni sociali. Si usciva da un’era di caccia alle streghe e si andava incontro a una società più all’avanguardia, dove l’industrializzazione apriva le porte del futuro. È l’epoca del doppio, dei segreti inconfessabili. Ho scritto “Witchborn” perché volevo immergermi in questo paradosso: una città illuminata dal progresso ma al contempo giostrata dall’occulto che si era solo nascosto tra i salotti della nobiltà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. LE OMBRE DI BETHNAL GREEN

ABYGAIL

Io e Annie siamo state fortunate sin da piccole, non un accenno di malanno, nemmeno ora che terribili morbi si insinuano nelle case della povera gente. Marianne, da quando la mamma non c’è più, si preoccupa di farci trovare sempre degli strani intrugli che, per consistenza e sapore, vanno buttati giù senza passare per le papille gustative. Sono però un toccasana, dovrò sicuramente chiederle di potermeli annotare su un quaderno. Non so quanti anni abbia Marianne, ma sicuramente non è una fanciulla nel fiore degli anni.

Perché stavo pensando a queste cose proprio ora? Non lo so… sarà l’arrivo dell’inverno, la tranquillità della sera, oppure…

«Comunque pensavo» dico a voce alta «che siamo davvero due ragazze fortunate nonostante il nostro trascorso».

«Ti ho detto milioni di volte di comunicare con me come una persona normale!» Ah, ecco! Era Annie ad avere i pensieri nostalgici. Mi ero intrufolata nella sua mente senza volerlo. Per l’ennesima volta.

«Su, non ho fatto niente di male» le dico in tono scherzoso.

«Con te nei paraggi bisogna stare continuamente in allerta» dice Annie imbronciata.

Annie, la mia sorellina, è sempre stata parecchio suscettibile a questa mia capacità di poter leggere le menti. Non posso controllarlo, è davvero difficile, non lo faccio di proposito. Quando andiamo al mercato comincia il mio calvario personale: il mal di testa è assicurato. Tutte quelle persone, tutti quei pensieri… e che pensieri. A volte vorrei davvero essere una persona normale.

«…in ogni caso sì, siamo fortunate» riprende Annie, pavoneggiandosi, «se non fosse stato per me a quest’ora saremmo tutte morte di freddo. Per quanto costa il carbone non avremmo potuto concederci un riscaldamento come quello che ci permettiamo da… beh, sempre!»

Abbiamo scoperto sin da subito che mia sorella Annie era in grado di generare calore, anzi, molto peggio: è una sorta di drago umano, anche se il fuoco lo emette semplicemente dalle mani.

«A proposito, la legnaia piange, dobbiamo fare scorta; potremmo controllare lungo il fiume, magari la corrente di questi giorni ha portato qualcosa per noi» afferma Marianne.

«Con questa umidità non si asciugherà mai per tempo» si lamenta Annie come è solita fare.

«Andiamo domattina all’alba» ribatto, come se non avessi sentito la lamentela di mia sorella.

«Così il verdetto è stato emesso» dice Annie a bassa voce, alzando gli occhi al cielo e borbottando una mia scarsa imitazione.

«Corretto. Anzi, se avessi imparato a emettere solo aria calda dal naso…» ridacchio.

«Ehi!»

«Abygail, tua sorella non è un drago».

«Grazie Marianne».

«Dillo ad alta voce se hai il coraggio!» grido ad Annie.

«Non ho niente da dichiarare, Mentisia».

«Vieni qui, che ti spengo con le mie mani» dico a mia sorella mentre la rincorro e lei si divincola ridendo.

«Basta!» L’acuto della voce di Marianne per poco non ci perfora i timpani.

Marianne si prende cura di noi, o meglio ci sopporta, da tanti anni. Non è mai stata costretta da nessuno a farlo, ma ha capito fin da subito che avevamo decisamente bisogno di aiuto; di sicuro non l’aiuto che darebbe una badante a un vecchio o una bambinaia a degli infanti, no, un aiuto ben diverso. Il suo. Quando la mamma era ancora in salute usciva molto presto per via del lavoro. Doveva arrivare fino a un quartiere benestante di Londra, il Rotherhithe, al castello (sebbene non lo fosse, ma ai nostri occhi lo era eccome) della duchessa Evelyn Cavendish, moglie del Duca di Devonshire Edmund Cavendish IV; una reggia con tanto di giardini, roseti e labirinti di cespugli tenuti meticolosamente da tutto l’entourage di giardinieri e una scuderia con dei bellissimi purosangue inglesi. Il Duca amava alla follia i suoi cavalli: erano talmente tirati a lucido che su quei manti bruni e fulvi ci si poteva specchiare.

Il duca e la duchessa Cavendish, nonostante il loro titolo nobiliare e il loro status sociale, erano delle brave persone. Nella loro dimora prestavano servizio una cinquantina di lavoratori, tutti con delle mansioni diverse: collaboratori domestici, cuochi, giardinieri, scudieri e insegnanti.

Solamente dieci di queste persone erano incaricate di seguire l’educazione del figlio del Duca, il giovane Alexander Cavendish, unico erede della famiglia. L’avevo visto di rado, forse tre o quattro volte e sempre di sfuggita, quando ho dovuto sostituire la mamma nei primi stadi della sua malattia. Nonostante lo avessi visto così poche volte, un dettaglio mi era rimasto ben impresso nella mente: i suoi occhi. Lo sguardo era decisamente agghiacciante, penetrante; il colore era davvero inusuale: sembravano grigi, ma quando la luce li colpiva, tendevano al lilla, violetto, come il colore della lavanda. Non sosteneva mai a lungo lo sguardo, anzi, quasi come se fosse sopraffatto dalla timidezza, lo distoglieva in meno che non si dica. Quando capitava di guardarci a vicenda provavo curiosità ma al contempo timore, come se fosse in grado di decifrare i miei pensieri… accidenti, doveva sentirsi esattamente così Annie nei miei confronti…

Beh, poco male, ha sempre fatto di peggio.

Ho costantemente esternato il mio lato duro nei confronti di mia sorella, ma le voglio e le ho sempre voluto un gran bene e mi sento particolarmente protettiva nei suoi confronti. Forse è proprio questo uno dei motivi per i quali tendevo a perdermi nella sua mente. Oh… capisco.

Bene, saprò come giustificarmi alla prossima discussione su questo tema. Tornando al figlio del duca, ogni volta che mi era capitato di vederlo per i corridoi della sua dimora, provavo una strana sensazione, come una connessione molto elettrica; mi venivano i brividi, sembravamo connessi. Avendo sempre avuto fretta, non sono mai riuscita a soffermarmi troppo sui suoi pensieri; l’unica volta che ci avevo provato avevo avvertito talmente tanta confusione da non essere riuscita a captare nulla, se non rumori sinistri, striduli e sgradevoli, come le unghie su una lavagna, come spiriti erranti in cerca d’aiuto. E io lo sapevo bene.

In quel giorno, dopo quello specifico episodio, provai direttamente a evitarlo per non ricadere in quel caos delirante. Onestamente non capivo come non potesse avere dei pensieri più limpidi e distinti come tutte le persone normali; esternamente, in effetti, sembrava un ragazzo un po’ disturbato, cupo, solitario. La sua pelle pallida, quasi traslucida, dalla quale spiccavano delle piccole lentiggini sfumate, contrastava con quello strano colore di occhi… sembravano le sfumature del cielo al crepuscolo. Aveva dei bellissimi capelli lucenti, mossi, castano chiaro, che gli ricadevano in ciocche disordinate sulla fronte, come se cercasse di nascondersi dal mondo. Sembrava di poche parole, forse lo era, non ho mai avuto modo di constatarlo di persona; preferiva gli angoli silenziosi della biblioteca di famiglia, dove si chiudeva interi pomeriggi a leggere e ad acculturarsi.

«Forse dovremmo spingerci oltre il Tamigi per andare a raccogliere la legna» dice Marianne mentre poggia la sua vecchia tazza di terracotta con un gesto lento. Il vapore le sfiora il viso, ma sembra non accorgersene, tant’è concentrata a pensare a cosa dire. «Come diceva anche Annie, non riusciremo ad asciugarla per poterla usare subito se la raccogliamo ai margini del fiume. Abbiamo la fortuna di avere tanti parchi nei dintorni… ma ricordatevi: mai…»

«…mai prendere i rami dalla fonte principale e ringraziare sempre la fonte che ce li dona» ripetiamo io e Annie all’unisono.

«Allora mi ascoltate ogni tanto» ci dice sarcasticamente Marianne, mentre sghignazza tra sé e sé. «Comunque, partendo all’alba, sarà ancora buio. Quindi per favore, sempre in allerta e prestate estrema attenzione a come parlate dei vostri poteri. Così come dovrete andarci con cautela nell’utilizzarli».

«E se dobbiamo difenderci da qualche furfante notturno? Non possiamo farne a meno, non conosciamo altri metodi di difesa se non i nostri!» ribatte Annie.

«Marianne, tra tutte le regole che ci vengono imposte, non ne esiste una che preveda l’annullamento della memoria a breve termine in certe occasioni?» le chiedo.

«No, fanciulle mie. Ciò che conosciamo riguardo l’esoterismo e la magia deve essere gestito con intelligenza e parsimonia e, soprattutto, con discrezione. È un dono che abbiamo ricevuto dai nostri avi, è nel nostro sangue, non possiamo cambiarlo, non possiamo scegliere di possedere queste capacità o no; l’unica cosa che possiamo fare è studiare e cercare di imparare a usare le nostre conoscenze nella maniera più corretta, senza recare danno al prossimo. Ora che siete più grandi è arrivato il momento di insegnarvi a domare con sicurezza i vostri doni e riuscire a usarli in caso di attacco, per vostra unica e sola difesa personale. Per nient’altro. Sono stata chiara?»

«Certo, Marianne» diciamo io e mia sorella, un po’ sconcertate e soprattutto un po’ destabilizzate da questo discorso scaturito da una constatazione assolutamente lecita da parte di Annie. Effettivamente in passato non abbiamo mai avuto l’occasione di affrontare un discorso simile, perché finora non ce n’era mai stato il bisogno. Ma era come se Marianne percepisse nell’aria l’arrivo di qualcosa di terribile o come se sapesse già che, in un lasso temporale non troppo lontano dal presente, sarebbe successo qualcosa per cui dovessimo approfondire le nostre conoscenze di difesa. Il suo viso sembra effettivamente turbato, dunque non voglio pressarla con troppe domande, né il mio potere ha mai avuto alcun effetto sulla sua mente; da brava mentore aveva imparato subito a schermare i suoi pensieri da me. Probabilmente già da quando ero piccola sapeva che prima o poi sarei migliorata con la mia abilità, quindi negli anni ha avuto modo di allenarsi a rinforzare se stessa e difendere i suoi segreti da me. Quello che però Marianne non sa è che anche io ho imparato a rinforzare le mie capacità, diventando ogni giorno più brava a selezionare le menti che desidero leggere e addentrarmi nei meandri più bui della coscienza delle persone. Sono sicura che un giorno non troppo lontano sarei riuscita a capire il perché Marianne ultimamente è sempre più cupa e misteriosa nei nostri confronti… anzi, precisamente nei miei.

Oh, andiamo Abby, come al solito pensi troppo e ti fai trascinare verso argomenti che scorrono come ruscelli in piena e non c’è modo di risalita. Meglio iniziare a remare verso le rive, per evitare di precipitare dalla cascata.

«E ora andate a prepararvi per la notte ragazze, domattina dovremo svegliarci ben prima che il gallo inizi a cantare» disse Marianne con dolcezza e premura.

«Buonanotte Mary» Annie si avvicina per abbracciare Marianne.

«Buonanotte anche a te cara» dice ad Annie dandole un bacio sulla tempia.

«Buonanotte Mary, ci svegli tu tra qualche ora?» chiedo.

«Certo mia cara, riposatevi» mi dice Marianne stringendomi in un abbraccio e dando anche a me un bacetto sulla fronte.

«Grazie, a domani».

«A domani ragazze, riposate bene».

Io e Annie, mentre saliamo sul soppalco, ci scrutiamo nel buio, come per cercare di comunicare tra noi e commentare, in silenzio, tutto quello strano discorso di Marianne.

“Lo so che stai ascoltando e anche se non leggo nella tua mente, so anche a cosa stai pensando Abby. E sono d’accordo con te, Marianne ci tiene nascosto qualcosa, non credi?”

Con il capo annuisco, la spingo velocemente verso il sottotetto per cercare di spiegarle ciò che mi ha turbata.

«C’era qualcosa di strano nella sua voce e nel suo sguardo, come se volesse metterci in guardia da un pericolo o… da qualcuno» dico sottovoce ad Annie.

“Qualcuno? E chi potrebbe essere nello specifico?” mi chiede Annie attraverso la sua mente per limitare al minimo i rumori e le conversazioni.

«Non lo so. Sembrava quasi spaventata… dobbiamo indagare» le rispondo.

“Indagare? Sforzati tu con i tuoi poteri!” mi provoca lei.

Non le rispondo perché so che avrei alzato troppo la voce, così le pizzico il braccio facendola sobbalzare e sbattere la testa dritta sulla parte bassa del soffitto dove ci eravamo rintanate a parlare per non farci sentire. Le metto subito una mano sulla bocca per evitare che gridasse, ma non c’era bisogno perché i peggiori insulti me li stava trasmettendo telepaticamente.

«Tutto bene ragazze? Cos’era quel rumore?» chiede Mary dal piano di sotto.

«Niente, niente! Annie ha sbattuto la testa mentre si metteva sotto le coperte, tutto regolare» rispondo.

«Mi chiedo come faccia quella ragazza a crescere così velocemente» dice Marianne dal piano inferiore.

«’Notte Mary!»

2. L’AVVERTIMENTO DELLA FORESTA DI MALASPIRA

MARIANNE

Abygail e Annie dormono profondamente, avvolte nelle coperte come due cuccioli indifesi. Mi dispiace doverle svegliare nel cuore della notte, ma la disciplina è una delle virtù che hanno bisogno di coltivare; è fondamentale per rafforzarle come donne indipendenti e come Wiccan. La sveglia nel cuore della notte è uno strazio, ma sono questi piccoli sacrifici che, sommati con altri, formano a dovere una persona. Sono più di centosanta anni che vengo educata in questo modo ed eccomi qui, in piedi sulle mie gambe con la forza di una trentenne. Meno male che ho imparato subito la tecnica di schermatura della mente, quella piccola peste avrebbe scoperto troppe cose… tra cui la mia vera età! Beh, per avere centocinquant’anni, quasi centocinquantuno, ritengo di portarmeli divinamente.

Mi muovo nella casa in silenzio, preparandomi a svegliarle e controllando ogni angolo per assicurarmi che tutto sia al suo posto. Prima che le ragazze si sveglino, sento la necessità di un momento da dedicare a me stessa e alle energie che percepisco fluire con più forza, come se mi stiano preparando ad accogliere qualcosa di importante.

Mi avvicino al letto di Annie, sapendo che sarebbe stata la più difficile da svegliare. La ragazza è più giovane, sì, ma ha una tempra già decisa, a volte anche troppo. Se avessi lasciato che la sua testardaggine prevalesse, non solo avrebbe finito per mettersi in pericolo con le sue stesse mani, ma avrebbe forse scoperto troppo presto segreti che non era pronta a conoscere. E quel fuoco che arde in lei fisicamente si sta facendo sentire sempre di più anche nelle sue parole e nei suoi modi di affrontare la vita. Da una parte mi rasserena tutto ciò; significa che non dovrò preoccuparmi di difenderla da figure oscure o da comuni malintenzionati.

Le tocco la spalla con delicatezza, sussurrando il suo nome. Dopo pochi istanti, Annie sbatte le palpebre, guardandomi confusa.

«È già ora? Ma fuori è ancora buio…» mormora, tirandosi la coperta sopra la testa.

«Su, alzati. C’è della legna che ci aspetta e non possiamo permetterci di aspettare il sole. Tua sorella dov’è?» le chiedo a bassa voce, indicando il letto vuoto della sorella.

«Si sarà già alzata. Forse è scesa a preparare la colazione alla sua SORELLA PREFERITA!» dice Annie evidenziando a gran voce le ultime parole.

«Non serve che gridi così Fiammetta, sono qui» risponde Abby sbucando dal buio del soppalco.

«Che c’è Abby?» La vedo cupa, per quanto sia in grado di vederci qualcosa con tutta quell’oscurità.

«Mary, è possibile che abbia avuto un sogno rivelatore?» mi domanda Abby, evidentemente turbata.

«Abby, partiamo dal presupposto che nulla è impossibile. Ora tranquillizzati e raccontami cos’hai visto».

«Va beh, ho capito, gita al parco saltata. Mi rimetto a dormire» sbuffa Annie, girandosi dal lato opposto.

«Non credo proprio, signorina, potrebbe riguardare tutte noi».

«Oh, Mary, davvero? Lei fa sogni strani e io devo fare la veglia?»

«ASCOLTA. IN. SILENZIO». Non avrei voluto arrivare a tanto, ma Annie è tosta. Ogni tanto devo ricorrere al mio dono di controllo delle menti.

«Certo, Marianne. Avanti, Abby, ti ascoltiamo».

«Era tutto molto confuso, ma c’è una cosa di cui sono certa: c’era la mamma. Si trovava in una lussuosa stanza piena di libri, sembrava indossare un abito logoro, come se lo indossasse spesso… poi un’ombra riflessa sulla parete, le fiamme del camino riflettevano la sagoma di quella persona in maniera molto distorta, non sono sicura se fosse un uomo o una donna… o un essere umano, a dire il vero. La mamma aveva un’espressione quasi spaventata, timorosa, ma non sorpresa, come se conoscesse chi aveva di fronte. Questa figura le offriva del tè dentro una bella tazza di porcellana inglese, con dei delicati fiori rosa e i bordi ornati d’oro. La mamma guardava davanti a lei e porgeva le braccia come per accogliere la tazza, anche se il suo sguardo non mi sembrava rassicurante, quasi titubante» si interrompe «…aspetta…» sembra che Abby abbia avuto un’illuminazione «…alla mamma non piaceva il tè! Ecco perché era un po’ riluttante nell’accettarlo» conclude.

«Abby, cara, hai fatto solo un brutto sogno…» cerco di rassicurarla, cercando di mantenere la mia espressione quanto più neutrra possibile.

«Aspetta Mary, non ho finito».

«Ah, ecco, mi sembrava strano che ci stesse raccontando tutta questa storia solo perché ha sognato che la mamma beveva del tè quando in realtà non ne andava matta!» dice Annie, stizzita.

«Annie, non serve il tuo sarcasmo. Ho visto la mamma cadere in terra, inerme, dopo aver bevuto il contenuto di quella tazza» dice seriamente Abby alla sorella.

«Va bene, chiaro… mh mh, sì» annuisce con la testa Annie nei confronti della sorella ancora sotto shock.

«Sai che c’è? Mi hai proprio stufata, tu e la tua superficialità. E alzati. Su, vestiti che dobbiamo andare» sbotta Abby.

«Abby, stai tranquilla, era solo un incubo. Sappiamo entrambe come la mamma abbia lasciato il mondo terreno, non serve trovare sempre una risposta alternativa solo perché non amiamo la realtà» le dico rassicurante.

«Marianne, questo lo so bene, ce lo hai sempre ripetuto più e più volte, sia a me che ad Annie, ma in realtà…»

«In realtà?» la esorto.

«…in realtà non è la prima volta che mi appare la mamma in sogno. A dire il vero queste immagini nello specifico mi sono apparse altre volte negli ultimi mesi. Ci sono delle notti in cui la sogno morire, ma ogni volta in una circostanza diversa e in ambientazioni differenti l’una dall’altra. Ma questa notte, come altre volte, dettaglio più dettaglio meno, il sogno, beh… l’incubo è identico agli altri. Scusa se te ne parlo solo ora, ma mi sembrava così strana questa somiglianza a distanza di mesi. Credimi Mary, stessi avvenimenti, stesse pose, stessa stanza. Mi sono un po’ allarmata» mi dice la ragazza, quasi come se fosse appesantita da un forte senso di colpa.

«Va tutto bene. Hai fatto bene a parlarmene, anche se solo ora. Meglio tardi che mai, no?» le dico con un accenno di sorriso e dandole un buffetto sulla spalla.

«Quinto non c’è nulla di cui mi debba preoccupare? Pensi che sia solo perché senta spesso la sua mancanza e perché non accetti il fatto che sia venuta a mancare a causa di un morbo umano? Lei non era una mezza wiccan come lo siamo io e Annie» afferma Abby.

«Lo so, ma è anche vero che noi wiccan, nonostante non siamo dei normali esseri umani, ci nutriamo, dormiamo e viviamo esattamente come loro. Dunque ci possiamo ammalare. Tesoro, è così. Dobbiamo metterci l’anima in pace su questo fatto. Ora va’, sbrigati, finiamo di mangiare qualcosa e incamminiamoci».

«Va bene, grazie Mary».

«Abygail».

«Sì?»

«Se mai dovesse ricapitare di sognare altre scene simili, ti prego, parlamene».

«Senz’altro» sorride e volta la schiena dirigendosi verso il fuoco per terminare la colazione con sua sorella, che già si era buttata sulla sua razione di cibo.

Non va bene. Non va assolutamente bene. Questo sogno, anzi, questi ultimi sogni, incubi, che la tormentano da mesi. Perché non me ne ha parlato prima? Non voleva dar loro importanza? Non pensava che le persone come noi potessero sognare qualcosa accaduto in passato o, eventualmente, anticipare degli avvenimenti futuri? Se le rivelassi la verità sulla morte di Alice, conoscendo entrambe, non si darebbero pace. Finirebbero per fare qualcosa di avventato, qualcosa che non saprebbero gestire. Per quanto possa supportarle, non so se questa terra mi sarà lieve presto o se potrò concedermi la fortuna di vedere il nuovo secolo iniziare il suo percorso. È da quando ha cominciato a crescere e a porre domande sulla madre che mi tengo dentro questo peso e ho promesso a me stessa che avrei portato questo segreto con me nella tomba. Ma a più di centosant’anni suonati, dubito che vedrò la fossa presto. Le ragazze non devono sapere o saranno guai grossi per loro ma, soprattutto, per tutti quelli come noi che cercano di vivere nell’ombra per evitare di essere perseguitati. Dobbiamo mantenere un profilo basso come i nostri antenati hanno fatto prima di noi in passato; tanti sono riusciti a sopravvivere alla caccia alle streghe, altri, purtroppo, non ce l’hanno fatta. Io devo proteggere le ragazze. L’ho promesso a me stessa e… anche ad Alice.

Ciò che basterà loro sapere è quel che dico io. L’unica speranza è che la grande non diventi così forte da riuscire a penetrarmi nella mente o, quanto meno, spero di essere abbastanza forte da schermare sempre i miei pensieri dal suo potere. Crescendo è inevitabile che la sua abilità cresca; ho il terrore che quel giorno stia per arrivare. Entrambe stanno crescendo rapidamente e con loro anche ciò che sono a livello sovrannaturale; semmai arriverà quel giorno, sarò pronta a sacrificarmi e fare in modo che questo segreto venga con me nella tomba per davvero.

Non devo permettere che questo la consumi. Troverò un modo per distrarla, per farle credere che si tratti solo di un brutto incubo. Dirò che è solo stanchezza, la tensione che provoca strane visioni nella notte. Forse questo basterà. Abby è così giovane, il pericolo di sapere la verità potrebbe annebbiarle la vista e privarla della lucidità della quale è fornita, nonostante la sua età.

«Mary, siamo pronte. Possiamo avviarci quando vuoi» Abby mi fa tornare alla realtà, mi stavo quasi perdendo nei miei pensieri.

«Certo, fammi prendere giusto qualcuna di queste» avere dietro delle ampolline con all’interno dei preparati erboristici, e non solo, può essere una buona idea. Non si sa mai cosa possa accadere nella foresta o chi si possa incrociare lungo il cammino. La foresta non è troppo distante dalla nostra casa ma l’orario e il quartiere non sono d’aiuto; i malviventi sono sempre in agguato, a ogni ora del giorno, figuriamoci alle prime ore del mattino, quando ancora il sole si fa pregare affinché sorga presto.

«Mary, staremo via per poco, a che ti servono tutte quelle ampolle?» mi chiede Annie.

«Cara, imparerai che è sempre bene essere previdenti nella vita, mai sfidare la sorte, né tantomeno la Foresta di Malaspira» le rispondo con saggezza.

«Non troveremo nessuno a quest’ora, tutt’al più qualche malvivente, ma se provano solo ad avvicinarsi sarà peggio per loro» dice Annie facendo scintillare delle fiammelle tra le mani.

«Il problema infatti non sono gli umani, ma gli spiriti di anime perdute che abitano la foresta. Se si sentono attaccati possono farti molto male e tu, piccola draghetta, con quelle scintille potrai solo infastidirli. Il fuoco non ti aiuterà» la riprende la sorella.

Non ha tutti i torti, beh, almeno per ora. Annie non è abilissima a controllare il suo potere che le arde dentro, in realtà con il giusto allenamento potrebbe difendersi anche da anime malvagie… devo contattare dall’aldilà qualche maestro esperto in Piromanzia.

Le ragazze sono pronte, battibeccano sempre tra loro e dopo circa una mezz’ora di camminata arriviamo alla Foresta di Malaspira; il paesaggio attorno si fa sempre più cupo e intriso di una strana energia non appena ci addentriamo. I rami contorti degli alberi sembrano allungarsi, come serpenti che ci osservano, e una nebbiolina sottile, quasi trasparente, comincia a raccogliersi attorno alle nostre caviglie, avvolgendoci.

Guido Abby e Annie con passo deciso, anche se presto mi rendo conto che le mie mani vecchie e ossute stringono nervosamente il bastone, percependo l’inquietudine delle ragazze.

«Ragazze, va tutto bene. Concentratevi sulle vostre energie interiori. Dovete farvi sentire mature e sicure dei vostri poteri, Lei sente se siete agitate».

«Lei? Chi?» mi chiede Annie.

«La Foresta. È viva e pullula di magia. Percepisce se siete tese nell’attraversarla. Gli spiriti che la rendono viva possono essere molto dispettosi oltre che maligni, sono degli illusionisti provetti; quindi petto in fuori e aria fiera. Ogni legno che raccogliete da terra va maneggiato con delicatezza. Ricordatevi di ringraziare sempre la Foresta per concedervi questo dono» ricordo loro. Con queste poche parole le ragazze sono più serene, le vedo e le廣 percepisco meno tese.

Procediamo per qualche minuto alla raccolta di un po’ di legna quando improvvisamente si ode un sibilo inquietante, simile al fruscio di foglie che vengono calpestate, ma il suono si intensifica e sembra moltiplicarsi. In un attimo, dalle ombre degli alberi emergono figure indistinte, ombre dense e deformi dagli occhi luminosi che brillano tra le tenebre. Queste creature si muovono come nebbia viva, pronte a divorare qualsiasi intruso.

«Ehm, Mary… questi spiriti… non sembrano pacifici» dice Annie con voce tremolante.

«Annie, non essere precipitosa, non avere pregiudizi solo perché hanno dei terrificanti occhi rossi e sono solo delle nuvole scure in mezzo alla nebbia» dice Abby con una punta di sarcasmo, quasi a smorzare quell’improvvisa adunata di anime.

«Ragazze, restate unite e vicine a me, schiena contro schiena» dico loro, adagiando lentamente sul terreno i pochi ramoscelli che avevo accatastato.

Le creature avanzano con cautela, ma una di esse si getta su Annie con una forza sovrannaturale.

«Annie! Niente panico, controlla il respiro e l’energia!» le grido ferma.

Ed è a quel punto che solleva istintivamente le mani e, con uno sguardo di pura determinazione, respinge lo spirito con un turbine di fuoco e vento.

«Oh, e da quando tu…?» le dice la sorella sbigottita.

«Wow, io non… Abby! Attenta!» le grida Annie.

Uno degli spiriti solleva Abygail a mezz’aria, togliendole il respiro mentre levita a diversi metri da terra. Nonostante i suoi poteri non è riuscita ad avvertire la presenza dello spirito in sua prossimità; loro sono bravi a schermare i poteri dei non morti, cogliendoli così alla sprovvista.

«La natura! Abby, sfrutta la natura!» le grido. È una delle tante prove per loro, non potrò aiutarle fisicamente in ogni occasione. Ma da loro mentore quale sono, posso stimolarle a trovare delle soluzioni ottimali in base al problema.

A quel punto la vedo alzare con fatica le braccia verso l’alto, come a richiedere l’aiuto degli elementi che la circondano. Tutti i wiccan possono comunicare a modo proprio con la natura e con tutti gli elementi che fanno parte di essa. Ma solo i wiccan telepatici possono comunicare direttamente con essa e chiederle nello specifico di venire in loro aiuto.

E così, dalla calma piatta di pochi attimi prima, si alza come un turbinio di correnti dal terreno, spazzando via lo spirito che teneva Abby legata al suo potere: in questo vortice rami, foglie, ma anche la ghiaia dei sentieri, si uniscono come unica arma contro quell’essere che non aveva alcuna intenzione di lasciare andare la ragazza. Dissolto dai venti messi in campo dalla Natura, lo spirito scoraggiato si dilegua dalla radura, andandosi a rifugiare tra le cortecce degli alberi della Foresta di Malaspira. Agito il bastone per permetterle di non cadere bruscamente al suolo, accompagnandola come se fosse adagiata su una nuvola.

«Grazie Mary» mi dice aggiustandosi i vestiti. Sollevo nuovamente il mio bastone pronunciando un antico incantesimo di protezione, creando un cerchio di luce tutt’intorno, in modo da impedire ulteriori incontri ravvicinati.

Gli spiriti malvagi rimasti vengono respinti dalla barriera e si ritirano emettendo suoni striduli, mentre la Foresta sembra calmarsi e tornare a respirare. Le ragazze tremano ma si guardano con soddisfazione.

«Scusa, non potevi attivarlo prima?» mi dice Annie con fare stizzito.

«E farvi perdere un’occasione simile? Mai. Dovreste ringraziarmi per la lezione del giorno, piuttosto» dico loro mesta.

Le vedo guardarsi di sottecchi, ammettendo a bassa voce che ho ragione.

«E come darmi torto» concludo.

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Chiara Fadda
Non so quante volte mi è stato detto "Chiara! Concentrati, stai sempre con la testa tra le nuvole". Ed è la realtà dei fatti; non a caso sono un'assistente di volo di giorno (non è vero, i miei turni dicono il contrario ma sorvoliamo) e un'aspirante scrittrice... beh, nel tempo libero. Tanti anni fa pensavo che la mia laurea in Lingue e Letterature straniere mi riportasse tra i banchi di scuola, ma con visuale dalla cattedra, invece mi ha lasciato in eredità qualcosa di più prezioso: la passione per l'età vittoriana. Avendo vissuto per diversi anni a Londra, fulcro di un'energia unica nel suo genere, ho capito che avrei potuto creare qualcosa di mio, di personale. Oggi, all'età di 35 anni faccio un lavoro che mi permette di coltivare la mia passione più grande: l'arte nelle sue mille sfaccettature.
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