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Il Custode dell’Arca

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Consegna prevista Aprile 2027

Il segreto non si svela, si custodisce.
Dopo la morte del padre, un archeologo ossessionato dal deserto, Antonio Gian Battista Bennet eredita una dimora antica e un enigma. Tra tomi in lingue dimenticate, trova una mappa tracciata in inchiostro blu e una lettera che sconvolge il suo mondo. Con lui c’è Beatrice, un amore mai dimenticato, legata a quel mistero quanto lui.
Il loro viaggio non si misura in chilometri, ma in certezze che crollano. Dalle biblioteche segrete dell’infanzia al ventre spietato del deserto egiziano, Antonio e Beatrice seguono le tracce di una verità sepolta: l’Arca non è un reperto, ma una soglia.
Il custode dell’Arca è una storia di addii e risposte, un cammino sospeso tra fede e dubbio, dove il passato torna a reclamare ciò che per millenni è rimasto in silenzio. Quale prezzo si paga per scoprire ciò che nessuno dovrebbe sapere? Il mistero ti ha scelto… sei pronto ad ascoltarlo?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare respiro alla mia immaginazione, invitando il lettore in un viaggio che intreccia avventura e realtà. Tra misteri e destini sospesi, la storia esplora non solo la scoperta dell’ignoto, ma soprattutto il coraggio quotidiano necessario per affrontare le sfide della vita. Volevo raccontare come, tra sentimenti profondi e ostacoli inaspettati, ogni giorno ci chiami a una forma di eroismo silenzioso, trasformando il cammino dei protagonisti in uno specchio per noi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

IL CUSTODE DELL’ARCA

Un segreto sepolto nel deserto. Un amore che sfida il tempo.

Capitolo 1

Il viaggio verso il destino

27 settembre 2018 – Ore 6.00
Treno regionale 3182, direzione Teramo

Il vagone oscillava come un animale stanco, piegandosi docile alle curve della costa adriatica. Il metallo gemeva sotto il peso del tempo e della fatica, le giunture stridevano in un lamento ferroso che si perdeva nell’alba ancora incerta.
Fuori, il paesaggio correva via in una danza sfocata di ulivi, casolari e mare: il mondo sembrava sospeso tra la notte e il giorno, tra l’assenza e il ricordo.

Nell’aria aleggiava un odore familiare, una miscela greve di caffè tiepido, gasolio e ferro, l’odore di ogni stazione, di ogni viaggio incompiuto.

Ma quella mattina, più di ogni altra, l’odore sembrava trattenere qualcosa di sacro.
Un silenzio denso, quasi liturgico, regnava nel vagone.

I pochi passeggeri erano fantasmi assorti nei loro pensieri, o forse anch’essi in fuga da qualcosa.

Antonio Gian Battista Bennet sedeva accanto al finestrino, la giacca chiusa fino al collo nonostante il tepore della carrozza.

I suoi occhi, profondi e malinconici, seguivano il lento scorrere del paesaggio oltre il vetro velato di umidità, come se cercassero qualcosa che non si lasciava afferrare.
Non era tanto il mare a rapirlo, né le colline immerse nell’oro dell’alba, quanto piuttosto quell’attesa, quella sensazione netta di essere chiamato da una forza antica, familiare eppure ignota.

Tra le mani, stringeva un libro consunto:

“Il Piccolo Principe”, edizione del 1974, la copertina lisa, la carta ingiallita dal tempo.

Non lo leggeva.

Lo accarezzava come si accarezza un oggetto sacro, una reliquia capace di contenere un’intera vita.

Sul risguardo, la calligrafia elegante di suo padre, tracciata in inchiostro blu:

“Ciò che rende bello il deserto, disse il piccolo principe,
è che da qualche parte nasconde un pozzo.
Cerca sempre senza sosta.
La felicità è nascosta in ogni angolo e aspetta solo te.”
Papà.

Quelle parole, lette mille volte, non smettevano di ferirlo come la prima.
Il padre.

Bartleboom.
Un nome che suonava antico, quasi leggendario, e che ora sopravviveva solo in quelle lettere tremanti, in un’eredità fatta di memoria e mistero.
Si era spento un mese prima, silenziosamente, come una candela che non trova più vento.

La morte di Bartleboom non era stata solo una perdita.
Era stata una frattura.

Continua a leggere

Continua a leggere

Un taglio netto che aveva separato il prima dal dopo.

E poi c’era la lettera.

Antonio portò istintivamente la mano al taschino interno della giacca.
Sentì sotto le dita il fruscio secco della busta ancora chiusa, o meglio, ri-chiusa.

L’aveva aperta una volta soltanto, tra le lacrime e l’incredulità, poi l’aveva sigillata con un fermaglio, incapace di rileggerla.

Non ancora.
Quelle parole, scritte con cura nella stessa calligrafia elegante della dedica, avevano il potere di cambiare tutto.
E lui lo sapeva.
Lo aveva sempre saputo.

Il treno rallentò bruscamente all’imbocco di una curva.

Le ruote stridevano come artigli sul metallo, e il corpo di Antonio ondeggiò leggermente contro il sedile.
Un suono metallico e freddo uscì dagli altoparlanti:
«Prossima fermata: Giulianova.»

La voce lo strappò ai suoi pensieri.
Si passò una mano tra i capelli, ancora umidi di sonno, poi si voltò verso il finestrino.
Il mare, a tratti visibile tra i pini marittimi e le case basse, luccicava sotto la prima luce, immobile come un segreto millenario.

E in quel momento, quasi evocato dal silenzio e dalla luce, un ricordo si fece strada tra le pieghe della sua mente.

Estate del 1983.
Lui bambino, otto anni forse, seduto sul molo del porto di Pescara.
Le gambe penzoloni sull’acqua, il sale incrostato sulla pelle, la mente ancora vuota di pensieri adulti.
Accanto a lui, Bartleboom.
La pipa tra le labbra, il cappello di panama leggermente inclinato, gli occhi azzurri che ridevano anche nel silenzio.

«Vedi laggiù, Antonio? Dove il mare diventa cielo?»
«Sì, papà.»
«È lì che finiscono le mappe. Ed è lì che iniziano i misteri. Non smettere mai di cercare quello che non puoi vedere con gli occhi.»

Quelle parole erano rimaste impresse nella sua memoria come un marchio, ripetute nei sogni, sussurrate nei momenti più bui.

Ora, nel buio improvviso della galleria che il treno stava attraversando, Antonio si ritrovò a stringere il libro più forte, come se potesse proteggerlo.
Nel riflesso opaco del finestrino, per un attimo, gli parve di scorgere un’ombra alle sue spalle.

Si voltò di scatto.
Nessuno.
Solo i sedili vuoti, le tendine leggere che si muovevano appena, e il rumore monotono delle ruote che divoravano i binari.

Un brivido lo attraversò.
C’era qualcosa in quel viaggio che non gli tornava.
Qualcosa che non era stato detto.
O peggio: qualcosa che stava per emergere.

Il treno fischiò.
Fuori, la luce tornò a invadere lo scompartimento.
Il giorno era iniziato.
Il viaggio, però, era appena cominciato.

APPENDICE – FRAMMENTI DAL SILENZIO

I documenti che seguono furono rinvenuti in circostanze singolari all’interno della dimora di Castelli, celati dietro un doppio fondo ligneo di uno scrittoio ottocentesco. L’involto che li conteneva era costituito da tela cerata, avvolta e cucita con filo cerato a più giri, poi sigillata con una leggera colata di cera naturale, come se l’autore avesse inteso non soltanto nascondere, ma anche proteggere il contenuto dal trascorrere del tempo.

Lo stato di conservazione è sorprendentemente buono: le fibre cartacee, seppur fragili, hanno mantenuto una resistenza inattesa, e l’inchiostro blu, tipico di Bartleboom Bennet, si è solo in parte scolorito. La grafia è coerente con quella riscontrata in lettere private e appunti accertati come autentici, caratterizzata da un tratto deciso, inclinato e al tempo stesso ordinato, che tradisce la mano di un uomo metodico, ma incline a improvvise accelerazioni dettate dall’urgenza del pensiero.

Non ci troviamo davanti a testi sistematici o a un diario organico, bensì a annotazioni sparse, di carattere frammentario, forse redatte in momenti diversi e in contesti non sempre identificabili. Alcune righe si avvicinano alla forma di aforismi; altre hanno la struttura di brevi resoconti di ricerca; altre ancora sembrano confessioni intime, destinate più al silenzio che alla lettura di terzi. È probabile che Bartleboom non avesse l’intenzione di pubblicarle, né di condividerle integralmente: questi fogli appaiono piuttosto come riflessioni gettate sulla carta per fissare un pensiero che, altrimenti, si sarebbe dissolto.

La denominazione “Frammenti dal silenzio” non è presente in alcun documento originale, ma è stata adottata in fase di catalogazione per descrivere con chiarezza la natura discontinua di questi testi. Il silenzio, infatti, ricorre frequentemente nelle parole dell’autore, e sembra costituire non solo un tema, ma una vera e propria postura interiore: il silenzio come custodia, come soglia, come condizione necessaria all’ascolto.

Diario, Luxor, 1963

“La sabbia non tace mai. Porta con sé voci che non appartengono a questo tempo. Oggi, nella Tomba di Seti I, ho visto un simbolo inciso lontano dai percorsi aperti ai visitatori. Un occhio semiaperto. Sotto, una linea curva come un fiume. Non era decorazione. Era avvertimento. Ho provato a tracciarlo sul taccuino, ma la mano tremava. Forse il segreto non è sepolto nella sabbia, ma custodito nell’acqua. Non so se tornerò in quel luogo: sento che mi osserva.”

Lettera mai spedita, Londra, 1968

“Caro amico,

ti scrivo con mani inquiete. Ho trovato un nome inciso su una colonna di Karnak: Hadron. Nessuno dei colleghi sa spiegarmelo. Non appartiene al greco, né al copto, né all’arabo. Eppure, torna, sempre, accanto a iscrizioni che parlano di un patto e di un cofanetto nascosto. Chi era Hadron? Un sacerdote? Un popolo? Un guardiano? Non trovo pace. Temo che, nel pronunciare questo nome, io abbia evocato qualcosa che non mi appartiene.”

Nota a margine di un atlante, 1970

“Le leggende etiopi dicono che l’Arca sia ad Axum. Troppo semplice. Troppo dichiarato. Non può essere esposta agli occhi di tutti. Ma ogni leggenda porta in sé un frammento di verità. Forse Axum non è la meta, ma il segnale. Come un dito che indica la luna. Guardare il dito non basta: bisogna alzare lo sguardo.”

Estratto da un diario, Gerusalemme, 1971

“Ho trascorso tre notti presso il Muro Occidentale. Tra le fessure delle pietre, gli ebrei infilano preghiere scritte. Anche io ho lasciato un biglietto: ‘Mostrami il tuo custode.’ La notte seguente ho sognato una voce che sussurrava: Non cercare me. Io cerco te. Al risveglio, la mia mano stringeva ancora il foglio. Ma le parole che avevo scritto erano svanite.”

Documento tradotto da un frammento aramaico

“… e l’Arca non sarà trovata da chi la desidera come possesso. Essa si rivelerà soltanto a colui che non teme di perdersi. Egli non prenderà, ma custodirà. Non aprirà, ma ascolterà.”

Visione, appunto del 1974

“Stanotte ho visto un deserto sotto una luna rossa. In lontananza, una processione di uomini in vesti bianche portava un cofano coperto da un drappo scuro. Io li seguivo, ma ogni volta che tendevo la mano per toccarlo, si voltavano verso di me. Non avevano volto. Solo ombre. Al risveglio, l’occhio e il fiume erano disegnati sul mio tavolo. Non ricordo di averli incisi io.”

Appunto cifrato, decodificato parzialmente

“L’Arca non contiene un’arma. È il contrario: è il luogo in cui l’arma diventa inutile. Custodisce l’eco di una voce che l’uomo non sa più ascoltare. È uno specchio. Chi la cerca per potere troverà silenzio. Chi la cerca per fede troverà se stesso.”

Testimonianza orale, appunto del 1977

“Ho incontrato a Luxor un vecchio copto che mi ha detto: Non siamo noi a custodire l’Arca. È l’Arca che custodisce noi. Gli chiesi dove fosse. Rise. Disse soltanto: Nel cuore di chi sa aspettare. Poi se ne andò, e non riuscii più a trovarlo.”

Frammento da un taccuino bruciacchiato

“Antonio.

Se un giorno queste pagine ti arriveranno, ricorda che non ti ho lasciato un enigma da risolvere, ma una scelta. Non permettere che altri ti dicano cos’è l’Arca. Non è un trofeo, non è una reliquia. È una soglia. Varcarla significa perdere ciò che sei per diventare ciò che non conosci. Io non ho avuto il coraggio. Forse tu sì.”

Considerazione finale, 1980

“Non cercare l’Arca. Custodiscila. Non pretendere di possederla. Lasciala respirare attraverso di te. Essa non appartiene al passato, né al futuro. Appartiene al silenzio che unisce le epoche. Custos. Custode. È questo il mio lascito.”

La lettura di questi materiali pone immediatamente un problema di interpretazione. Non esiste un contesto unitario che permetta di collocarli con certezza in una sequenza temporale o logica: sono pensieri isolati, riflessioni che emergono e si interrompono senza apparente continuità. Tuttavia, proprio questa frammentarietà sembra costituire il loro senso più autentico.

I temi che emergono con maggiore frequenza sono quattro: l’acqua, intesa non solo come elemento naturale, ma come immagine del flusso e della rivelazione; la soglia, luogo di passaggio e di confine tra mondi, spesso evocata con termini architettonici o simbolici; la custodia, cioè l’idea che il vero compito non sia possedere, ma proteggere; e infine il silenzio, non come assenza, bensì come presenza carica, spazio in cui la parola si ritira per lasciare emergere altro.

Molte delle espressioni riportate paiono avere una struttura volutamente enigmatica, quasi cifrata. È possibile che Bartleboom intendesse lasciare non un messaggio diretto, ma una traccia: un invito a riflettere più che a comprendere. In tal senso, i vuoti, le omissioni e le pause diventano parte integrante del testo, tanto quanto le righe scritte.

La materia stessa dei fogli sembra contribuire al loro fascino: la carta, ingiallita e leggermente ondulata, restituisce alla vista e al tatto una sensazione di precarietà, come se il tempo avesse voluto insinuarsi senza però riuscire a cancellare del tutto. L’inchiostro, in alcuni tratti più carico, in altri sbiadito, suggerisce che i frammenti siano stati vergati in momenti diversi, forse sotto condizioni variabili di luce, calma o fretta.

In conclusione, i Frammenti dal silenzio non offrono risposte definitive, né pretendono di rivelare ciò che custodiscono. Sono piuttosto testimonianze enigmatiche, che resistono a ogni tentativo di interpretazione univoca.

Non spiegano, ma alludono;

non chiariscono, ma evocano.

La loro forza non sta nella completezza, bensì nell’incompiutezza: nel lasciare spazio al lettore perché si faccia, a sua volta, custode di un mistero.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ernesto Ammirata
Classe 1990, vivo da sempre nell’Oltrepò Pavese, terra che è il mio punto di riferimento umano e culturale. La mia vita è una partitura ricca di movimenti: sono musicista e violinista, dirigo la corale “Don Bruno Bottalo” e sono direttore artistico del Festival Internazionale Organistico “Serassi in Musica”. Laureato in scienze religiose, ho insegnato per anni, coltivando una profonda vocazione educativa.
Oggi ricopro il ruolo di Vice Comandante della Polizia Locale di Stradella, ma il desiderio di tornare in cattedra non si è mai spento: per questo ho intrapreso il percorso in scienze della formazione primaria all’università Cattolica di Piacenza. Scrivo da sempre: pensieri, articoli e romanzi sono il modo in cui provo a dare voce al mondo. Cerco costantemente di intrecciare la disciplina, la musica e la scrittura, convinto che educare sia la forma più alta di narrazione.
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