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Quello che il cuore non dimentica

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Consegna prevista Aprile 2027
Bozze disponibili

Può il vero amore sopravvivere dove la memoria svanisce?
A Roma, ai giorni nostri, l’ottantasettenne Beatrice sta affrontando la sua battaglia più grande: quella contro l’Alzheimer.
Eppure, nonostante tutto, continua a riaffiorare un solo nome: Tommaso. Chi è l’uomo che il tempo non riesce a cancellare?
La risposta si nasconde in un vecchio quaderno chiuso da un lucchetto, che la figlia Vittoria ritrova per caso. Aprendo quelle pagine, il passato torna dolorosamente a vivere, trasportandoci nella Roma del 1940.

Lì incontriamo Beatrice, diciassette anni.
Il suo destino si incrocia con quello di Tommaso, un giovane orfano che lavora in una pasticceria. Tra le passeggiate lungo il Tevere e le confidenze sussurrate, nasce un legame sincero, radicato nella stessa fragilità e nel medesimo bisogno di appartenenza. Ma l’ombra della Seconda Guerra Mondiale è pronta a stringersi su di loro. Inizia così una lunga attesa fatta di lettere ingiallite, speranze e silenzi strazianti.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perché credo che l’amore più autentico non viva soltanto nei ricordi, ma nelle emozioni che lascia dentro di noi. Volevo raccontare una storia capace di attraversare il tempo, la guerra e persino l’oblio della memoria, ricordando che ci sono legami che il cuore custodisce anche quando la mente li dimentica.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Vittoria rimase in silenzio per un tempo che non riuscì a misurare.  

Le parole di suo padre le rimbalzavano ancora dentro la testa.  

Tommaso.  

Un nome che sembrava appartenere a un’altra vita.  

Eppure non spariva.  

Anzi.  

Sembrava diventare sempre più reale. Se quell’uomo aveva davvero amato sua madre… allora da qualche parte doveva esserci qualcosa che lo dimostrava.  

Una traccia.  

Una prova.  

Non poteva essere solo un ricordo spezzato.  

Non per lei.  

Non adesso.  

Quando Luca tornò a occuparsi del lavello, Vittoria lo osservò per qualche secondo.  

Poi prese una decisione.  

Lo sgabuzzino era più stretto di quanto ricordasse.  

Odore di legno vecchio e polvere.  

Scatole impilate senza ordine, fotografie, oggetti dimenticati.  

Ogni cosa sembrava appartenere a un tempo che nessuno aveva più toccato.  

Vittoria iniziò a cercare.  

All’inizio lentamente.  

Poi con più urgenza.  

Ogni fotografia che trovava era un frammento della sua vita sua madre giovane, suo padre,Le vacanze che facevano da bambine.  

Ogni immagine le stringeva lo stomaco. Come se il tempo non si fosse mai fermato  

Poi lo vide.  

Un quaderno.  

Vecchio.  

Chiuso.  

Ricoperto di polvere.  

Con un piccolo lucchetto metallico.  

Vittoria lo prese tra le mani.  

Era più pesante di quanto sembrasse.  

Lo girò.  

Una nome quasi cancellato  

Tommaso  

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Il respiro le si fermò.  

Per un istante rimase immobile.  

Poi provò ad aprirlo.  

Il lucchetto non cedette.  

Nemmeno un millimetro.  

Ancora.  

E ancora.  

«Vittoria?»  

La voce di Elena la fece sobbalzare.  

«Vittoria vieni un attimo.»  

Quando uscì dallo sgabuzzino, il cuore le batteva troppo forte.  

Elena era in corridoio.  

Preoccupata.  

«Tua madre…» disse. «Sta piangendo. Chiede ancora di Tommaso.»  

Vittoria sentì un nodo allo stomaco.  

«Tommaso…»  

«Dice che le ha scritto una lettera,» continuò Elena. «Non riesco a calmarla.»  

In quel momento Vittoria andò in cucina. C’era anche suo padre  Luca aveva ancora le mani sporche . Si fermò appena vide l’espressione di Vittoria quando si avvicinò alla madre.  

Beatrice era seduta, agitata, lo sguardo perso ma vivo allo stesso tempo.  

«Mamma,» disse piano. «Stai tranquilla.»  

Poi aprì la borsa.  

E tirò fuori il quaderno. «Guarda… ho trovato questo.»  

Beatrice si immobilizzò.  

Per la prima volta, da ore, il suo sguardo si fissò davvero su qualcosa.  

«È lui…» sussurrò.  

Vittoria si voltò verso il padre.  

Luca era immobile.  

Come se avesse appena riconosciuto qualcosa che non voleva riconoscere.  

«Non riesco ad aprirlo,» disse Vittoria. «Non ho la chiave.»  Beatrice rimase ferma. Poi, lentamente, disse: «La chiave… è nella stanza.»  

Silenzio.  

«Nel cassetto.»  

Vittoria si voltò di scatto.  «Quale cassetto, mamma?»  

Beatrice sembrò sforzarsi.  

Come se stesse scavando dentro qualcosa di molto profondo.  

«Quello… della camera.»  

Vittoria corse.  

Aprì il cassetto.  

Niente.  

Un secondo.  

Poi sotto una vecchia fotografia.  

Una piccola chiave.  

Oro.  

Fredda.  

Reale.  

Quando tornò in salotto, il tempo sembrava essersi fermato.  

Tutti la guardavano.  

Vittoria si avvicinò al quaderno.  

Inserì la chiave.  

Click.  

Il lucchetto si aprì.  

Vittoria aprì lentamente la prima pagina.  

E lesse.  

  

 Roma 1940  

  

Il profumo del caffè appena macinato riempiva il piccolo bar di famiglia prima ancora che il sole illuminasse completamente le strade di Roma.  

Beatrice era già dietro il bancone.  

Con un panno umido lucidava i bicchieri mentre suo padre sistemava le sedie all’esterno e sua sorella Lucia controllava che non mancasse nulla per la colazione del mattino.  

A diciassette anni, Beatrice conosceva ogni angolo di quel locale.  

Le mensole di legno consumate dal tempo, il ticchettio dell’orologio appeso al muro, il rumore della macchina del caffè che sbuffava come una locomotiva stanca. Quel posto era casa.  

Ogni volta che serviva un cliente particolarmente in fretta o riusciva a strappare un sorriso a qualcuno, suo padre Giovanni le rivolgeva lo stesso sguardo orgoglioso.  

« Ottimo lavoro, Beatrice. Tua madre sarebbe fiera di te.»  

Quelle parole la facevano sempre sorridere.  

Anche se, ogni volta, sentiva una lieve fitta nel petto.  

Sua madre era morta quando lei aveva appena tre anni.  

Faceva l’insegnante e lavorava in una scuola fuori città. Ogni mattina partiva prima dell’alba per raggiungere il posto di lavoro. Un giorno non tornò più.  

Un incidente stradale le aveva portato via la vita troppo presto.  

Beatrice non conservava molti ricordi di lei.  

Solo qualche fotografia sbiadita, il profumo che a volte sembrava riaffiorare dai vecchi vestiti conservati nell’armadio e i racconti di Giovanni e Lucia.  

Era stata Lucia a crescerla.  

Cinque anni più grande, aveva rinunciato a molte cose per aiutarla a diventare la donna che stava diventando.  

Per questo Beatrice non si era mai lamentata di dover lavorare nel bar.  

Anzi.  

Sentiva che era il suo modo di restituire almeno una parte dell’amore ricevuto.  

Fu proprio durante una di quelle mattine apparentemente uguali a tutte le altre che notò di nuovo quel ragazzo.  

Ormai lo vedeva da settimane.  

Forse mesi.  

Passava davanti al locale sempre alla stessa ora.  

Alto, magro, con un cappello calcato sulla testa e un passo veloce.  

Ogni volta rallentava appena davanti alla vetrina.  

Come se stesse cercando qualcosa.  

O qualcuno.  

Beatrice aveva provato più volte a ignorarlo.  

Ma ogni mattina finiva per alzare lo sguardo proprio nel momento in cui lui passava.  

E ogni mattina lo sorprendeva a guardare verso il bar.  

Quando i loro occhi si incontravano, lui abbassava immediatamente lo sguardo e proseguiva.  

Quel giorno, però, Beatrice si stancò di fare finta di niente.  

Uscì dal locale asciugandosi le mani sul grembiule.  

« Ehi!  

Il ragazzo si fermò.  

« Dico a te.  

Lui si voltò lentamente.  

« Cerchi qualcuno?  

Per un istante sembrò quasi spaventato.  

Le guance gli si colorarono leggermente.  

Poi fece un mezzo sorriso imbarazzato e riprese a camminare.  

Beatrice rimase a guardarlo allontanarsi.  

«Che strano tipo…  mormorò   

Scosse la testa e rientrò nel bar.  

Ma pochi secondi dopo sentì dei passi avvicinarsi.  

Alzò lo sguardo.  

Era tornato.  

Il ragazzo si fermò davanti all’ingresso.  

Per qualche istante sembrò cercare le parole giuste.  

«Ciao.  

«Ciao rispose Beatrice.  

« Scusami per prima.  

« Non preoccuparti.  

«È che non sono molto bravo a parlare con le persone.  

Beatrice sorrise.  

« Me ne sono accorta.  

Per la prima volta lui rise.  

Una risata sincera.  

 Hai ragione.  

Ci fu un breve silenzio.  

« Comunque sì  disse infine.   

« Stavo cercando qualcuno.  

«Ah sì?  

« Sì.  

«E chi?  

Tommaso abbassò gli occhi per un momento.  

Poi trovò il coraggio di guardarla.  

«Te.  

Beatrice rimase immobile.  

Sentì il cuore accelerare.  

« Me?  

Non so come ti chiami.  

Tommaso fece una pausa.  

« Non so quanti anni hai.  

«E probabilmente non sai nulla di me.  

« È vero.  

Si tolse il cappello e lo strinse tra le mani.  

«Però ogni mattina passo davanti a questo bar e finisco sempre per guardare dentro.  

Abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato dalla propria sincerità.  

«E ogni mattina vedo te.  

Il rumore della città sembrò svanire per un istante.  

«Mi piacerebbe conoscerti.  

Beatrice sentì un sorriso nascere spontaneamente sulle sue labbra.  

Tommaso rimase qualche secondo in silenzio.  

Sembrava che stesse combattendo contro sé stesso.  

Più volte aprì la bocca per parlare, ma nessuna parola uscì.  

Beatrice lo osservava divertita.  

« C’è altro?  chiese sorridendo.  

Tommaso abbassò lo sguardo verso il cappello che stringeva tra le mani.  

« In realtà sì.  

« Ti ascolto.  

« Vedi… non sono molto bravo con queste cose.  

Quali cose?  

«Parlare con una ragazza.  

Beatrice scoppiò a ridere.  

Una risata leggera che fece sorridere anche lui.  

« Lo avevo intuito.  

Tommaso fece un respiro profondo.  

«Domani non lavoro nel pomeriggio.  

« Ah sì?  

«Di solito vado a passeggiare vicino al Tevere.  

Gli occhi di Beatrice si illuminarono.  

Anche lei amava quel posto.  

Spesso, nelle giornate più tranquille, si fermava ad osservare l’acqua scorrere sotto i ponti.  

«E quindi?  

« E quindi… pensavo…  

Si fermò di nuovo.  

Beatrice lo guardò aspettando il resto della frase.  

« Pensavo che potresti venire anche tu.  

Finalmente lo aveva detto.  

« Così magari possiamo conoscerci davvero.  

Per qualche secondo Beatrice non rispose.  

Lo osservò.  

Le mani nervose.  

Lo sguardo sincero.  

Quel ragazzo che per settimane aveva visto passare davanti alla vetrina sembrava ancora più impacciato di quanto avesse immaginato.  

Eppure c’era qualcosa in lui che la incuriosiva.  

Qualcosa che la spingeva a voler sapere di più.  

«A che ora?  

Tommaso alzò la testa di scatto.  

« Vuol dire che accetti?  

« Forse.  

« Forse?  

Dipende da dove mi porti.  

Tommaso sorrise.  

Questa volta senza timidezza.  

«Vicino a Ponte Sisto.  Il mio posto preferito.  

Da lì il Tevere sembra raccontare delle storie.  

Beatrice guardò il fiume in lontananza, oltre i tetti della città.  

Poi tornò a guardare lui.  

« Allora ci sarò.  

Tommaso annuì.  

Per la prima volta da quando si erano parlati sembrava tranquillo.  

« Domani. 

« Domani.  

Si allontanò lungo la strada con il sorriso di chi aveva appena ottenuto qualcosa che non credeva possibile.  

Beatrice rimase sulla soglia del bar a guardarlo andare via.  

Non poteva saperlo.  

Ma quell’appuntamento lungo il Tevere sarebbe diventato il primo capitolo della storia che avrebbe custodito nel cuore per tutta la vita.  

  

 

 Quella sera il bar chiuse più tardi del solito.  

Gli ultimi clienti se ne andarono poco dopo il tramonto e Giovanni rimase a sistemare alcuni conti dietro il bancone.  

Lucia stava pulendo i tavoli quando notò che sua sorella continuava a sbagliare.  

Lasciava i bicchieri nel posto sbagliato, dimenticava gli strofinacci sulle sedie e, soprattutto, sorrideva da sola.  

«Va tutto bene? — chiese infine.  

Beatrice sobbalzò.  

«Come?  

« È la terza volta che passi davanti allo stesso tavolo.  

Beatrice abbassò lo sguardo, imbarazzata.  

Lucia sorrise.  

«Avanti, racconta.  

« Raccontare cosa?  

« Ti conosco da diciassette anni.  

«Quando fai quella faccia significa che c’è qualcosa.  

Beatrice esitò qualche istante.  

Poi si avvicinò alla sorella.  

« Lucia…  

« Dimmi.  

« Hai mai notato quel ragazzo che passa davanti al bar ogni mattina?  

Lucia si fermò con il panno tra le mani.  

«Quale ragazzo?  

«Quello con il cappello.  

No. Perché?  

«Stamattina gli ho parlato.  

Gli occhi di Lucia si illuminarono immediatamente.  

« Davvero?  

Beatrice annuì.  

« E allora?  

« E niente…  

«Beatrice.  

«Mi ha chiesto di incontrarlo domani.  

Lucia lasciò cadere il panno sul tavolo.  

« Cosa?!  

«Lucia, abbassa la voce.  

«E dove dovreste incontrarvi?  

«Vicino al Tevere.  

«Vicino al Tevere?  

Ormai Lucia sorrideva come una bambina.  

«Allora è una cosa seria.  

« Non dire sciocchezze.  

«Ti ha invitata a passeggiare lungo il fiume e tu dici che non è una cosa seria?  

Beatrice cercò di trattenere un sorriso.  

Invano.  

«Come si chiama?  

«Tommaso.  

« E com’è?  

Beatrice rimase qualche secondo in silenzio.  

Nella sua mente rivide i suoi occhi, il modo in cui stringeva il cappello tra le mani e l’imbarazzo con cui aveva pronunciato quelle poche parole.  

« È gentile.  

«Solo gentile?  

« E un po’ impacciato.  

« Ah, quindi ti piace.  

« Lucia!  

Le due sorelle scoppiarono a ridere.  

Quando il silenzio tornò nella stanza, Beatrice si sedette vicino alla finestra.  

Fuori Roma continuava a vivere come ogni sera.  

Le luci dei lampioni iniziavano ad accendersi e le voci della strada arrivavano attutite.  

« Sai una cosa? disse piano.  

«Cosa?  

«Non riesco a smettere di pensarci.  

Lucia la guardò senza dire nulla.  

« È strano.  

Non lo conosco nemmeno.  

Eppure da stamattina mi sembra che tutto sia diverso.  

Lucia si avvicinò e le accarezzò una spalla.  

 Forse perché alcune persone arrivano nella nostra vita quando meno ce lo aspettiamo.  

Beatrice sorrise.  

Poi abbassò lo sguardo verso le proprie mani.  

Mancava ancora una notte intera.  

Eppure non vedeva già l’ora che arrivasse il giorno dopo.  

  

  

  

 

Capitolo 6  

  

Il giorno successivo arrivò molto più in fretta di quanto Beatrice avesse immaginato.  

Per tutta la notte aveva rigirato il cuscino tra le mani, senza riuscire a prendere sonno.  

Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva il sorriso timido di Tommaso.  

E ogni volta sentiva il cuore accelerare.  

Quando il pomeriggio finalmente arrivò, trovò il coraggio di avvicinarsi al padre.  

Giovanni stava sistemando alcune bottiglie dietro il bancone.  

«Papà?  

Dimmi, tesoro.  

Oggi pomeriggio avrei una cosa da fare.  

L’uomo alzò lo sguardo.  

« Una cosa importante?  

Beatrice sentì le guance diventare rosse.  

« Forse.  

Giovanni sorrise.  

«Allora vai.  

«Posso uscire un po’ prima?  

«Certo che puoi.  

Poi le diede una lieve carezza sulla testa.  

«Ma stai attenta.  

«Lo farò.  

Beatrice gli sorrise.  

«Grazie, papà.  

Quando si voltò verso Lucia, trovò la sorella già pronta a prenderla in giro.  

«Vai.  

« Lucia… 

Vai e poi raccontami tutto.  

«Non c’è nulla da raccontare.  

 Certo.  

Le due si scambiarono uno sguardo complice.  

Appena Beatrice uscì dal locale, Giovanni osservò Lucia.  

 «Dove deve andare tua sorella?  

«Non lo so.  

«State nascondendo qualcosa.  

«Noi? Mai. Disse lucia Giovanni scoppiò a ridere.  

« Siete uguali.  

  

Quando arrivò vicino al Tevere, il sole stava iniziando lentamente a scendere.  

L’acqua rifletteva la luce del pomeriggio e il fiume sembrava scorrere più lentamente del solito.  

Tommaso era già lì.  

Seduto sul parapetto.  

Con il suo solito cappello.  

Non appena la vide, si alzò immediatamente.  

Nelle mani stringeva un piccolo mazzo di fiorellini di campo.  

Niente di elegante.  

Niente di costoso.  

Eppure Beatrice non aveva mai ricevuto un regalo così bello.  

Tommaso glieli porse.  

«Sono per te.  

 

«Per me?

 «Li ho raccolti poco fa.  

Abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato.  

« Sapevo che saresti arrivata alle tre.  

Beatrice sorrise.  

«E come facevi a saperlo?  

«Non lo sapevo.Lo speravo.  

Lei rise.  

«Grazie.  

Prese delicatamente i fiori.  

« Sono bellissimi.  

Per un istante nessuno dei due parlò.  

Poi Tommaso indicò il lungo fiume.  

« Ti va di fare una passeggiata?  

« Certo.  

Camminarono per ore.  

All’inizio parlarono di cose semplici.  

Del bar.  

Della pasticceria dei nonni.  

Della città.  

Dei loro sogni.  

Poi, poco alla volta, iniziarono a raccontarsi qualcosa di più.  

Qualcosa che non raccontavano quasi mai a nessuno.  

Fu Tommaso a rompere il silenzio.  

« Sono cresciuto con i miei nonni.  

  

Beatrice lo guardò.  

«Ho perso i miei genitori quando ero molto piccolo.  

Il suo sorriso si spense.  

« Mi dispiace.  

« Per anni ho creduto che fossero morti in un incendio.Era quello che mi avevano sempre raccontato.  

Camminò per qualche metro senza parlare.  

Come se stesse cercando il coraggio di continuare.  

« Poi un giorno ho trovato una scatola.  

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chiara Calzona
Mi chiamo Chiara Calzona, ho vent'anni e vivo a Napoli. Diplomata in elettronica, amo la musica, la lettura dei grandi classici e le cose semplici. Amo scrivere per condividere emozioni e lasciare un segno nel cuore di chi legge.
"Quello che il cuore non dimentica" è il mio romanzo d'esordio: una storia nata dal desiderio di esplorare la forza dei legami invisibili, capaci di sopravvivere al tempo e di custodire la parte più vera di noi.
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