ANTEPRIMA NON EDITATA
PHILADELPHIA, OGGI – Hailey
Com’era? Ah sì: siamo tutti di passaggio su questa terra! Eppure ci sono persone che lasciano un segno così profondo, da non riuscire più a lasciarle andare via.
Un esempio è Wes.
È lui uno dei motivi per cui ho accettato, la proposta di mia madre, di lasciare Farrow. L’aria lì si era fatta sempre più pesante, per certi versi ambigua.
A questo penso, si proprio ora, seduta in aula mentre, il professore di filosofia sembra voglia spiegarci il senso della vita. Ultimamente tutti i miei professori sono candidati ai provini per interpretare Charlie Chaplin nel teatro sconclusionato della mia mente. E già! Li vedo gesticolare durante ogni lezione muti come in “Tempi moderni”.
«C’è nessuno?»
È la voce di Nick, il mio ragazzo.
«Oh, sì. Stavo pensando.»
«A cosa?»
Domanda socchiudendo gli occhi con fare sospettoso.
«All’esame orale. Sono un pó in ansia!»
Mento ma suona meglio di “stavo pensando a Wes”.
«Beh! Se vuoi dopo vengo a casa tua e ripassiamo insieme. Ieri non sei andata così male!»
Mi incalza.
«Oggi pomeriggio sono da mia madre!»
Rispondo con una delle solite scuse che tiro fuori quando voglio fargliela pagare per qualcosa. Peccato che funzionino sempre meno. E, a pensarci bene, un ripasso orale con Nick non mi dispiacerebbe affatto.
No, Hailey. Basta. O finirai di nuovo al punto di partenza.
«Va bene, allora mi organizzo con Marcus, Lynda e gli altri.»
Marcus va benissimo. Lynda un po’ meno.
Con Marcus sono cresciuta. Le nostre madri sono amiche da quando erano ragazze e viveva anche lui a Farrow. È stata proprio sua madre a convincere la mia a trasferirsi qui, a Philadelphia.
Sono stata la prima persona con cui Marcus ha fatto coming out. All’inizio pensavo mi stesse prendendo in giro. Con quel carattere deciso e quell’aria così mascolina, non corrispondeva affatto all’idea che mi ero fatta di un ragazzo gay.
Poi, un giorno, mentre scorrevamo la galleria del suo telefono per scegliere una foto da pubblicare, mi sono imbattuta in una collezione di uomini completamente nudi. E ogni dubbio è svanito. Avrei preferito anche il resto delle foto.
Marcus è l’unica persona che riesce a capirmi davvero. Una volta mi ha fatto notare che, quando diffido di qualcuno, stringo una mano nell’altra e faccio scorrere il pollice sul palmo. Non me n’ero mai accorta.
Lynda, invece, sembra essere stata messa al mondo con un unico scopo: complicarmi la vita!
Fa di tutto per attirare Nick. Un metro e sessanta di pura cattiveria. Le brillano gli occhi davanti a qualsiasi ragazzo, ma basta che davanti abbia una donna e quello sguardo si riempie di veleno. La prima misogina della storia… a essere donna.
Quando suona la campanella cambio idea all’istante.
«Oh, lezione finita!»
Tra poco le nostre strade si divideranno. Vorrei che mi facesse di nuovo quella proposta.
Lui sorride. Ha capito.
«Allora non ci sei dopo?»
Eccome se ci sono. Sa benissimo che farei qualsiasi cosa pur di evitare che passi il pomeriggio con quell’arpia. È per questo che la tira fuori ogni volta che provo a dargli buca.
«Facciamo alle diciotto?»
Cerco di trattenere il sorriso, ma dentro sto già esultando.
Nick si avvicina, inclina la testa verso la mia e mi sussurra all’orecchio: «Alle diciotto sono da te, Ley.»
Rimango immobile.
È incredibile come due parole possano bastare ad accendere la fantasia. Nel giro di un secondo immagino già tutto quello che potrebbe succedere più tardi, a casa mia.
Poi mi bacia sulla guancia e lo schiocco mi riporta a terra.
«Chi è?» risponde mia madre al citofono.
«Io, mà.»
Da un po’ non ho più voglia di cucinare, così, finita l’università, invece di tornare al bilocale in cui vivo, passo a casa di mia madre e del suo compagno. Abitano al sesto piano di un enorme palazzo di quindici.
Peccato che, negli ultimi tempi, siano diventati talmente insopportabili da farmi quasi preferire un take away.
Sono quasi quattro anni che mia madre mi rinfaccia di aver scelto Lettere invece di Criminologia. E se venisse a sapere che sto con Nick, sarebbe anche peggio. La prima cosa che farebbero sarebbe passargli al setaccio i social. Troverebbero foto con uno spinello in mano, o tra le labbra, e tanto gli basterebbe.
Per loro tutto ciò che ha a che fare con la parola “droga” è da condannare.
Prova tu a spiegargli che la cannabis viene usata anche come palliativo per alleviare i sintomi di alcune malattie. Almeno, questo è quello che sostiene Nick.
Prima di metterci insieme è stato chiarissimo: per me rinuncerebbe a tutto… tranne che alle canne.
È talmente fissato che il primo gennaio non festeggia l’anno nuovo, ma l’anniversario della sua prima canna.
L’ascensore si apre davanti alla porta socchiusa. La spingo ed entro.
«Tesoro, chiudi la porta e vieni a tavola, siamo già qui.»
Ma perché mia madre ogni volta che entro mi dice di chiudere la porta?
È ovvio che la chiudo.
FARROW, CINQUE ANNI PRIMA – Wes
Farrow non è mai stato un posto rumoroso. Eppure adesso il silenzio pesa in modo diverso. Come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Gli alunni, appena usciti da scuola, si disperdono in silenzio come foglie secche mosse da correnti diverse, ciascuno diretto verso la propria casa.
Le strade sono sempre le stesse.
Le case sono sempre lì.
I soliti bar, il solito centro scommesse chiuso da anni, che emana quell’odore marcescente che sembra uscire dalle crepe delle serrande. Nessuna nuova costruzione in vista, nessuna apertura imminente.
Come se, per la gente di qui, quello che ha fosse già abbastanza.
Anche i bambini si sono adeguati a questo nuovo clima.
Ricordo ancora quei tempi in cui cercavano ogni pretesto per suonare il campanello della bici: un sorpasso, un saluto o semplicemente per farsi notare dalla compagnetta che gli piaceva.
Adesso? Silenzio.
Le strade sono così tranquille che puoi persino sentire il fruscio di uno scoiattolo che salta da un ramo all’altro.
La gente si sussurra all’orecchio. E queste maledette auto elettriche non fanno altro che peggiorare il silenzio.
Chissà se Cole, Brett e Reed sentono la mancanza dei suoni che questo posto aveva fino a cinque mesi fa.
«Non vi sembra un po’ spento questo paese?»
Lo dico senza nemmeno pensarci, rivolto ai miei amici mentre camminiamo verso l’incrocio dove, tra poco, le nostre strade si divideranno.
«Non rompere, Wes!» sbotta Cole, trascinando la “s”, come se fosse un serpente. Nel frattempo Brett lancia in aria lo zaino e lo riprende al volo, come se il suo obiettivo fosse farlo arrivare a sfiorare le nuvole.
«Se c’è una cosa buona che finalmente hanno fatto i nostri genitori è stato votare per l’attuazione della Privacy Dome Act» continua Cole.
Poi, con quel suo solito sarcasmo, aggiunge:
«Ti ho mai detto che ho sempre odiato i miei perché non mi hanno abortito? Adesso finalmente ho una ragione per vivere» dice spavaldo.
E, indicando alla sua destra, ride:
«E poi guarda Reed… finalmente anche uno come lui può scopare!»
Reed lo guarda con un’espressione a metà tra “non volevo sentirlo dire” e “lo so che ha ragione”.
«Non è che sei entrato a far parte dei CTRL+Z…Wes?» dice Cole con quel tono fastidioso che usa quando vuole provocare ma senza sembrare serio.
I CTRL+Z…
No, non potrei mai far parte di un gruppo del genere.
Li riconosci subito. Quelle fasce verde neon in testa sembrano voler gridare al mondo che stanno salvando l’umanità.
Ormai la maggior parte della gente non usa più quel colore, proprio per non essere confusi con uno di loro.
«No, Cole! Non ne faccio parte!» rispondo, con un tono che non nasconde il fastidio che provo verso quel gruppo attivista.
«Il fatto che nei locali siano stati installati sistemi di disattivazione a infrarossi non mi dispiace. Almeno i coglioni come te evitano di filmare tutto quello che gli passa davanti!»
Rido beffardo.
Cole sghignazza, come al solito.
«Sto solo dicendo che mi dispiace che la vita notturna per i ragazzi sia migliorata, mentre quella diurna si sta annullando.»
Ho sempre preferito socializzare con le persone di giorno.
Di giorno i volti riflettono la realtà, di notte, le luci dei locali e l’alcol la cancellano.
«Beh, potresti sempre uscire con in nostri vecchi! Avreste di sicuro tanto in comune su cui discutere!» interviene Brett, ironico, mentre si porta indietro il ciuffo con una mano e con l’altra fa dondolare lo zaino che tiene dalla fascia superiore.
«Comunque era solo un pensiero» li rassicuro voltandomi verso Reed, che fa spallucce con le mani in tasca, come a dire: “Non so che dire!”
Torno ai miei pensieri.
Non ho voglia di portare avanti questa conversazione con queste zucche vuote.
Per lo meno Brett e Reed.
Sembra quasi che gli vada bene tutto quello che dice Cole, e non sarebbero capaci di avere un pensiero proprio su nessun argomento.
Cole parla. Gli altri annuiscono.
Succede sempre così.
Se dice che una ragazza è un cesso, lo diventa.
Se dice che un lavoro è umiliante, nessuno lo vuole più.
Ricordo che, qualche tempo fa, avevano offerto un lavoro a Reed: imbiancare case. Dopo che Cole lo liquidò come
“un lavoro sporco”, lui rinunciò senza pensarci due volte. Da allora aspetta l’occasione giusta. Nel frattempo continua a pesare sui suoi genitori.
Però… se devo essere sincero, non posso nemmeno dargli completamente torto.
I nostri genitori hanno davvero lottato per far approvare la Privacy Dome Act.
Dicevano che avrebbe fermato il cyberbullismo, le umiliazioni pubbliche, il revenge porn.
Tutto è iniziato quando la figlia di uno dei consiglieri comunali venne filmata in un locale mentre, consenziente, alcuni ragazzi le infilavano le mani sotto la gonna, sdraiata su un divanetto. Il video fece il giro del web nel giro di poche ore.
E sì, sembra che i miglioramenti si vedano.
L’introduzione dei sistemi a infrarossi impedisce ai dispositivi di cattura di funzionare all’interno dei locali: niente riprese, niente foto, nessuna prova.
Il resto del telefono funziona. Ma l’occhio… no.
Questo ha reso i ragazzi più liberi di essere se stessi, soprattutto nei locali notturni.
Ballano, scherzano e approcciano senza vergogna, senza limiti, consapevoli che il giorno dopo tutto sarà già dimenticato.
È nata una forma diversa di comunicare. Nei locali il corpo dice quello che, fuori, nessuno avrebbe il coraggio di dire.
Ogni movimento sfida chi guarda.
Ogni silenzio è più rumoroso di mille parole.
E sì… insieme alla libertà è aumentato anche l’uso delle droghe.
Perché tanto, se qualcuno volesse fare la spia, non ci sarebbero prove.
Nessuno vuole perdere questo senso di libertà, e proprio per questo sono i ragazzi stessi a mantenere l’ordine in quei posti.
Chi crea problemi viene buttato fuori. E, una volta fuori da un locale, sei fuori da tutti.
Farrow è piccolo. Basta una voce e sei fuori.
E nessuno osa mettersi contro quel sistema.
A volte mi chiedo se, per sentirci più liberi di notte, non abbiamo finito per diventare tutti più silenziosi di giorno.
«Oggi è venerdì, ragazzi! Sapete cosa vuol dire?» chiede Cole.
«Gioco dell’Oblio!» risponde Brett.
Gli occhi di Cole si illuminano. Ogni venerdì ha la stessa espressione.
Quella di chi sa che, tra poche ore, qualcuno oltrepasserà il limite.
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