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La parte migliore di me

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Consegna prevista Aprile 2027
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E se ti dicessi che il personaggio più importante di questo libro non ha mai pronunciato una sola parola?
Eppure è riuscito a salvare una famiglia.
“La parte migliore di me” racconta una storia vera in cui il bullismo, l’autismo, l’ansia e la depressione si intrecciano con il potere straordinario della pet therapy. È il viaggio di una ragazza convinta di non valere abbastanza e di una Labrador che, senza saperlo, le insegna ad amare sé stessa.
Non è un libro sugli animali.
È un libro sulle persone.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere questo libro è stato il mio percorso di guarigione. Ripercorrere ogni istante vissuto con Asia mi ha aiutata ad affrontare il dolore della sua perdita e a trasformarlo in gratitudine. Ho voluto rendere eterno il suo ricordo e raccontare come il suo amore abbia cambiato la mia vita e quella della mia famiglia. Se questa storia riuscirà a regalare speranza anche a una sola persona, allora Asia continuerà a vivere anche attraverso queste pagine.

PREFAZIONE

La mia peggior nemica

Non ho mai creduto in Dio. Non per sfida, non per orgoglio. Semplicemente non riuscivo a immaginare che potesse esistere qualcosa, o qualcuno, disposto a prendersi cura di me. Mi sembrava un’idea troppo dolce per appartenere a questo mondo. Troppo fragile per sopravvivere alla violenza delle cose. Troppo bella per essere vera.

Crescendo, avevo imparato che le cose belle finiscono in fretta, che l’amore spesso è condizionato, che anche chi ti vuole bene, a volte, se ne va. Avevo imparato che la vita non sempre risponde con giustizia, che non basta essere gentili o onesti per essere al sicuro. Avevo imparato a non aspettarmi niente. A non chiedere. A stringere i denti, a camminare a testa bassa, a non disturbare.

Poi, un giorno, ho perso il controllo. Il mondo intorno a me ha smesso di obbedirmi, e con lui anche la mia vita. Scivolava via, mi sfuggiva tra le dita come sabbia bagnata, mentre io cercavo disperatamente di tenerla stretta. Ma più stringevo, più la perdevo. Quella perdita di equilibrio si rifletteva ovunque. Nei miei occhi, nei miei silenzi, nei miei gesti sempre più stanchi. Con le persone più care diventavo tagliente, distante, a volte crudele. Le ho allontanate una dopo l’altra, senza accorgermene, come se ogni affetto fosse un peso e ogni legame una minaccia. Come se dentro di me qualcosa avesse deciso che non meritavo amore. Che la solitudine fosse la mia unica forma di protezione.

Vivevo immersa in un mondo invisibile, fatto di angoscia, paura e inquietudine. Un mondo soffocante, dove ogni pensiero era una trappola, ogni emozione un coltello affilato. Ogni respiro diventava un’impresa, ogni gesto una fatica. Le notti erano popolate da incubi che sembravano più veri della realtà: sognavo di cadere, di fuggire, di urlare senza voce. E quando finalmente il giorno arrivava, non portava sollievo. Solo nuove illusioni. Volti deformati, parole che sembravano minacciose, ombre che si muovevano senza corpo. La mia mente era diventata una gabbia intricata e feroce, e io non trovavo più la chiave. Ero prigioniera dentro me stessa.

E allora supplicavo la vita. Non un Dio, no. Non ci credevo. Supplicavo qualcosa, qualunque cosa, di venirmi a salvare. Non chiedevo miracoli. Solo un istante di tregua. Un attimo in cui poter respirare senza dolore. Un momento, anche breve, in cui ricordarmi com’era ridere di gusto, con il cuore leggero. Sognavo soltanto di tornare a essere quella ragazza un po’ stramba, ma viva. Quella che faceva battute stupide, che si commuoveva per il colore del cielo, che collezionava nuvole e stupore. Quella che non aveva paura di esistere.

Soffro di disturbi ansiosi e depressivi. È una condanna sorda, invisibile, ma capace di divorarti dall’interno. Ti ruba piano tutto quello che sei, senza mai alzare la voce. Prima ti toglie la voglia di alzarti. Poi quella di mangiare, di uscire, di parlare. Poi ti svuota. Ti lascia in piedi, ma vuota. E quando pensi di aver toccato il fondo, scopri che il fondo ha ancora altri piani. E un altro ancora.

Ma poi… Poi qualcosa ha smosso l’aria intorno a me. Non saprei spiegare come o perché. Non è stato un evento spettacolare, né una rivelazione improvvisa. È stato un sussurro nella confusione. Una presenza che si è fatta spazio piano piano, con pazienza. Come se Dio, che non avevo mai cercato, avesse deciso comunque di mandarmi un segno. Non un miracolo da libro sacro. Non una luce divina, non una voce nel buio. Qualcosa di infinitamente più terreno. Più umile. Più vero. Un battito. Un respiro. Una coda che scodinzola. E così arrivò Asia: la parte migliore di me.

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PARTE I – PRIMA DI ASIA

La guerra invisibile

Ci sono guerre che non fanno rumore, che non riempiono i telegiornali e non lasciano macerie visibili lungo le strade; eppure sono le più estenuanti, perché si insinuano nei nostri spazi più intimi, dietro sorrisi di circostanza e parole misurate. Sono conflitti che non oppongono eserciti, ma desideri e paure, ciò che siamo e ciò che il mondo pretende da noi. Questa è la guerra invisibile: quella che combattiamo ogni giorno contro i nostri limiti, contro i ricordi che pesano come armature e contro le aspettative che ci stringono come catene. Riconoscerla è il primo atto di coraggio, perché solo dando un nome a ciò che ci lacera dentro possiamo iniziare, lentamente, a disarmarlo.

1. Il cuore dell’inverno

Era piena estate, ma io ero ancora bloccata nel cuore dell’inverno. Fuori, le giornate si dilatavano nella luce dorata, immerse in un tempo che sembrava liquido. I bambini correvano scalzi nei cortili, le biciclette scricchiolavano sull’asfalto caldo, le risate risuonavano fino a tardi tra le case. Le finestre spalancate lasciavano entrare l’odore dolce dei gelsomini e il tintinnio delle stoviglie durante le cene in famiglia. Tutto sembrava pulsare di vita, come se il mondo intero stesse danzando su una musica che io non riuscivo più a sentire. Guardavo quella vitalità da dietro un vetro opaco, distante, esclusa da una festa a cui non ero stata invitata.

Dentro, invece, regnava il gelo. Una distesa immobile, bianca e spenta, come se il tempo si fosse fermato. I pensieri correvano disordinati, ma senza meta, simili a fiocchi di neve trascinati dal vento. Ogni suono era ovattato, ogni colore smorzato, ogni emozione spenta. L’unica presenza costante era quel freddo che partiva dal petto e si diffondeva ovunque, lento, inesorabile, come una brina che ricopre ogni cosa.

In quelle giornate, mi sembrava di sopravvivere più che vivere. Mi alzavo con un peso invisibile sulle spalle, mi vestivo senza guardarmi allo specchio, recitavo battute di circostanza che non sentivo mie. Indossavamo maschere che mi soffocavano, ma che servivano a non far preoccupare nessuno. Ridevo, parlavo, annuivo: e intanto, dentro, si aprivano nuove crepe. Ogni sorriso era una ferita nascosta, ogni gesto un piccolo tradimento verso me stessa.

A volte perdevo completamente il senso del tempo. Capitava di rincasare nel tardo pomeriggio convinta che fosse già notte, o di fissare il soffitto per ore senza capire se fosse passata un’ora o un’intera giornata. Era come se il mio orologio interiore si fosse rotto, segnando ore diverse da quelle del mondo esterno. Mi spaventava questa dissonanza, perché era la prova che qualcosa dentro di me stava crollando.

La depressione non era solo tristezza. Non era un pianto improvviso o un momento di malinconia che si dissolve con una carezza. Era una nebbia. Spessa, ostinata, che filtrava ogni cosa. Spegneva i colori, rendeva distante perfino la voce delle persone che amavo. Era un buco nero che risucchiava piano, senza rumore, senza fretta. Ti toglie la voglia di reagire, ti convince che non valga la pena. Una voce costante che sussurrava: “Non vali nulla. Nessuno ti capirà. Non serve combattere”.

Così mi isolavo. Nonostante gli affetti, nonostante gli sforzi degli altri, il dolore creava un muro invisibile. Mi ritrovavo sola anche in mezzo alla gente, incapace di sentirmi davvero parte di qualcosa. Non era colpa degli altri: era il vuoto che avevo dentro a separarmi da loro.

Eppure, nei momenti di lucidità, tra una crisi e l’altra, resisteva una parte minuscola di me. Una vocina debole, fioca, che diceva: “Non può andare avanti così”. A volte la sentivo mentre fissavo il cielo dalla finestra, altre volte quando una canzone alla radio riusciva a trapassare il vuoto interiore. Era poco, quasi nulla, ma era lì. In quei frammenti mi promettevo che avrei trovato un modo. Che avrei chiesto aiuto. Che, in qualche modo, avrei ricominciato da capo.

La guarigione non è mai comoda, né semplice. È fatta di passi incerti, di cadute e di riprese. Ma quel giorno, in mezzo al mio inverno interiore, qualcosa si accese. Una scintilla. Piccola, tremolante. Ma viva.

2. Dalle catene del bullismo alla libertà dell’amore

Talvolta mi riesce difficile spiegare con precisione il filo che lega i miei stati d’animo più cupi. C’è un’infelicità sottile, persistentemente silenziosa, che si muove dentro di me come un’ombra discreta ma tenace, capace di insinuarsi anche nei momenti apparentemente più sereni. Eppure, se volgo lo sguardo all’indietro, mi accorgo che molte delle radici di questa malinconia risalgono al tempo dell’adolescenza: un’età che per molti è solo una stagione di cambiamenti e nuove scoperte, ma che per me si trasformò in un terreno accidentato, pieno di insidie.

La tempesta interiore

Gli anni della crescita arrivarono come una tempesta quieta. Non ci furono lampi improvvisi né fragori riconoscibili, ma piccoli passi invisibili che finirono per destabilizzare tutto. Da una parte vi era il normale disorientamento di chi cerca un’identità tra un corpo che cambia e un cuore che si agita; dall’altra, un dolore più acuto e ingiusto che affondò le sue radici nella mia quotidianità scolastica: il bullismo.

Ferite invisibili

Non si trattava di botte o urla, ma di cattiverie sottili, raffinate nella loro crudeltà. Bastava uno sguardo complice scambiato alle mie spalle, una risata soffocata che sapevo rivolta a me, un soprannome affibbiato con leggerezza ma capace di lacerare più di uno schiaffo. A volte gli attacchi prendevano forma in modi più crudeli: telefonate anonime che rompevano la quiete serale, profili falsi creati sui social per ridicolizzarmi, fotografie ritoccate e messe in circolazione con l’intento di umiliarmi.

All’inizio non capii subito la gravità di quei gesti. Ero ingenua, forse troppo bambina dentro per accettare che non si trattasse di scherzi maldestri. Arrivai persino a convincermi che fosse un modo storto di includermi, come se, in fondo, volessero farmi partecipare alla loro vita. Solo col tempo compresi che non era un gioco, ma una forma di violenza strisciante, calcolata e feroce.

Il peso dei giorni

Ogni mattina varcare la soglia della scuola diventava una condanna. I corridoi si trasformavano in gallerie strette, i banchi in gabbie, le ore di lezione in un supplizio interminabile. C’erano giorni in cui mi mancava il respiro già al solo pensiero di affrontare quelle facce, e preferivo inventare malesseri pur di restare a casa. La paura era così forte che perfino il suono della campanella, che per molti segnava la libertà, per me era l’annuncio di nuove ferite.

Nel tentativo disperato di piacere e di essere accettata, cercai di rendermi utile: prestavo appunti, svolgevo compiti per altri, cedevo materiale scolastico nella speranza che quell’offerta di disponibilità mi guadagnasse un po’ di considerazione. Ma il rispetto non arrivava mai. E a poco a poco, l’illusione cedette il passo alla rassegnazione.

Il dubbio e lo specchio

Fu allora che cominciai a rivolgermi contro me stessa. Forse la colpa era mia, pensavo. Forse ero io a non essere abbastanza. Forse il mio modo di vestire, troppo semplice, o i capelli raccolti in una coda che non seguiva la moda. La parola che mi inseguiva ovunque era “troppo”: troppo diversa, troppo distante, troppo sbagliata. A forza di sentirmelo ripetere, iniziai a pensarlo davvero.

Così mi osservavo allo specchio con occhi estranei, cercando difetti da correggere. Cambiai abiti, cercai di imitare le altre, trasformai piccoli dettagli del mio aspetto nella speranza di passare inosservata. Per un istante mi parve persino di sembrare migliore, ma presto capii che quella non era libertà: era soltanto la lenta rinuncia a ciò che ero.

L’ombra che resta

Il bullismo ha un potere subdolo: scava dall’interno, mette radici profonde. Anche quando non sei circondata da insulti o risate, la sua eco continua a risuonare nella mente. Mi bastava una parola detta per caso da un insegnante, o un gesto innocente di un compagno, per credere che nascondesse un giudizio su di me. Vivevo in uno stato di allerta costante, come se da un momento all’altro dovesse arrivare l’ennesima umiliazione.

La situazione si fece insostenibile. Alla fine, l’unica via rimasta fu cambiare scuola. Una scelta dolorosa, vissuta come una sconfitta, ma indispensabile. Sentivo di dovermi liberare da quell’aria pesante, da quei muri impregnati di dolore. Era un tentativo di respirare di nuovo.

La rinascita lenta

Il nuovo inizio arrivò quasi in punta di piedi. Ricordo ancora la prima mattina: il cuore in gola, le mani sudate, lo sguardo basso mentre varcavo la soglia della nuova aula. Mi aspettavo sguardi di diffidenza, qualche risata soffocata, e invece mi accolsero sorrisi. Ragazzi che si alzavano per stringermi la mano, compagni che mi offrirono i loro appunti per aiutarmi a recuperare, insegnanti che mi chiamavano per nome senza fretta né sufficienza. All’inizio diffidai, temendo che fosse solo un’illusione, un inganno pronto a rivelarsi. Ma col tempo capii che non c’era nulla di finto: quella naturalezza era genuina.

Le cicatrici e la voce

Quella classe divenne per me una seconda famiglia. Non mancavano conflitti o malintesi, com’è normale tra adolescenti, ma non vi era cattiveria. Quando accadeva uno scontro, si trovava sempre un punto d’incontro: una parola chiarificatrice, una stretta di mano, o il consiglio di un insegnante capace di riportare equilibrio. Era una scoperta nuova e preziosa: che fosse possibile convivere con gli altri senza dover annullare se stessi.

Eppure, nonostante l’accoglienza, il senso di inadeguatezza non sparì del tutto. Continuava a seguirmi come un’ombra latente, pronta a riaffiorare nei momenti in cui tutto sembrava fermarsi. Anche tra sorrisi sinceri, mi portavo dietro il timore che da un momento all’altro tutto potesse crollare, che la mia diversità tornasse a diventare un pretesto di scherno. È questo il marchio del bullismo: lascia cicatrici invisibili che continuano a pulsare anche quando il pericolo è passato.

Parlarne non è semplice. Chi subisce, spesso, riesce a farlo solo quando il tempo ha già coperto le ferite di cicatrici. Io scelgo di parlarne ora, mentre bruciano ancora. Perché la paura, la vergogna e il senso di colpa sono catene che paralizzano, mentre chi ferisce continua a sentirsi forte, protetto dall’indifferenza.

Non potevo ancora immaginarlo, ma non ero la sola a combattere contro un labirinto invisibile. Dentro le mura di casa mia, mio fratello stava affrontando la sua personale battaglia. Due fragilità diverse, eppure destinate, in modi che allora non potevo comprendere, a intrecciarsi. Il bullismo non mi colpiva solo nei corridoi della scuola: entrava in casa con me, si sedeva accanto ai miei pensieri e iniziava a riscrivere chi ero. A poco a poco smisi di vedermi per ciò che ero davvero. Cominciai a definirmi attraverso gli occhi degli altri, come se la mia identità dipendesse esclusivamente dai loro giudizi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chiara Sciannimanica
Mi chiamo Chiara Sciannimanica e per molti anni ho nascosto le mie ferite dietro un sorriso. Il bullismo, l’ansia e la depressione mi hanno fatto credere di non valere abbastanza, finché una Labrador di nome Asia mi ha insegnato che l’amore può salvare una vita. Da quel momento ho capito che anche il dolore può diventare qualcosa di prezioso, se trova il coraggio di essere raccontato. "La parte migliore di me" è il mio esordio e non racconta soltanto la storia di un cane, ma quella di una famiglia, del potere della pet therapy e di temi come bullismo, autismo, salute mentale e rinascita. Ho scritto questo libro perché credo che condividere la propria vulnerabilità sia un atto di coraggio e possa far sentire meno sole tante persone. Se anche un solo lettore ritroverà un po’ di speranza, questa storia avrà raggiunto il suo scopo.
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