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La Fragilità delle Foglie

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Consegna prevista Aprile 2027
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Negli anni difficili del dopoguerra, Lorenzo incontra Maria, una giovane donna segnata da un passato di violenza e costretta a portare sulle spalle un peso più grande della sua età. Tra loro nasce un amore intenso e fragile, ostacolato dai pregiudizi, dai segreti e dalle ferite che entrambi si trascinano dentro.

Accanto a loro si muovono figure indimenticabili: un padre partigiano, un fratello perduto troppo presto, un parroco capace di cambiare il destino delle persone e una madre consumata dall’ossessione del controllo.

La fragilità delle foglie è un romanzo sulla memoria, sulla capacità di resistere al dolore e sul coraggio di amare nonostante tutto. Una storia che attraversa generazioni diverse e ci ricorda che le ferite possono lasciare cicatrici profonde, ma anche insegnarci come rinascere.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per raccontare la memoria come una carezza e, talvolta, come un’amarezza. Attraverso lo sguardo di personaggi segnati dall’amore, dal dolore e dalla speranza, ho cercato di esplorare le fragilità dell’essere umano, le sue cadute e la sua straordinaria capacità di rialzarsi. È anche un omaggio all’Italia di un tempo e alle generazioni che ci hanno preceduto, perché conoscere il nostro passato significa costruire fondamenta più solide per il futuro.

CAPITOLO I – Ricordi, brevi annotazioni

Guardo dalla finestra di casa mia il melo che mio padre volle sul confine della nostra proprietà. Ora è spoglio e, mentre lo osservo, ripenso a lui.

Era un uomo straordinario: partigiano sugli Appennini durante la Seconda guerra mondiale, nascondeva gli ebrei dalle persecuzioni e, nonostante i rischi, trovava il modo di tornare di notte da mia madre, da me e da mio fratello per baciarci e farci sentire la sua presenza.

Negli ultimi anni della sua vita, quando il cancro consumava il suo corpo, mi chiese di piantare quell’albero affinché i suoi nipoti avessero un ricordo tangibile del suo passaggio sulla terra.

Io ho ottantasette anni, l’età che aveva mio padre quando morì.

Adesso vivo in una casa piena di ricordi, il teatro di una vita ben vissuta. Non porto con me grandi rancori né rimpianti: sento piuttosto il desiderio di mettere per iscritto la mia storia, per raccontare il passaggio sulla terra di un uomo comune, ma consapevole di essere stato un buon marito, un autore di canzoni onesto e un padre affettuoso.

E con la stessa sincerità devo ammettere una verità: a vent’anni ho vissuto un amore che pochi possono dire di aver conosciuto.
Non fraintendetemi: ho amato mia moglie, ma non ho mai provato per lei quel fuoco inarrestabile che provai per Maria Luisardi.

Adesso il mio corpo è vecchio, lento, affaticato dal diabete e da un bypass al cuore. Eppure ricordo ancora nitidamente la rabbia passionale di due giovani che si erano incontrati e amati nella piena giovinezza della vita.

Lavoravo come falegname nella segheria del paese e, la sera, andavo a suonare il pianoforte nella casa di don Guido Mazzanti. Lui mi dava lezioni, ascoltava con sorprendente attenzione le mie prime liriche e non mancava mai di offrirmi un consiglio su come migliorarle.

CAPITOLO III-Don Guido

È morto da più di quarant’anni e mi manca tantissimo il mio don, uno di quegli uomini a cui non interessava fare carriera ma che, fino alla vecchiaia, ha sempre avuto come unica missione i giovani e il loro benessere, tanto che prima di morire aprì in parrocchia da noi, per ragazze madri sole, una casa protetta dove poter crescere i loro figli.

Grazie anche ai soldi delle donazioni che feci io riuscì a mantenerli in uno stato dignitoso, finché, trovando lavoro, non abbandonavano la comunità.

Ma come tutti noi anche lui aveva i suoi problemi. Una sorella che, per i suoi gravi disturbi, essendo di dieci anni più grande di lui, dopo una grave crisi dovuta a un esaurimento nervoso venne internata dal regime fascista in manicomio.

La madre, sconvolta, lasciò lui e suo padre da soli e se ne andò di casa. Suo padre, incapace di occuparsi del figlio, lo mise in orfanotrofio.

In quel posto rimase fino a diciotto anni e ogni volta me ne parlava come di un luogo da incubo, fatto di abusi e violenze. Ma proprio lì, in mezzo a quell’aria pesante, gli venne la vocazione che cambiò il resto della sua vita, grazie a un frate di settant’anni che lo aiutò molto in quell’ambiente.

Gli fece capire che fare risse, rubare alcol ed essere arrabbiato con il mondo non lo avrebbe reso felice, ma che solo facendo qualcosa di buono avrebbe potuto far uscire quell’odio dal male.

A noi ragazzi, che fosse dal pulpito o dal campetto impolverato dove giocava a calcio e si colorava sempre la veste di fango ed erba, diceva che, anche se eravamo giovani, la vera forza stava nel trarre un bene anche dalla sofferenza e che, malgrado le difficoltà della vita, se avessimo sempre camminato sulla retta via, qualcosa di importante ci sarebbe capitato.

Ed era sempre in prima linea quando c’erano prepotenze e sopraffazioni. Tanto che un giorno, tornando a casa, una schiera di brutti ceffi, figli della fame di quel secondo dopoguerra, che aggredivano e rapinavano la gente, mi fermarono in sei.

Dopo avermi ridotto molto male, mi presero la paga, lasciandomi tornare a casa senza soldi e con un occhio nero.

Io mi vergognai e, per giorni, a causa di quella cocente umiliazione, saltai le serate in canonica dove suonavo.

Don Guido scoprì questa cosa da alcuni miei amici e non lasciò passare l’accaduto. Riuscì a intercettare quei ragazzi e a minacciarli, tanto che non mi infastidirono più.

Inoltre, mi diede una parte sostanziale della sua paga di quel mese per risarcirmi del mio stipendio.

Ogni tanto, tra una lezione di pianoforte, una partita di calcio con i miei amici e la confessione di fine mese, alla quale eravamo tutti obbligati a sottoporci regolarmente, provava anche a farmi avvicinare al mondo dei libri e alla cultura letteraria.

Amava molto Hemingway, ma io, che subito dopo le elementari ero stato obbligato dalla mia famiglia a lavorare, vedevo la cultura letteraria come una perdita di tempo.

Così, ogni volta che mi prestava quei libri, non li leggevo mai. Lui, capendo questa cosa, non parlò più dell’argomento, ma continuò con zelo e impegno ad aiutarmi, sostenendomi nella mia passione per la musica.

Aveva delle signore che chiamava ironicamente il trio delle meraviglie.

Una si chiamava Franca Bermani, la sarta del paese: andava tutte le sere alle sei a recitare il rosario, chiudendo la bottega. Aveva quattro o cinque ragazze che lavoravano per lei e, quando c’erano problemi o si licenziavano, assumeva un’altra ragazza, quasi sempre consigliata dal don.

Poi c’era Marina Delia, ricca vedova di un industriale, che passava il tempo occupandosi delle cause filantropiche della parrocchia.

Infine c’era Cesarina Emilia, vergine consacrata. Si prendeva cura della canonica e gli preparava da mangiare ogni giorno. Se volevi sapere un pettegolezzo, lei era il gazzettino ufficiale del paese.

E tutte avevano sempre problemi e questioni da risolvere, tanto che ogni volta che attaccavano con i soliti discorsi lui se ne stava in sagrestia a fumare e a martoriare la linguetta del breviario delle preghiere della sera.

Ogni tanto, senza farsi accorgere da mia madre, contraria alle sigarette, me ne passava una, ma contava ogni volta quante me ne dava, per evitare che diventassi un tabagista.

Aveva un accendino con lo stemma della Folgore, perché prima di diventare parroco nel mio paese era stato cappellano militare in Africa e aveva visto ragazzi morire nel deserto per una causa sbagliata, ragazzi che prima di una battaglia gli chiedevano, perché semi analfabeti, di scrivere alla famiglia in caso di dipartita.

Dopo la battaglia di El Alamein, in Egitto, ne aveva visto abbastanza, tanto da inviare una lettera al suo vescovo che, dopo il congedo e un breve periodo come vicario in una parrocchia vicino a Parma, lo mandò da noi.

Negli anni più brutti della guerra civile cercò, da una parte, di mantenere una facciata istituzionale con le truppe di occupazione tedesche, ma dall’altra, nel cuore della notte, faceva la staffetta per consegnare viveri al gruppo partigiano sui monti, quello di cui faceva parte mio padre.

Ogni volta che gli chiedevo di raccontarmi di quelle vicende lo faceva molto volentieri, ma nel corso degli anni ho capito che, seppur fossero storie vere, cambiava sempre il finale per dare alle sue prediche un insegnamento morale.

Io, d’altro canto, dopo il lutto di mio fratello, le ascoltavo con piacere, ma non le ascoltavo mai davvero.

Come quella sull’amore: che non lo devi cercare, ma che a un certo punto ci inciampi, arriva come un fulmine a ciel sereno.

È quel porto che un naufrago vede come un miraggio dentro la tempesta, è un faro che ti indica la strada.

Io pensavo fossero frasi prese da quei fotoromanzi rosa che nascondevo sotto il materasso per evitare i giudizi della mia famiglia, o che fosse solo una pia illusione da Romeo e Giulietta.

Non ero in grado di capire che, prima o poi, la vita me lo avrebbe fatto capitare.

CAPITOLO VI – Una sera d’autunno

Una notte, dopo una serata danzante in paese, dove accompagnavo al pianoforte un gruppo di suonatori di valzer venuto da fuori, notai, in quella folla di contadini ubriachi e di coppie fidanzate in pista, una ragazza che guardava il palco con gli occhi rossi, come se avesse pianto dieci minuti prima di entrare.

Dopo il concerto e gli immancabili bis, con la schiena che sudava, la vidi di nuovo in riva al fiume.

Molto curioso mi avvicinai e rimasi senza fiato. Era la ragazza più bella che avessi mai visto: il naso all’insù, gli occhi verdi, il vestito nero lungo, i fianchi stretti e un portamento elegante.

Dopo essersi asciugata le lacrime con un fazzoletto mi guardò dritto negli occhi e mi chiese:
«Scusa, hai da accendere?»

Io, con il mio fare goffo da persona colta di sorpresa, presi dalla tasca una scatola di fiammiferi e lei mi ringraziò.

Dopo un lungo silenzio stavo per lasciare la riva del fiume quando lei mi fermò:
«Aspetta, sei il ragazzo che suonava il pianoforte stasera? Sei bravo».

Io le dissi:
«Grazie, ma sai, quelli erano professionisti, per me è un onore suonare con loro. Comunque ho fatto anche degli errori sul palco, non sono stato poi così in gamba».

«Non è vero, tutti guardavano te, eri nettamente il più bravo. Lo so perché anche io suonavo da bambina, poi non ho continuato, però l’orecchio mi è rimasto. E ti posso dire che eri decisamente superiore a quei quattro vecchi che ti accompagnavano».

Io risi e le chiesi:
«Come ti chiami?»

«Maria. Scusa, non ci siamo ancora presentati».

«Io sono Lorenzo. Non ti avevo mai visto prima in paese».

«Sono arrivata qui da poco: da quando la mia famiglia è rimasta sotto le bombe me ne sono andata da mia nonna, Erica Tini . Abita in una grande casa all’inizio del paese, la conosci?»

«Ah sì, certo, quella simpatica signora che viene sempre in chiesa da don Guido a portare quei bellissimi fiori».

«Proprio lei».

«Non sapevo avesse un nipote. Comunque mi dispiace per i tuoi genitori».

«Non fa niente, non so perché te l’ho appena detto, ci siamo appena conosciuti, ma è questa dannata guerra che ci ha tolto ogni cosa. Comunque non pensiamoci: ti va di accompagnarmi per un po’? Non voglio andare da sola stasera».

«Certo».

«Grazie».

Quella sera fu come se il tempo si dilatasse nel percorso tra le strade del paese. Mi fece un sacco di domande: mi chiese da quanto suonassi, dove lavoravo, della mia famiglia.

Non ero abituato a questo tipo di interessamento, finché arrivò, come un brutto sogno, la fine della serata davanti a casa sua.

«È stata una bellissima serata, Lorenzo, iniziata in modo drastico ma che alla fine è arrivata in porto».

«Sono contento anche io. Posso chiederti perché piangevi?»

A quella domanda rimase come impietrita e abbassò lo sguardo. Io subito mi pentii e mi scusai per quella domanda, ma lei mi rispose:

«Stamattina sono andata a fare le analisi con la nonna, in ospedale. Sono incinta, e la cosa peggiore è che il padre è uno di quei soldati dalla pelle scura che parlano in francese».

Io rimasi impietrito e dissi solo:
«Mi dispiace».

Poi le tenni la mano, e lei mi disse con gli occhi rossi:
«Non è colpa tua, è stata bellissima questa notte, non roviniamola».

«Io comunque lavoro dalla signora Bermani, vienimi a trovare qualche volta».

CAPITOLO V – Il ritorno

Io rimasi colpito da quella serata solo dopo mesi. Mi disse che quella sigaretta era stata l’unica in tutta la gravidanza.

Lei si sentiva impaurita all’idea di crescere un figlio non desiderato, figlio di una violenza. Non si parlava di aborto, ma dall’altra parte era combattuta da dubbi atroci, ai quali faceva fatica a trovare una risposta.

Io, da quella notte, non riuscii a prendere sonno, rigirandomi nel letto e ripensando a lei e a quando sarei andato a trovarla.

Il mattino successivo mi alzai per le sei e andai in falegnameria, dove mi aspettava un nuovo carico da pulire e tagliare affinché la gente potesse utilizzarlo per scaldare le case. Non era un lavoro particolarmente entusiasmante, ma era meglio che essere in quell’esercito di disoccupati alla ricerca disperata di un salario; poi, se lavoravo bene, il mio capo mi permetteva di staccare prima delle sei.

Quel giorno, dopo il lavoro, misi a casa i vestiti che utilizzavo di solito, ne indossai altri e andai giù in paese con la bicicletta, quando a un tratto vidi don Guido.

Si mise davanti a me, obbligandomi a frenare, e mi chiese, con l’aria di quando doveva farti una ramanzina:
«Come stai? Dove sei finito ieri sera? Non è stato carino da parte tua lasciarmi lì con il pianoforte da sistemare e il tuo microfono. Ho dovuto farmi aiutare da un parrocchiano a rimetterlo in canonica».

«Scusami, mi stava chiamando mio padre e sono dovuto scappare».

«Guarda, sono un po’ più vecchio di te e non mi devi imbrogliare: ti hanno visto lungo il fiume con Maria. La prossima volta che fai una cosa del genere metti a posto prima la strumentazione, poi te ne vai; altrimenti non te la presto più».

Poi aggiunse:
«E ti do un altro consiglio: quel bottone della giacca si sta scucendo. Strappalo di netto, così hai una scusa per andare a trovare Maria».

Io lo feci e me ne andai verso la bottega della signora Bermani, che stava per chiudere per andare a fare il rosario, ma molto gentilmente mi disse che potevo entrare perché era rimasta solo una signorina nel negozio che, dopo il nostro incontro, avrebbe chiuso e lasciato le chiavi in portineria.

Maria, che era intenta a sistemare il girocollo di una giacca, si fermò un attimo con la macchina da cucire e disse:
«Ciao, non mi aspettavo di vederti. Che ci fai qui?»

Io le feci vedere il bottone e lei mi strizzò l’occhio:
«Te lo sistemo subito».

Io, dopo un po’, presi la parola e dissi:
«Ho ripensato a ieri sera, è stato bellissimo. Io non sono molto bravo in queste cose, ma volevo chiederti: vuoi venire in un posto con me?»

Lei smise di cucire, mi guardò più seria e disse:
«Non è che non voglia andarci, ma secondo me stai correndo un po’ troppo. Diventerò tra nove mesi una ragazza madre, lo sai cosa si dice di me giù in paese».

Io la guardai e tirai fuori una forza che non mi sarei mai aspettato prima; le sfiorai una spalla e dissi:
«Non voglio metterti pressione, ho ansia anch’io, ma so che hanno aperto un nuovo cinema in paese. Io, con altri amici, dove ci sono anche altre ragazze, giovedì andiamo al cinema. Ho risparmiato abbastanza per due biglietti, se ti va di venire».

Lei mi guardò dritto negli occhi e, porgendomi la giacca con il bottone attaccato, disse:
«Vediamo come va. Intanto sei stato carino a venirmi a trovare oggi. Se non è troppo disturbo, puoi accompagnarmi a casa con la tua bici? Sono rimasta sola qui». Certo, le dissi. Si mise seduta sulla canna della bicicletta e, con uno sforzo immane, iniziai a pedalare lungo le strade polverose di campagna, tagliando il crinale e attraversando il borgo con i suoi cantieri di nuova costruzione, dove però si vedevano ancora bene le ferite lasciate dalle case bombardate. Lei aveva i capelli scompigliati dal vento, appoggiata a me con una leggerezza che mi metteva soggezione: una ragazza di diciassette anni diventata già adulta, a cui la vita aveva tolto l’adolescenza per catapultarla, troppo presto, davanti alle sue responsabilità. Davanti al borgo dove abitava ci venne incontro sua nonna, che stava tornando a casa con una cesta di panni sulla testa. Ci vide arrivare e ci salutò con curiosità, con quello sguardo attento di chi vuole inquadrare il giovane sconosciuto che sta accompagnando la nipote.

A un certo punto prese la parola:
«Ah, ragazzi, come va? Tu devi essere Lorenzo, il figlio della Gianna, vero? Come stai?»

«Bene, signora, grazie».

Allora sorrise e aggiunse:
«Stasera sto per fare la stessa cosa che faccio sempre: preparo da mangiare un po’ di più, una bella polenta. Il tuo amico vuole fermarsi a cena? In casa siamo solo in due donne e non riusciamo mai a finirla tutta». Maria, colta di sorpresa, guardò la nonna e disse:
«Ma Lorenzo, nonna, deve andare a casa, ha tante cose da fare».

La nonna, con il suo solito fare sicuro, rispose:
«Sciocchezze! Adesso vado dal signor Roberto e telefono a Gianna per avvisarla che questo simpatico giovanotto è nostro ospite. Fai lo stesso anche tu». Sparì per un quarto d’ora, poi tornò e, con fare trionfale, ci comunicò che mia madre, dopo un po’ di convincimento, aveva acconsentito, a patto che anche io fossi d’accordo. Io, con la mia solita timidezza, accettai e mi accompagnarono entrambe nel loro appartamento. Ne rimasi colpito per quanto fosse piccolo ma confortevole: quattro stanze.
Il salotto, che dava direttamente sul fiume, con un divano, la radio e un tavolo in compensato; la cucina, con la polenta sul fuoco; due camere da letto e un bagno che era un’altra stanza, ma situata fuori dall’appartamento.

A un certo punto pensai a quanto fosse inadatto, soprattutto se un domani avessero avuto anche quel bambino. Quella cena passò in maniera liscia, tra qualche battuta di Maria, i miei aneddoti sul lavoro e le immancabili fotografie della nonna, che ritraevano la madre di Maria e mettevano in evidenza quanto si assomigliassero.
A un certo punto si fece tardi: le salutai e le ringraziai per la serata quando, proprio mentre stavo per imboccare il vialetto, Maria mi fermò e mi disse:
«Mi piace la tua compagnia. Se sabato vuoi andare al cinema, ci vengo volentieri».
Poi mi baciò sulla guancia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Busana
Alessandro Busana è nato a Como il 22 novembre 2004. Fin da giovanissimo ha sviluppato una profonda passione per la scrittura, attraverso cui esprime la propria sensibilità e visione del mondo.

Nel 2020 ha pubblicato un libro di poesie che affronta temi legati alla natura, alla spiritualità e alla ricerca interiore. A 14 anni, grazie all'incontro con l'opera di Bob Dylan, ha iniziato a suonare chitarra e armonica, avvicinandosi a una scrittura sempre più attenta alle questioni sociali e umane.

Il 31 gennaio 2025 ha pubblicato un disco ispirato all'Orlando Furioso, reinterpretandone i temi alla luce delle sfide contemporanee. Diplomato al CET di Mogol come autore, considera la scrittura uno strumento di conoscenza di sé e della realtà. Nella sua poetica convivono l'eredità dei grandi cantautori come Bob Dylan e Neil Young e la forza narrativa di autori come Ernest Hemingway.
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