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Gli occhi di Cerbero

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Consegna prevista Maggio 2027
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Filippo Gastaldi è un affermato ingegnere gestionale conteso da diverse aziende milanesi. La telefonata di uno sconosciuto lo mette al corrente della morte dello zio Jean e lo costringe a tornare dopo più di vent’anni a Triora, il borgo ai piedi della Alpi Liguri dove ha passato gran parte della sua infanzia. Jean gli ha lasciato una misteriosa lettera, il punto di partenza di un gioco che facevano quando era piccolo: una caccia al tesoro dove risolvendo un enigma Filippo arrivava a trovare un piccolo premio. Incuriosito accetta di giocare scoprendo presto un misterioso “tesoro” e l’ inizio di un altro enigma. Filippo decide di proseguire il gioco, gli sembra una sorta di testamento dello zio. Sullo sfondo di un paese dove il Bene e il Male sembrano fronteggiarsi, Filippo dovrà confrontarsi con una storia inaspettata che riguarda la sua famiglia. Durante il percorso riscoprirà la terra dove è cresciuto, ricca di una cultura millenaria che sta scomparendo sotto i colpi della modernità.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per mettermi alla prova come scrittore e per far conoscere la terra alla quale sono legato. Da qualche anno scrivo articoli sulla Liguria di Ponente sul mio blog, ho pensato che un romanzo potesse essere il mezzo ideale per promuoverla. Tutti i protagonisti sono infatti completamente inventati, tranne due, forse i principali. Il borgo di Triora e i territori ai piedi delle Alpi Liguri sono al centro della narrazione e senza di essi questo romanzo non avrebbe avuto senso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ora il cimitero si vedeva bene, appoggiato sulla parte più alta del colle dove sorgeva Triora. Quando era piccolo gli faceva paura, lo vedeva lassù e immaginava un castello dove vivevano i morti. Seguì la piccola mulattiera e in pochi minuti arrivò davanti al cancello. Esitò un momento poi entrò. Non ci mise molto a trovare la tomba, vicino a quella del nonno. Era appoggiata al muro che dava sulla valle del Capriolo, da qui si vedevano bene Corte, Andagna, Molini e l’imbocco della valle che portava il torrente Argentina verso il mare. Giovanni Gastaldi – Jean – 14/09/1948  09/10/2020.

Filippo guardò la foto. Jean sorrideva. Non aveva mai dimenticato il sorriso di suo zio. Sorrise anche lui, poi arrivò qualche lacrima.

A Triora Giovanni Gastaldi era un’istituzione.Nonostante avesse solo la terza media il suo parere era ascoltato più di quello dei professionisti con la lode. Di mestiere faceva il muratore ma aveva un’abilità innata per tutti i lavori manuali, eredità di antenati che sapevano arrangiarsi in qualsiasi mestiere. Amava leggere, era un uomo curioso. Conosceva ogni metro quadrato del territorio di Triora, andava a cacciare, pescare, fare legna, raccogliere funghi. Da ragazzo aveva fatto anche il pastore. In quegli anni aveva imparato a scolpire il legno, realizzava utensili o anche statuette che regalava ai bambini.

A Filippo tornò in mente la prima volta che era andato a funghi con lo zio. Con la mano sul cuore e un giuramento solenne aveva promesso a Jean che non avrebbe mai rivelato a nessuno il luogo. Quel posto se lo ricordava ancora, anche se non sarebbe stato più in grado di arrivarci. Lo zio gli insegnava sempre qualcosa di nuovo e di utile. Era paziente, parlava con calma, sapeva creare immagini con le parole. Sarebbe stato un ottimo insegnante. Una volta lo aveva portato al lago di Tenarda e gli aveva spiegato per filo e per segno come funzionava la diga. Gli aveva parlato del disastro del Vajont, di come l’acqua spostata da una frana aveva superato la diga senza romperla, cadendo come una bomba su Longarone.  Odiava le dighe, diceva che l’acqua non va bloccata, non è naturale. Anche in valle Argentina dovevano costruire una diga ma c’erano state forti proteste. Girava addirittura voce che Jean avesse dato fuoco di notte ad alcuni camion o ruspe della ditta. Del resto non era un uomo che si faceva troppi problemi con i mezzi, se riteneva giusti i fini. Proprio vicino a dove avevano iniziato a costruire la diga, alle cave di Carpenosa, Jean gli aveva fatto tenere le mani per la prima volta sul volante della Panda.

Squillò la sveglia del cellulare, Filippo si era appuntato che doveva vedersi con l’uomo che gli aveva telefonato. Era rimasto mezzora con Jean senza accorgersi del tempo che passava.

Dalla mulattiera che scendeva verso Triora il paese sembrava appisolato sulla collina, come un gatto sul bracciolo di una poltrona. Il sole era alto e faceva salire dalla valle i vapori dell’erba bagnata. Il borgo freddo e cupo della sera prima si era trasformato in un luogo caldo e luminoso.

Antonio lo stava aspettando all’inizio del paese. Era seduto su un muretto, stava fumando una sigaretta di trinciato. Teneva il capo un po’ reclinato all’indietro, come per offrire maggior superficie del viso ai raggi del sole. Quando vide scendere Filippo dalla strada del cimitero si alzò in piedi.

– Antonio? Sono Filippo Gastaldi, molto piacere.

Antonio sorrise e gli strinse la mano. Vedendo che erano praticamente coetanei lasciarono da parte il “lei” della telefonata.

– Ciao, piacere mio. Sei salito a trovare Jean?

– Si, mi sono perso nei ricordi, sono un po’ in ritardo scusa.

– Non preoccuparti, stamattina si sta così bene al sole che ci passerei la giornata. Io sono sceso a piedi, spero non ti dispiaccia fare due passi.

A Filippo non dispiaceva affatto. Si diressero in leggera discesa verso Sant’Agostino, alla loro sinistra un filare di alberi segnava il limitare della via verso valle. Ogni tanto una panchina interrompeva le piante e invitava a osservare il panorama sulle montagne coperte dal bosco. La sera prima apparivano nere, ora avevano i toni dello smeraldo.

– Da quand’è che non tornavi a Triora, Filippo?

Filippo ci pensò un attimo.

– Un bel po’. Più di venti anni.

Fece un’altra pausa.

– Tu conoscevi da tanto mio zio?

– Fammi pensare. Io e mia moglie ci siamo trasferiti qui tre anni fa circa. Dopo una settimana si è presentato Jean con una cassetta di verdura e frutta chiedendo se avevamo bisogno di qualcosa. Ci ha dato una grossa mano a sistemare la casa. Maddalena lo adorava, diceva che era un uomo di altri tempi. Mi portava spesso in giro, mi ha fatto conoscere i dintorni di Triora. Penso di poter dire che mi considerasse un amico. Per me lui lo era.

Antonio aveva gli occhi lucidi.

– Giacomo, il proprietario dell’agriturismo, mi ha detto che lo ha trovato il dottor Lupi.

– C’ero anche io. Il dottore era salito a trovarlo poco prima di mezzogiorno, si davano appuntamento spesso a quell’ora. Lupi portava su due pezzi di focaccia o di sardenaira, Jean tirava fuori una bottiglia di bianco. Se ne stavano un’oretta sulla veranda a discutere. Quella mattina però Jean non rispondeva così il dottore si era preoccupato. Alla fine era venuto da me perché sapeva che avevo una copia delle chiavi. Lo abbiamo trovato nel letto, era girato su un fianco. Il dottore ha detto che probabilmente era morto durante il sonno senza accorgersene.

– Vorrei incontrarlo il dottore prima di andare via.

– So che è fuori, ma solo per qualche giorno, è andato dai nipoti. Poi ti lascio il numero.

– Scusa Antonio, adesso che ci penso, ma come ha fatto Jean a darti il mio di numero di cellulare? Non poteva averlo.

– Tuo zio infatti mi ha dato un numero di telefono fisso, credo sia quello della casa dei tuoi genitori. L’altro giorno ho provato diverse volte ma non rispondeva nessuno. Poi verso sera ha alzato la cornetta una signora che mi ha detto di essere lì a bagnare le piante. Mi ha dato lei il tuo cellulare.

– Si, la signora Clelia, è la vicina. Mia madre si vanta di avere il pollice verde ma è sempre in giro e se non avesse questo aiuto le piante sarebbero tutte morte. E come mai mi hai avvisato solo dopo il funerale, chi se n’è occupato?

– Io ti avrei chiamato subito ma era stato lo stesso Jean,  quando mi aveva dato la busta, a chiedermi di fare passare dodici giorni dal momento della sua eventuale dipartita. Del funerale si è occupato il dottor Lupi. Avrebbe voluto avvisare tua madre, ma l’ho messo al corrente della richiesta di Jean e ovviamente ha desistito.

Filippo rimase di nuovo in silenzio.

– Ma tu hai idea del perché di una richiesta simile? Scusa se mi permetto, mi rendo conto che non sono affari miei… – chiese Antonio.

– No, no, figurati, anzi grazie per tutto quello che hai fatto. Io e i miei genitori purtroppo ci siamo allontanati dallo zio nel corso degli anni. Mio padre nel frattempo è mancato, non si parlavano da una vita. Credo che Jean non volesse far sentire me e mia madre in obbligo di essere presenti al suo funerale, non risultare in qualche modo di peso. Non è neanche strano che ti abbia chiesto di far passare proprio dodici giorni: lo zio era fissato con i numeri, il tre su tutti, poi il sette e appunto il dodici.

Mentre parlavano incrociarono due monumentali ippocastani di almeno duecento anni piantati poco prima del sagrato di una chiesa.

– Ecco Sant’Agostino – disse Filippo – quanto tempo… non è cambiato niente.

– Non credo che questo posto sia cambiato molto dalla Rivoluzione Francese. La chiesa è l’ultimo edificio del Convento degli Agostiniani, abbandonato proprio in quel periodo. A Triora esistevano diversi conventi, segno di quanto dovesse essere importante il paese nel passato.

– Ti interessi anche tu di storia locale come lo zio?

– Si, si, per la verità me l’ha attaccata proprio lui sta scimmia!

Filippo si mise a ridere.

– Aveva un mucchio di libri sul tema mi ricordo, aveva anche provato a coinvolgermi ma forse ero troppo piccolo.

Subito dopo la chiesa di Sant’Agostino la via terminava nella strada provinciale. Presero verso destra. In basso si scorgeva il grosso caseggiato in abbandono che un tempo ospitava una fabbrica di bambole. Lunghe file di muretti a secco, i maixei, tenevano in piedi ampie strisce di terra, coltivata fino a pochi anni prima.

– Mi dicevi che ti sei trasferito qui con la tua ragazza, che lavoro fai?

– Io scolpisco il legno e faccio lavori di falegnameria. Tu?

– Lavoro come ingegnere gestionale.

– Apperò, un collega!

– Cioè?

– Anche io facevo l’ingegnere, informatico però, a Torino.

– E come mai non “eserciti”?

– Non ci stavo più dentro. Dieci ore di lavoro al giorno per sei giorni la settimana, continue richieste di straordinari, mail o messaggi anche di domenica. Guadagnavo tanto ma quando mi ha moglie è rimasta incinta è cambiato tutto.

Fece una pausa, poi si accorse che Filippo lo ascoltava con interesse e continuò.

– Quando sta arrivando un bambino inizi a pensare al futuro in modo diverso. E’ sempre il tuo futuro ma è mischiato al suo. Mi sono immaginato con quindici anni in più di quella vita, stressato, pieno di acciacchi, se non peggio, avendo visto crescere mia figlia poco e niente. E ho detto basta. Anche Maddalena era d’accordo, così eccoci qua.

– Lei cosa faceva?

– Fa ancora la nutrizionista. Lavora online, ma ha anche dei pazienti sulla costa che ogni tanto salgono a trovarla. E poi si occupa della bimba, dell’orto e del suo blog, scrive guide sui prodotti locali. E tu sei sposato? Hai figli?

– No, non ancora.

Filippo aveva risposto con un po’ di imbarazzo, come se in futuro prevedesse di mettere su famiglia. In realtà non ci aveva mai pensato davvero. Aveva sempre avuto relazioni iniziate con qualche buona intenzione e terminate dopo poco tempo. Non lasciava e non veniva lasciato: tutto si esauriva come se fosse naturale. In città funzionava così. Troppi impegni, troppe distrazioni, poco tempo.

Camminavano da una mezzora quando dietro un tornante apparve una casetta su due piani molto curata immersa in mezzo a un piccolo prato in parte coltivato a orto.

– Io abito qui.

– L’avete sistemata davvero bene! Me la ricordo questa casa, quando ero piccolo era poco più di un rudere.

Dal tornante successivo partiva una stradina sterrata in leggera discesa. Una volta quando Filippo vedeva quel bivio si metteva a correre per saltare sull’altalena con le corde di nylon arancione che gli aveva costruito lo zio.

La casa di Jean si trovava in uno spazio ampio ricavato in mezzo ai terrazzamenti. Apparteneva alla famiglia Gastaldi da sempre e negli anni Settanta lo zio di Filippo l’aveva sistemata per andarci a vivere. L’esterno era intonacato di bianco, alcune pietre e travi di legno uscivano eleganti allo scoperto.

– Beh, direi che sei arrivato.

– Già. Ed è tutto uguale a come lo avevo lasciato…

Entrarono in casa e aprirono le persiane.

Un’ampia stanza luminosa serviva da cucina e da salotto. Il lungo tavolo con panche e sedie permetteva di pranzare vicino alla grande finestra che dava sulla valle. Dalla parte opposta una scala in legno portava al piano di sopra. Sotto di essa Filippo ritrovò la grande libreria piena di libri che aveva amato tanto da bambino. C’era anche bel camino in pietra davanti al quale Jean aveva sistemato un divano e una poltroncina.

Filippo ricordava quasi tutti gli oggetti come se li avesse visti la sera prima.

– La busta è di sopra.

Le scale terminavano su un piccolo corridoio dove si affacciavano una camera matrimoniale, una più piccola e il bagno padronale. Tutta la casa era pulita e ordinata, a parte la polvere di un paio di settimane. Entrarono nella stanza più grande che si trovava proprio sopra il caminetto.

La busta era sullo scrittoio davanti al letto di cirmolo. Filippo la prese in mano e lesse il suo nome scritto con l’elegante grafia di Jean. Andò poi vicino alla finestra e la aprì. Dopo un istante un sorriso gli illuminava il volto.

Antonio si era tenuto a distanza, ma vedendo la reazione di Filippo per curiosità diede un’occhiata da lontano al foglio. Gli sembrò subito che ci fosse qualcosa di strano.

– Scusa Filippo, ma… è un foglio bianco?!

– Non proprio, vieni, vieni. Guarda qui.

Sulla lettera in effetti c’era scritto ben poco. In alto Jean aveva messo la data di circa un anno e mezzo prima, il resto del foglio era vuoto a parte una riga scarsa in fondo.

– Che cosa significa? – chiese Antonio.

– E’ un vecchio gioco. Jean me lo faceva fare quando ero piccolo. Funzionava così: nascondeva dei piccoli regali poi mi dava tre indizi per trovarli.

– Bello! Te ne ricordi qualcuno?

– Me ne ricordo tantissimi. Avevano lo stesso sviluppo: tre elementi che messi insieme indicavano il luogo dove era nascosto il premio. Ti faccio un esempio. Una volta, avrò avuto dieci anni, mi aveva disegnato una goccia, un cappio e per finire una specie di griglia. Ci ho messo un po’ a capire che la goccia era semplicemente il simbolo dell’acqua. Ci sono arrivato perché il secondo indizio era un cappio, l’ho associato all’impiccagione e quindi al boia. Jean mi aveva detto che a Triora c’era la casa del boia, e stava proprio sopra alla fontana soprana: acqua più boia. Allora sono andato su a vedere. Non riuscivo a capire come collegare quella specie di griglia, poteva anche essere una ringhiera. Dopo mezzora che mi guardavo intorno nello spiazzo davanti alla fontana finalmente ho collegato anche il terzo indizio. Per terra, attaccata a un muro c’era proprio una griglia che chiudeva un pozzetto di scolo. Era smossa, si alzava facilmente. Nel buco Jean mi aveva lasciato una bustina di plastica con diecimila lire.

– Belin rendeva sto gioco… e quindi Jean anche adesso ti ha fatto un regalo nascosto da qualche parte?

– Sembrerebbe di sì.

Antonio si mise a guardare incuriosito l’ultima riga del foglio, poi si rivolse a Filippo.

– “Non bisogna mai andare con le mani vuote da quei signori”, HeH, 12. Ci capisci qualcosa?

– No, è sempre stato quasi impossibile farsi un’idea alla prima occhiata, bisognava studiarci un po’ su.

In casa faceva fresco così decisero di uscire a sedersi sulla veranda. Filippo era pensieroso.

– Cosa pensi di fare con la casa? Se non ho capito male sei l’ultimo parente rimasto.

– Si, ormai sono l’unico erede. Immagino che la venderò, credo sia difficile affittarla, poi dovrei gestire tutto da Milano. Un casino.

– E con la lettera?

– Ah boh… con la lettera proprio non lo so. Magari ci ragiono un po’ su e faccio qualche ricerca. Ho l’agriturismo prenotato fino a domenica sera, ma potrei prendermi qualche giorno in più. Mi sta terminando il contratto e non ho più molto da fare, poi dovrò cercare qualche colloquio di lavoro. L’unico problema sarà muovermi, sono venuto in treno.

– E qui ti sbagli. Seguimi un attimo che quasi mi dimenticavo.

Antonio lo portò davanti al piccolo edificio di fianco alla casa e iniziò ad armeggiare con la serranda.

– No… non dirmi che…

– Eh si, adesso è tua. – rispose Antonio alzando la basculante.

– Non ci credo. Panda 4×4 edizione limitata del 1985, colore verde alpi,  motore a 4 cilindri 965 cc da 48 cavalli, trazione integrale Steyr Puch. Jean me l’avrà ripetuto mille volte. Non speravo di trovarla ancora al suo posto. E in questo stato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alberto Berruti
Nato e cresciuto nella Liguria di Ponente, è sempre stato legatissimo a questa terra. Un legame che ritiene innato, alimentato poi dai suoi genitori e dalla sua maestra delle scuole elementari. Laureato in Scienze Politiche, ha ottenuto il patentino di guida turistica della Provincia di Imperia. Da qualche anno cura il blog Tesori del Ponente dove cerca di far conoscere le bellezze di un territorio particolarissimo dove il mare lascia spazio in pochi chilometri a montagne di oltre duemila metri. Vive ad Arma di Taggia, la porta della splendida valle Argentina, con la moglie Caterina e il figlio Giacomo, al quale spera di trasmettere un po’ delle sue passioni.
Amante della montagna e della letteratura di montagna, dopo anni da lettore ha provato a diventare scrittore partendo con gli articoli del suo blog per arrivare al suo primo romanzo ambientato proprio nella valle Argentina.
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