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Giorni di passo

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Consegna prevista Aprile 2027

Un uomo al termine dei suoi giorni terreni attraversa il sottile confine dove il tempo si dissolve e la coscienza si fa viaggio.
Tra memoria e immaginazione, tra vissuto e sogno, la sua mente intreccia ricordi autentici e visioni nate dallo stato sospeso in cui galleggia.
Affidandosi ai sentieri sconosciuti della mente, cammina attraverso foreste di ricordi, fiumi di emozioni e ponti sospesi tra realtà e simbolo. Incontra presenze che hanno lasciato tracce profonde nella sua esistenza e figure che emergono come riflessi interiori per trasformarsi in verità rivelate.
Ogni incontro diventa metafora, ogni ricordo interroga sul senso dei legami, delle scelte e dei valori che hanno guidato la sua vita, come pagine invisibili di un libro di viaggio a riassumere un’esistenza.
Pensieri e memorie che diventano tappe di avvicinamento all’incontro finale: un “finalmente trovarsi” che dona significato e compiutezza a un’esistenza vissuta in totale coerenza con sé stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dalle mie lunghe camminate solitarie in Natura, dai silenzi che diventano luoghi d’ascolto, dalle esperienze, dalle gioie e dai dolori che hanno segnato il passo. L’ho dedicato a mio padre, perché come me ha custodito emozioni profonde e parole mai pronunciate. Forse apparteniamo a una generazione che ha imparato più a resistere che a raccontarsi.
O forse non siamo stati abbastanza coraggiosi.
È un libro che non ho soltanto pensato: l’ho sentito necessario. Dovuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Disteso sul letto ad occhi aperti guardava lontano,

molto più in là del limite imposto dal soffitto.

Sfogliando a mente un album fatto di volti e attimi

aveva iniziato la rilettura del suo viaggio

da un preciso momento.

Dall’istante in cui il padrone del bosco

gli aveva suggerito, in silenzio,

un tempo di partenza.

                                                                  Cap.1

Era arrivato di notte da nord-est sfruttando un passaggio di luna piena, iniziando da subito ad urlare nel bosco una lingua dura e tagliente.

Gli animali, immobili nelle loro tane, avevano alzato la testa quel tanto sufficiente ad annusare le essenze sconosciute di cui si era impregnato sul quel lungo cammino, senza però trovare il coraggio di andargli incontro.

Quando poi si era tolto il mantello gelato dalla tundra siberiana poggiandolo sui rami, aveva fatto rabbrividire la rugiada in tanti piccoli cristalli che avevano trasmesso agli alberi il brivido di una stretta di mano a lungo attesa.

La determinazione era quella di chi torna e, senza perdersi in convenevoli e saluti di circostanza, riprende il lavoro da dove l’aveva lasciato tempo prima.

Così aveva preso a girare nel bosco tirandosi dietro i rami già secchi e i tronchi già morti, mentre le foglie cadute erano sembrate rianimarsi in un ultimo spasmo di vita.

Coriandoli lanciati in aria a salutare, con un tocco di colore e di magia, quel ritorno.

Era tutto così naturale che anche il fragore di quel passaggio non parlava di distruzione, ma di vita nuova.

Il bosco, come me, sapeva che nonostante l’apparenza non era poi un cattivo elemento.

Sapeva che era il quarto di quattro gemelli, di questi considerato, troppo in fretta il più freddo e cupo.

Forse era stato soltanto il più sensibile, quello che, intuendolo per primo, si era raggomitolato su sé stesso iniziando a soffrire in silenzio per il distacco dagli altri.

Soltanto sua madre, come ogni madre buona, lo aveva capito. 

Infilando nel suo zaino e affidando in dote a lui soltanto, la magia della purezza fredda della neve.

Così in silenzio, con soltanto una manciata di vento freddo nelle tasche, aveva accettato di partire per recitare il suo ruolo di duro in giro per il mondo.

Per questo adesso il bosco non si sarebbe lamentato più di tanto.

Lo avrebbe lasciato fare, serrando solamente i rami come le labbra un bimbo che aspetta spaventato ad occhi chiusi quel piccolo dolore che sa però essere in grado di guarirlo.

Che le punture di oggi, sarebbero diventate le nuove gemme di domani.

Lo avevo sentito arrivare sbattendosi la porta alle spalle, facendo apposta quel rumore per darmi il tempo di riprendermi dalla sorpresa e trovare così le parole più adatte da accompagnare ad un abbraccio.

Gli avrei sorriso, anche se non lo avevo ancora perdonato per essersene andato l’anno prima senza neanche salutare.

Quella mattina che al suo posto avevo trovato un alito da sud intento in ginocchio a risvegliare il bosco con un massaggio tiepido.

Farlo aspettare un po’ era stata la mia piccola vendetta, anche se già sapevo che questo non lo avrebbe comunque cambiato.

Era fatto così, prendere o lasciare.

E io, come sempre, l’avrei preso, perché in fondo era l’unico capace di parlarmi in quel modo a quel tempo.

Adesso che gli ultimi funghi buoni avrebbero lasciato riposare la terra e i cercatori il bosco. 

Ora che anche l’ultimo turismo chiassoso, richiudendosi in letargo in città, avrebbe lasciato spazi infiniti da riempire di pensieri e sguardi.

In quel silenzio ci saremmo di nuovo seduti faccia a faccia, curiosi di leggerci dentro come un anno ancora ci avesse cambiati, o forse soltanto induriti.

Ci avrebbe poi pensato un diaframma di pioggia passante tra di noi a riflettere a ciascuno la distanza che ancora ci separava dal rispettivo trovarci.

Ero stato felice quel giorno, perché una volta ancora era tornato Inverno, il padrone del bosco.

Come tante volte prima, era tornato il tempo di riguardarsi a fondo dentro e raccontarsi di nuovo tutto a cuore aperto.

Su un accordo perfetto di confessioni e ascolti, eravamo stati allora forbici e aghi di un dialogo intimo fatto nuovamente a pezzi, rimbastito e ricucito per essere ricalzato a pennello su contorni rimodellati da una nuova consapevolezza.

Perfette asole d’ascolto per bottoni di pensieri che avevo sentito giusto, quella volta, spingere fino in fondo a chiudere discorso.

Quella mattina che mi aveva guidato al margine del bosco per indicarmi in basso una primula gialla e in alto un volo d’ali in formazione.

Il suo modo asciutto, ma per niente freddo, per sottintendere un io vado.

Ma c’era qualcosa di diverso dal solito in quel congedo.

Un sapore difficile da descrivere, ma con un retrogusto netto di sola andata.

C’era il sorriso mezzo vuoto di chi incapace a rinnovare una promessa, 

e quello mezzo pieno di chi incoraggia una partenza infilandoti sulle spalle uno zaino riempito di fiducia.

Senza tappe e mete stabilite, senza mappe e calcoli a indicare e scandire

il ritmo del cammino.

Assecondando soltanto un tempo percepito finalmente giusto e il richiamo irresistibile di una migrazione d’anima.

In un giorno qualunque di vita, 

ero partito così per i miei giorni di passo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carlo Ancona
Carlo Ancona nasce a Tivoli il 29 dicembre 1964.
Da sempre appassionato di natura, dopo una lunga esperienza nel commercio, nel 2017 trasforma questa passione in professione diventando Guida Ambientale Escursionistica e Guida Uff.le della “Riserva Naturale monte Navegna e monte Cervia” in provincia di Rieti.
Attualmente riveste anche il ruolo di Presidente dell’Associazione JUMP ASD APS. operante sul Lago del Salto (Ri).
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