Erano ormai le cinque di pomeriggio di un caldo venerdì primaverile e avevo finito tutti i miei lavori in cooperativa. Nessun altro compito, nessuna urgenza, nessuna email a cui rispondere. «C’è ancora qualcuno?», urlai nel corridoio. Il venerdì pomeriggio, soprattutto se c’è il sole, la cooperativa si svuota come una scuola al suono della campanella delle 14:00. Rimasi ancora qualche minuto, giusto per sistemare due cose, poi spensi il computer, lo chiusi, lo misi nella custodia e poi nel mio zaino della Lego.
«Bene. Spengo la stampante», dissi a voce alta, più a me stesso che ad altri. Avevo sempre parlato da solo, sin da bambino. Non per compagnia, ma per rendere più reale quello che facevo. Come se le parole dette ad alta voce fossero una firma, un punto a capo. Quelle parole sembravano restare nell’aria per qualche secondo, poi svanivano, ma lasciavano un ordine invisibile nella sequenza di cose che stavo facendo.
Raccolsi il resto delle mie cose, la sacca con i cavi, l’astuccio e la borraccia e buttai tutto nello zaino senza troppo ordine. Mi infilai la giacca, scesi le scale, aprii la porta e uscii. «Ciao», sentii da dietro le spalle mentre stavo uscendo. Qualcuno dei ragazzi della comunità della cooperativa era uscito e doveva avermi visto. «Ciao Tommy», risposi girandomi un po’ di fretta, «buon fine settimana», e uscii.
L’aria di aprile aveva quel profumo misto di asfalto caldo e alberi in fiore. Una sensazione quasi nostalgica, che mi faceva pensare all’infanzia, alle giornate che si allungavano, alla primavera che spingeva via l’inverno dalle ossa. La bicicletta era appoggiata alla siepe, buttata lì; tanto nessuno me l’avrebbe mai rubata, mi ero sempre detto. Era una bici recuperata da qualche parente, monomarcia, una fatica andarci in giro. C’erano ancora le pozzanghere della pioggia della sera prima. Era aprile e l’aria del pomeriggio cominciava a scaldarsi, ma le mani sul manubrio erano ancora fredde. Quindici minuti: tanto ci voleva, in bici, per arrivare a casa.
Il venerdì ero in cooperativa, in amministrazione, area comunicazione. Mi occupavo dei social, di mantenere aggiornato il sito e dei vari eventi. Sì, gestivo la parte verso l’esterno. Mi piaceva. L’ambiente alcune volte era caotico ma vivo, e mi dava l’idea che le cose che facevamo contassero davvero per gli altri, per dare un senso a qualcosa che ancora non sapevo spiegarmi. Mi ricordo ancora che al colloquio mi avevano detto: “Qui siamo un po’ una famiglia, ci dobbiamo aiutare”. E nel bene e nel disordine, lo eravamo.
Mentre uscii dal cancello un gatto nero mi passò la strada. Lo guardai e vidi che stava andando verso la colonia lì vicino. Probabilmente, dalla fretta che aveva, era arrivata la signora del quartiere a portargli il cibo. Accorrevano in tanti quando arrivava, era uno spettacolo vederli tutti con la coda alzata andarle incontro: corse su e giù per la strada, strusciamenti, per poi ammassarsi sulle ciotole di croccantini e le montagne di umido che gli lasciava.
Mentre pedalavo, i pensieri si scioglievano. Ripassavo mentalmente la lista della spesa che sarei dovuto andare a fare quel pomeriggio, qualche incombenza lasciata a metà e i programmi del fine settimana. E poi Giulia. Sempre Giulia, in fondo.
Le cose tra noi andavano. Certo, ogni tanto si discuteva, ma ho sempre pensato che nei primi anni fosse normale: si doveva trovare un bilanciamento. C’era ancora quel margine di scoperta, quella piccola attesa ogni volta che ci si rivedeva, ma anche i primi silenzi, quelli che non sai se sono comodi o scomodi.
Qualche settimana prima, una sera, stavamo facendo un giro in città dopo una pizza con gli amici. Giulia si era fermata davanti a un portone. Appeso con lo scotch, un foglio stropicciato riportava la scritta: “Regalasi cuccioli”. Nella foto, stampata in bianco e nero, si vedevano quattro o cinque gattini ammassati, minuscoli, ognuno con il muso rivolto in una direzione diversa. Un piccolo caos tenero.
«Ti piacerebbe avere un animale, vero?» le avevo chiesto, osservandola mentre sorrideva. «Tantissimo. Un gatto, forse. I gatti sanno abitare le case meglio delle persone. Tu?» Avevo fatto spallucce. «Non lo so. Mi piacciono, ma… mi sembrano un impegno. E poi quando se ne vanno, fa troppo male.» Lei non aveva risposto, ma la sua mano aveva stretto la mia, forte. Come se, anche senza parole, mi stesse dicendo che era d’accordo. E che forse, nonostante tutto, ne valeva comunque la pena.
Il tragitto era lo stesso ogni giorno: un tratto di superstrada, due rotonde pericolose, la zona industriale. Ma quella volta, appena girato l’angolo della nostra via, la vidi: una macchina parcheggiata proprio davanti a casa. Mai vista prima. La mente si mise in moto da sola. I miei? No, non hanno questa macchina. I genitori di Giulia? No, loro hanno solo macchine rosse. La padrona di casa? Possibile, ma quella non mi sembrava la sua. Un amante? No, dai. Non qui. Non in mezzo alla zona industriale, alle 17:30 di un venerdì.
Sorrisi tra me e me. Giulia diceva che avevo una fantasia pericolosa. Ma era anche vero che, nella mia testa, ogni oggetto aveva una storia, ogni dettaglio era un indizio. E così anche quella macchina divenne una parentesi narrativa.
Parcheggiai la bici in garage, la chiusi con un gesto automatico, presi lo zaino e salii i gradini verso casa. La nostra casa in affitto. Piccola, semplice, ma con qualcosa che ci apparteneva. Ogni angolo raccontava un compromesso: quel mobile messo lì perché non stava altrove, quella tenda scelta per forza perché era già stata messa dalla proprietaria, quel divano che avevamo ricoperto perché di un colore improponibile nel 2020.
La porta era chiusa con le chiavi sull’esterno. Da noi non si usava chiuderla: una di quelle abitudini che mi portavo da casa mia, una piccola forma di fiducia nel mondo. Giulia faticava ad accettarlo. «Le chiavi sulla porta? Ma sei fuori?» Mi ricordava sempre che a casa sua i ladri erano entrati due volte, una addirittura prima ancora che i suoi finissero la casa. Aveva ragione, ma ci eravamo detti: se entrano, che si prendano pure tutto. Qui non c’è niente di valore, a parte noi ed i nostri computer.
Tirai la porta verso di me. Dentro era silenzioso, ma di un silenzio denso, come quello che precede le sorprese. Appenas entrai, la vidi. Una figura familiar, ma fuori contesto: Francesca. Ci conoscevamo da poco, era un’amica storica di Giulia ma mi dava l’impressione di essere una di quelle persone che appaiono nei momenti di svolta; in effetti, in due anni che ci conoscevamo l’avevo vista poche volte. Aveva un modo di fare che non ho mai capito, come se sapesse già tutto prima di te.
«Francesca? Ciao… ma… che ci fai qui?» Lei si girò, sorrise appena, si spostò di lato e indicò il divano.
Seduta, con lo sguardo complice di chi ha appena compiuto qualcosa di grande, c’era Giulia. E sopra di lei, due minuscoli batuffoli di pelo, uno bianco e uno arancione, si rincorrevano, si mordicchiavano piano e saltavano su e giù come fossero in un cartone animato. Sembravano danzare su un ritmo segreto, tutto loro.
Una era completamente bianca, con eleganti striature grigie sul dorso e sulla coda. Gli occhi, di un azzurro trasparente, sembravano fessure di ghiaccio che però scaldavano. Era Luisa. L’altra, Thelma, era arancione tigrato, con il pelo leggermente più lungo sul collo, quasi a formare un piccolo collare naturale. I suoi occhi verdi, profondi e vigili, sembravano già sapere tutto di noi.
Giulia mi disse che erano tre sorelle in origine. La terza, ancora più arancione di Thelma, era rimasta altrove. “Sembravano uscite da una stampante”, mi disse sorridendo, “man mano che uscivano il toner si è scaricato: l’ultima è stata Luisa”.
«Ma… Giulia, sono due gatti?!» «Gatte, per favore. Siamo due signorine, non si vede?», rispose lei ridendo. «Possiamo tenerle?» «Eh… ormai sono già qui.» «Perfetto», intervenne Francesca. «Qui c’è qualche crocchetta, una lettiera e un tappetino per i primi giorni. Buona fortuna!»
E senza lasciarmi nemmeno il tempo di “ringraziarla”, svanì dietro la porta come un personaggio secondario che ha finito la sua scena. «Grazie… Francesca», dissi a denti stretti mentre chiudeva la porta dietro di sé. Sentii la macchina accendersi fuori, e poi, piano piano, il suo rumore svanire nella distanza.
Mi voltai verso Giulia. «Quindi… avremo due gatte?» «Sì. Thelma e Luisa.» «Thelma e Luisa… ma si chiamano come le ragazze nel film?» «Proprio loro.» «Ma… non finisce male quel film?» «Forse. Ma vivono come vogliono, prima, si ribellano da tutto ciò che le opprime.»
Mi piaceva l’idea. E poi in fondo, cosa avremmo potuto perdere? Due gatte, una casa in affitto, una storia d’amore in corso. Sapevo che c’era qualcosa di simbolico in quell’arrivo improvviso, anche se ancora non capivo cosa.
Giulia mi spiegò che venivano dalla montagna. La proprietaria originale le aveva affidate ai figli, ma per qualche motivo che non aveva ben capito, le avevano riportate indietro. Così Francesca le aveva proposte a Giulia e lei a noi. “Pensavo potessero aiutarci nella nuova casa”, disse Giulia. “Aiutarci? Fanno le pulizie, per caso?” Lo sguardo che mi lanciò e il sopracciglio alzato bastarono per farmi capire che dovevo smettere di parlare.
Appoggiai lo zaino in camera, mi tolsi la giacca, l’appesi all’appendino all’entrata e mi sedetti. I due batuffoli continuavano a rincorrersi sul divano, aggrappandosi allo schienale e lanciandosi come piccole acrobate da circo. Ogni tanto una delle due si fermava, mi guardava con quegli occhi grandi e trasparenti e sembrava dirmi: “Tu sei il nuovo umano? Speriamo tu sia divertente.”
Restai lì a guardarle dormire. Pensai che ci voleva coraggio ad accogliere, non solo due gatte, ma qualsiasi cosa nuova. Tutto quello che entra nella nostra vita ci può cambiare, o rompere, o guarire. Non lo sai mai. Mi venne da pensare: “Quanto durerà questa scena? Quanto resteranno così, insieme, nel nostro divano, nella nostra vita?” Ma poi, Thelma si mosse nel sonno e mise una zampetta sopra Luisa, come a dire “sei mia”. E Luisa fece una smorfia felice. Allora smisi di pensare. Guardai. E basta.
Prendemmo le cose che Francesca ci aveva dato e decidemmo di sistemare il cibo in basso accanto alla cucina e la lettiera nell’antibagno. Niente uscita per loro, almeno per un po’. La casa non era grande: una cinquantina di metri quadri più o meno, un bilocale con una sala-cucina unica, una camera, un bagno e un giardino che sembrava una promessa. Piccola, ma bastava a noi due. E ora, a noi quattro.
«Preparo io la cena?» «No no, tranquillo, faccio io. Tu stai qui con loro.»
Mi voltai verso il divano. Le due belve, quelle pesti iperattive, dormivano già. Una sopra l’altra, aggrovigliate come se fossero state disegnate da Picasso nel periodo Cubista. Le zampette strette al petto, la coda che tremava piano. La casa, per un attimo, sembrò più piena.
«Va bene dai, ti aiuto», dissi. Ci mettemmo a tagliare le verdure, fianco a fianco, mentre fuori cominciava a calare la sera e le gatte dormivano strette come se fossero sempre state con noi.
A un certo punto, Luisa aprì un occhio. Mi fissò da lontano, socchiuse le palpebre, sbadigliò. Poi si raggomitolò di nuovo su Thelma, emettendo un piccolo rumore, qualcosa tra un sospiro e un mormorio. Forse diceva: “Questa casa va bene. Anche questi umani, mi sa.”
Non potevo ancora saperlo, ma quella scena, quella sera, quel divano e quel mormorio sarebbero tornati a trovarmi molte volte. Come un inizio che non avevamo programmato, ma che ci avrebbe sicuramente cambiato.
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