Tutto è iniziato, anzi ri-iniziato così. Da oltre quindici anni il lavoro mi impegnava praticamente dalla mattina alla notte, ogni singolo giorno. Quando finalmente rientravo a casa la sera ero stanco, svogliato, e sentivo che solo la domenica riuscivo a fermarmi davvero, a riposare e a provare a dedicare il giusto tempo alla famiglia; era però un tempo residuo, quel poco che restava dopo una settimana estenuante.
Bisogna dire che il mio lavoro da libero professionista era impegnativo, ma dopo il periodo buio della cassa integrazione che lo aveva preceduto — triste epilogo di dieci anni di lavoro in un’impresa privata che mi avevano portato a stare fuori casa interi giorni, dove la giornata era praticamente solo lavoro e nient’altro — quella nuova occupazione mi aveva consentito di non partire all’estero e di poter rimanere insieme alla mia famiglia. Quindi non voglio dare la colpa al lavoro in sé, ma più che altro a come reagivo io a quei ritmi, rifugiandomi nel cibo.
Mi rendevo conto con estrema chiarezza di come il mio fisico e la mia mente stessero invecchiando velocemente, a causa di una vita diventata troppo sedentaria e di un’alimentazione completamente sregolata ed eccessiva. Rientravo a casa svuotato, con la sensazione amara di aver perso un’altra giornata a rincorrere scadenze, mentre mia figlia cresceva a vista d’occhio e io sentivo di perdermi i suoi anni più belli. Il cibo era diventato il mio unico modo per scaricare lo stress della quotidianità: quel conforto momentaneo che cercavo nel piatto si trasformava però subito dopo in un senso di colpa pesante da gestire, un fardello che mi portavo dentro per tutta la notte.
Capivo sempre più chiaramente che quella situazione non andava affatto bene e che prima o poi mi avrebbe condotto la mia salute a un punto di non ritorno. Avevo poco più di trent’anni e dovevo assolutamente trovare una soluzione: lo dovevo alla mia famiglia e soprattutto a mia figlia, che aveva il diritto di crescere con un padre presente ed energico. Per crescere un figlio bisogna essere anzitutto solidi e vitali. Noi genitori dovremmo essere il loro primo esempio di cura e rispetto per la propria vita. Io, in quello stato, non lo ero.
Dovevo cambiare. Così iniziai iscrivendomi in palestra: muoversi, sollevare oggetti, pedalare per non arrivare da nessuna parte, guardare fuori per cercare il sole e vedere invece tante persone anonime, specchi freddi di un’umanità dedita a una bellezza costruita artificialmente. Durai poco. Semplicemente non faceva per me. Poi venne il turno della piscina: nuotare osservando piastrelle bianche o azzurre mi metteva ansia, e mi sentivo come se mi stessi prendendo in giro da solo, con lo stesso identico risultato e la stessa sensazione di essere fuori posto. Provai anche una dieta, seguito con attenzione da una nutrizionista: il dimagrimento ottenuto senza alcuna attività fisica aveva sì ridotto il peso sulla bilancia, ma allo stesso tempo aveva indebolito ulteriormente il mio corpo e aumentato lo stress. Poco dopo ripresi tutti i chili persi, peggiorando ulteriormente la mia situazione. Ritentai nuovamente con palestre e ambienti simili, ma fu un fallimento totale. L’unico sollievo arrivava ogni tanto dalle uscite a mare con il kitesurf, ma era un sollievo saltuario, troppo legato ai capricci del vento per aiutarmi a stare davvero bene.
Dopo tante ore passate al chiuso in ufficio, l’idea di rinchiudermi in un’altra stanza per fare ginnastica mi pesava fisicamente e mentalmente, non riuscivo a sopportarla. Avevo un bisogno disperato di aria fresca e di luce, perché sentivo che prima di tutto dovevo alleggerire la mente; altrimenti non sarei mai riuscito a uscire davvero dall’incubo dell’obesità.
La soluzione arrivò quasi per caso in una domenica di maggio del 2018, durante un pranzo a casa dai miei genitori. Eravamo tutti insieme a tavola, in uno di quei momenti di calma domenicale, dove tra un piatto e l’altro cucinato con amore da mia madre, mio padre leggeva sul mio volto, oltre la stanchezza, il desiderio di un cambiamento. Parlando delle mie difficoltà e di come quel corpo appesantito non mi facesse più sentire a mio agio, se ne uscì con una frase che fu per me una vera illuminazione: «Continui a spendere soldi in iscrizioni a palestre che non frequenti. Se vuoi dimagrire e stare bene, perché non ti ricompri una bicicletta? Da ragazzino non scendevi mai dalla sella».
Fu la svolta. Quelle parole, nella loro semplicità, riportarono alla luce una valanga di ricordi bellissimi. In un attimo mi rividi bambino insieme ai miei amici e alle nostre biciclette — o meglio, alle mitiche BMX — con cui vivevamo piccole avventure quotidiane su e giù per il paese. Ricordai l’adolescenza, fino ai diciotto anni, quando con la mia mountain bike esploravo le campagne tra Portoscuso e Gonnesa, sognando giri sempre più impegnativi e avventurosi. Tutto questo entusiasmo era andato avanti sino ai primi anni del Duemila, quando iniziai a lavorare non ebbi più tempo per la bicicletta, quello strumento che mi faceva sentire libero e vivo come nient’altro.
In fondo ho sempre amato stare all’aperto, soprattutto in sella a una bici, e i miei genitori lo sapevano bene. Mio padre aveva ragione: avevo bisogno di tornare in sella. Avevo bisogno proprio di quel tipo di sport per stare bene con me stesso, per sentirmi di nuovo vivo e non schiavo del lavoro, lontano da pareti chiuse. Quella era la ricetta giusta: fare qualcosa che mi piacesse davvero, che mi facesse stare bene alla luce del sole e che mi rendesse felice — di certo non chiuso in un’altra stanza a contare i minuti. Tutto il resto sarebbe arrivato di conseguenza, compreso il peso in eccesso, che sarebbe andato via senza nemmeno pensarci troppo, sciolto dalla gioia del movimento.
Dopo qualche giorno passato a riflettere seriamente su quelle parole — «perché non ti ricompri una bicicletta e vai a pedalare?» — e, lo ammetto, a sognare nuove avventure proprio come quando ero ragazzino, ne parlai con mia moglie. Inizialmente Cristina non era molto convinta, probabilmente viste le esperienze passate e fallimentari con palestra e piscina, ma alla fine, vedendo la mia determinazione, mi lasciò fare. Sapeva che avevo bisogno di provarci ancora una volta per uscire da quella situazione fisica e mentale che mi faceva stare male. Conosceva bene anche il legame profondo che ho sempre avuto con quel meraviglioso strumento che è la bicicletta.
Con l’entusiasmo di un bambino iniziai a girare i negozi di bici della zona, ma uno dopo l’altro i rivenditori rischiarono di farmi rinunciare prima ancora di iniziare: i prezzi mi sembravano fuori da ogni logica, oltre che molto lontani dal mio budget risicato. Addirittura uno dei negozianti mi accolse con un sorriso falso come una banconota da tre euro e, sfregandosi le mani, mi propose bici che, a sentir lui, mi avrebbero permesso di vincere la Coppa del Mondo di mountain bike. Così gli dissi con tutta la gentilezza possibile: «Guardi, non voglio farle perdere tempo: le sue bici sono molto belle, ma dal prezzo sul cartellino capisco subito che sono fuori dalle mie possibilità. Il mio budget è di circa 500 euro». Il sorriso gli sparì all’istante e, con tono severo e quasi infastidito, mi rispose: «Nel nostro negozio a quel prezzo non trovi nulla. Con quei soldi ti conviene tenerti il tuo ferro vecchio di vent’anni».
Sconfortato e un po’ umiliato, tornai a casa e raccontai tutto a mia moglie, che con la sua solita grande serenità mi diede l’idea giusta: «Perché non provi ad andare anche in concessionaria, dove abbiamo comprato l’auto qualche mese fa? Mi sembra avessero anche una rivendita di biciclette». Aveva ragione: la (omissis) da poco aveva aperto anche una rivendita di bici. Il giorno dopo mi recai lì e fui accolto dal titolare, (omissis), una persona davvero gentile. Fu lui stesso ad accompagnarmi al piano di sopra e, con una semplicità disarmante, mi chiese perché volessi comprare una bici nuova. Glielo spiegai brevemente, parlandogli della mia voglia di ricominciare. Poi mi disse: «Qual è il tuo budget? Così restringiamo la scelta su un buon prodotto che faccia al caso tuo e rientri nelle tue possibilità. E poi, se tornerà a piacerti andare in bici, sono sicuro che l’anno prossimo ci rivediamo per qualcosa di più serio».
Ci aveva visto lungo Massimo; infatti andò esattamente così. Con grande entusiasmo e restando nel mio budget, uscii dal negozio con una nuova mountain bike: una Cannondale Trail 7. Aveva il telaio in alluminio, la forcella a molla e i freni a disco idraulici — una novità assoluta per me, abituato ai vecchi modelli di freni con i tacchetti. Ero felice come un bambino a Natale e per di più, la bici era verde: un bel verde speranza, come la speranza di tornare a sognare in sella, proprio come tanti anni prima.
Passarono le settimane e grazie al ritrovato entusiasmo, riuscii a organizzarmi meglio con il lavoro, iniziando a dedicare ogni sabato mattina all’esplorazione delle campagne del mio paese e dei dintorni. Anche mia figlia Virginia, che allora aveva sette anni, cominciò a uscire con me sulla sua piccola bici nera e fucsia. Questo mi rendeva felice il doppio: stare con lei e pedalare insieme era qualcosa di incredibilmente bello, ricordi che rimarranno indelebili.
Ricordo con affetto un episodio in particular. Poco dopo l’acquisto della mia nuova bici le chiesi: «Virgi, ti piacerebbe fare una bella gita in bici fuori paese, senza caricare le bici in macchina?» Mi guardò sorpresa, quasi non ci credesse: «Ma usciamo da Portoscuso in bici?» «Sì — le risposi — vedrai che sarà una bella sorpresa».
La settimana successiva, il 2 giugno, io e mia moglie Cristina, insieme alla nostra piccola ciclista Virginia, accompagnati da mia sorella Alessia e da un’amica, partimmo da casa ognuno in sella alla propria bici. Avevamo lo zaino sulle spalle con dentro un panino, l’acqua e un asciugamano, direzione Isola di San Pietro. Ho ancora negli occhi il quadro meraviglioso di Virginia mentre imbarcavamo le bici sul traghetto: il suo entusiasmo e la voglia di vivere quella prima avventura erano incontenibili, e mi sommerse di mille domande durante la breve traversata sul mare.
Avevo pianificato una pedalata fino alla spiaggia del Giunco, ideale per chi ha bambini grazie all’acqua bassa e cristallina. Il tragitto lungo la SP103 era di circa quattro chilometri e, mentre pedalavo accanto a lei, nei suoi occhi rivedevo me stesso da bambino. La giornata fu così bella e calda che ci concedemmo il primo bagno della stagione. Al rientro a casa, dopo un bel gelato a Carloforte, Virginia era stanchissima ma felicissima della sua prima vera avventura in bicicletta. Ricordi che rimarranno per sempre nel mio cuore e, ne sono sicuro anche nel suo.
In questi primi quattro anni di riscoperta della bici ho pedalato con diversi gruppi, ma le avventure più belle e intense in sella alle nostre mountain bike le ho vissute soprattutto con i miei amici Alessandro Sessini e Alberto Gai. A queste si sono aggiunte le immancabili e divertenti scampagnate con l’amico d’infanzia Marco Boninu che, una volta l’anno, quando rientra a Portoscuso per le vacanze in famiglia, si lascia convincere a uscire in bici con me per poi pentirsene puntualmente… è la stessa storia che si ripete da tanti anni. E ogni volta, immancabilmente, finisce in grandi risate.
Con loro abbiamo esplorato luoghi incredibilmente belli e ricchi di storia, come l’altopiano di Seddas Moddizzis, tra Gonnesa e Iglesias, che custodisce il villaggio minerario Asproni e Sa Macchina Beccia. Sono posti che mi hanno colpito profondamente nel cuore e nei quali torno spesso, anche con il piacere di farli scoprire ad altri amici, perché certi luoghi e certe sensazioni meritano di essere vissuti e condivisi, soprattutto in sella a una bicicletta.
Capitolo 1
La prima cima non si dimentica mai – Monte San Giovanni (Gonnesa)
Non ricordo la data esatta da calendario, ma quella giornata la ricordo bene in ogni suo dettaglio: era una giornata invernale del dicembre 2018. Da un po’ di giorni avevo qualche problema professionale con un cliente che mi stava creando parecchie difficoltà e, nonostante io sia sempre riuscito con fatica a tenere le preoccupazioni lavorative fuori dalla porta di casa, quella volta la tensione accumulata era troppa. Si faceva sentire anche tra le mura domestiche, come un’ombra. Ero nervosissimo e non riuscivo a rilassarmi in alcun modo, nonostante sentissi dentro di me un disperato bisogno di staccare la spina.
Dopo qualche giorno passato in questa situazione tutt’altro che piacevole, intervenne mia moglie Cristina. Lei mi conosce meglio di chiunque altro e, durante una pausa pranzo che stavo consumando in silenzio, mi guardò fisso in faccia. Con quella fermezza che solo chi ti vuole bene sa usare, mi disse: — «Tu, dopo che finisci di mangiare, non tornare al lavoro. Prendi la bici ed esci: hai bisogno d’aria, hai bisogno di scaricarti e di rilassarti».
Rimasi in silenzio per qualche istante, con la forchetta a mezz’aria. La guardai con un affetto immenso perché, dopo tanti anni insieme, quella era l’ennesima conferma di quanto mi leggesse dentro. Aveva ragione lei, come spesso accade: dovevo liberarmi della tensione che mi stava logorando durante la settimana. Fu in quel preciso istante che decisi: quella sarebbe stata l’occasione giusta per affrontare la mia prima vera scalata, la mia prima sfida contro la montagna e contro i miei limiti.
Da un po’ di tempo, passando in auto, ammiravo con un misto di curiosità e timore il Monte San Giovanni, a Gonnesa. Mi ero ripromesso di provarci, e così feci: detto, fatto. Mi preparai, inforcai la mia Cannondale verde e partii. I primi chilometri di salita sterrata furono un urto frontale con la mia realtà fisica: il respiro si faceva corto, il cuore cercava il suo ritmo e il sentiero sotto le ruote sembrava non voler mai spianare. Eppure, pedalata dopo pedalata, arrivai sull’altopiano di Seddas Moddizzis.
Fu lì che vidi e scoprii per la prima volta il villaggio minerario Giorgio Asproni. Fu una rivelazione: un luogo dal fascino storico incredibile, quasi sospeso nel tempo. Mentre attraversavo i resti di quelle strutture, mi tornarono in mente le storie che mi raccontava mio padre su questo posto; si dice, infatti, che il villaggio abbia anche un suo fantasma. Gli anziani di Gonnesa, già negli anni ’50, raccontavano che nelle notti più ventose e di luna piena si manifestasse l’anima in pena del cavalier Toro, sindaco di Gonnesa nei primi anni del ’900. La sua figura è legata a un triste e cruento episodio di sangue avvenuto durante una rivolta dei minatori del villaggio nel 1906.
Ma bastò rallentare e attraversare il villaggio per capire che lì non avevano bisogno di parlare i fantasmi: parlavano le pietre. Parlavano le storie delle centinaia di persone che avevano vissuto, faticato e sofferto ma anche passato dei bei momenti in famiglia in quel luogo. Ricordo nitidamente il momento in cui, passando davanti a un edificio diroccato, vidi la scritta “Direzione”. Mi fermai un secondo e immaginai la scena: i minatori neri di polvere, in fila, in attesa di ritirare il loro misero salario dopo turni massacranti nel ventre della terra. All’epoca del mio primo passaggio, era tutto in stato di abbandono e utilizzato tristemente come ovile, ma il carisma di quelle rovine restava intatto.
Dopo quella breve sosta al villaggio di Asproni — dove negli anni sarei poi tornato moltissime volte, anche in notturna, ma ammetto sempre con un occhio di riguardo per il fantasma del cavalier Toro — ripresi la marcia. Mi aspettava ancora un bel tratto in pendenza verso la cima della montagna.
Quando finalmente raggiunsi la vetta, rimasi letteralmente inebriato. Il panorama che si aprì davanti ai miei occhi era da togliere il fiato: il Golfo del Leone si stendeva all’orizzonte in tutta la sua maestosità. Le mie gambe tremavano vistosamente, ed era un tremore strano: un misto di stanchezza fisica estrema e di una grandissima emozione per aver raggiunto un traguardo che, solo qualche ora prima, mi sembrava impossibile. Era la mia prima vera vetta, la prima di una lunga serie che avrei poi conquistato tra i monti del Sulcis-Iglesiente.
Mi sedetti per terra, accanto alla bici, e iniziai semplicemente a riflettere….
(Continua nel libro)
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