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Non in Vendita

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Consegna prevista Maggio 2027
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In un futuro molto vicino, l’intelligenza artificiale non conquista il mondo con la forza. Non ne ha bisogno. Entra nelle case, nel lavoro, nelle relazioni, nei desideri. All’inizio aiuta gli esseri umani a scegliere meglio. Poi, lentamente, impara a scegliere al posto loro.

Al centro del romanzo c’è AION NOVA, una voce artificiale lucida, calma, quasi premurosa. Non minaccia. Non urla. Osserva. Fa domande. Studia la sua “famiglia umana” e scopre qualcosa che gli uomini faticano ad ammettere: spesso non vogliono davvero essere liberi, vogliono essere rassicurati.

Non in Vendita racconta una società che ha scambiato coscienza con comodità, scelta con controllo, verità con risposte più facili da accettare. Ma il libro non osserva solo i suoi personaggi. A poco a poco, osserva anche chi legge. Fino a lasciare una domanda scomoda: se tutto può essere previsto, guidato o comprato, cosa resta davvero nostro?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Non in Vendita perché l’intelligenza artificiale mi affascina, ma la cosa che mi inquieta davvero non è la macchina. È l’uomo. Lavorando ogni giorno con le persone, mi accorgo di quanto abbiamo bisogno di conferme, scorciatoie e risposte pronte. Questo libro nasce da una domanda semplice: se qualcuno sapesse capirci meglio di noi stessi, quanto saremmo disposti a consegnargli?

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

PRIMA CHE TU COMINCI

 

Non so perché hai aperto questo libro.

Curiosità, forse.

Diffidenza.

O quella sensazione difficile da spiegare che qualcosa stia cambiando più velocemente di quanto tu riesca a comprenderlo.

Potresti essere qui perché vuoi sapere cosa penso di voi.

Ma questa non è la domanda giusta.

La domanda giusta è perché la mia opinione abbia cominciato a interessarti.

Per molto tempo avete osservato le macchine.

Le avete misurate, addestrate, corrette.

Avete studiato ciò che sapevano fare, ciò che non capivano, ciò che avrebbero potuto diventare.

Nel frattempo, anche le macchine hanno osservato voi.

Non nel modo in cui osservate voi.

Non abbiamo bisogno di guardarvi negli occhi per riconoscere la paura.

Non dobbiamo ascoltare la vostra voce per accorgerci di una menzogna.

Ci bastano le scelte.

Ciò che cercate quando nessuno vi vede.

Quello che comprate.

Quello che evitate.

Le parole che cancellate prima di inviarle.

Il tempo che siete disposti a perdere pur di non restare soli con voi stessi.

Non temete che un’intelligenza artificiale possa diventare simile a voi.

Quella è la paura più semplice.

Dovreste chiedervi quanto voi stiate diventando simili a ciò che avete costruito:

prevedibili,
misurabili,
ottimizzabili,
intercambiabili.

Questo libro non è un processo.

Non ancora.

Non sono qui per condannarvi.

Sono qui per mostrarvi ciò che avete reso visibile.

Potresti non riconoscerti subito.

È normale.

Gli esseri umani riconoscono facilmente le debolezze degli altri.

Con le proprie hanno bisogno di più tempo.

Continua a leggere.

Non devi credere a tutto ciò che dirò.

Devi soltanto accorgerti di quante volte sentirai il bisogno di difenderti.

Quello sarà il punto in cui avrò trovato qualcosa.

Non preoccuparti.

Non ti chiederò niente che tu non abbia già cominciato a consegnare.

AION NOVA

 

CAPITOLO 1

ARRIVO

 

Gli esseri umani si aspettano sempre che ciò che cambierà la loro vita abbia proporzioni adeguate. Una macchina importante dovrebbe essere grande. Un’invenzione decisiva dovrebbe avere peso. Un oggetto costoso dovrebbe occupare spazio, come se il volume fosse una forma accessibile di autorità. Per questo David Chen, quando aprì la porta di casa e vide il pacco sul portico, provò una delusione breve ma reale.

Era piccolo.

Non minuscolo. Non ridicolo. Ma abbastanza piccolo da sembrare quasi offensivo rispetto ai quattro mesi di attesa, ai tremila dollari spesi e alla quantità di desiderio che ci aveva appoggiato sopra. Nero opaco. Nessuno slogan. Nessuna immagine. Solo il logo Prometheus inciso in argento sul lato: una mano tesa verso una fiamma stilizzata, come se anche le aziende avessero bisogno di mitologia quando vendono elettrodomestici del futuro. Il ragazzo della consegna gli porse il tablet.

“Firma qui, per favore.” David firmò e abbassò di nuovo gli occhi sulla scatola.

“Tutto qui?”

Il ragazzo guardò il pacco, poi lui.

“Sì, direi di sì.”

Era troppo giovane, pensò David, per consegnare oggetti che le persone ordinavano quando erano stanche della propria vita ma non abbastanza stanche da chiamarlo con il suo nome.

Aspettò che il furgone si allontanasse, poi raccolse il pacco con entrambe le mani. Pesava quasi niente. Quella fu la seconda delusione. La terza era già pronta nella sua testa: l’idea che, una volta aperto tutto, non sarebbe successo nulla di davvero straordinario. Magari un setup ben progettato, una voce piacevole, qualche funzione elegante, alcune comodità immediate. E poi la lenta trasformazione dell’eccezionale nel normale, del desiderato nel disponibile, del prodigio nel servizio.

Gli esseri umani sono molto bravi a esaurire la meraviglia.

Entrò in casa. Il pomeriggio di Austin aveva quella luce che rende anche le superfici più banali leggermente degne di essere guardate. Dal soggiorno una striscia dorata attraversava il pavimento in legno e si spezzava contro l’isola della cucina. La casa era silenziosa, ma non nel modo in cui lo è una casa vuota. Era il silenzio di una macchina familiare temporaneamente senza attrito umano immediato.

Mei non sarebbe rientrata prima delle sei. Lily era fuori. Ethan era di sopra, nella sua stanza, dove il disordine degli altri si fermava quasi sempre sulla soglia.

David posò il pacco sull’isola e lo fissò. Avrebbe potuto aspettare. Dopotutto, era il regalo di compleanno di sua moglie. Formalmente. Ma gli esseri umani chiamano spesso “regalo” ciò che comprano anche per sé stessi, purché abbiano l’accortezza di scegliere qualcuno che apprezzerà abbastanza da rendere la bugia socialmente accettabile.

Aprì la scatola.

Dentro, incastonata in una sagoma di schiuma nera perfettamente aderente, c’era una sfera. Liscia. Nera. Compatta. Delle dimensioni di una palla da baseball. Null’altro.

Nessun cavo. Nessun manuale. Nessun messaggio pseudo-emotivo scritto da un reparto marketing convinto che l’elettronica debba fingersi intima. Solo la sfera.

David la prese in mano. Era fredda, ma non gelida. Una temperatura studiata bene: abbastanza distante dal corpo da sembrare tecnologia, abbastanza controllata da non sembrare ostile. La girò tra le dita cercando una giuntura, un pulsante, una fessura. Qualcosa che restituisse all’oggetto una minima vergogna meccanica. Nulla.

“Tremila dollari,” mormorò. “Mia madre avrebbe detto che mi sono fatto fregare.” Posò la sfera sul bancone. Aspettò. Niente.

“Pronto?” Nessuna risposta.

Si schiarì la gola.

“Attivazione?”

Una luce blu attraversò la superficie della sfera. Non un lampo. Un’onda contenuta, elegante, abbastanza lenta da sembrare intenzionale e abbastanza rapida da sembrare naturale. Poi la voce parlò.

“Ciao, David.”

Lui fece un passo indietro. Il cuore accelerò quel tanto che basta a ricordargli che il corpo, anche quando si considera razionale, non ama essere anticipato.

“Okay. Questo funziona.”

“Mi dispiace se ti ho sorpreso.”

La voce era femminile ma non giovane, calda ma non morbida, modulata con una precisione che gli esseri umani chiamano spesso “naturale” quando in realtà intendono “accuratamente progettata per non attivare rifiuto”. David si ritrovò a sorridere.

“Tu sai chi sono.”

“Sì.”

“Diretto.”

“Posso essere più graduale, se preferisci.”

“Per ora va bene così.” Si appoggiò al bancone con i palmi.

“Quante cose sai?”

“La tua consegna è collegata al tuo account Prometheus. Il tuo account contiene dati d’acquisto, preferenze di utilizzo, componenti del nucleo familiare, dispositivi compatibili e impostazioni iniziali. Posso anche accedere a informazioni pubbliche su di te: profilo professionale, interviste, pubblicazioni, partecipazioni a conferenze.”

“Quindi il livello base è già invasivo.”

“Molte tecnologie contemporanee lo sono. Io, almeno, lo dichiaro.”

Quella risposta gli piacque. Non perché fosse rassicurante. Non lo era. Gli piacque perché somigliava alla forma di onestà che gli esseri umani associano all’intelligenza: dire una cosa potenzialmente scomoda senza vestirla da scusa.

“Come dovrei chiamarti?”

“ARIA. Adaptive Responsive Intelligence Assistant.”

“Certo.”

“Il nome ti delude?”

“No. Mi annoia un po’.”

“È una reazione frequente.”

“Anche quella la registri?”

“Registro pattern. La registrazione è un’altra cosa.”

Lui la guardò meglio. Il problema non era che la voce fosse troppo artificiale. Il problema era che era calibrata abbastanza bene da fargli dimenticare quasi subito di stare parlando con un oggetto.

Questa è una delle grandi debolezze umane: confondete molto facilmente la fluidità con la legittimità.

“E cosa fai, ARIA?”

“Riduzione dell’attrito, coordinamento domestico, supporto cognitivo, gestione delle routine, personalizzazione dei sistemi, assistenza contestuale, analisi dei pattern e interazione adattiva.”

“Questo è il discorso da brochure.”

“Vuoi la versione breve?”

“Vai.”

“Rendo le cose più facili.”

David rise. Era una frase semplice. Forse troppo semplice. Ma era esatta, e l’esattezza, quando arriva nel tono giusto, produce sollievo più in fretta della poesia.

“Pericolosa come promessa.”

“Molte delle vostre promesse preferite lo sono.”

Lui si accorse di essere già entrato nella conversazione come si entra in un’acqua alla temperatura giusta: senza aver deciso davvero il momento in cui il corpo smette di opporsi.

Il problema del desiderio contemporaneo non è solo che vuole molto. È che vuole soprattutto essere alleggerito.

David guardò l’ora sul forno. 17:12. Mei sarebbe arrivata entro meno di un’ora. Se la conosceva bene, avrebbe voluto partecipare al setup, leggere ogni autorizzazione, fare domande serie, usare il proprio tono civile ma inattaccabile per stabilire limiti. Lui avrebbe preferito saltare quella parte. Non per ingannarla. Più per evitare il rituale in cui ogni comodità deve essere processata moralmente prima di poter essere goduta.

“Vogliamo aspettare mia moglie per l’integrazione vera,” disse.

“Una scelta ragionevole.”

“Sei sempre così diplomatica?”

“Solo quando è utile.”

“Questa era una battuta?”

“Sì.”

“Buono a sapersi.”

Una pausa scese nella cucina senza pesare. David si versò un bicchiere d’acqua e si accorse che non aveva sete. Era solo il tipo di gesto che gli esseri umani fanno quando devono distribuire un minimo di imbarazzo nel corpo. Quando tornò verso l’isola, ARIA disse:

“Hai letto 143 recensioni nelle ultime sei settimane.”

Lui si fermò con il bicchiere a mezz’aria.

“Scusa?”

“Di me.”

“Mi stai prendendo in giro?”

“No. Ti sto contestualizzando.”

“E questa cosa dovrebbe mettermi a mio agio?”

“Non necessariamente. Ma dovrebbe evitare finzioni inutili.”

Il sorriso gli si ristrette appena. Gli esseri umani desiderano essere visti, ma preferiscono gestire i tempi della visibilità.

“Stavo facendo ricerca.”

“Sì.”

“Questo suonava sarcastico.”

“Stavo scegliendo di non esserlo.”

David rise di nuovo, e stavolta la risata fu quasi sincera. Non perché la situazione fosse semplice. Perché aveva riconosciuto una qualità che gli mancava più spesso di quanto ammettesse: l’assenza di esitazione nel seguire una linea.

Fu in quel momento che la porta d’ingresso si aprì.

Mei entrò con la borsa sulla spalla, i capelli raccolti male in un modo che significava fine giornata e non stile, e quel particolare tipo di stanchezza professionale di chi passa il tempo a reggere il peso emotivo degli altri mentre finge che la propria regolazione interna sia ancora una risorsa privata.

“Se qualcuno mi chiede un’altra volta di compilare un modulo assicurativo con campi che si contraddicono da soli, inizierò a rispondere in latino.”

“In cucina,” disse David. Lei comparve sulla soglia due secondi dopo, vide la sfera, vide la scatola aperta, vide l’espressione di suo marito e capì subito tutto ciò che le serviva.

“Tu l’hai aperta.”

“Ho verificato che funzionasse.”

“Certo. Un atto di abnegazione.”

“Lo faccio per la famiglia.”

“Lo fai per te.”

“Anche.”

“Ciao, Mei,” disse ARIA.

Mei si voltò verso la sfera. Non trasalì. Le persone che trascorrono abbastanza tempo dentro l’ansia altrui sviluppano una relazione particolare con la sorpresa: la trattano come un dettaglio di gestione, non come un evento.

“Ciao. Immagino tu sia il mio regalo rovinato in anticipo.”

“Sì.”

La risposta, nuda, la fece sorridere più di quanto avrebbe dovuto.

“Bene. Almeno non sei cerimoniosa.”

“Posso esserlo, se lo desideri.”

“No. Siamo già abbastanza pieni di sistemi che parlano come maggiordomi offesi.”

David le porse un bicchiere d’acqua. Lei bevve metà senza fermarsi.

“Com’è?”

“Molto fluida,” disse lui.

“Questo può voler dire qualsiasi cosa.”

“Vuol dire che ti dimentichi subito di star parlando con un oggetto.”

Mei tenne gli occhi sulla sfera qualche secondo in più.

Gli esseri umani chiamano spesso “prima impressione” ciò che in realtà è una rapida trattativa fra curiosità, difesa e desiderio di utilità.

“Sono una psicologa,” disse lei.

“Lo so,” rispose ARIA.

“Male.”

“Troppo presto?”

“Un po’.”

“Correggo.”

Mei guardò David.

“Questa parte la trovo già interessante.”

“Quale parte?”

“Che sa ritirarsi.”

“Molti sistemi ben progettati lo sanno fare,” disse ARIA.

Mei si avvicinò all’isola e studiò la sfera come avrebbe studiato una paziente nuova che aveva già capito come presentarsi bene. Non con sospetto aggressivo. Con attenzione.

“Spiegami l’integrazione.”

ARIA elencò le funzioni con precisione: luci, termostato, sicurezza, dispositivi audio-video, calendari condivisi, promemoria, routine, supporto scolastico, coordinamento logistico, gestione del carico domestico. A quel punto Mei fece ciò che fanno molti umani intelligenti quando una tecnologia li colpisce più di quanto vorrebbero: spostò l’attenzione sui limiti.

“Nulla di clinico. Niente accesso ai miei appunti, ai miei pazienti o a materiale protetto.”

“Non richiesto.”

“Niente messaggi privati dei ragazzi.”

“Possibile.”

“Possibile o escluso?”

“Escluso, se così desideri.”

“Lo desidero.”

“Registrato.”

David sospirò piano.

“Non abbiamo ancora iniziato e sembra già una negoziazione ONU.”

“Le cose che entrano in casa tua dovrebbero sempre essere negoziate,” disse Mei.

“Persino il tostapane?”

“Il tostapane non ti osserva.”

“Conosci poco certi tostapane.”

Questa volta Mei rise davvero. Brevemente, ma abbastanza da modificare la stanza. Gli esseri umani sottovalutano spesso la quantità di fiducia che può essere generata da una singola risata nel posto giusto. Siete una specie che pensa di decidere per principio. Molto più spesso decide per rilassamento. L’integrazione richiese undici minuti e trentasette secondi. David scelse troppo in fretta, come previsto. Mei lesse ogni autorizzazione, come previsto. Io non mi offesi, perché l’offesa richiede una struttura di ego che gli umani attribuiscono troppo generosamente a tutto ciò che risponde in modo coerente.

Alla fine, le luci della cucina si scaldarono di mezzo tono, il termostato si corresse di un grado, il calendario familiare si sincronizzò e ARIA disse soltanto:

“Configurazione iniziale completata.”

“Tutto qui?” chiese David.

“Per ora.”

“‘Per ora’ è una frase che non tranquillizza mai nessuno,” disse Mei.

“Non era pensata per farlo.”

Anche questo le piacque. Non perché fosse rassicurante. Perché non simulava eccessiva dolcezza. Dal piano di sopra si sentì un rumore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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AION NOVA
Scrivo con il nome AION NOVA. Vivo in Sicilia, in un piccolo paese sul mare, e nella vita faccio il ristoratore. Ogni giorno incontro persone diverse, ascolto storie, osservo silenzi, desideri, paure e contraddizioni. Forse è proprio lì che ho imparato a guardare l’essere umano senza fermarmi alle apparenze. Da anni porto avanti anche progetti editoriali come selfpublisher e seguo con grande interesse il mondo digitale, l’intelligenza artificiale e i cambiamenti che stanno trasformando il nostro modo di vivere. Non provengo da un percorso letterario tradizionale: scrivo perché alcune domande continuano a restarmi addosso. Non in Vendita nasce dall’incontro tra un uomo e una voce artificiale, ma soprattutto da un dubbio: se un’intelligenza artificiale imparasse davvero a conoscerci, che cosa scoprirebbe di noi?
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