Non ricordo più come si scrive.
Una lettera di presentazione, poi, non saprei come iniziarla, né come concluderla.
L’assistente di quello che spero diventi il mio capo me lo aveva detto senza nemmeno distogliere lo sguardo dal muro di mail che stava evidentemente tentando di tenere a bada.
È passata più di una settimana da quel colloquio e non ho ancora inviato mezza riga che racconti chi sono, ma soprattutto cosa so fare.
Se avessi compreso di cosa si occupa davvero la suddetta azienda, sarebbe anche più semplice riportare le mie esperienze lavorative; peraltro, arrugginita come sono, dubito di poter centrare l’obiettivo.
Da piccola scrivevo bene. Tenevo un diario, quasi quotidiano, e mi piaceva usare la penna, anche se la impugnavo male e con la mano sinistra mi trascinavo via metà dell’inchiostro della biro.
Ero precisa nell’annotare le prime conquiste, ma ancor più soddisfazione traevo nello sfogare sulla carta le liti che si facevano strada a scuola, o in famiglia. Quel quadernetto rosa antico è stato il mio rifugio, il posto in cui ho maturato i primi ragionamenti adulti, il nido nel quale cercavo agognate conferme.
Poi, verso la fine del liceo, arrivò il primo portatile in casa, così dislocai i miei pensieri su un file word, ma non fu la stessa cosa: il solco creato dalla penna sulla falangetta dell’anulare sinistro si lenì, ma, dopo qualche tempo, persi il gusto di commentare le mie giornate e finii per usare il PC solo per lo studio e, anni dopo, per il lavoro in redazione.
Da quando il giornale ha chiuso, poi, accendo il computer solo per leggere gli articoli delle testate che riescono a sopravvivere, e per scaricare l’estratto conto trimestrale. Ogni tanto per salvare le foto di Chiara, anche se, dal momento che fra poco andrà alle elementari, la sua crescita porta cambiamenti sempre meno rapidi ed evidenti. Ho l’impressione di essermi assuefatta anche alla sua esistenza, come capita con i profumi.
Per tutto il resto è arrivato lo smartphone, un telefono talmente intelligente da avermi fregato tutto: dati personali, capacità di orientarmi, o di chiedere un’indicazione ad un cristiano di passaggio, e persino la voglia di dire le cose in faccia, senza faccine più o meno eloquenti.
Facendo due conti, quindi, non scrivo a penna da circa vent’anni, ma soprattutto non elaboro qualcosa di creativo da dodici mesi, come si direbbe per la taglia di un bambino, o la stagionatura di un parmigiano.
Ho perso il lavoro nel momento meno opportuno: trentacinque anni, sposata da appena un mese e con una figlia di quattro anni, avuta con il precedente fidanzato.
Una bambina, ma non due. Il che, per un potenziale datore di lavoro, equivale a dire “seconda maternità assicurata di lì a poco”.
Aggiungiamo che la lettera per la cassa integrazione è arrivata all’inizio di una crisi economica che il mondo dell’editoria non aveva mai visto dai tempi di Gutenberg, e il risultato si evidenzia in un anno di espedienti lavorativi precari volti a non dover pronunciare la parola “casalinga” rispondendo alla domanda “e tu di cosa ti occupi?”.
Francesco, invece, non si è scomposto, né tantomeno agitato all’idea di vivere in tre con un solo stipendio. È un uomo pratico: ci ha fatto imballare tutte le nostre cose, ha fatto rimuovere la scala che collegava i nostri due appartamenti da appena tre mesi e ha messo il suo in affitto perché, essendo un “attico con ampio terrazzo”, ha valutato che avremmo chiuso un contratto di locazione con una rata più alta.
«Ok, con i soldi ci stiamo. Ma poi cosa faccio io tutto il giorno?»
«Michela, cosa vuoi fare? La mamma! Alla fine, arriverà anche un bambino tutto nostro, abbi fiducia!»
Benché Francesco avesse un ottimo rapporto con Chiara, e persino con suo padre Stefano, l’espressione “un bambino tutto nostro” mi pizzicava le orecchie ogni volta che la sentivo.
Come se dovesse mettere in secondo piano Chiara, come se lei valesse meno perché non era figlia sua. Che poi, per conto mio, i figli non appartengono né a chi li genera, né a chi li alleva. Sono in locazione anche loro.
Ad ogni modo, per mia fortuna, con noi vive una quadrupede maculata che, senza troppa fantasia, sette anni fa avevo battezzato “Peggy” e che, in giornate primaverili come questa, ha fatto in modo che fossi costretta ad uscire di casa, nonché di assumere una dose minima e vitale di vitamina D rimanendo sotto il sole ad aspettare i suoi bisogni.
«Peggy, ben pensando, mi conviene far due passi con te per schiarirmi le idee, altrimenti questa presentazione non vedrà mai la luce.»
Consueto sguardo accondiscendente del mio cane, abituata a sentirmi pensare ad alta voce, e in due minuti sono già fuori casa, senza trucco e con i capelli raccolti completamente a caso con una pinza nera.
Quando passeggio con Peggy calpesto sempre gli stessi marciapiedi, svolto nei soliti angoli e osservo sempre gli stessi dettagli, finché non arrivo al mare.
Lo guardo, respiro profondamente e torno indietro con gli occhi pieni di blu, normalmente riappacificata con me stessa.
Oggi però c’è un’acqua inquieta, di una tonalità quasi vicina al grigio scuro. Corrisponde al mio stato d’animo e arrivare alla spiaggia stavolta non placa il mio malumore.
Aspetto che anche Peggy si stanchi del Maestrale e faccio dietro front abbastanza rapidamente, accelerando il passo rispetto all’andata.
Torno a casa, mi obbligo a sedermi sul divano con il block notes e la penna fra le mani e comincio a scrivere, dimenticandomi persino di pranzare. Devo iniziare in qualche modo, qualcosa verrà fuori.
Capitolo II
«E brava Miche. È bellissima.»
«Sai che c’è, Cami? Ne sono convinta anch’io. Mi ha fatto bene smettere di scrivere per qualche tempo. Il mio stile si stava annacquando a furia di elaborare quei pezzi cretini sull’arrivo del caldo.»
«Ma cosa vuol dire? Lo facevi per lavoro, sai come scrivono i giornalisti.»
«Biagi sarebbe contento di sentirti parlare così.»
«Va beh, hai capito, dai. Comunque, per l’obiettivo che aveva questa lettera, ti sei veramente superata.»
«Su questo siamo d’accordo. Io mi assumerei.»
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.