La Cala – Assapora il tempo É un mondo difficile e vita intensa felicità a momenti e futuro incerto (T. Carotone) Presi l’auto parcheggiata vicino lo studio. Stavo concludendo una giornata che sembrava infinita e forse lo era, considerando il mio improvviso appuntamento con Max. Mi ero svegliato alle 06:15 per colpa di una vescica più puntuale di un orologio svizzero. Rimasi a letto un po’ di più per dare un’occhiata ai social e leggere le notizie del giorno. Sia quelle delle persone normali che delle assurdità politiche di cui è fatto il nostro mondo. Era stata una di quelle giornate dove perdi la percezione del tempo, trascorsa insieme ai miei soci, Fabiele e Maurizio, all’interno del nostro studio: Igea Odontoiatria. Una giornata piena di impegni, visite, interventi, arrivata alla sua conclusione dopo l’appuntamento con un paziente molto particolare: l’avvocato Papino. Un avvocato, con le occhiaie profonde di chi ha visto e combattuto troppe cause dentro e fuori dal tribunale. Si era sdraiato sulla poltrona dopo aver pronunciato la solita frase: «Non ho tempo, dottore. Facciamo più in là.» Erano già sei mesi che rinviava e io ci avevo fatto il callo, anche se sapevo bene che più l’avvocato Papino sosteneva di non avere tempo, meno ne avrebbe avuto in futuro. Più rimandava, più le sue cure sarebbero diventate corpose, sia da un punto di vista temporale che da un punto di vista economico. Le sue condizioni sarebbero peggiorate e i miei sforzi sarebbero andati in fumo. Mi uscì dal cuore una frase per lui: «Il tempo non è una scusa. Se non lo prendi tu, prima o poi lui si prende te.» L’avvocato non rispose, ma i suoi occhi si chiusero lentamente tra la rassegnazione e l’approvazione. E io pensai che certe verità non hanno bisogno di spiegazioni: bastano a scalfire un muro. Più attendi, più rimandi, più un problema che inizialmente sembrava piccolo e innocuo diventa irrimediabilmente grande. Ciò che pensavi di poter spostare più in là, diventa urgente. È il tempo che non dà tempo. Portai quel pensiero con me mentre con l’auto percorrevo la strada verso la Cala. Sapevo che una bella passeggiata a piedi lungo le stradine che dal Tribunale portano al mare, mi avrebbe aiutato ad evitare il traffico dei grandi corsi. Guidai senza musica. Quando non c’è rumore, i pensieri prendono spazio come se pagassero l’affitto. Palermo di sera non è mai davvero buia.
È piena di luci stanche, vetrine mezze spente, motorini che passano come zanzare con la targa. E io, dentro l’auto, avevo addosso quella sensazione precisa di quando stai andando a un appuntamento che non sai se ti farà bene o ti farà perdere tempo. Anche se quando incontri un amico non è mai tempo perso. Parcheggiai. Misi la mano in tasca e invece di trovare il telecomando dell’auto trovai la risposta al pensiero che mi urlava nel cervello: Perché Max aveva bisogno di vedermi per dieci sere? Perché questa improvvisa voglia di filosofeggiare? La risposta fu: Max è sicuramente in cerca di ispirazione! Sta cercando nuovi luoghi nell’animo umano per trasformarli in opere d’arte. Questa è sicuro la vera risposta… oppure semplicemente siamo due cazzoni e abbiamo trovato una bella motivazione per passare del tempo assieme! La Cala al tramonto è un teatro aperto. Le barche ferme sembrano comparse, i lampioni si specchiano sull’acqua come fari che cercano attori. I palazzi barocchi, stanchi ma vanitosi, ripetono le battute come vecchi attori che non vogliono lasciare la scena. Qui Palermo non è turistica: è viva. Non si limita a farsi guardare, ti costringe a partecipare. Il rumore dei bicchieri di vetro, la risata di due ragazzi appoggiati a un molo, un motorino che sfreccia lasciando odore di miscela: tutto sembrava dire “il presente è qui!”. Qui la frenesia della giornata appena passata si disperde nel godimento dell’attimo. Qui stacco la spina dal lavoro e mi perdo dentro i profumi e i suoni della mia città. Max era appoggiato a un muretto, in un punto in cui la città si apre e il mare, anche se non lo vedi bene, lo senti. Max è il mio migliore amico: pittore di pop art, ha una figlia di sei anni a cui parla come un’adulta e un guardaroba che sembra un pantone esploso. Aveva in mano due bicchieri di plastica e quell’aria da “tranquillo, ho già deciso per te”. Camicia sbottonata, sigaretta spenta tra le dita. «Cristian!» – mi salutò. «Come stai, piemontese?» – lo punzecchiai. Scosse la testa ridendo: «Ancora con questa storia? Io sono più palermitano di te.» Max era nato in un paesino del Piemonte: silenzioso, ordinato, educato come il “bravo ragazzo” che le mamme sognano. Poi la famiglia si era trasferita a Palermo e la città gli aveva scolpito addosso un nuovo carattere: ironico, affascinante, un po’ selvaggio. «Sai cosa mi manca del mio paese?» – disse – «A volte mi mancano le sere vuote, in cui non succedeva niente. Il tempo lì scorreva lento. Qui invece il tempo è eccesso: se non lo prendi, ti travolge. C’è sempre così tanto da fare, da vedere, da vivere. Corre tutto talmente veloce…» «Il tempo a Palermo non puoi sprecarlo, devi trasformarlo. Forse è per questo che sei diventato artista qui» – gli risposi. Poi gli indicai i due bicchieri che teneva in mano, incuriosito come un bambino. «Dimmi che non hai preso roba strana.» Lui mi guardò serio. Troppo serio per essere Max. «Ho preso dell’acqua.» Mi bloccai. Lui vide la mia faccia e scoppiò a ridere. «Cristian, ti giuro che sei l’unico uomo a Palermo che si spaventa dell’acqua.» «Tu non prendi mai acqua.» «Appunto. Stasera si fa sul serio.» Mi passò il bicchiere come se mi stesse consegnando il calumet della pace. Lo presi e bevvi un sorso. Era davvero acqua. E questo, per qualche motivo, conoscendo il soggetto, mi mise in allarme. Max fece un cenno verso il mare. «Siediti.» – mi disse. «Dove?» «Qui. “Sdivacati”. (Siediti!) Non metterti in posa, non stiamo mica facendo una foto!» Restò in piedi un secondo, guardando davanti a sé come se ci fosse un pubblico con cui poter parlare. Poi si sedette accanto a me, più vicino del solito. Come fanno gli amici quando stanno per dirti una cosa vera e non vogliono darti il tempo di scappare. «Allora» – disse – «prima serata. Primo argomento.» Io cercai di proporre l’argomento a me più congeniale: «Parliamo di controllo! Che ne dici?» «No.» – Mi interruppe secco. «Come “no”?» «No, non parleremo di controllo.» Sbuffai innervosito. Del resto, a me piaceva avere il controllo della situazione. «E allora di cosa parliamo?» – gli domandai. «Parliamo di una cosa che tu non controlli mai davvero.» Io lo guardai, lui mi fissò. E con una calma che non gli avevo mai visto, disse: «Parliamo di tempo.» Silenzio. Sentii il mare che ondeggiava. Sentii Palermo dietro, con la sua confusione. Ma soprattutto sentii la mia testa che provava a trasformare tutto in uno schema… e falliva. Mi concentrai su come affrontare l’argomento. Forse Max vuole parlare di tecniche di gestione del tempo? Vuole diventare organizzato? Forse vuole parlare di come mantenere il focus per ottimizzare i tempi di lavorazione dei suoi quadri? Oppure vuole parlare dell’essenza stessa del tempo? Della vita che arriva irrimediabilmente ad una fine? Dell’invecchiare? Del morire? Max non sapeva che cosa mi stesse frullando per la testa, ma era come se lo avesse intuito. Del resto mi conosceva bene. Sapeva quanto fossi bravo ad anticipare le domande degli altri. «Adesso non fare il professore. Dimmi solo una cosa: quando è stata l’ultima volta che hai sentito il tempo addosso? Il tempo che ti cambia, nel volto e nell’animo, quel tempo che si allunga o accelera all’improvviso. Che sfugge e che non basta mai?» La risposta mi rimase in gola. Capii che quella non sarebbe stata una banale chiacchierata… tutt’altro. Sorseggiammo il bicchiere d’acqua con calma, in silenzio, assorti dai colori del porto e dai pensieri. L’argomento richiedeva un attimo di riflessione. Poi ruppi il silenzio: «Compà con la sola acqua non ce la faccio a ragionare. Saliamo “ai Chiavettieri!”» Ci alzammo e lenti lenti ci avviammo verso i vicoli che salgono per la città, paralleli al Cassaro. Ci appoggiammo a un tavolino storto, sedie in metallo che avevano visto più estati delle nostre ginocchia, pronti per il primo brindisi. Due calici de “il Cugino della cantina Principe di Spatafora”. Ripensai alla domanda di Max, presi fiato e dissi: «Il tempo addosso lo sento ogni qualvolta cammino per le strade del centro. Guardo questa città, dove ho trascorso l’intera mia esistenza e da dove ho visto andar via troppi ragazzi. Una città che esiste da sempre, che si è trasformata e che ha conosciuto civiltà differenti. Una città che come la vita rimane, si trasforma e continua, al di là delle nostre brevi esistenze. Il tempo che passa lo vedo dai cambiamenti intorno a me. Le persone che si sono succedute nella mia vita. Dagli obiettivi che ho raggiunto. Dalla fatica che faccio a stare appresso alle mode di questi giovani» Max mandò giù un bel sorso di vino ed esclamò: «Per me il tempo è uno spreco, ho buttato anni dietro mostre inutili e donne sbagliate.» «Non li hai buttati. Hai imparato.» «Bella frase. Ma tu non hai paura di perderlo il tempo?» «Certo. Il problema, infatti, è proprio saperlo gestire al meglio. Cerco di non rimandare. Lo sai, in studio vedo ogni giorno persone che aspettano troppo. Chi rimanda un controllo, chi aspetta a curarsi, chi pensa che il tempo sia infinito. E invece il tempo è il dentista peggiore: ti presenta sempre il conto.» Max scoppiò a ridere. «Sei l’unico che riesce a trasformare il tempo in una metafora odontoiatrica!» Gli parlai di Alberto, mio figlio, al primo anno di Medicina. «Sai, Max, il tempo l’ho imparato da lui. Da bambino giocavamo a pallone nel corridoio, rompevamo bicchieri, ridevamo come complici. Ora studia anatomia e mi corregge se sbaglio un termine. Ma il nostro rapporto è lo stesso: padre e figlio, ma anche amici. Quando è con sua madre mi manca, ma appena torna mi ricorda che il tempo con lui non è mai sprecato. È il mio investimento migliore.» Max rimase serio. «Vedi? Tu costruisci. Io consumo. Nonostante io abbia avviato tantissimi progetti in cui ho messo amore e dedizione, alla fine, mi sono sempre ritrovato a distruggerli. Partivo con buone intenzioni e poi in un attimo ero di nuovo al punto di partenza. Mi è successo in famiglia, mi è successo al lavoro. Il tempo che pensavo di avere per sistemare tutto alla fine non era mai sufficiente. Ora che penso alla mia piccola vorrei poter passare più tempo con lei, coltivarlo differentemente. Ritagliarci dei momenti di gioco, di attività interessanti. Facciamo tanto insieme ma la condizione di “ex” non aiuta. Il tempo per noi non è mai abbastanza. Ci vorrebbero due vite.» Bevve un sorso, sospirò e continuò a parlare: «Ma due vite forse non bastano… Una volta ho avuto una donna che mi amava davvero. Colta, bella, mi stimava come artista. Io consumai quel rapporto rincorrendo mostre, feste, amori veloci. Credevo che il tempo con lei fosse infinito. Poi un giorno se n’è andata. E lì ho capito che il tempo non torna più indietro.» Tacque un attimo, poi in un sorriso che sapeva di amarezza e nostalgia mi disse: «Comunque meglio un amore bruciato che un amore tiepido, no?» «Meglio un amore coltivato» – ribattei. Il telefono vibrò. Messaggio di Alice: Divertiti. Ma non bere troppo. Io ti aspetto sveglia. Non trasformare Max in un santo. È meglio da vivo. Promesso. 23:30 a casa. Ti porto la città addosso. – Risposi. Sorrisi. Eccolo lì il tempo della maturità: Alice. Lei tiene in equilibrio la mia vita quando io la inclino verso i miei sogni. Collabora in studio come Office Manager. Lei detta i tempi in Igea Odontoiatria. Sa ottenere rispetto e risultati, ma nella nostra intimità mostra le fragilità che con gli altri tiene nascoste. Paure che si sciolgono solo quando ci abbracciamo. Innamorati folli ma con la consapevolezza matura della nostra età. Con Alice non basta averla conquistata: è una riconquista quotidiana. Il tempo che divido con lei è sempre emozionante anche per un semplice Burraco. Più cose facciamo insieme e più tempo abbiamo. Come se la nostra relazione avesse il potere di dilatare la risorsa che più di ogni altra ci sembra limitata. Riempimmo nuovamente i bicchieri e guardammo verso il porto. «Ti ricordi quando a vent’anni siamo venuti qui in motorino senza casco?» – chiesi a Max. «Sì, quando abbiamo urlato “siamo immortali” a squarciagola.» «E ora parliamo del tempo che scivola via. Palermo è così, ti obbliga a guardare in faccia la vita. Non puoi fingere che sia infinita.» «Tu Cristian cosa vuoi dalla vita?» Sapevo che come risposta non gli sarebbe bastata una banale lista di desideri. La sua domanda non cercava una risposta razionale, pronta o superficiale. Dovevo guardarmi dentro. E lo feci. «Voglio che ogni giorno faccia rima con ‘senso’. Che il mio lavoro non diventi un alibi, per morire all’interno di quattro mura. Provengo da una famiglia dove mio padre lavorava quattordici ore e più, non ci ha fatto mancare nulla ma mancavano i momenti insieme. È per questo che voglio che mio figlio mi veda fare fatica senza diventare duro. Che Alice continui a ridere dei miei pasticci e io impari a meritarmi le sue risate. Il tempo non è infinito, ma un valore da “meritare”: non è solo spendibile sul lavoro, ma va investito nelle relazioni. “U travagghiu” è solo il mezzo per sostenere una vita vissuta consciamente. Non posso rimandare a “quando avrò tempo” i momenti con Alice o con i nostri figli. Il tempo giusto è quello passato insieme, e aldilà del sostentamento anche il lavoro deve essere visto in questa visione.» Dopo un breve silenzio chiesi a Max: «Mi capisci? Qual è stato quel momento preciso, quella risata di tua figlia o quella stanchezza condivisa con una tua partner che ti ha fatto dire “ecco, ora sto dando il giusto valore al mio tempo”?» «Avere avuto una figlia ha sicuramente dato un senso anche a un rapporto finito. Ha valorizzato il mio tempo in questa terra. C’è una parte di me che continuerà a camminare nel mondo anche dopo di me. Così come la mia arte, sopravviverà alla mia persona. Io voglio smettere di aspettare l’ispirazione come fosse l’autobus notturno. Non voglio più consumare il tempo, ma mi piacerebbe plasmarlo, arricchirlo di momenti unici, dove imparo qualcosa, anche se fosse semplicemente sorridere. Passare del tempo di qualità con mia figlia e con la mia arte. Vorrei smettere di consumare e iniziare a costruire». Brindammo. Passarono due ragazzi con una cassa Bluetooth. La musica era distorta, il loro entusiasmo no. Palermo non giudica: ti lascia provare. Max accende una sigaretta appena rollata, non fuma, annusa solo il tabacco. Gli piace l’idea del fuoco senza l’urgenza di bruciare. Il telefono vibrò di nuovo. Alice: Non farmi addormentare da sola. Ho messo il pigiama brutto: solo tu sai farlo sembrare haute couture. Risi, poi mostrai il messaggio a Max. Gli dissi: «Vedi? Lei mi riporta sempre a terra. È la mia misura del tempo. Dei miei momenti concreti, vivi, intensi e condivisi». «Beato te» – rispose Max – «Io ricevo messaggi solo da galleristi che mi chiedono di consegnare un quadro o da collezioniste che si offendono se non rispondo subito.» Alzò il bicchiere: «Al tempo che non ci appartiene!» «E alla presenza che ce lo restituisce» – aggiunsi. «Compà non ti dimenticare la frase: ricordi? Ogni sera finisce con una frase che identificherà il capitolo del tuo libro.» «Ragione hai!» – ci pensai un attimo, poi mi venne in mente: «Il tempo non si misura in ore, ma negli attimi che scegli di vivere davvero.» La prima sera si chiuse così: due amici davanti al mare, una donna che mi attendeva a casa, una città che non permetteva di rimandare.
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