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Storie da bordo ring

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Consegna prevista Maggio 2027
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Leo Parodi è un cronista di giudiziaria a Roma. Da ragazzo ha combattuto sul quadrato, oggi combatte con le parole. Quando un’indagine si fa troppo dolorosa, torna in palestra. Non per allenarsi, ma per ritrovare quella lucidità che la boxe gli ha insegnato. Cinque casi, un solo filo. Uomini che hanno smesso di combattere sul ring e hanno continuato a farlo nelle periferie e nelle redazioni.
Joe Camel chiede aiuto a Parodi per uscire da un giro che non è più il suo. Un pugile scompare il giorno di un incontro truccato. Una ragazza dell’alta borghesia sceglie il marciapiede per sfuggire a un destino deciso dalla famiglia. Giorgio Dial, un investigatore privato, scopre una verità marcia e deve restare vivo abbastanza a lungo per raccontarla. Andrea Neri si risveglia dopo vent’anni di coma e scopre che il mondo per cui aveva combattuto non esiste più.
Nessuno è un eroe. Nessuno è del tutto innocente. Uomini e donne imperfetti, costretti a decidere da che parte stare prima del gong.

Perché ho scritto questo libro?

Per più di trent’anni il giornalismo e la narrativa hanno accompagnato il mio percorso. La cronaca mi ha insegnato a cercare ciò che si nasconde dietro una notizia. La narrativa mi ha permesso di entrare in quei luoghi che la cronaca, per sua natura, lascia fuori.
Storie da bordo ring nasce dall’esperienza di cronista e dal rapporto con il mondo della boxe, dalla convinzione che ogni persona, anche la più ordinaria, ha una storia che merita di essere raccontata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ninì

1

Una delle porcate più schifose che la vita ti possa riservare è svegliarsi la mattina presto e scoprire di avere perso un mese di lavoro.

Di una pila di carte, alta pressappoco come la Torre di Pisa, non rimaneva che una poltiglia grigiastra zuppa d’acqua. Una negligenza che mi faceva perdere un mucchio di tempo, e di denaro.

Semi intontito rimiravo il prodotto della stupidità in genere e della mia stronzaggine in particolare.

Una schifosissima finestra spalancata tutta la notte, un autunno incerto e fetentissimo, un dannato temporale e una sfiga planetaria erano gli ingredienti di quel minestrone disgustoso.

Ricominciare voleva dire perderci la testa e il sonno, lasciare tutto come stava una montagna paurosa di guai da far venire i capelli ricci alla buonanima di Yul Brinner.

Avevo massimo una giornata di tempo per decidere se mollare tutto e ritirarmi a fare il bonzo su un altopiano del Tibet, oppure consegnare quel che rimaneva del dossier e chiedere poi la protezione della polizia.

Non stavo affatto scherzando, fra l’altro non ero nelle condizioni migliori per farlo perché mi trovavo a piedi nudi, con un leggero pigiama in acrilico, in una stanza sommersa da un palmo d’acqua almeno.

Dopo avere considerato che una polmonite era il minimo che mi potesse capitare, dopo avere strabuzzato gli occhi a forza di starnutire, presi a ramazzare come Papillon nel tentativo assai ottimistico di recuperare il recuperabile prima dell’arrivo di Teresa Grossi, la mia datrice di lavoro.

Sostituto procuratore, nubile e rompiscatole di prim’ordine Teresa, da quaranta giorni circa, si affannava a raccogliere prove per incastrare un certo Vito Lacosta, ruffiano per passione e fetente di professione. Sorvolando assai allegramente su alcune norme procedurali, scambiando me per un archivio blindato, e casa mia per un bunker a prova di bazooka, mi aveva affidato tutto il materiale raccolto che giaceva, ora, fradicio e appallottolato nel cestino della carta straccia.

Avrei dovuto consegnare i documenti il giorno dopo! Non sono una carogna, ma sperai capitasse un incidente a Teresa (la vita è sempre così piena di imprevisti!). Rompersi l’osso del collo facendo le scale, o beccarsi una tale febbre da cavallo da bloccarla a letto per un mese.

Cominciai a pensare al modo migliore per levarmela di torno. Una zia lontana malata e sofferente che avesse assoluto bisogno delle sue cure era un’ipotesi da scartare: non conoscevo nessuna zia lontana malata e sofferente …

Una telefonata anonima e intimidatoria… nemmeno. Figuriamoci, era come infilare un osso di gomma tra le mandibole di un mastino e significavano altri guai per me.

Ecco… Avevo trovato! Un’idea che mi parve geniale: una gita premio con decorrenza immediata e improrogabile il più lontano possibile dalla città.

Bastava spedirle un’e-mail che le annunciava di essere stata prescelta come “Donna in” del momento, o cose di questo genere, allegare un biglietto aereo e il gioco era fatto.

Sì, la faccenda era realizzabile. Perdevo del denaro, s’intende, ma ne guadagnavo in salute e in serenità, oltre che a un bel po’ di tempo per aggiustare le cose.

Tranquillizzato, riuscii a mantenermi calmo perfino quando scoprii di avere esaurito le scorte d’orzo. Era la prima volta da un’infinità di anni che affrontavo una giornata di lavoro senza berne un goccio. Stentavo a credere che potessi sentirmi così vuoto e insoddisfatto.

Da qualche parte avevo letto che l’uomo è un animale abitudinario. Beh, chiunque l’avesse scritto, aveva sacrosanta ragione. Chi sa, forse anche quello era rimasto senza surrogato di caffè.

* * * * *

Dovevo avere un che di lugubre e stravolto quando entrai nel locale perché Marta, invece d’accogliermi col solito grugnito, si sentì in dovere di articolare e mettere assieme una mezza frase quasi da cristiana.

“Qualcosa non va, Leo?” bofonchiò. Interruppe per un attimo di strofinare il metallo opaco del bancone e spedì nel distaccamento più estremo della bocca un sigarillo madido di saliva.

“A parte il fatto che piove” risposi “che potrei abitare all’Olgiata, essere direttore di banca, vestire abiti firmati e che oggi tutto procede all’incontrario, non mi posso lamentare”.

Se il mattino ha l’oro in bocca, quel giorno doveva averlo sputato, o inghiottito.

Nel frattempo, avevo preso posto sull’unico sgabello decente, accanto a un cornacchione che sembrava appena uscito da un tombino della sotterranea. Indossava un cappotto nero due misure più grandi della sua e lungo fino alle caviglie, teneva in bocca una sigaretta elettronica e schizzava fumo come una teiera di un bordello cinese.

“Che cosa ti preparo?” mi chiese Marta.

“Orzo, bollente e abbondante” risposi. E come da qualche tempo succedeva, Marta mi fissò con l’espressione di chi avesse pestato una motriglia nauseabonda.

Il tizzone che mi stava a fianco, intanto, tutto preso da uno di quei demenziali quiz del mattino, che prevedono domande e risposte da sub normali, non dava fastidio. In compenso annebbiava con perfetta disinvoltura la sua zona d’aria e la mia.

“Senti fratello” feci, dopo aver pazientato un bel pezzo “se non puoi proprio fare a meno di succhiare quella schifezza, che ne diresti di spostarti un po’ più in là?”.

Mi lanciò un’occhiata che, secondo lui, avrebbe dovuto abbattere un elefante, ma prima che potesse ribattere Marta lo bloccò:

“Ehi, amico, non hai letto il cartello?” e gli indicò una targhetta di metallo, appesa al collo di una bottiglia, con su scritto “Vietato fumare, di tutto”. La ciminiera ambulante la osservò con attenzione e farfugliò qualcosa, infine si alzò e si allontanò nella nebbia.

“Ti ho fatto perdere un cliente” osservai, confuso, non appena la nebbia azzurrognola si fu diradata tanto da consentirmi di localizzare Marta.

“Clienti come quelli è meglio perderli che trovarli” commentò. “Sta tutto il giorno appollaiato su quel maledetto sgabello a guardare la tivù, non consuma quasi niente e la miscela delle sue sigarette mi fa vomitare”. E scoppiò in una forte risata.

Con una tazza d’orzo nel serbatoio il motore aveva ripreso a girare a pieno ritmo. Potevo riprendere la marcia. Lasciai degli spiccioli sul bancone e mi allontanai.

“Ci vediamo, Marta” salutai, prima di uscire.

Mi rispose con il solito grugnito e agitando una mano.

2

Una rampa di scale ripida come l’Ara Coeli, una ringhiera che scricchiolava come le ossa di mio nonno ottuagenario, un pianerottolo più infido delle sabbie mobili, ancora scalini e finalmente si stagliava, netto, in fondo al corridoio l’ingresso della redazione: una mezza porta a vetri opachi sporca di un vecchio “Buon Natale” scrostato.

Avevo pensato più volte di sostituirlo con una scritta del tipo “Leo Parodi, idraulico” o imbianchino, o con cose di questo genere. Loro (idraulici e imbianchini) non avevano di che preoccuparsi: segreteria telefonica (oppure l’equivalente in carne e ossa), frigo bar e via elencando…

Così almeno diceva la gente.

Sennonché mi ricordavo di Ponzi, lo stagnaro, che abitava in un buco a pianterreno con moglie e cinque figli, che tiravano avanti solo perché avevano imparato a campare d’aria, e allora mi accorgevo che la gente dice spesso un gran mucchio di stronzate e mi confortavo.

L’usciolo dell’anticamera, che di solito non chiudevo a chiave, era accostato. Costretto da uno spiffero gelido cigolava piano. Qualcuno mi aspettava. Un potenziale rompiballe temetti entrando.

Mi ero sbagliato. Non un rompiballe voleva vedermi, ma una rompiballe. Una signora. In realtà, qualcosa di più di una signora.

Sedeva sulla poltroncina davanti alla scrivania dello studiolo. Le gambe accavallate, dondolava con lentezza un piede. Con pigrizia frugava nella borsetta poggiata sul ginocchio della gamba sinistra.

Lo scatto della serratura automatica, quando chiusi la porta, la fece sobbalzare e si voltò spaventata.

Indossava un completo di velluto scuro, lustro e grossolano. La camicetta, sbottonata con disinvoltura, rivelava un seno floscio, vizzo, picchiettato di leggere chiazze scure. Un paio di calze nere in nylon smagliate al polpaccio coprivano gambe tozze e grassocce, insaccate in scarpe di vernice coi tacchi a spillo consumati per l’uso. Doveva essersi truccata senza specchiarsi perché il rossetto, a tratti, non seguiva la linea delle labbra. Le borse sotto gli occhi, poi, erano state celate da uno spesso strato di ombretto chiaro.

Per quanto mi sforzassi non riuscivo ad approssimarne l’età.

“La porta era aperta e ho pensato che sarebbe stato meglio aspettare in ufficio” si giustificò facendo spallucce e osservandomi fisso fisso negli occhi.

“Lo so” risposi “la lascio sempre così. La gente è poco paziente, ha fretta. Se si mette seduta, posso sempre sperare di trovare qualcuno al mio arrivo”.

Aveva il viso contratto, la fronte corrucciata. Era tesa, e non ne intuivo la ragione.

“Non ha paura dei ladri?” domandò, sforzandosi di apparire più ingenua di quello che non fosse.

“Le uniche cose da portar via, qui dentro, sono la noia e la polvere accumulata sui mobili. Come vede…”.

Restò per un attimo sopra pensiero, ritoccò col mignolo della mano destra il trucco all’angolo della bocca e cominciò a vagare con lo sguardo per la stanza. Infine, mi chiese, apprensiva:

“E’ Leo Parodi… vero?”.

Risposi di sì, che ero proprio io. Seccato detti un’occhiata all’orologio, un antiquato cipollone da taschino, e considerai l’eventualità di mollarla e ricacciarmi nel locale di Marta.

Che la gente fosse diffidente e sospettosa come faine, lo avevo spesso constatato: nessuno chiacchiera volentieri con il tirapiedi, seppure tollerante, di un sostituto procuratore della repubblica. Tutto il contrario, pensai, di quando cronista di belle speranze battevo la periferia in cerca di notizie e mai avrei supposto di finire “uomo di fiducia tuttofare” per necessità. Ma una tipa balorda come questa non l’avevo conosciuta ancora.

Alzai la tapparella, mi tolsi il soprabito, che appesi a uno scalcinato attaccapanni a muro, e presi posto sulla mia bella poltrona di pelle finta: l’unico mobile della stanza a non essere inguainato dalla polvere.

La donna rovistò di nuovo nella borsetta. Si sporse attraverso lo scrittoio e mi consegnò un biglietto da visita. Stampato in corsivo inglese e con sobria eleganza si leggeva: “Teresa Grossi, sostituto procuratore”, seguivano indirizzo e numero di telefono.

“E’ lei che mi ha detto di venire” chiarì “voleva che fossi io stessa a spiegare la situazione”.

“Come ha conosciuto Teresa?”.

“Mi ha tirata fuori dei guai, una volta”.

“Che genere di guai?” le chiesi. Lo immaginavo, ma lo feci più che altro per sbloccare la conversazione.

“Ero stata accusata di adescamento e truffa. Io…” e portò la mano al petto “che non so nemmeno che cosa significa adescamento! E siccome non mi potevo permettere un avvocato, Teresa mi venne assegnata d’ufficio. Vuole sapere altro?” concluse indispettita.

“Per adesso no. Solo, cosa c’entro io in tutta questa storia”.

“Dunque”, cominciò sistemandosi meglio sulla poltrona e assumendo la posizione di chi spiega qualcosa a un deficiente. “Le cose stanno pressappoco così. Tempo fa Teresa mi contattò. Mi comunicò che stava raccogliendo informazioni su Vito Lacosta. Pensava fossi stata una delle sue “ragazze” e voleva convincermi a deporre. Ma, io, non ho mai avuto a che fare con tipi come quello. Avrei potuto raccontarle solo che tra gli esseri a due zampe è il più fetente. Questo, però, è risaputo e comunque non le era di nessun aiuto. Così l’ho indirizzata da un’altra ragazza. Un tipo strano, particolare. Sta con tutti e con nessuno. Non ha una zona sua. Per quello che ne so, può anche aver fatto parte della scuderia di Lacosta. Se foraggiata bene, e con una protezione adeguata, potreste riuscire a cavarle qualcosa. Ma non ci giurerei sopra. Gliel’ho detto, è strana”.

“In che senso?”.

“Bah, dice sempre che la sua è una missione, una vocazione, e cavolate simili. Spesso, se qualcuno le piace, non si fa nemmeno pagare. E capita il più delle volte”.

Sottolineò la frase “… non si fa nemmeno pagare” con un ghigno che mi parve cattivo, risentito. Ma, forse, fu soltanto la mia fantasia suggestionata dalla linea sghemba del rossetto sulle labbra della donna, e non potrei giurarlo.

“Per me è matta” continuò. “Se Teresa però vuol tentare… Fatti suoi. E’ tutto”.

“Come posso rintracciarla”.

“Questo è compito suo, mi pare, e a essere sincera non saprei proprio. In ogni modo nell’ambiente è conosciuta come Ninì” e sputò con buona creanza una ciocca di capelli giallo muffa finitale tra le labbra.

Ne sapevo abbastanza per cominciare o per mollare.

“Posso andare?” domandò poco dopo afferrando la borsetta.

“Sicuro” risposi non del tutto convinto.

Ci alzammo e l’accompagnai alla porta. Sul pianerottolo fu sul punto di dire qualcosa, ma vi rinunciò subito limitandosi a sorridere con intenzione. Feci finta di nulla e lei, senza perdere altro tempo in infruttuosi tentativi di ammaliamento, si girò e si allontanò ondeggiando sui tacchi a spillo.

La faccenda cominciava ad assumere connotati interessanti. Se fossi riuscito a scovare la ragazza e convincerla a deporre contro Lacosta, le probabilità si sbatterlo in galera aumentavano, e di parecchio. Di conseguenza, le scartoffie accumulate da Teresa servivano meno, e questo mi risollevava da un mare di guai.

Ero perso in questi pensieri quando squillò il telefono.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giovanni Ierfone
Giornalista e scrittore, da più di trent’anni racconta la realtà attraverso la cronaca. Insegna all'università e collabora con testate nazionali, cartacee e digitali.
Al giornalismo ha sempre affiancato la narrativa. Nel 1991 vince il Premio Letterario Basilicata con il racconto L'ultimo match. Pubblica poi su “Wimbledon”, la rivista fondata da Giorgio Dell'Arti, e partecipa all'antologia del Premio Il Borgo Italiano. Nel 2023 il racconto Ninì ottiene il Premio AGNOIR, ideato da Andrea G. Pinketts.
Da giovane pratica la boxe a livello agonistico, una scuola che segna il suo modo di leggere la realtà e raccontare la vita delle persone.
Storie da bordo ring raccoglie cinque racconti scritti in anni diversi, uniti da un protagonista ricorrente, Leo Parodi, cronista di giudiziaria ed ex pugile. Le storie sono ambientate nelle periferie romane, che l'autore conosce per mestiere.
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