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Non ho amato che te

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Consegna prevista Giugno 2027
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Nora ha amato Asher per ventidue anni, anche quando lui non c’era, anche quando la vita sembrava averli portati altrove. Avery, invece, crede nelle scelte nette, nei confini, nella dignità che sa andarsene. Quando le loro storie si incontrano, ciò che sembrava semplice smette di esserlo. Tra amori incompiuti, ritorni, paure, silenzi e decisioni che nessuno può prendere al posto nostro, entrambe saranno costrette a guardare ciò che più spaventa: non chi hanno amato, ma chi diventano quando amano. Non ho amato che te non cerca colpevoli né vincitori. Christopher non è il cattivo, Asher non è il premio, Nora non è un esempio e Avery non è una vittima. È un romanzo sulle zone grigie dei sentimenti, sulla distanza tra proteggersi e nascondersi, tra restare per paura e restare per fedeltà a ciò che si sente. Perché forse il punto non è restare o andarsene, ma capire cosa di noi siamo disposti a tradire pur di scegliere.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce da un amore che il tempo non è riuscito a cancellare. L’ho scritto credendo che raccontarlo fosse il modo per chiudere una porta rimasta aperta troppo a lungo. Ma alcune storie non finiscono quando smetti di viverle: continuano a cambiare forma dentro di te. E mentre provavo a trasformare il passato in parole, la vita ha ribaltato tutto: ho messo la storia nero su bianco, e lei ha cominciato a riscrivere noi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La notte aveva quell’aria stanca e felice delle serate che non vogliono finire. Avery, Maya ed Elena uscirono dal locale ridendo, con la musica ancora addosso come un battito in ritardo. Avevano ballato troppo, parlato forte, bevuto poco. Decisero quindi che non era ancora ora di tornare a casa. Qualcuno del gruppo aveva proposto una colazione insieme, da qualche parte lungo la strada. Un’idea semplice, innocua. Di quelle che non promettono nulla. Fu Maya a vederlo per prima. Indicò senza discrezione il posto di blocco poco più avanti, le luci intermittenti, l’auto ferma di traverso. “È lui,” disse. Jake. Il collega che le piaceva. In divisa, fermo a controllare le macchine in quella notte lavorativa identica a tante altre. Avery ed Elena non abbassarono la voce. “Ma tu lo vedi?” “È lì.”

Fu allora che Christopher alzò lo sguardo.

Non per dovere. Non per caso.

Per conoscersi, disse qualcosa ad alta voce, quasi scherzando: “Jake, ci sono le tue amiche.”

Solo a quel punto Jake le notò, sorrise e le fermò. Attaccò bottone subito con Maya, come se tutto il resto non esistesse.

Elena si avvicinò ad Avery e, con quel tono leggero che si usa quando non si pensa di lasciare traccia, le sussurrò: “Ma hai visto quanto è bello il collega di Jake?”

Avery rispose senza pensarci. Troppo in fretta. “Mah. Se lo dici tu…Io non lo guarderei due volte.”

Lo disse convinta. O almeno così le sembrò.

Jake propose alle tre amiche di non raggiungere gli altri amici. Disse che potevano andare tutti insieme a fare colazione da Denny’s, con loro. Una deviazione minima. Accettarono. Una volta lì presero il caffè. Avery non guardò Christopher. Non gli parlò. Non per strategia. Per disinteresse vero, o almeno creduto tale. Lui andò in cassa a pagare. Avery stava spiegando a Elena perché fosse inutile continuare a dire che Christopher era bello, che la stava guardando di continuo, visto che a lei non piaceva. Lo diceva con naturalezza, come quando si spiegano le cose ovvie.

Poi successe.

Christopher era alla cassa, a due metri da lei. Quindici persone in mezzo. Un rumore continuo di voci, tazzine, passi. Si girò.

Non si guardò intorno nel locale. Non guardò le altre ragazze — e ce n’erano tante, tutte con gli occhi addosso a lui.

Cercò solo Avery.

Continua a leggere

Continua a leggere

Quando i loro sguardi si agganciarono, qualcosa si fermò. L’aria diventò densa, difficile da espellere. Le parole si spezzarono a metà. Il viso di Avery prese fuoco. Il cuore salì, troppo in alto, fino alla gola.

Non era attrazione. Era riconoscimento improvviso. Di quelli che non chiedono il permesso.

Frastornata, disse a Elena che aveva bisogno di aria. Non seppe spiegare perché. Non seppe nemmeno provarci.

Fuori, Christopher la raggiunse. Fumarono insieme. Parlarono. Domande semplici. Nome, età, com’era stata la serata. Tutto facile. Tutto leggero. Lui ci provò in modo velato, con quella ironia che sembra sempre una via di fuga.

Poi disse: “Quindi se ti chiedessi il numero… non me lo daresti?”

Avery fece spallucce. “Vabbè dai. Per questa volta penso di poter fare un’eccezione .”

Lui sorrise subito, ironico. “No, guarda, hai capito male. Volevo solo fare retorica.”

Vide che lei ci restava male. Scoppiò a ridere. “Sto scherzando,” disse. “Voglio davvero il tuo numero.”

Capitolo 1

Mi scrive che è giù. Niente citofono, niente attesa. Solo un messaggio asciutto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Scendo. Salgo in macchina. Non c’è imbarazzo, non c’è fretta. C’è quella strana sensazione di continuità, come se la notte prima non fosse mai davvero finita.

Andiamo verso il mare.

La macchina scivola lungo la strada quasi vuota, con i finestrini abbassati e l’aria che entra senza chiedere permesso. Parliamo tanto, come se fosse la cosa più normale del mondo. Camminiamo. Il mare è lì, scuro, presente, come qualcosa che ascolta senza intervenire. Ci sediamo. Le luci lontane sembrano tutte uguali, come se il mondo avesse deciso di semplificarsi.

“Hai freddo?” mi chiede.

Non faccio in tempo a rispondere. Mi avvicina a sé con naturalezza, senza enfasi, come se fosse un gesto antico, già deciso prima. Mi stringe appena. Abbastanza da farmi sentire al sicuro. Abbastanza da farmi dimenticare il resto.

Parliamo di tutto ciò che non conta. Le sigle dei cartoni animati. Le cose che guardavamo da bambini, le merende, i gusti di gelato, le preferenze più assurde.

Ridiamo. Ridiamo davvero. Di quella risata che non serve a impressionare nessuno.

È leggero. È semplice. È pericoloso.

Non so quando succede. Non c’è un prima chiaro. So solo che a un certo punto la sua mano destra si posa sulla mia guancia sinistra.

Non è un gesto deciso. Non è una presa. È come se stesse verificando qualcosa. Come se mi stesse chiedendo il permesso con la pelle.

In quell’istante qualcosa si apre. Non esplode. Cede.

Mi bacia. E io lo bacio quando ci allontaniamo di un soffio, come se il corpo avesse capito prima di me cosa fare.

È un bacio pieno. Dolce. Travolgente. Un fiume che non cerca la riva.

Quando ci separiamo, sento una chiarezza improvvisa, quasi crudele.

“Ma tu… non sei impegnato, vero?”

La domanda mi esce così, come se qualcuno me l’avesse suggerita all’orecchio all’ultimo secondo.

Scoppia a ridere. “Scusa,” dice, “ma me lo chiedi dopo avermi baciato?”

Non risponde. Ride ancora. E io rido con lui. E torniamo a parlare, a scherzare, a baciarci, come se la domanda fosse stata solo un incidente di percorso.

Mi riaccompagna a casa. Saluto. Entro.

Dentro di me tutto si muove troppo velocemente per essere messo in ordine.

Il giorno dopo gli mando un messaggio di auguri:rientrava a casa per festeggiare il compleanno in famiglia. Non so a che ora sia arrivato. Non so se disturbo. Mi muovo con quella cautela che arriva quando qualcosa ti importa già più di quanto vorresti.

Mi chiama.

Parliamo. Ridiamo. Stiamo bene. Mi dice che nei prossimi giorni non sarà sempre col telefono in mano, che è con gli amici, che si vedono poco, che si gode il tempo.

Lo ascolto. Una parte di me capisce. Un’altra parte sceglie di credergli.

E non so ancora che quella scelta, minuscola e silenziosa, è l’inizio vero di tutto.

All’epoca nessuno dei due sapeva che quello non era un inizio. Era una soglia.

E da quel giorno è  passato quasi un anno.

Non lo penso mai in questi termini, ma lo sento nel corpo. In quel modo sottile in cui alcune cose smettono di essere nuove senza mai diventare davvero stabili.

Vado al lavoro con addosso una leggerezza che non riconosco subito. Non è felicità piena. È qualcosa di più instabile, come quando ti sembra di camminare qualche centimetro sopra l’asfalto e non sai se sia un’impressione o se stia davvero succedendo.

In macchina, al primo semaforo, apro il telefono. Non per scrivergli. Non subito.

Mando un messaggio nel gruppo. Non dico tutto. Non serve. Bastano poche parole per far capire che sì, ancora, in qualche modo, ci siamo.

Maya risponde per prima. È sempre stata quella che sente l’aria cambiare prima degli altri. Elena arriva subito dopo, più pratica, più concreta.

Le voci delle mie amiche mi accompagnano mentre guido, come una colonna sonora familiare. Racconto a pezzi le cose che ho condiviso solo con lui e non con il gruppo, una serata, una risata. Racconto senza collocare nulla nel tempo, come faccio ormai da mesi.

Le cose importanti, tra donne, non hanno bisogno di essere spiegate troppo. Ma nemmeno di essere datate.

“E quindi?” chiede Maya. “E quindi niente,” rispondo. “È stato bello.”

Elena tace un attimo, poi fa la domanda che fa sempre quando qualcosa dura più di quanto dovrebbe senza prendere forma.

“Sei serena? Credi che lui stia facendo progetti futuri?”

Ci penso. Ci penso davvero, anche se la risposta l’ho già spostata, smussata, rimandata decine di volte.

“Credo di sì,” dico. Non è una bugia. È una fiducia preventiva. Di quelle che si coltivano per sopravvivere.

Maya ride. “Ti sento strana.”

“Strana come?”

“Strana ma in maniera composta,” dice. “Che è peggio di strana felice.” Lo so. Lo so e non me ne importa abbastanza.

Capitolo 2

Arrivo al lavoro con quella sensazione addosso che ti fa sbagliare i gesti più semplici. Metto via le cose due volte. Apro una cartella e poi un’altra.

La testa torna lì, senza chiedermi il permesso. A come stiamo quando stiamo bene. A come, ogni volta che provo a dire qualcosa in più, lui diventa meno raggiungibile.

Non scappa. Si sfila.

Una frase vaga. Un cambio di argomento. Un silenzio che arriva sempre dopo che io mi sono esposta un po’ di più.

Una parte di me registra tutto. Un’altra decide che non è il momento di farne un problema.

Durante la pausa, riprendo il telefono. Le mie amiche continuano a scrivermi. Vogliono sapere se ho dubbi, se ho pensato a cosa significa, se ho valutato i rischi.

Le leggo con affetto, come si leggono i consigli sensati quando non si ha nessuna intenzione di seguirli fino in fondo.

Rispondo a modo mio. Minimizzando. Scherzando. Usando l’ironia come si usa una coperta leggera: non scalda davvero, ma dà l’illusione di essere protetti.

Dentro, però, qualcosa è già deciso. Non è una scelta. È un movimento.

Continuo a dirmi che è solo equilibrio. Che ognuno ha i suoi tempi. Che non serve forzare le cose che funzionano.

E in parte è vero.

Ma mentre torno alla scrivania, con il telefono ancora caldo in mano, mi rendo conto di una cosa semplice e inquietante allo stesso tempo: ogni volta che provo a chiedere di più, sono io quella che rientra.

Abbasso il tono. Cambio argomento. Aspetto.

Sto già difendendo qualcosa che non esiste ancora. E lo faccio da abbastanza tempo da averlo reso normale.

So solo che, prima o poi, qualcosa dovrà succedere. Non per cambiare le cose, ma per aiutarmi a vederle.

Come se stessi aspettando un segnale. Non una risposta, non una soluzione. Solo qualcosa che mi dica perché, da sola, non ci riesco.

Cerco di mettere da parte ogni pensiero. La cartella la leggo due volte prima di uscire. Lo faccio sempre. Non per scrupolo, per rispetto. Assistenza domiciliare temporanea. Condizioni molto delicate. Supporto totale quotidiano.

Durante il tragitto penso a cosa dire, a come entrare in quella casa senza essere d’intralcio. Ho imparato presto che il modo in cui varchi una soglia dice già tutto: se sei lì per aiutare o per occupare spazio.

Suono.

Mi preparo mentalmente a essere leggera. Attenta. Quasi invisibile.

Apre una donna che non corrisponde a nulla di ciò che avevo immaginato.

È in piedi. Truccata. I capelli sistemati con una cura che non ha niente di improvvisato. Mi guarda con un’espressione curiosa, non stanca.

Viva.

“Posso aiutarti?” chiede.

Per un istante penso di aver sbagliato indirizzo. Poi mi presento. Dico il mio nome e il motivo per il quale sono lì. Uso quel tono morbido che si usa con chi pensi stia per rompersi da un momento all’altro.

Lei mi osserva. Un secondo di troppo.

“Ah,” dice. “Tu devi essere quella che è venuta a trattarmi come se stessi per tirare le cuoia.”

Resto immobile. Sorrido. Professionalmente.

“Mi dispiace se—”

“Sto scherzando,” mi interrompe. “Più o meno.”

Entriamo.

La casa è ordinata, viva, piena di oggetti che hanno una storia e non sembrano affatto pronti a essere salutati. Continuo a muovermi con cautela, come se ogni gesto dovesse essere autorizzato.

Lei mi guarda fare. Si siede. Incrocia le braccia.

“Dimmi,” dice. “Secondo te quanto mi resta?”

Il cuore mi scende un piano più sotto. Apro la bocca per rispondere nel modo giusto, quello che non dice nulla e dice tutto.

Dal telefono apro tutti i file dei miei assistiti e vedo la cartella. La sua cartella.

Ricontrollo. Rileggo.

Alzo lo sguardo. Lei mi sta fissando, con un mezzo sorriso che non promette niente di buono.

“C’è stato un errore, vero?” dice.

Annuisco. Una volta. Poi un’altra.

Scoppia a ridere. Una risata piena, sonora, viva. Di quelle che non appartengono a chi sta per morire.

“Fantastico,” dice. “Allora posso smettere di comportarmi bene.”

È in quel momento che mi rendo conto di due cose. La prima: non morirà affatto. La seconda: questa donna mi farà perdere la pazienza.

E forse, molto più avanti, mi insegnerà qualcosa che non avevo ancora avuto il coraggio di imparare.

Capitolo 3

Sono seduta al tavolo della cucina mentre Nora beve il caffè con una lentezza teatrale, come se ogni sorso fosse una dichiarazione di indipendenza. Tiene la tazza tra le mani, guarda fuori dalla finestra e sospira piano, con quell’aria da donna che sta rispettando una regola solo perché qualcuno gliel’ha imposta.

Io sono lì per assisterla. Questo è il mio ruolo. Almeno sulla carta.

Ha subito un intervento di quelli che possono classificati come di routine , ma che comunque danno fastidio. Nulla di grave, nulla di definitivo. Solo abbastanza da costringerla a rallentare, cosa che lei vive come un affronto personale. Per qualche tempo, non ha ben specificato in realtà quanto, ha bisogno di una presenza: qualcuno che le faccia la spesa, che l’accompagni, che controlli che mangi, che le ricordi di non fare l’eroina.

Quel qualcuno sono io.

Dovrei muovermi con tatto, discrezione, professionalità. E lo faccio. Finché lei non decide di rendermi la cosa impossibile.

“Ti avviso,” dice senza guardarmi, “se continui a fissarmi così finisco per sentirmi sotto interrogatorio.”

Sorrido. “Deformazione professionale.”

“Ah,” risponde. “Quindi mi stai valutando. Bene. Sappi che io mento benissimo, perché dico sempre la verità.”

Alzo un sopracciglio. “Ne terrò conto.”

Si gira finalmente verso di me, mi squadra dalla testa ai piedi. “Sei troppo composta per questo lavoro,” conclude. “Mi fai venire voglia di disobbedire.”

“Non è previsto,” rispondo. “Il mio compito è evitare che tu faccia sciocchezze.”

“Peccato,” dice. “Io invece speravo in una complice.”

In quel momento il telefono vibra nella tasca. Lo riconosco subito. Non per il suono, ma per l’effetto.

È lui.

Non succede niente di visibile. Ma dentro sì.

Prendo il telefono con un gesto rapido, quasi automatico. Leggo il messaggio. Non dice nulla di importante. È una battuta, una frase leggera, uno di quei messaggi che non chiedono niente ma si fanno sentire.

Rispondo subito. Troppo subito.

Per qualche secondo non sono più seduta a quel tavolo. Sono altrove, in quel tempo sospeso che ormai mi accompagna ovunque.

“Posso farti una domanda?” dice Nora.

Alzo lo sguardo. Ho ancora il telefono in mano. “Certo.”

“Quando guardi uno schermo così,” continua, “stai lavorando o stai scappando?”

La dice con naturalezza, come se mi conoscesse. Ed è proprio questo che mi spiazza.

Poso il telefono sul tavolo. “Stavo rispondendo a un messaggio.”

“Immaginavo,” dice. “Non sembri il tipo da Candy Crush.”

Sorseggia il caffè. Poi aggiunge, come se stesse parlando del tempo: “Tranquilla. Non sono gelosa. Al massimo incuriosita.”

Rido piano, senza riuscire a evitarlo.

“Comunque,” prosegue, “stai tranquilla anche tu. Non ti ho chiamata solo per farmi controllare la pressione o farmi la lista della spesa. A me serve compagnia. Il resto è un bonus.”

Annuisco. Professionale. Contenuta.

Dentro, però, registro tutto.

È la prima volta che capisco che con Nora non posso usare la mia strategia abituale: essere accomodante, empatica , invisibile. Lei vede. E soprattutto, ci scherza sopra.

E questa cosa, inspiegabilmente, mi fa abbassare la guardia più di qualsiasi domanda diretta.

Col passare delle settimane, quello che facciamo insieme smette di avere un nome preciso. Non è lavoro. Non è amicizia. Non è ancora confidenza.

È tempo.

Tempo passato sedute allo stesso tavolo, con il caffè che si raffredda perché nessuna delle due ha davvero fretta di berlo. Tempo fatto di discorsi che non servono a niente e proprio per questo servono a tutto.

Parliamo di lavoro. Del mio, soprattutto.

Nora ascolta con una curiosità sincera, mai compassionevole. Mi chiede come funziona, cosa mi piace, cosa mi pesa. Ogni tanto commenta con una battuta secca, di quelle che sembrano leggere ma colpiscono il punto giusto.

“Ti piace aiutare gli altri,” dice una volta.

“Mi viene naturale,” rispondo.

“Naturale non vuol dire semplice.” Ribatte.

Parliamo delle mie amiche, delle sue. Scopro che ha avuto gruppi di amici rumorosi, ironici, pieni di personalità ingombranti. Gente che entrava e usciva dalla sua vita con la stessa intensità con cui faceva le cose: senza mezze misure.

“Mi annoiano le persone tiepide,” dice.

“Io invece le temo.”

“Peggio,” conclude. “Vuol dire che ti somigliano.”

Rido. Lei ride.

Ed è lì che capisco che qualcosa si è spostato. Non perché ci siamo dette chissà cosa. Ma perché ridiamo insieme, senza pensarci.

Parliamo di musica. Di libri. Lei mi prende in giro perché non leggo abbastanza narrativa americana. Io la accuso di essere snob. Lei non si difende nemmeno.

“Lo sono,” ammette. “Ma solo con chi se lo merita.”

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Nina Alma
Nina Alma scrive per dare voce a ciò che spesso resta imprigionato tra quello che sentiamo e quello che abbiamo il coraggio di ammettere. Ama le storie imperfette, le persone ancora di più: quelle che sbagliano, si contraddicono, restano quando dovrebbero andare. Non cerca buoni e cattivi, perché crede che le verità più interessanti abitino quasi sempre nel mezzo. Nei suoi romanzi l’amore non salva necessariamente, non assolve e non promette finali ordinati: rivela. Le interessano le fragilità travestite da forza, i silenzi che dicono più delle parole e le scelte che sembrano incomprensibili finché non ne conosci il prezzo. Scrive senza giudicare i suoi personaggi, lasciando loro il diritto di essere incoerenti, lucidi, vulnerabili, profondamente umani. Per Nina Alma scrivere non significa trovare risposte, ma avere il coraggio di fare le domande da cui, nella vita, spesso scappiamo.
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