“Ragazzi, quello che vi sto consegnando è il compito di algebra che avete fatto la settimana scorsa”. Il prof Barrow insegnava nella mia scuola algebra, fisica e chimica.
“Spero di aver preso almeno la sufficienza Lucy”. Questa che bisbigliava in classe, invece, ero io che cercavo di ricevere attenzioni e un piccolo sprazzo di conforto dalla mia migliore amica, senza successo.
“Ma sì, non mi sembrava che fossi andata così male” ed ecco la sua risposta non tanto convincente.
Io sono Beatrice, ma per voi sarò solo Tris, ho 17 anni e all’inizio di questa storia ero alla fine del terzo anno alla “Henderson high school” a Miami, Florida. Vivevo con mia madre, Madison, e mio padre, James. Ero una ragazza normale, stavo frequentando persone normali come me e la mia vita era davvero normale, forse anche un po’ noiosa a dirla tutta, stressante a volte, ma assolutamente normale.
Con il tempo mi conoscerete un po’ meglio, per ora posso solo darvi qualche piccolo indizio. Nella vita adoro le persone vere, la vita vissuta al massimo e per finire… i frullati di frutta.
Aspettavo con ansia che mi arrivasse la verifica, ma Barrow sembrava voler girare avanti e indietro per l’aula a vuoto, giusto per farmi sentire peggio. Passo dopo passo lo vedevo che per un istante si avvicinava, ma poi svoltava l’angolo e passava oltre. Eppure non eravamo in mille a seguire il suo corso.
“Signorina Hill, questa è sua” eccolo sempre pronto ad interrompere i miei mille pensieri. Mentre mi consegnava la prova, non potei non notare la sua espressione di delusione. Subito guardai il voto: 58/100.
A dire la verità mi aspettavo di più, però dovevo ammettere che non mi ero impegnata molto. Non sapevo cosa mi stesse succedendo in quel periodo, ma cominciavo a pensare di volere qualcosa di diverso. La scuola era sempre stata il centro della mia vita e forse era arrivato il momento di dedicarmi anche a qualcos’altro che mi appassionasse seriamente. Non ero mai riuscita a rendere partecipi di questa mia costante riflessione i miei: infatti, sembrava che avessero già pianificato tutto il mio futuro, nella maniera che pensavano sarebbe stata la migliore per me, senza neanche darmi la possibilità di esplicitare la mia opinione.
Alla fine della giornata scolastica, mi diressi alla fermata degli autobus circondata da una mandria di ragazzi più o meno della mia età diretti allo stesso posto. Per circa dieci minuti aspettai di salire su quello che mi avrebbe portato vicino casa mia e per ammazzare il tempo sbirciai nel mio cellulare in cerca di qualsiasi cosa potesse essere interessante. Gossip su Instagram, selfie, selfie, selfie, paesaggio di montagna innevato, diretta di un vip e… stop. Meglio salire in autobus.
Avanzai in cerca di un posto decente vicino al finestrino. Non so perché ma non ho mai sopportato di viaggiare senza poter vedere cosa mi stavo lasciando alle spalle e verso cosa andavo incontro.
Man mano che andavo avanti verso la parte finale del mezzo mi toccava passare oltre vari gruppetti di studenti disposti in modo disordinato nei sedili.
Le note di “When the beat drops out” cominciarono a risuonarmi nelle orecchie. Mi guardai intorno e riuscii a notare solo ciò che significava avere la mia età: ragazzi che indossavano le giacche della squadra di football; oche giulive che sbavavano dietro a questi ultimi e sibilavano l’una all’altra nelle orecchie chissà quali pettegolezzi; i matti della scuola che cominciavano a studiare già da quel momento e poi io. Lì immobile, mentre viaggiavo con la mente a mille miglia di distanza. A dir la verità, stavo pensando ai miei piani per quell’estate.
E’ vero, però, quello che dice l’autore della canzone, cioè che la vita è quello che succede mentre si è intenti a fare piani. In questo caso allora, vada come vada, voglio solo divertirmi e non pensare ad assolutamente nulla.
Appena misi un piede dentro casa, mia madre mi assalì con tono animalesco: “Beh cosa aspettavi a dirci del voto di oggi? Ti abbiamo dato un cellulare apposta!!”.
Ciao anche a te!
Dietro poi seguì mio padre: “Un voto del genere come ultimo voto dell’anno ci ha davvero delusi, lo accettiamo solo perchè è la fine dell’anno e sei sempre stata eccellente”.
Era frustrante come mia madre fosse sempre quella ad urlare e sgridarmi, mentre mio padre era colui che poi metteva le cose a posto.
Sbuffai incassando il rimprovero, ero decisamente troppo stanca per ribattere. Oltrepassai la veranda, mi diressi verso il divano enorme in sala e mi ci lasciai cadere sopra, esausta.
Quello era davvero l’ultimo giorno di scuola… avevo proprio bisogno di un’estate di spensieratezza.
Ad un certo punto sentii i miei bisbigliare dalla cucina: “James non possiamo mandare Beatrice a fare la vacanza studio quest’estate… Quest’anno mi sentirei più sicura se rimanesse a casa, con quello che sta succedendo in giro per il mondo” disse mia madre. Non poteva farmi questo.
Stava usando come scusa tutti quei casini che stavano avvenendo in tutto il globo, per punirmi indirettamente per il voto o per la mia pessima condotta delle ultime settimane.
Mio padre continuò, parlando a bassa voce: “Perché non la mandiamo da tua madre allora? Mi sembra un posto tranquillo e Beatrice potrebbe anche farsi degli amici lì.”
Appena sentii le parole “da tua madre” (mia nonna) mancai un battito.
“Al mare?” volle precisare lei un po’ interdetta. Non mi avevano mai fatto conoscere mia nonna, quindi era plausibile che lei non si aspettasse questa “brillante” idea.
“Sì, al mare, mi sembra un buon compromesso, ne sarà contenta dai”. Non riuscivo ancora a capacitarmi del perché questi lampi di genio venissero sempre a mio padre in momenti del genere, di grande importanza per la mia vita sociale.
E poi… buon compromesso per chi?
Spalancai la porta della stanza, ero furiosa e intendevo difendere la mia causa fino alla fine. Guardavo con uno sguardo incandescente quei due traditori puntando i piedi a terra. “Scusate? Cosa sta succedendo qui? Cosa sono questi improvvisi cambi di programma? E giusto così, per farvelo sapere, di là si è sentito tutto”.
“Beatrice non abbiamo altra scelta, vogliamo che quest’estate tu stia bene e impari qualcosa di significativo. Se andrai da tua nonna a Miami Beach, conoscerai persone nuove, ma sarai comunque vicino casa. Vedrai che non sarà neanche tanto male”.
La sua ironia si poteva notare a chilometri di distanza, nonostante cercasse di sembrare più convinta e seria del necessario. Ero furiosa all’idea di non poter passare l’estate con Lucy, però il pensiero del mare calmò almeno in quel momento la mia rabbia omicida.
Dopo la discussione, i miei mi mandarono a fare una valigia con tutto il necessario per passare l’estate nel mio nuovo alloggio.
Non l’avevo mai conosciuta, non sapevo il perché ma non me n’ero mai fatta un problema. Mentre rovistavo nei meandri più oscuri di camera mia, in sala li sentivo confrontarsi riguardo a quali materie farmi studiare al mare: biologia, scienze della terra e storia… dell’arte.
Ma io che avevo fatto di male!!
Avevo quasi finito di fare la valigia quando mi squillò il cellulare: Lucy. Non ce l’avrei fatta a nasconderle tutto.
“Ciao tata, come stai dopo il voto di oggi?” esordì lei per rompere il silenzio imbarazzante.
“Non ho avuto grandi problemi per quello con i miei” ero titubante, quasi cominciavo a balbettare “Però ne ho un altro che, invece, non ti piacerà”. La stavo per deludere e non ero ancora pronta a sentire la sua reazione.
“No aspetta cosa?? Dimmi ORA cosa è successo, ORA! ”. Cercai di calmarla, anche se la prima a non essere tranquilla ero io.
“Allora, ti spiego, non posso venire in vacanza con te quest’estate, sai… devo passare del tempo con mia nonna” svuotai il sacco, non era davvero il momento adatto per troppi giri di parole.
“Ma non ci sei mai stata, o sbaglio? Scrivimi poi se non ti uccide” la buttò sul ridere Lucy. Adoravo quella parte di lei che sapeva sempre come tirarmi su di morale. Continuammo a parlare per circa mezz’ora. Mi fece distrarre raccontandomi delle future conquiste che aveva intenzione di fare al campus. Minimo sarebbe uscita ogni sera, ogni volta con un ragazzo diverso e si sarebbe dimenticata di chiamarmi. Completamente logico.
Facendo tutte queste previsioni nella mia testa, mi dimenticai di essere ancora al telefono. Lucy se ne accorse e si preoccupò. Così scoppiai a ridere e lei si divertì a prendermi in giro: ero sempre stata io quella nel mondo dei sogni e con così tanta fantasia da “sfamare” tutto il pianeta. Lei invece era quella razionale, che si godeva la vita per come era, senza farsi troppe domande sul perché e il percome delle cose.
Parlammo ancora per un po’, poi le dissi che la dovevo salutare e riattaccai.
Non volevo continuare a pensare che probabilmente avrei sprecato l’unico periodo di tempo per divertirmi con i miei amici, a casa di una persona noiosa con cui non avevo mai avuto a che fare.
Dopo pranzo, mentre preparavo le ultime cose per il viaggio, cominciai segretamente a pensare quello che avrei potuto escogitare al mare per divertirmi un po’.
Capitolo 2
Una mela in meno
Waves – Mr. Probz
Il giorno della partenza era arrivato. Mi ero svegliata alle 9 del mattino per essere alla stazione dei treni un’ora dopo. Arrivammo appena in tempo per la mia partenza, così abbracciai i miei per poi salire in carrozza. Prima di sedermi al mio posto, mi sporsi dal finestrino e li salutai un’ultima volta con la mano. Poco dopo, il treno cominciò il suo viaggio sulle rotaie. Finalmente potevo dire di essere in viaggio da sola.
In treno la musica del mio Mp3 mi rimbombava nelle orecchie, nonostante ciò riuscii lo stesso a chiudere gli occhi e dimenticare lo stress.
La casa di mia nonna si trovava vicinissima al mare, quindi fui costretta a farmi una bella passeggiata sotto il sole cocente per raggiungerla. Aprendomi la porta, la completa estranea che ero convinta si chiamasse Sara, mi accolse con un sorrisino falso stampato in faccia. Probabilmente se l’era preparato la mattina presto per riuscire a fare quella “bella” figura. Mi fidavo poco, ero pronta a trovare l’imbroglio in qualsiasi momento.
“Ciao Beatrice, è andato bene il viaggio?” squittì lei. Io di ricambio annuii soltanto.
“Entra, vieni con me che ti mostro la tua stanza” continuò, mentre mi faceva spazio per oltrepassare la porta d’ingresso. Senza aspettare un minuto di più, Sara fece in modo che la seguissi su per le scale. A questo punto era ovvio che non volesse passare un solo minuto in più con la squallida creatura che aveva davanti, che ero io chiaramente.
Dopo essere salita per una rampa di scale scricchiolanti e dall’aspetto per nulla affidabile, aprii la porta della mia stanza e feci attenzione ad ogni particolarità che mi trovavo davanti.
Sarebbe stata più una stanza o una cella in cui sarei rimasta rinchiusa per mille anni?
Vicino al muro c’era un letto matrimoniale che doveva essere lì da almeno dieci lunghi anni; sul lato sinistro del letto un comodino di legno; sul lato destro, invece, proprio sotto un grande calendario, si trovava una scrivania di legno vuota. Infine, attaccato al muro opposto al letto, si trovava un armadio abbastanza grande e rovinato dal passare degli anni.
Tutto era d’un azzurro antico tendente al giallo pallido, tipico di una casa di mezzo secolo fa. Mi ci sarei abituata? Forse, ma in ogni caso non ci sarei rimasta a lungo. Non ci tenevo per niente a rimanere soltanto con quella donna e la sua stupenda personalità.
Dopo qualche minuto la sentii bussare alla porta.
Quando si parla del diavolo…
“Ciao cara, sono venuta a raccomandarmi di non uscire per ora, perché non ti sei ancora ambientata e non voglio tu vada in pericolo. Va bene?” fece lei con una finta espressione amorevole. Vipera. Peccato che non le avrei obbedito. Cosa credeva che avessi per caso 5 anni?!
Annuii lo stesso cercando di nascondere un’occhiata poco convincente che mi uscì spontaneamente. Cominciai, inoltre, ad addentare un panino che mi ero presa per il pranzo, che oltretutto lei non mi aveva neanche offerto. Poco dopo lei uscì finalmente dalla mia camera accompagnando la porta.
Niente saluti, niente domande: stavamo facendo progressi.
Tutto quello che posso dire è che rimasi in quel bunker per due ore, il tempo giusto per fare un po’ di geografia, matematica e letteratura.
La prima mi sarebbe servita in quei giorni per ambientarmi. Letteratura era un po’ pesante, ma mi aiutava a non pensare, a vivere mille vite e vedere ogni cosa da più punti di vista. Per quanto riguarda matematica, non posso dire nulla, perché non aveva un chiaro uso pratico nella mia situazione: ero stata obbligata a farla, tutto qui.
Misi in una borsa a tracolla il mio telefono e dei fazzoletti. Aprii in silenzio la porta e… avevo la via libera. Prima di uscire, passai per la cucina e presi anche una mela e dell’acqua. Ebbi qualche istante per capire dove fosse Sara e la beccai a schiacciare un pisolino sul divano del salotto. Lei era stanca? Beh, meglio per me. Avrei potuto fare un salto in spiaggia, guardarmi un po’ intorno e magari pensare a qualche possibile via di fuga da quel mortorio.
Appena messo piede fuori di casa, mi accorsi che il paesaggio intorno era davvero bello: la spiaggia era immensa, meravigliosa e inaspettatamente piena di colori. Accesi il telefono per controllare se ci fosse campo… no, zero tacche, ma decisi comunque di fare una foto al mare. L’avrei mostrata a Lucy al mio ritorno.
In passato la gente diceva che potessero vivere le sirene in un posto del genere: tranquillo, naturale e silenzioso. Al giorno d’oggi la gente non crede neanche più nella magia del Natale, figuriamoci nelle sirene.
Passo dopo passo sentivo sempre di più i piedi affondare lentamente nella sabbia, mentre una brezza leggera sferzava sul mio viso. Se chiudevo gli occhi, riuscivo a sentire solo il cullante suono delle onde del mare.
Erano quasi le 18 e sarei dovuta tornare a casa per forza, se non volevo avere guai. Solo che non ne avevo nessuna voglia. Era tutto troppo bello per essere vero e pensai di meritarmi di rimanere ancora per un po’.
Per godermi a pieno la vista del tramonto, mi avviai verso una panchina distante solo qualche metro. Mi accorsi che era già occupata per metà da un ragazzo sdraiato su un fianco, dal lato opposto da quello dove mi trovavo io. Mi sporsi leggermente per cercare di capire se fosse sveglio e, come non detto, lo sentii respirare sommessamente. Se me ne fossi andata in quel momento, avrei rischiato di svegliarlo. A quel punto, allora, mi sedetti nello spazio che mancava per guardare quel benedetto tramonto. Lo sconosciuto non si mosse di un millimetro, allora io rimasi composta, nonostante il leggero affanno per la camminata. Immaginai chi potesse essere: alla fine non si può mai sapere se chi ci si trova davanti sia un serial killer, oppure un povero ragazzo qualunque a corto di ore di sonno tanto da dormire ovunque.
Dopo qualche istante mi sembrò di sentirlo brontolare qualcosa di molto strano, così, morendo dalla curiosità, mi sporsi un po’ all’indietro e poi la vidi. Il respiro mi mancò per qualche secondo buono e rimasi immobile, senza parole. Non avevo mai visto una creatura tanto maestosa: aveva il manto completamente nero come la criniera. Gli occhi erano di due colori diversi, quello destro marrone, mentre il sinistro azzurro. In un attimo mi innamorai di quel suo sguardo così profondo.
Dopo non so quanto, riuscii a svegliarmi dall’incantesimo e tirai fuori dalla borsa la mela che avevo preso per me. Sarebbe stata essenziale per fare amicizia. Così riuscii a catturare la sua attenzione, tanto che la vidi alzarsi e avanzare di qualche passo verso di me. Non sembrava avere paura. Quando fu abbastanza vicina, afferrò con un morso il frutto che avevo in mano e rimase a fissarmi un istante prima di allontanarsi. Fu come se mi ringraziasse con lo sguardo.
Nel frattempo il ragazzo si era girato dalla mia parte dandomi la possibilità di vederlo in volto. Aveva i capelli castani e ricci; alcune leggere lentiggini che davano un colore vivo al viso; labbra abbastanza carnose e il naso all’insù. Indossava una t-shirt bianca semplice, una felpa nera sulle spalle e un paio di jeans leggermente strappati qua e là.
Ad un certo punto, vidi la puledra cercare qualcosa mettendo il muso vicino alle mani del ragazzo, che stava giocando alla bella addormentata ormai da un bel pezzo. La trovò e, mentre tentava di prenderla, fece cadere un cellulare, il cui schermo si accese. Io raccolsi il telefono e lo pulii dalla sabbia che lo avvolgeva. Nella schermata principale non potei fare a meno di vedere una foto della cavalla lì con me e, in basso a destra, c’era anche un nome: “Kyla”. Le sorprese non erano finite, perché Kyla mi portò ciò che tanto cercava prima: una bandana rossa colorata in modo molto particolare.
“Cavolo ma è tardi!” esclamai all’improvviso. In quel momento me ne resi conto sul serio. Non potevo permettermi che mia nonna scoprisse la bravata che avevo fatto. Non ero per niente in vena di una predica, così diedi un bacio al volo a Kyla sul muso e corsi via veloce.
Appena entrata in casa, salii le scale alla velocità della luce, vedendola che si alzava dal divano ancora un po’ indolenzita. Aveva dormito molto il “tesoro”: per la precisione, due ore. Arrivata al piano di sopra, presi in un batter d’occhio il cambio che tenevo nella valigia, mi diressi in fretta e furia in bagno per fare la doccia e chiusi di scatto la porta dietro di me. Doveva credere che non fossi mai uscita, ma che mi fossi semplicemente presa del tempo per me dopo aver studiato tutto il pomeriggio.
Certo, certo come no, tutto molto credibile data la confusione che stavo facendo.
Nel bagno tornai a respirare normalmente, temporaneamente sollevata di non essere stata beccata. Mi accorsi che per qualche momento ero rimasta in apnea, cavolo che ansia!
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