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Consegna prevista Giugno 2027
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E se dietro la facciata impeccabile di un summit benefico si celasse il piano più spietato per controllare le persone? Quando la protagonista si ritrova a quell’evento, capisce subito che la carità è solo una maschera. E per lei, che ha la verità nel DNA, tacere è impossibile.

Inizia così un viaggio rischioso e profondo, che la spingerà molto più a fondo di quanto potesse prevedere. Ma per smascherare il sistema dovrà fare i conti con le proprie radici, portando alla luce il passato segreto del nonno, in un delicato equilibrio di forze opposte — come lo Yin e lo Yang. Una storia tesa e sincera, che parla di coraggio, di legami che resistono al tempo e della necessità irrefrenabile di lottare per la giustizia, a costo di rischiare tutto.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di questa storia è nata in modo unico e speciale: insieme a mio fratello, condividendo idee e immaginando mondi possibili. Da quell’ispirazione iniziale è cresciuto in me il desiderio di andare oltre, usando la narrazione per riflettere sulle dinamiche della nostra società, sulle sue ombre e sul bisogno umano di cercare sempre la verità. È il mio modo per invitare il lettore a guardare oltre le apparenze e a difendere sempre la propria libertà di pensiero.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

Il cielo è grigio stamattina, come se stesse per succedere qualcosa di brutto. Lo guardo attentamente, cercando una risposta, ma ahimè, non arriva. Cammino con fatica, trascinandomi un enorme valigia alle spalle. Forse ho esagerato con i vestiti. Mi guardo intorno, ma le persone non ci sono realmente. Tutti piegati su dispositivi, come se quella fosse la vera realtà. Arrivata alla stazione, intercetto il mio treno e con le ultime forze, carico la valigia e mi lascio cadere sul sedile. Un summit di beneficenza… secondo me dietro la facciata, c’è una notizia bomba. Il fiato mi esce a piccoli scatti, irregolare, finché non riesco a domarlo.

Ho una strana sensazione sulla cosa. E poi, perché hanno invitato proprio me, che di solito faccio inchieste scomode? È una trappola o un’esca?

Devo essere vigile. Ho fatto ricerche su quest’evento, si svolge una volta all’anno e saranno presenti tutte le persone più influenti. Tutto sarà oscurato, fino alla conclusione del summit. Il mio sguardo si posa fuori e la bellezza della natura mi cattura, ipnotizzandomi. Un bambino cattura la mia attenzione e lentamente si fa spazio nella mia testa un file segreto che ho incrociato in redazione un po’ di tempo fa: un rapporto anonimo firmato da un misterioso personaggio chiamato “Il Duca Nero”. Il file conteneva un listino prezzi agghiacciante, sui container dei bambini. Dichiarava:

«Il prezzo può variare, in base al loro scopo.»

Il mal di pancia ritorna, facendomi salire la bile alla bocca. Una lacrima sfugge al mio controllo e io la lascio scendere giù. Non so se sia vero o semplicemente una leggenda metropolitana, ma il dubbio mi tormenta. Trattengo il respiro, finché non sento i battiti rimbombarmi nelle tempie, poi espiro tutto d’un colpo.

Chiudo delicatamente gli occhi e mi lascio trasportare dal silenzio che arieggia nel treno e senza rendermene conto, mi addormento.

Una voce robotica mi sveglia e capisco di essere arrivata a destinazione. Fuori è buio. Con calma prendo la mia valigia e mi dirigo alle porte.

Uscita dalla stazione centrale, dopo aver sbagliato tre volte, vado alla ricerca di un taxi. Dopo neanche due passi, sentendomi solo io con questa valigia rumorosissima, mi sento toccare la spalla. Sento tossire, un po’ imbarazzato.

«Lei è la signora Greg?» Appena pronuncia la parola “signora” digrigno i denti. Signora a me? Ma come si permette. Mi giro bruscamente, fulminandolo con lo sguardo. Ma appena vedo di chi si tratta, le spalle si rilassano e l’espressione si distende. Un signore sulla settantina, curvo, con una folta chioma candida e una barba coordinata che gli incorniciava il volto segnato dal tempo.

«Signorina.» Lo correggo con un indice alzato, marcando l’errore. La sua espressione cambia in un secondo, mortificato. Si inchina leggermente.

«Mi scusi. Signorina Greg.» Si corregge alla svelta, sorridendo impacciato. Sorrido appena, facendomi quasi tenerezza. Il suo modo di fare, così d’altri tempi e quasi cerimonioso, mi ricorda i racconti di mio nonno su come ci si comportava un tempo a San Pietroburgo. In quel caos di New York, Robert sembra un frammento di un mondo che non esistepiù.

«Stia tranquillo.» Gli poggio una mano sulla spalla, facendogli capire che non me la sono presa davvero. «Mi dica pure.» Alza lentamente la testa e io gli sorrido dolcemente e lui mi segue a ruota.

«Io sarò il vostro tassista personale. Mi hanno convocato per portarla al vostro hotel, dove alloggerete. È a una mezz’ora di macchina da qui. Lei è pronta per partire?» Mi dice dolcemente, con un tono di voce molto basso. Infatti mi sono accorta che sono a pochi centimetri dal suo viso e neanche così sento bene. Mi allontano leggermente. Il mio tassista personale? Che figata.

«Si, pronta.» Neanche il tempo di finire di parlare che lui si avvicina alla mia valigia. Ha intenzione di portarla lui? Ma pesa più di lui. Allontano la valigia. «Non si preoccupi. Faccio io. Pesa ed è difettata.» Gli faccio notare, assicurandolo di potercela fare.

«Lei è sicura?» Mi guarda con sguardo serio, facendomi quasi paura. Rabbrividisco, annuendo ripetutamente come una scema.

«Certo. Andiamo.» Mi affretto a dire e lui, rassegnato, si dirige verso la macchina. Lo seguo, tirando con forza la valigia. Spero solo non si rompa.

«Signorina.» Mi chiama il tassista. Non so neanche il suo nome.

«Ma lei lo sa che dovrà stare lì solo per tre giorni?»Mi domanda curioso, osservando la mia valigia, stracolma. Lo guardo perplessa.

«Ma il summit non dura cinque giorni?» Mi fermo, cercando di recuperare ossigeno. Il braccio mi pulsa. Forse avrei dovuto portare meno roba.

«Si, ma lei è richiesta solo per tre giorni. Quelli più importanti, che sia chiaro.» Mi sorride, continuando a camminare. Mi affretto a seguirlo. Solo tre giorni e gli altri? Cosa succederà negli ultimi due giorni a porte chiuse? Vorrei cerca di capire il più possibile.

Arrivati alla macchina, carichiamo la valigia e partiamo.

«La riunione inizierà domani mattina alle nove, di solito finisce intorno alle cinque di pomeriggio.»Annuisco, annotandomi tutte le informazioni sul mio quaderno. La penna corre frenetica sul foglio, cercando di non dimenticare nessun dettaglio. Alzo lo sguardo sul mio tassista, portandomi la penna alla bocca, pensierosa.

«Posso chiedere il suo nome?» Voglio almeno capire chi ho davanti. Sposta in modo rapido gli occhi nei miei, poi li riporta alla strada. Sorride, accentuando le sue rughe sotto gli occhi.

«Certo. Sono Robert.» Continua a sorridere, spostando per poco tempo la sua attenzione su di me. Annuisco, annotando anche questo.

«E il summit, dove si svolgerà? Ci sarà lei ad accompagnarmi?» Cerco di fare più domande possibili. Non voglio essere impreparata. Scuote la testa.

«Il mio compito finisce quando lei sarà arrivata all’hotel. La riunione si terrà lì vicino, arrivandoci comodamente anche a piedi. Appena arriviamo le farò vedere ledificio.» Continuo ad appuntare, come se potessi scordare tutto da un momento all’altro.

«Lei sa qualcosa di questa riunione?» Sono curiosa. Scuote la testa.

«Le informazioni sono private. Non tutti possono venirne a conoscenza.» Private? I pensieri si accavallano, pieni di domande, ma credo che lui non sia la persona adatta a cui chiedere.

«Lei non è informato di niente?» Scuote la testa.

«Io sono solo un tassista. Lei dovrebbe saperne più di me.» Con la coda dell’occhio mi guarda, facendo spallucce. So solo che è per beneficenza, questo non mi basta. Frustrata, cerco di rilassarmi, cercando di svuotare la mente. Domani sarà tutto chiaro. Annuisco, più a me stessa che a Robert.

«Ha ragione. Mi scusi.» Mi massaggio la testa e chiudo gli occhi, cercando di rilassarmi. Poco prima di addormentarmi, di nuovo, la voce di Robert mi fa aprire gli occhi.

«Siamo quasi arrivati.» Mi avvisa e il mio sguardo va subito verso il finestrino. Non c’è nessuno. Eppure non è tanto tardi. Aggrotto le sopracciglia.

«Perché non c’è nessuno in giro?» Mi giro verso Robert.

«Il centro cittadino viene blindato e le strade di accesso controllate.» Mi dice, come se fosse normalità. Forze dell’ordine sparsi un po’ ovunque, come se stessero giocando a scacchi. Dove sto andando a finire? Le mani iniziano a tremare.

«Perché optano per queste misure di sicurezza? Non è esagerato?» Domando perplessa. È tutto così strano. Non credo si tratti di una semplice riunione di beneficenza.

«Parteciperanno persone molto importanti e potenti. Garantiscono la loro sicurezza.» La loro sicurezza. Ripeto tra me e me. Loro sono “importanti”. Loro hanno le conoscenze, i soldi. Loro devono essere protette, il resto non conta. Chi non è “nessuno” non conta, non ha importanza.

È per beneficenza, continuo a ripetere nella mia testa. Sarà veramente così? Inizio a dubitarne. Forse è solo una mia paranoia. Respiro con fatica. Domani capirò tutto.

«Siamo arrivati.» Mi avvisa Robert. Prendo la mia roba e lo seguo verso la mia stanza. Apre la porta 24, trovandomi un delizioso letto a due piazze, con una tv grande come la stanza. I miei occhi si sbarrano e la bocca si spalanca, incantata da tanta meraviglia. «Il mio lavoro è terminato. Le auguro un buon proseguo.» Si inchina leggermente. Gli sorrido.

«Grazie mille. Mi è stato utilissimo. Spero di vederla ancora.» Mi inchino anche io, creando rispetto.

«Lo spero anche io.» Mi sorride. «Buonanotte.» Si chiude la porta alle spalle, lasciandomi nel silenzio. Buonanotte ripeto nella testa. Mi fiondo sul letto, senza neanche cambiarmi e rilasso la mente. Sono agitata per domani, non so cosa mi aspetti. Andrà nel migliore dei modi, è inutile preoccuparsi. Aspiro dal naso ed espiro con la bocca, lentamente. Il corpo si rilassa e all’improvviso, tutto sparisce, mischiandomi con il buio.

«Ti prego…» Una voce piccola e sottile mi richiama, attirando la mia attenzione. Apro gli occhi, spaesata. Ciò che vedo mi inorridisce. Inizio ad urlare, cercando di alzarmi. Intorno a me c’è una distesa di ossa, cenere e fumo ovunque. La puzza è nauseante. Mi copro il naso con la manica della felpa, cercando di capire da dove proviene la voce. Il battito mi rimbomba nelle orecchie e tremo così forte, come se stessi avendo una crisi e forse è proprio così.

« non rimanere in silenzio.» Parla di nuovo e io inizio a girarmi intorno. Il cuore batte fortissimo, come se volesse uscirmi dal petto. Il terrore mi assale e le iridi brillano, soffocate dal pianto.

Ma in che posto sono finita? Mi abbraccio, donandomi conforto. Ce la posso fare.

Un rumore di passi alle mie spalle mi fa scattare. Mi giro velocemente e quello che vedo è straziante. Un piccolo bambino, tutto trasandato, sporco, malridotto, ferito. Si avvicina sempre di più, con sguardo triste, vuoto, come se avesse passate di tutte. Un piccolo che avrebbe dovuto vedere solo la bellezza del mondo e nient’altro. Lo stomaco si contorce e la nausea sale di nuovo. Mi stringo la pancia, cercando di non vomitare, dolorante.

«Tu chi sei.» Gli chiedo al piccolo e lui mi fissa per un po’, come se mi stesse studiando. Come se mi stesse parlando, senza farlo davvero.

«Tunon rimanere in silenzio.» Mi ripete, tirando su con il naso. Non devo rimanere in silenzio? Per cosa? Non capisco. Senza neanche aspettare una mia risposta, si gira e va via.

«Aspetta.» Gli urlo dietro, cercando di chiedere risposte. «Per cosa non devo rimanere in silenzio?»Mi affretto a dire, prima che sparisca. Il bambino si ferma e lentamente gira la testa verso di me, inchiodandomi con il suo sguardo spento.

«Lo capirai da sola, ne sono certo.» E senza aggiungere altro sparisce nel nulla, come se non fosse mai esistito. Continuo a tremare e istintivamente inizio a piangere, non so bene per che cosa, forse per tutto. Ad un tratto, mi sento come se stessi cadendo nel vuoto, fluttuando nell’aria. Il cuore batte ininterrottamente in gola, facendomi annaspare. E lentamente, tutto sparisce e con lui, anche io.

 

 

CAPITOLO 2

Un rumore martellante mi fa svegliare di soprassalto. La luce del sole penetra dalla finestra, scaldandomi il viso. Ancora assonnata, cerco di mettere a fuoco la stanza mentre il telefono continua a squillare. La sveglia. Sbarro gli occhi: sono in ritardo. Mi alzo di scatto e alla velocità della luce mi vesto e corro fuori.

Per strada non c’è anima viva. Continuo a correre verso l’edificio che Robert mi ha mostrato ieri e, fortunatamente, vedo un uomo aprire il portone d’ingresso. Mi infilo di corsa, scontrandomi dritto contro di lui. Tutti i fogli che ho in mano e il mio quaderno cadono a terra, disperdendosi ovunque. Bene, iniziamo proprio bene.

L’uomo si gira verso di me, e definirlo semplicemente un “signore” sarebbe riduttivo. Ha un viso molto curato, con un accenno di barba, e occhi di un marrone chiaro, incredibilmente penetranti. Capelli neri come la pece. Mi accenna un sorriso che però appare tirato, come se fosse costretto a farlo. È vestito in modo molto elegante ed è davvero affascinante. Senza dire una parola si piega ai miei piedi per aiutarmi a raccogliere le mie cose. Lo osservo attentamente: nell’allungare il braccio verso uno dei fogli, la manica della camicia scivola via per un secondo, rivelando un piccolo segno scuro sul polso. È un tatuaggio, o forse una voglia, non saprei dirlo con certezza. Si tratta di una macchia d’inchiostro dalle linee strane, qualcosa di familiare che però non riesco a focalizzare.

Ritorna alla mia altezza, anche se rimane leggermente chinato, dato che sembra alto tre metri. Arrossisco appena. Mi porge i fogli, sempre in perfetto silenzio. «Grazie» sussurro quasi, afferrando il blocco. Controllo rapidamente i fogli per capire se ci siano tutti e, per fortuna, la risposta è sì. Alzo di nuovo la testa, ma di lui non c’è già più alcuna traccia. È sparito. Mi guardo intorno smarrita; sembra quasi che io me lo sia immaginato. Faccio spallucce e mi fiondo nella sala della conferenza.

La stanza è piena di gente di ogni rango. Ci sono moltissime figure importanti e conosciute; li osservo uno a uno e mi rendo conto che la maggior parte di loro l’ho vista solo sui giornali. Deve trattarsi di un summit di vitale importanza per muovere persone così potenti. Ora capisco perché hanno blindato l’intero centro cittadino. Sulle pareti campeggiano i loghi del summit: “Eco-Future: Sostenibilità Globale”. Ma l’aria che si respira non ha nulla a che fare con l’ecologia. È pesante, satura di un potere che mi fa sentire minuscola, quasi invisibile. Mi fa persino strano respirare la loro stessa aria.

Non appena entro, tutti gli occhi si puntano su di me – forse a causa del colore acceso dei miei capelli – e questa sensazione non mi piace affatto. Cerco di inspirare a fondo, ma il petto sembra stretto in una morsa d’acciaio. I loro volti sono divertiti, come se stessero per assistere a qualcosa di spassoso. Mentre continuo la mia ispezione, quegli occhi marrone chiaro tornano a penetrarmi dentro, quasi prosciugando le mie energie. L’uomo di prima è posizionato dietro a tutti, come se volesse apparire il meno possibile, come se cercasse di nascondersi. Mi guarda appena, per poi spostare subito lo sguardo, quasi mi temesse. Mi posiziono di fronte a lui in modo da tenerlo d’occhio, ma a debita distanza.

Questo posto mi trasmette una strana sensazione. Inizio a tremare leggermente senza una reale motivazione, preda dell’agitazione. I miei pensieri vengono interrotti dall’ingresso di tre uomini dall’aria estremamente potente. Sono accompagnati da tre guardie, e solo ora mi accorgo che l’intera sala è circondata da forze dell’ordine di ogni tipo. Ce ne sono così tanti che ho perso il conto. Ero talmente immersa nelle mie paranoie da non averci fatto caso prima. Devo essere più attenta: questa situazione comincia a puzzarmi parecchio.

«Benvenuti» esordisce il primo uomo, che indossa una bizzarra cravatta verde fluo. Reprimo un moto di disappunto. Non ci è dato sapere i loro nomi per questioni di privacy, quindi nella mia mente lo ribattezzo “Cravatta Verde”. È una delle persone più influenti al mondo, ma la sua voce mi mette i brividi. Le sue iridi sono strane, spente; sembrano gusci vuoti che hanno smarrito ogni traccia di umanità.

I tre ispezionano la stanza con lo sguardo, squadrando i presenti.

«Se siete d’accordo, la riunione può cominciare» dichiara. Mentre tutti annuiscono all’unisono, il suo sguardo si posa per pochi secondi sul mio viso, ma a me quei secondi appaiono come ore. Quel contatto visivo mi ghiaccia, svuotandomi lentamente. Perché mi sento così? Perché la sua presenza mi fa questo effetto? È come se mi prosciugasse. Mi accenna un sorriso e poi continua a esaminare i partecipanti. I brividi assalgono tutto il mio corpo, facendomi tremare come una foglia. Abbasso lo sguardo, sentendo addosso gli occhi di qualcun altro, come se mi stesse studiando. Alzo gli occhi in quella direzione e il cuore inizia a martellarmi nel petto, come se stesse correndo una maratona: l’uomo dagli occhi marrone chiaro mi sta già fissando. Mi scruta con attenzione. Il suo sguardo mi cattura, agendo come una calamita per il mio. Mi incuriosisce sempre di più.

«I nostri laboratori hanno già avviato la fase di profilassi biologica di massa. Dobbiamo anticipare i tempi e preparare la distribuzione su larga scala»

continua. Un vaccino? A cosa potrebbe servire? Mi scervello in cerca di una risposta valida, ma gli altri continuano ad assentire senza farsi domande sulla natura del farmaco o sul suo vero scopo.

«Per quale scenario, nello specifico?» La domanda proviene dal lato opposto al mio, in fondo alla sala. La voce è profonda e decisa, capace di usare poche parole giuste al momento giusto. Non sono sicura di chi abbia parlato, ma quegli occhi marrone chiaro mi osservano senza sosta. Sarà stato lui? Nessuno si fa avanti, lasciando il dubbio nel mistero. Cravatta Verde accenna un sorriso freddo, quasi divertito.

«I modelli predittivi indicano che una crisi pandemica globale è imminente. La diffusione del nuovo ceppo virale non sarà solo inevitabile, ma rappresenterà lo strumento necessario per il riassetto demografico ed economico che abbiamo pianificato» risponde Cravatta Verde con un accenno di sorriso, come se si trattasse di un’idea geniale. Ci sarà un’epidemia. Ma non c’è nessunvirus in giro, perché dovremmo testare dei vaccini?Segno tutto con cura sul mio quaderno, cercando di non dimenticare nulla. Sono ancora convinta che sia un summit di beneficenza? Niente affatto. Cerco di mantenere l’espressione più neutra possibile, continuando a rimuginare.

«C’è un virus in giro?» Domanda un uomo, visibilmente preoccupato, mentre si liscia lo smoking nel tentativo di scaricare la tensione. Una risata sommessa riempie la stanza, ma invece di alleggerire l’atmosfera mi fa accapponare la pelle. Perché mi fa questo effetto?

«Ci sarà» dice Cravatta Verde con assoluta certezza, come se ne fosse lui l’artefice. Come se fosse tutto già scritto. Sento le loro parole risalirmi in gola come acido, un’intossicazione che nessuna medicina può curare.

Sbarro gli occhi, coprendomi la bocca con una mano. Con fatica, stringo le palpebre e ingoio la saliva, cercando di recuperare ossigeno. Inizio a respirare lentamente; l’aria mi manca e la vista si offusca. Senza farmi notare mi appoggio leggermente al muro, cercando di riprendermi. Ma che cosa sta succedendo? Le gambe iniziano a tremarmi. Mi guardo intorno preoccupata che qualcuno se ne sia accorto, ma l’attenzione generale è tutta rivolta ai tre uomini al centro della sala. Menomale. Nessuno è preoccupato. Nessuno fa domande. Per loro è tutto normale? È questa la beneficenza di cui parlavano?

Continuano a parlare, ma io non ascolto più davvero; ogni suono mi arriva ovattato e non vedo l’ora di uscire da quella stanza. So che quegli occhi mi stanno scrutando, lo percepisco sulla pelle. Nessuno tra il pubblico è davvero attento, tranne lui. Lui lo è sempre, a qualsiasi mio minimo movimento. La cosa mi affascina parecchio. Decido di ignorarlo, concentrandomi sul riprendere le forze.

«È tutto per ora» dichiara infine Cravatta Verde, e i miei occhi si illuminano. Devo assolutamente respirare. Senza aspettare un secondo di più, i presenti iniziano a defluire ordinatamente. Mi raddrizzo, sistemandomi il tailleur. Ispeziono la sala con lo sguardo alla ricerca dell’uomo misterioso, ma non c’è più. È sparito nel nulla… di nuovo.

Mentre mi dirigo verso l’uscita, una voce mi richiama. «Signorina Greg.» Il tono è acido, crudo. Il mio corpo si irrigidisce all’istante quando mi accorgo che la sala è ormai quasi vuota. Mi volto lentamente e incontro gli occhi di Cravatta Verde puntati intensamente su di me. Mi inchiodano al pavimento, impedendomi di muovermi. Gli rivolgo un sorriso impacciato, cercando di mascherare l’agitazione, e mi sposto una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

«Salve» dico, avvicinandomi per stringergli la mano. Lui mi fissa, quasi ammaliato. Trattengo a stento un’espressione di disgusto.

«Come fa a pensare di passare inosservata con questi bellissimi e lunghissimi capelli rossi?» Biascica sorridendo, continuando a studiarmi. Gli sorrido a mia volta, a disagio.

«Infatti non ci riesco» ci scherzo su, cercando di alleggerire la situazione. Lui scoppia a ridere con gusto, trascinando nella risata anche gli altri due complici. Mi sento quasi uno zimbello ma, per sicurezza, accenno una risata anch’io.

«Gli argomenti trattati le sono piaciuti?» Mi domanda divertito, squadrandomi da capo a piedi. Se mi sono piaciuti? Ma dice sul serio? Questo non è affatto un summit di beneficenza, è tutt’altro. Ovviamente non mi sono piaciuti. Tuttavia, annuisco.

«Certo. Ho preso appunti su tutto, infatti» rispondo, mostrandogli il quaderno con mani leggermente tremanti. Spero solo non se ne accorga. Lui annuisce, apparentemente impressionato.

«Mi fa piacere, signorina. Anche perché l’abbiamo convocata a questo summit perché lei è la migliore giornalista di New York e vorremmo che lavorasse per noi» mi dice, sorridendo per la proposta.

La migliore di New York? Sento un brivido freddo scendermi lungo la schiena. Se sanno chi sono, sanno anche quali inchieste ho sepolto e quali verità stavo cercando di far emergere. Non mi stanno offrendo un lavoro: mi stanno offrendo una gabbia d’oro per tenermi d’occhio. «Ed è anche la più bella» aggiunge facendomi l’occhiolino, per poi scoppiare a ridere di nuovo con i suoi compagni.

Un senso di vuoto mi invade; ho solo voglia di scappare il più lontano possibile da questa gente. Il solo pensiero che mi abbiano nei loro radar mi fa rabbrividire. La loro arroganza mi rivolta lo stomaco. Si muovono come divinità intoccabili, convinti che tutto, persino la dignità di una persona, abbia un prezzo d’acquisto.

Sbatto più volte le palpebre, cercando di rimanere concentrata. Lavorare con loro? Mentire al mondo intero? Ingannare le persone, far credere loro di vivere in un mondo idilliaco mentre muovono le marionette a proprio piacimento? Non fa parte della mia etica. Non sarò complice di questo scempio.

«Grazie» sorrido, fingendomi imbarazzata. «Per la proposta… è una decisione importante. Ho bisogno di pensarci.» Mi porto di nuovo una ciocca dietro l’orecchio per prendere tempo. I suoi occhi seguono ogni mio singolo movimento.

«Ha tutto il tempo per rifletterci, non si preoccupi» risponde, prendendomi la mano e accarezzandola piano.

Non appena le nostre mani entrano in contatto, una scarica elettrica mi attraversa, come se il mio stesso corpo mi stesse mettendo in guardia. Emana un’energia profondamente negativa. È una sensazione orribile; mi sento svuotata e spossata inloro presenza, come se mi prosciugassero l’anima.

«Grazie» gli dico frettolosamente. «Se non vi dispiace, andrei a prendere una boccata d’aria.»

Sorrido nervosamente. Loro annuiscono e, non appena Cravatta Verde mi lascia la mano, mi precipito fuori alla ricerca di aria pulita. Una volta all’esterno, noto l’impressionante quantità di militari schierati. Mi allontano progressivamente da tutti, andando a sedermi su una panchina isolata. Sfilo frettolosamente una sigaretta dalla borsa e accendo, godendomi il dolce sollievo della nicotina. Chiudo gli occhi, cercando di rimettere insieme i pezzi di questo puzzle impazzito. La testa mi scoppia e vorrei solo fuggire lontano. In che situazione mi sono cacciata? Aspiro un tiro dopo l’altro, come se la sigaretta contenesse ossigeno. Devo calmarmi. Rilasso le spalle, appoggiandomi allo schienale.

«Hai mai analizzato le rotte navali che portano alle isole private del Pacifico?» Una voce alle mie spalle mi fa sobbalzare, facendomi cadere la sigaretta di mano. Non mi sono accorta minimamente del suo arrivo. Ma come ha fatto? Mi giro lentamente e sbarro gli occhi per lo stupore. L’uomo è girato di spalle, appoggiato alla panchina. Non mi mostra il viso, ma io so già perfettamente di chi si tratta: è il tipo dagli occhi marrone chiaro che mi ha raccolto i fogli. Deglutisco, sorpresa.

«Dici a me?» Mi guardo a destra e a sinistra, ma ci siamo solo noi due. Perché sta parlando proprio con me?

«Nessun radar le traccia. Ma i fascicoli riservati che l’intelligence ha insabbiato parlano di incubi che la mente umana fatica a concepire. Sparizioni di minori. Esperimenti biologici. Gabbie» dice con voce ferma e glaciale. Nelle sue parole vibrano sdegno, disgusto e tormento. Le mani iniziano a tremarmi, ricacciando indietro le lacrime. Perché mi sta raccontando queste cose? «Poco fa tutto è venuto a galla. Sono stati divulgati documenti agghiaccianti, ma perché proprio ora? Devono nascondere qualcosa di più grosso? Vogliono distogliere l’attenzione?» Il suo tono di voce si fa più acuto, carico di rabbia e frustrazione.

«Perché mi stai dicendo questo?» Gli guardo la schiena con attenzione, cercando di collegare i pezzi. Perché ne parla con me? Non mi conosce nemmeno.

«Molti degli uomini che oggi applaudivano in quella sala finanziarono quel progetto. E sanno che tu hai iniziato a guardare i file giusti.»

Le sue parole mi sbarrano gli occhi; il terrore mi penetra sotto la pelle, mischiandosi al sangue. Il mio sguardo corre istintivamente alle persone che ci circondano. Il mal di stomaco aumenta, il sangue mi si ghiaccia nelle vene. Sanno delle mie inchieste, mi tengono d’occhio.

«E la firma sul registro di sbarco è sempre la stessa: quella del Duca Nero.» Il Duca Nero. Mi giro di scatto verso di lui.

«Ho letto un fascicolo su di lui» le spalle mi tremano leggermente.

«Lui comanda su tutto, ma nessuno conosce la sua vera identità.» Il suo tono è calmo e senza aspettare una mia replica, si stacca dalla panchina e inizia ad allontanarsi.

«Aspetta!» gli grido dietro, prima di vederlo svanire di nuovo. Con mio stupore si ferma, attendendo che io continui. «Dimmi qualcosa in più su questo Duca Nero» gli chiedo con tono controllato, cercando di non alzare troppo la voce per non attirare i militari.  Gira leggermente la testa di lato, mostrando il profilo della barba.

«È più vicino a te di quanto pensi. Muove i fili di questo summit senza mai salire sul podio. Gli piace guardare le sue marionette dall’ombra.»

La sua descrizione mi provoca una scossa lungo tutto il corpo. È vicino a me? Che cosa intende?

«Non posso fidarmi di nessuno…» La voce si incrina e lui riprende a camminare.

«E non devi, Anastasia.» Dichiara con lentezza, marcando la voce sulla parte finale. Ha pronunciato il mio nome. Ma come fa a saperlo?

Impallidisco, restando immobile. Ha fatto delle ricerche su di me? Una scossa fredda mi percorre la schiena, partendo dalla base del collo fino a farmi tremare la punta delle dita. Chi sei? Continuo a urlare nella mia testa, sperando quasi che possa sentirmi. Senza attendere una mia reazione, l’uomo volta l’angolo, sparendo dietro l’edificio. Resto a bocca aperta, fissando il punto in cui è sparito. Che faccia parte di qualche setta anche lui?

Mi guardo intorno e, quando mi assicuro che nessuno mi stia osservando, mi lancio all’inseguimento di quel tipo strano. Ma quando svoltato l’angolo, di lui non c’è traccia. Viene risucchiato dal terreno per caso? Sbuffo appena, sistemandomi la frangetta. Non mi sento affatto al sicuro con questa gente. Non mi piace il fatto che abbiano informazioni su di me senza che io li conosca. Questa consapevolezza mi paralizza, mettendomi a forte disagio. Non posso fidarmi di nessuno?

Inspiro ed espiro, scacciando via i pensieri negativi. Devo mantenere la mente lucida, non posso permettermi di andare nel pallone. Prima di tornare indietro, qualcosa di enorme cattura la mia attenzione. Mi dirigo in quella direzione, continuando a guardarmi alle spalle. Il respiro mi si mozza in gola. Un’infinità di jet privati sono parcheggiati a poca distanza l’uno dall’altro, come se fossero semplici automobili in un parcheggio. E questi mezzi non dovrebbero inquinare? Sono così tanti che perdo il conto. Mi gratto la testa in modo quasi compulsivo. Ma fanno sul serio? Si presentano a una conferenza in cui l’inquinamento globale è uno dei temi principali viaggiando sui jet privati, che sono tra i mezzi di trasporto più inquinanti in assoluto.

C’è un’incoerenza di fondo monumentale. In realtà, nulla quadra in tutta questa storia. Sarà meglio rimanere nell’ombra d’ora in avanti. Voglio andarmene il prima possibile. Prima che qualcuno si accorga della mia assenza, ritorno verso la panchina, continuando a pormi domande su ogni cosa, ma soprattutto su quel tipo. Lui sa molte cose. Devo assolutamente parlargli di nuovo per capirci qualcosa; ho bisogno di scoprire la verità e sento che lui è l’unico in grado di darmela.

CAPITOLO 3

Dopo aver buttato giù a fatica qualcosa per riempire lo stomaco, la riunione riprende. Ormai mi aspetto di tutto da queste persone – se così possono essere chiamate. Rabbrividisco ancora al ricordo delle parole dello sconosciuto dagli occhi marroni; si sono impresse nella mia pelle come marchi a fuoco.

Cannibalismo? Ma com’è possibile? Come si può arrivare a tanto? Non riesco a capacitarmene. Un senso di forte nausea mi attraversa lo stomaco, come se tutto volesse uscirne violentemente. Faccio piccoli respiri, cercando di calmare le acque. È un pensiero così raccapricciante che mi provoca le vertigini, facendomi girare la testa. È come se nell’aria circolasse una strana energia. Non so spiegarlo, ma mi sento prosciugata. Le forze mi abbandonano lentamente, come se mi stessero privando di ogni briciolo di vitalità.

Quando rientro nella sala la situazione peggiora e la vista mi si offusca. I presenti chiacchierano amabilmente, i calici di champagne che tintinnano come se si trovassero a un gala inaugurale e non a un battesimo di sangue. Continuo a respirare a fondo, imponendomi di non crollare proprio adesso. Cravatta Verde fa il suo ingresso, con un accenno di sorriso stampato sul volto.

«La standardizzazione globale sulle frequenze a 440 Hertz è completata» afferma, sistemandosi con cura i polsini della giacca. Le hanno scordate di 8 Hertz. «I nostri studi neurologici confermano che questa sintonizzazione induce uno stato latente di stress e ricettività passiva nel sistema nervoso centrale della popolazione. Un’armonizzazione di massa che faciliterà l’assimilazione dei prossimi decreti economici, riducendo l’attività critica del cervello del novanta percento.» Dichiara, come se le regole del pianeta potessero essere modificate per gioco. Le domande si accumulano nella mia testa senza trovare una risposta chiara. Ispeziono la stanza e, quando quegli occhi marroni tornano a catturare i miei, cerco una spiegazione in lui. Lui sa, ne sono certa. La bocca si apre e si chiude, senza trovare delle parole. Vogliono rendere le persone inconsapevolmente più ansiose e agitate? Vogliono che le persone siano stanche mentalmente così che non siano in grado di porsi domande e che obbediscano senza ribellarsi?

I presenti in sala sprizzano felicità da tutti i pori, mostrandosi d’accordo con Cravatta Verde come se fosse un piano fantastico. Ma hanno ascoltato attentamente le sue parole? Tutti annuiscono, tranne Occhi Marroni e me. Sembra tutto così assurdo.

«Aumentare le frequenze?» La domanda mi esce spontanea, d’istinto, e un secondo dopo mi sento una stupida. Tutti gli occhi si puntano immediatamente su di me, e questa attenzione improvvisa non mi piace affatto. Arrossisco appena, cercando di nascondere il disagio, e mi rifugio nel mio quaderno continuando a scrivere. Cravatta Verde mi rivolge un sorriso che mi fa venire i brividi, poi annuisce.

«Così tutto sarà più facile, per noi» afferma, visibilmente soddisfatto della sua stessa proposta.

Tutto sarà più facile? Come se le persone fossero animali da educare. Annuisco a mia volta, fingendo di essere d’accordo, accennando un lieve sorriso di circostanza. La verità è che la testa mi scoppia e non riesco a stare al loro passo. Continuo a muovere la penna, ma questa volta disegno solo scarabocchi sul foglio per simulare interesse. Ho un disperato bisogno di spiegazioni, ma non da loro.

Cerco di nuovo lo sguardo dell’uomo, ma le sue iridi non tradiscono alcuna emozione. È calmo, come se si aspettasse già quella notizia; non è sorpreso, a differenza mia. Cerco nei suoi occhi un segnale, una spiegazione o un minimo tentennamento, ma non trovo nulla. Mi scruta attentamente, rimanendo fisso nell’ombra. Abbasso gli occhi sul quaderno, cercando di concentrarmi. Perché vogliono arrivare a tanto? Ho capito che sono disposti a tutto, ma a quale scopo? La musica ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite, ogni cosa ha un suono. Andiamo contro natura così. Il cervello sarà costantemente stressato e affaticato, senza neanche capire il motivo. Il cuore inizia a correre, come se stesse fuggendo da qualcuno. Le mie mani tremano e sono imperlate di sudore, come se si sentissero in pericolo. In questa sala manca l’aria buona, pulita; sembra tutto contaminato. Inizio a boccheggiare, sventolandomi debolmente con il quaderno. Devo riprendermi. Faccio dei respiri profondi: inspiro dal naso ed espiro dalla bocca. Piano piano il battito rallenta e il corpo inizia a rilassarsi. Continuo a respirare lentamente, imponendomi la calma.

«Andiamo avanti» dichiara Cravatta Verde, indicando lo schermo alle sue spalle. Sul muro viene proiettata la fotografia di una città. La osservo con attenzione, cercando di cogliere ogni dettaglio. Non è possibile. I miei occhi si sbarrano, increduli.

«Questo sarà il nostro nuovo progetto. Una città completamente modernizzata» spiega l’uomo, per poi scoppiare a ridere come se stesse mostrando una bella idea, una cosa del tutto normale.

Ma io quel posto lo conosco. Mi ricordo di averlo studiato a fondo, conosco perfettamente la sua planimetria e non è assolutamente quella mostrata nella foto. Rabbrividisco. Gaza. La vista mi si appanna per le lacrime. È come se quello che c’era prima… non fosse mai esistito. Stringo con forza le labbra, cercando di tenere a bada l’uragano che si sta abbattendo dentro di me. Una città rasa al suolo. E le persone che ci vivevano prima? Rase al suolo anche loro? Tutto questo per cosa? Per colonizzare un’oasi ad uso esclusivo dei miliardari? È questo lo scopo del progetto? La testa comincia a girarmi; ho bisogno di uscire da qui al più presto.

I presenti ammirano la proiezione con stupore e ammirazione, come se stessero guardando un giocattolo nuovo. Come se avessero bisogno di possedere un’intera città per sentirsi felici. Ma lo hanno capito di che progetto si tratta? Hanno capito che hanno sterminato donne e bambini per poter realizzare la loro nuova opera? Un fremito involontario mi attraversa le gambe, rendendole pesanti e instabili, e per un attimo tutto si oscura. Come fanno a non arrivarci? Come possono gioire per una mostruosità simile?

Stringo fortissimo i denti, lottando per non cedere. Non hanno scrupoli, non hanno pietà. Hanno almeno un’anima? Ormai dubito anche di questo. Le lacrime mi rigano il volto, sfuggendo al mio controllo. Il dolore al petto aumenta e ogni suono intorno a me diventa ovattato, mentre la nausea torna a farsi sentire. Mi asciugo rapidamente le guance, sperando che nessuno se ne sia accorto. Tutto questo è irreale, profondamente ingiusto. Se questo è un incubo, voglio svegliarmi adesso. Vorrei trovarmi nel mio letto e credere che questa follia non sia reale, che questo scempio sia solo il frutto della mia immaginazione. Inizio a pizzicarmi il braccio con forza nel tentativo di destarmi e uscire da questa stanza, ma purtroppo non succede nulla. Questa è la realtà… e io non voglio esserne complice. Non voglio stare dalla loro parte. Non voglio rimanere in silenzio.

D’un tratto la sala comincia a svuotarsi. Mi guardo intorno e noto che le persone stanno uscendo alla rinfusa. Guardo fuori dal finestrino e capisco che la riunione è finita: il buio sta inghiottendo la città, lo stesso buio e lo stesso vuoto che abita dentro ognuno di quegli individui.

Improvvisamente sento dei punti di fuoco bruciarmi sulla pelle, come se qualcuno mi stesse fissando intensamente senza mai distogliere lattenzione. Mi volto verso quel calore e incontro i suoi occhi. Occhi Marroni. Le sue iridi catturano ogni centimetro del mio viso, come se lo stessero ispezionando nel profondo. Arrossisco, la sua intensità mi mette a disagio. Perché è ancora qui dentro? È appoggiato al muro, immobile, come se stesse aspettando qualcuno. Il suo sguardo continua a gravitare su di me, magnetico. È come se in questa stanza fossi l’unica presente, come se esistessi solo io.

Uno strano calore si sprigiona dentro il mio petto, facendomi sentire paradossalmente al sicuro. Il suo sguardo non è vuoto e vitreo come quello di Cravatta Verde: i suoi occhi sono vivi, vigili, attenti e pieni di luce. Mi fanno un effetto bizzarro quando sono puntati su di me. Rompo il contatto visivo e, prima che la sala rimanga del tutto deserta, mi dirigo verso l’uscita. Sento i suoi occhi seguirmi fino alla porta. Solo quando sono lontana dal suo campo visivo mi accorgo che stavo trattenendo il respiro. Inspiro a fondo, tornando a incamerare aria pulita.

Mi allontano dal flusso degli altri partecipanti e mi dirigo verso la panchina di prima. Mi lascio cadere sulla seduta, cercando di regolarizzare il respiro. Questo summit mi ha letteralmente distrutta, e siamo solo al primo giorno. Cosa mi aspetterà nei prossimi? Se hanno iniziato subito con queste atrocità, come sarà il resto? In realtà non credo di volerlo sapere, non so se riuscirò a reggere ancora per molto.

All’improvviso lo stomaco si ribalta. Mi sposto rapidamente di fianco alla panchina e vomito l’anima. Rigetto le loro risate, le loro orribili e scandalose proposte, i loro occhi puntati addosso, l’offerta di Cravatta Verde e il suo sguardo viscido. Vomito ancora, scoppiando a piangere. Che razza di persone esistono al mondo? Non hanno un cuore, non conoscono la pietà né l’amore. L’unica cosa che possiedono sono i soldi e, di conseguenza, il potere. Credono di poter comprare qualunque cosa con il denaro, che tutto abbia un prezzo di listino. Che tu sia un tavolino o un bambino, per loro non fa alcuna differenza. Verrai venduto senza scrupoli o semplicemente sterminato; sei solo una cosa di poco conto. Non vali nulla. Puoi essere usato per i loro scopi economici, per abusi, per rituali o persino come… cena. Al solo pensiero continuo a rimettere, come se non avessi più un freno, come se le mie emozioni avessero perso il controllo e non riuscissero a contenere quell’orrore.

«Vuoi un po’ d’acqua?» La voce è vicinissima. Sobbalzo, portandomi una mano al cuore. Non ho sentito alcun passo avvicinarsi, forse perché ero troppo immersa nel mio malessere. Prendo frettolosamente un fazzoletto dalla borsa per pulirmi la bocca. Che imbarazzo totale: mi sono fatta beccare proprio mentre vomitavo.

«No, grazie» rispondo, concentrandomi su di lui. È Occhi Marroni. Sento le guance andare a fuoco e mi alzo di scatto, sistemandomi il tailleur per darmi un contegno.

«Devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male» mi affretto ad aggiungere, cercando di apparire il più sincera possibile.

Quando i miei occhi incrociano i suoi, mi ci perdo completamente. Il suo viso ora appare dolce e rilassato; la leggera barba gli incornicia i lineamenti, rendendolo ancora più affascinante. È talmente alto che guardarlo dritto in faccia mi fa quasi venire il mal di collo. Mi rivolge un piccolo sorriso, che però non ha nulla di allegro.

«È stato così anche per me… la prima volta» mi dice con una sfumatura di dolcezza, mostrando empatia. A cosa si riferisce? Non capisco. Aggrotto le sopracciglia.

«Hai vomitato anche tu a una riunione importante?» domando, cercando di seguire il suo filo logico, probabilmente fallendo. Perché non può essere più esplicito?

«Sì, ed era un summit del tutto simile a questo» risponde, indicando l’edificio alle nostre spalle.

Deglutisco a fatica, lasciandomi ricadere sulla panchina. È tutto agghiacciante. È scandaloso, ripugnante, eppure tutti là dentro erano d’accordo. Lui, però… lui non è come gli altri. È diverso. È sincero, vero, attento e riservato. Mi volto di scatto verso di lui, con una domanda che mi preme sulla lingua.

«Come fanno a fare tutto questo senza avere il minimo scrupolo?» Gli rivolgo la domanda dal profondo del cuore, un quesito che non mi dà pace e mi tormenta.

«Non hanno un’anima» risponde con assoluta serietà, non come se stesse esprimendo una supposizione, ma come se enunciasse un dato di fatto.

Sento la pelle d’oca sollevarsi lungo le braccia, un formicolio gelido che non accenna a sparire. Era esattamente quello che pensavo anch’io… ma sentirselo dire lo rende spaventosamente reale.

«E tu come fai a saperlo?» domando curiosa, desiderosa di scavare a fondo. Mantiene il suo sguardo saldo nel mio, serio come non mai.

«Lo so e basta» mi liquida, come se questa spiegazione dovesse bastarmi.

Allora un altro dubbio mi assale.

«Perché ti trovi in un posto del genere, se sei contrario a tutto questo?» gli faccio notare. Lui accenna una risata divertita.

«Non vale lo stesso per te?» continua, stuzzicandomi. Mi innervosisco. Eppure ha perfettamente ragione, ed è forse proprio questo a darmi fastidio. «Io sono qui per lavoro» ribatto, cercando di mettere in chiaro le cose, anche se so che non potrei mai collaborare con individui simili. Persone a cui interessa solo il potere e il guadagno, capaci di qualunque atrocità pur di muovere i loro fili. Avrei davvero voluto conoscere tutta questa verità? È come trovarsi intrappolati in un film horror senza possibilità di svegliarsi. Assurdo.

«Anch’io» mi risponde lo sconosciuto in modo schietto. Sarà uno di quei ricconi prepotenti che credono di poter ottenere tutto? Perché se così fosse, con me ha proprio sbagliato strada. Qual è il suo ruolo? Sono curiosa, ho bisogno di risposte.

«Ah sì? E di che lavoro si tratta?» domando, afferrando istintivamente il mio quaderno. Lui scoppia a ridere di gusto.

«Vuoi appuntarti anche questo?» continua a prendermi in giro, facendo salire il mio livello di irritazione.

«Ci sono problemi?» gli chiedo, visibilmente furiosa. Lui solleva le mani in segno di resa, scuotendo la testa.

«Non voglio problemi» dichiara, questa volta con tono serio. Bene, perché non ne voglio nemmeno io. Mi sistemo la solita ciocca di capelli dietro l’orecchio nel tentativo di calmarmi. Senza aspettare che la conversazione si concluda, Occhi Marroni si volta e inizia ad allontanarsi. Di nuovo.

«Non hai risposto alla mia domanda!» lo richiamo, seguendolo con lo sguardo. Lui non si ferma, continua a camminare come se non mi avesse sentito. Ma perché scappa sempre? Non mi lascia mai finire un discorso, mi fa letteralmente imbestialire.

«Lo saprai, se mai dovessi dimostrare di esserne all’altezza» afferma, alzando appena la voce per farsi sentire. Due secondi dopo varca la soglia dell’edificio e scompare.

E io rimango lì, ancora una volta da sola, carica di domande e senza mezza risposta. Anzi, se possibile, ha reso tutto ancora più confuso. Lui fa parte di qualcosa di enorme, sarà la resistenza o una fazione opposta? Devo assolutamente scoprirlo.

Mi massaggio le tempie; la testa mi scoppia. Ho bisogno di dormire e spegnere il cervello. Prima passa il tempo a fissarmi, a studiarmi e a seguirmi come se fosse un maniaco del controllo, poi quando mi parla resta sempre sul vago, e invece di colmare i vuoti ne crea di nuovi. Mi dà sui nervi: voglio chiarezza, non fumo negli occhi.

Respiro a fondo, liberando la mente da ogni pensiero. È ora di tornare in hotel. Ho un disperato bisogno di riposare e ricaricare le batterie, mi sento svuotata di ogni energia. Non appena entro in stanza mi abbandono sul letto. Non appena la testa tocca il cuscino sprofondo in un sonno denso e pesante. Il buio mi avvolge completamente e io mi lascio andare, cullata dal silenzio. Tutto mi sarà più chiaro nei prossimi giorni, ne sono certa. Le mie domande troveranno finalmente una risposta.

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stephany Bò
Vivo e scrivo a Benevento. Sono sempre stata una viscerale appassionata di storie e di libri. Per me la scrittura non è solo una passione e una cura, ma uno strumento di indagine e di riflessione sulle dinamiche umane, sui contesti sociali complessi e sulle possibilità di riscatto e rinascita che ogni individuo nasconde dentro di sé. Scrivere mi permette di amplificare la realtà e di vivere molte più vite, immergendomi completamente nei mondi e nelle emozioni dei personaggi che creo. Cerco sempre di prendere spunto dalla realtà che mi circonda, mettendo un po' di me in ogni mia storia.
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