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Crystal Springs – Nuvola Nera

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Consegna prevista Luglio 2027
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A Crystal Springs, tranquilla cittadina del Mississippi, l’omicidio di Rosemary Brown spezza un equilibrio solo apparente. A indagare sul caso è Eddie Morgan, detective tornato dal Tennessee in una città che conosce bene e nella quale niente sembra essere stato davvero dimenticato. Mentre l’indagine procede, persone legate da un passato comune tornano a incrociare le proprie vite e vecchie ferite riaffiorano insieme a presenze, visioni e segreti rimasti nell’ombra. Più Eddie cerca di avvicinarsi alla verità, più i confini tra ciò che è reale e ciò che appartiene al sogno diventano incerti. Perché a Crystal Springs il passato non è soltanto qualcosa da ricordare: può tornare, assumere nuove forme e cambiare il destino di un’intera città.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo nasce da immagini che porto con me fin dall’adolescenza, quando alcuni sogni assumevano la forza di vere e proprie visioni. Nei periodi più difficili la scrittura è il luogo in cui mi sento più vivo e autentico. A questo si unisce la mia passione per il cinema di David Lynch e per il confine tra sogno e realtà. Ciò che appare come un mondo lontano appartiene anche alla nostra quotidianità, quando la mente ci conduce in una dimensione sospesa a cui non sappiamo dare un nome.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CHI HA UCCISO  ROSEMARY BROWN ?

Quella mattina, Benjamin Watts tentava disperatamente di liberare un urlo che gli bruciava in gola. Sognava, o meglio, era prigioniero di un incubo che lo immobilizzava nel letto, come se catene invisibili gli serrassero il petto. Davanti a sé aveva solo una finestra, l’unico spiraglio da cui poteva guardare oltre quell’oscurità che lo stringeva. E al di là del vetro, non vedeva la sua città, né case, né persone: solo un vasto deserto, una distesa sterile e infinita, che rifletteva la desolazione che covava dentro di lui.

Lontano, una figura avanzava lentamente. Non correva, non urlava, ma il suo avvicinarsi era più spaventoso di qualsiasi assalto improvviso. Quella presenza era familiare e minacciosa al tempo stesso, un tormento che pareva emergere dalle pieghe più oscure della sua memoria. Proprio quando la sagoma stava per raggiungerlo, Benjamin si riscosse: si svegliò di colpo, madido di sudore, il respiro spezzato come se avesse corso a perdifiato.

Il cuore gli batteva impazzito. I capelli erano incollati alla fronte, le lenzuola fradice di umidità. Allungò la mano tremante verso il bicchiere d’acqua sul comodino e tracannò avidamente, cercando ossigeno in ogni sorso. Solo allora la stretta allo stomaco cominciò ad allentarsi.

Benjamin aveva trent’anni. Viveva solo da tempo, in quella che un tempo era stata la casa dei suoi genitori, morti in un tragico incidente anni prima. Non aveva mai concluso gli studi superiori: la vita, senza preavviso, gli aveva strappato la stabilità, lasciandolo a crescere in fretta e a imparare a convivere con le assenze. Oggi si guadagnava da vivere come musicista, suonando nei locali di Crystal Springs. Nel tempo libero, si rifugiava nella scrittura di poesie: piccoli frammenti di bellezza che gli servivano a dare voce a un’anima ferita.

La perdita dei genitori lo aveva segnato in profondità. Per anni aveva oscillato tra momenti di apatia e improvvisi scatti di energia, lottando contro un senso di vuoto che sembrava inghiottirlo. Con l’aiuto di uno psichiatra era riuscito, almeno in parte, a riemergere da quella depressione che gli aveva corroso i giorni. Col tempo aveva imparato a trovare conforto nelle piccole cose: una tazza di caffè bollente, una melodia che scivolava dalla chitarra, l’odore del legno consumato nel suo vecchio salotto.

Quella mattina, come quasi ogni giorno, aveva deciso di uscire presto per respirare un po’ d’aria fresca e concedersi la sua colazione preferita: caffè nero e una ciambella glassata che chiamava affettuosamente “donut dell’amicizia”, perché gli ricordava i momenti spensierati con un caro amico di gioventù.

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Prima di uscire, accese la sua piccola radio e lasciò che la stanza si riempisse delle note di Life Is But a Dream degli Harptones. Quel pezzo, con le sue vibrazioni rock-soul, era per lui una sorta di amuleto musicale: lo suonava spesso nei locali, soprattutto quando il pubblico gli concedeva libertà di scelta. Per Benjamin, la musica non era solo intrattenimento: era il filo che lo teneva legato al mondo, che dava senso a una quotidianità fragile.

Ma quella mattina la tradizione fu interrotta. Il telefono squillò, tagliando di netto la melodia. Benjamin, ancora provato dall’incubo, rispose distrattamente, senza immaginare che stava per ricevere una notizia destinata a cambiare tutto.

«Pronto?»

La voce dall’altro capo della linea apparteneva al sergente Wolf del distretto di Crystal Springs e, in poche parole, come una lama che lacera senza esitazione, gli comunicò la morte della sua amica Rosemary Brown.

Il telefono gli scivolò dalle mani. Restò immobile, con lo sguardo fisso al soffitto, mentre la radio continuava a suonare in sottofondo. Le note della canzone sembravano deformarsi, vibrare in modo stonato, come se la musica stessa avesse preso coscienza della tragedia. Una lacrima gli rigò la guancia, silenziosa e inevitabile.

Più tardi, quando arrivò con la sua macchina in Lee Avenue, davanti alla casa a schiera di Rosemary, Benjamin si sentì stringere in una morsa di dolore. La vista degli agenti che trasportavano fuori la sacca nera fu come un pugno nello stomaco. Uscì dall’auto di scatto e si precipitò verso di loro, chiedendo di vederla un’ultima volta.

Uno degli agenti abbassò lentamente la cerniera. Il corpo freddo, il volto ormai spento di Rosemary, apparvero davanti a lui. La pelle aveva assunto una sfumatura bluastra, e quell’immagine lo lasciò senza parole. La cerniera fu richiusa con rispetto, ma Benjamin non poté trattenersi: «Qualcuno le ha fatto del male?», domandò con voce spezzata.

Il poliziotto scosse il capo. «Dovremo attendere i risultati dell’autopsia. Ci sono segni compatibili con uno strangolamento… ma anche indizi che potrebbero far pensare a un’overdose. È presto per trarre conclusioni.»

Quelle parole lo colpirono come pietre. Accanto a lui, la nonna Lily osservava la scena. I suoi occhi, spalancati e privi di espressione, sembravano fissare un punto indefinito. Benjamin la strinse in un abbraccio, promettendole a bassa voce che avrebbe fatto giustizia. Ma la donna non rispose. Si lasciò avvolgere senza ricambiare, e dopo qualche istante si allontanò in silenzio, il passo lento e il mantello scuro che ondeggiava leggero nella brezza del tardo pomeriggio.

Quella sera, rientrato a casa, Benjamin si sedette al tavolo della cucina. Il dolore si era trasformato in un’energia cupa, in una decisione irrevocabile. Afferrò il telefono con mani ancora tremanti e compose un numero con prefisso del Tennessee.

BENVENUTI A CRYSTAL SPRINGS

18 settembre, il SUV nero di Eddie Morgan correva lungo le strade di montagna che conducevano a Crystal Springs. L’asfalto bagnato rifletteva bagliori argentei sotto il cielo coperto, e il ronzio del motore riempiva il silenzio della sua mente. Quando il grande veicolo si avvicinò al cartello Benvenuti a Crystal Springs, Eddie abbassò lo sguardo per un istante: il vecchio pannello, scolorito e screpolato dal tempo, sembrava voler ricordargli che stava rientrando in un luogo che non gli apparteneva più.

Crystal Springs, una piccola città incastonata nello stato del Mississippi, contava poco più di quattro mila di anime sparse nella sua regione. Nonostante la modestia del posto, Eddie non era un estraneo a quelle strade: vi aveva trascorso parte della sua giovinezza, prima di abbandonarle per inseguire il fascino e la carriera nel Tennessee. Abituato al lusso e al ritmo di una vita più veloce, l’idea di soggiornare di nuovo in quella cittadina gli lasciava addosso un retrogusto di malinconia. Eppure, quando l’amico di un tempo lo aveva chiamato, non aveva esitato.

La sua prima sosta fu il distretto di polizia. L’edificio si ergeva sobrio e funzionale, con l’insegna che brillava fiocamente sotto la luce del mattino.

Il sergente Wolf lo accolse sulla soglia con un sorriso ampio e una stretta di mano vigorosa.
«Finalmente ti abbiamo qui con noi, Eddie. Sapevo che non mi avresti deluso.»

Il detective, con la sua ironia tagliente, piegò appena il busto in una simulazione scherzosa di inchino.
«Non potevo certo resistere a un invito così elegante, sergente. Anche se avrei preferito un benvenuto con champagne e una banda di ottoni.»

Wolf rise, scuotendo la testa. «La città non può permettersi tanto lusso. Ma in cambio ti offro il caso più spinoso che abbiamo avuto da anni.»

«Allora mi sento già a casa.»

«Lascia che ti presenti Turner e Ricky. Saranno al tuo fianco in questa indagine.»

Turner, uomo di mezza età con la pancia che sporgeva dalla camicia, si aggiustò la cintura con un sorriso imbarazzato. «Piacere, detective. Non corriamo come una volta, ma ci difendiamo bene.»

Ricky, invece, era il suo opposto: più giovane, mingherlino, e con una capigliatura che tradiva una caduta a chiazze, con un ciuffo solitario che resisteva in maniera quasi comica: «Io faccio del mio meglio, signore. Non ho molta esperienza, ma imparo in fretta.»

Eddie li osservò entrambi con un mezzo sorriso. «Ottimo. Uno stomaco capiente e una buona memoria. La squadra perfetta.»

Wolf ridacchiò, ma Eddie alzò la mano per fermare ogni ulteriore presentazione. «Apprezzo la fiducia, sergente. Ma prima di mettere mano a rapporti e fotografie, ho bisogno di carburante. Non si ragiona su un omicidio a stomaco vuoto. E io ho un vecchio amico che mi aspetta.»

Con un cenno elegante e un sorriso, si congedò. Turner e Ricky si scambiarono un’occhiata perplessa, mentre Wolf lo osservava con orgoglio, come chi sa di avere in squadra l’uomo giusto.

Eddie tornò alla sua macchina e imboccò la strada verso un luogo che custodiva molti ricordi: il Mama’s Food.

Il cartellone giallo con la scritta rossa che troneggiava sopra l’ingresso gli strappò un sorriso. Quel locale non era solo una tavola calda: era stato il rifugio di un’intera generazione. Le colazioni prima delle lezioni, i pranzi tra una partita di baseball e l’altra, i panini giganti che accompagnavano i ritorni dalle serate più folli. E al centro di tutto, la proprietaria: una donna dal viso largo e allegro, conosciuta semplicemente come Mama, che li aveva accolti come una madre adottiva.

Prima di scendere dal SUV, Eddie si specchiò nello specchietto retrovisore: i suoi capelli, un tempo folti e ribelli, erano ora più ordinati, riflesso della vita che aveva scelto. Non ebbe però tempo di sistemarsi: un camion passò a tutta velocità, centrando una pozzanghera che quasi sporcò il suo completo scuro. Eddie imprecò, riconoscendo al volo il conducente: Ronald White, un vecchio conoscente, con cui i conti erano tutt’altro che chiusi.

Sospirando, varcò infine la porta del Mama’s Food. L’odore di caffè, pane tostato e fritto gli investì i sensi. Seduto a un tavolo, Benjamin lo stava aspettando. Si alzò di scatto, con un sorriso che tradiva la gioia di un incontro atteso.

«Vipera! Sei tornata!» esclamò Benjamin, stringendogli la mano con forza e quasi tremando dall’emozione.

Eddie rise, lasciandosi travolgere dall’entusiasmo dell’amico. «Ancora con quel soprannome? Credevo che fosse rimasto sepolto al liceo.»

«Un nome così non muore mai,» ribatté Benjamin. «E tu, Eddie, sei sempre stato la nostra vipera: affascinante, imprevedibile e con il vizio di colpire all’improvviso.»

«Forse,» replicò Eddie, accennando un sorriso, «ma il tempo mi ha cambiato. Non sono più un ragazzino. Ho scambiato notti folli con rapporti da leggere e crimini da risolvere.» Poi aggiunse con tono più leggero: «Ma una ciambella al cioccolato, quella non l’ho mai scambiata con niente. Me la offri?»

Benjamin scoppiò a ridere, scuotendo la testa. «In questo sei rimasto identico. Ma oggi Mama non c’è. Dobbiamo chiedere alla nuova commessa.»

E fu allora che Eddie la vide. Eleanor. I capelli neri e mossi, il corpo atletico, lo sguardo tagliente. La memoria lo colpì come un pugno: lei, lasciata senza spiegazioni, quando era partito per il Tennessee senza mai guardarsi indietro.

La ragazza si avvicinò con passo sicuro, poggiò il piatto sul tavolo e, con un sorriso provocatorio, gli stampò uno schiaffone e disse: «Ecco il tuo caffè e la tua ciambella. Non è cambiato nulla, vedo. Sempre con le stesse abitudini.»

Eddie, dopo essersi ricomposto in seguito alla manata e dietro il sorriso beffardo dell’amico, abbassò lo sguardo sulla tazza e poi lo rialzò, incontrando gli occhi della donna. «Alcune cose cambiano. Altre restano, perché sono parte di quello che siamo. Non so se questo valga come scusa, Eleanor, ma non c’è giorno in cui non abbia pensato a ciò che ho lasciato qui.»

Lei lo fissò in silenzio, trattenendo il respiro per un istante. Poi, con un ghigno, replicò: «Belle parole, Eddie. Peccato che tu le abbia trovate solo adesso.»

Benjamin rise di nuovo, rompendo la tensione. «Non è cambiato niente! Tu fai il fascinoso, lei ti stende, e io mi godo lo spettacolo.»

Mentre mangiavano e parlavano, Eddie sorseggiava il suo caffè a piccoli sorsi. Ma il sorriso sul suo volto lentamente svanì. Gli occhi si fecero seri, e un’ombra si posò sul suo sguardo.

«Benjamin,» disse con voce grave, «la nostra amica Rosemary non è morta per caso. Non ho ancora visto il corpo. Sono tornato per scoprire cosa è successo. E ho bisogno di te.»

Benjamin abbassò lo sguardo. Le mani gli tremavano sul bordo della tazza. «Non riesco ancora a crederci. Rosemary era… era parte della nostra vita. E ora ci resta solo il vuoto. Ma se tu sei qui, Eddie, allora sì: lo scopriremo. Lo scopriremo insieme.»

Un silenzio pesò tra loro, poi i due si alzarono e si strinsero in un abbraccio lungo, sincero, fraterno.

Uscendo dal locale, Eddie tornò al suo SUV, vide una nuvola nera ammassarsi sopra Crystal Springs, e nell’aria aleggiava la promessa di un acquazzone imminente. Seduto al volante, guardò la cittadina che gli scorreva davanti: le facciate tranquille, i passanti indifferenti, il ritmo lento di un posto che sembrava ignaro della tragedia che lo stava oscurando.

Ma Eddie sapeva. La morte di Rosemary era una ferita aperta, e quella città presto avrebbe scoperto che nulla sarebbe stato più come prima.

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Domenico Bilardo
Domenico Bilardo, nato a Messina l’8 settembre 1994, autore de "Il segreto di Dominik" e "La maledizione del castello dei Riviere". Una scrittura orientata al thriller psicologico, con incursioni nell’horror e nel soprannaturale. "Crystal Springs – Nuvola Nera" è ambientato nell’omonima cittadina del Mississippi, dove le vite di persone legate da un passato comune tornano a intrecciarsi. Sogno e realtà si alternano fino a confondersi, lasciando sospeso il destino di "Crystal Springs".
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