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Ascensore Paradiso e il Monolito di Grafton

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Consegna prevista Giugno 2027

A Grafton, nessuno osa sfidare Mark Feston, il magnate che controlla la città. Nessuno tranne suo figlio Justin, un sedicenne schiacciato da un passato ingombrante e da una perdita improvvisa. Quando suo nonno muore nel sonno, il mondo di Justin crolla. In fuga dal dolore e dalla tirannia paterna, il ragazzo si avventura tra le rovine della “Macchia”, dove sorge un inquietante edificio abbandonato noto come il Monolito. Lì dentro, nascosto tra i rottami, c’è qualcosa di impossibile: un ascensore intatto, capace di piegare il tempo e non solo. Con gli amici Richard, Jade e Andrews, scopre che il Monolito è frutto di un progetto segreto della Paradiso Technologies, finanziato dalla stessa famiglia Feston. Un susseguirsi di azioni piene di avventure, rivela la vera natura dell’ascensore: una struttura capace di condurre sempre più in profondità nel passato e nel subconscio di chi lo utilizza. Justin dovrà affrontare paure e rimpianti, accettando il passato per un futuro sereno.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo libro per ritagliarmi un mio spazio dover poter affrontare ciò che mi ha fatto sempre paura creando un percorso di autoanalisi. Trovarmi finalmente tra me e me ha fatto sì che riuscissi ad aprirmi e ad accettare tutto ciò che non riuscivo, con lo scopo di poter aiutare tutti coloro che stanno vivendo un momento come quello in cui mi trovavo, e per dare loro la forza di capire che qualsiasi trauma, può essere accettato e superato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Premessa

E se esistesse davvero un ascensore capace di condurti esattamente nel punto della tua vita che più desideri rivivere?

Se potessi premere un pulsante e tornare a un momento preciso del tuo passato… dove sceglieresti di andare?

A un ricordo felice?

A un’occasione perduta?

A una scelta che cambieresti?

forse a un istante che non hai mai avuto il coraggio di vivere fino in fondo?

Dentro ognuno di noi esiste un luogo invisibile e potentissimo: il subconscio. È lì che nascono i nostri desideri più profondi, le nostre paure, le convinzioni che guidano silenziosamente le nostre scelte. È lì che si costruisce la realtà che percepiamo ogni giorno.

La cosiddetta Legge d’Attrazione si fonda su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: ciò su cui concentriamo costantemente i nostri pensieri tende a manifestarsi nella nostra vita. Non si tratta di magia.

Si tratta di energia, attenzione, convinzioni.

I pensieri non sono soltanto parole nella mente: sono impulsi che orientano le nostre decisioni, modellano il nostro atteggiamento, influenzano il modo in cui reagiamo agli eventi. Quando coltiviamo pensieri positivi, fiducia, gratitudine e determinazione, il nostro cervello inizia a cercare opportunità coerenti con quello stato mentale.
Le cosiddette positive vibes non sono solo un’espressione

moderna: rappresentano una condizione interiore capace di cambiare il modo in cui viviamo il mondo.

Ma cosa potrebbe accadere se il potere del subconscio diventasse qualcosa di concreto?

Se i tuoi pensieri più intensi potessero aprire una porta?
Se il desiderio fosse abbastanza forte da trasformarsi in un passaggio reale?

Ascensore Paradiso non è soltanto una storia di mistero e di avventura.

È un viaggio tra passato e presente, tra scelte e conseguenze, tra ciò che crediamo possibile e ciò che temiamo di scoprire.

Perché alcune porte non si limitano ad aprirsi.
Ti mettono davanti a te stesso.

E forse, prima di iniziare questo viaggio, dovresti chiederti:

Se davvero esistesse un ascensore capace di riportarti nel momento che desideri… saresti pronto a salirci?

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Capitolo 1

L’ultimo Piano del Cuore

Il ticchettio dell’orologio nella cucina di nonna Lena sembrava un martello che batteva su un chiodo troppo lungo.

Il silenzio in casa dei nonni non era mai stato vuoto; di solito era riempito dal borbottio della radio di nonno Luis o dal fruscio dei giornali, ma quella mattina a Grafton, il silenzio aveva un peso specifico, come se l’aria si fosse trasformata in piombo.

Justin Feston fissava la macchia di umidità sul soffitto della sua camera. Aveva sedici anni, ma in quel momento si sentiva come un vecchio sopravvissuto ad un naufragio.

Suo nonno, l’unico uomo che gli avesse mai insegnato come stringere una vite o come restare in piedi durante una tempesta, era morto nel sonno.

Nonno Luis se n’era andato alle 4:12 del mattino, portandosi via l’unico pezzo di pavimento solido che Justin avesse mai calpestato.

La città di Grafton, osservata dalla finestra, sembrava una fotografia sbiadita.

Justin scese le scale di legno, che scricchiolarono sotto il suo peso. In cucina, sua madre, Helena, era una statua di sale. Indossava ancora la divisa sporca della mensa della scuola, segno che la crisi bipolare stava per reclamare il suo spazio. Aveva gli occhi persi nel vuoto, le dita che tamburellavano frenetiche sulla cerata del tavolo.

Justin la osservava, con aria rassegnata, mentre le mani tremanti stringevano una tazza di caffè ormai freddo. Sapeva che quella calma era solo la nebbia prima della tempesta; presto il dolore si sarebbe trasformato in qualcos’altro, e lui non aveva più le forze per farle da scudo.

«Ha chiamato tuo padre!» disse lei, con la voce piatta, priva di armonici.

Justin si irrigidì. L’ombra di suo padre, il feroce imprenditore, stimato e rispettato della città, che sapeva distruggere le persone con un solo sguardo di disprezzo, entrò nella stanza senza nemmeno esserci fisicamente.

«Verrà per il funerale?» chiese Justin, con una nota di fiele nella gola. «Ha detto che manderà dei fiori. E che dobbiamo liberare la casa dei nonni entro il mese. Sostiene che le tasse di successione sono un problema suo, ora.»

«Non avevo alcun dubbio!» rispose Justin con tono di disprezzo.

Il Dott. Mark Feston non era semplicemente un padre assente; era il proprietario invisibile di ogni respiro che suo figlio Justin faceva a Grafton. Come imprenditore di alto livello e investitore senza scrupoli, Mark possedeva, direttamente o tramite prestanome, metà delle attività commerciali del centro, dai complessi residenziali lungo la 83 fino ai lotti industriali che stavano soffocando la vecchia città.

Quando Justin pensava a lui, non ricordava abbracci, ma terrore e potere puro.

Mark era un uomo fatto di angoli retti, completi sartoriali che non facevano mai una piega e un tono di voce che non aveva bisogno di alzarsi per distruggere qualcuno; gli bastava un sussurro gelido per far capire che avevi fallito.

Immerso in un dolore senza precedenti, Justin si diresse verso la porta della camera da letto al piano terra.

La maniglia d’ottone era fredda; era cosciente che dietro quel legno ci sarebbe stato il corpo di nonno Luis, immobile sotto le coperte di lana che nonna Lena rimboccava con cura maniacale ogni notte. Voleva solo un minuto, un ultimo respiro condiviso con l’uomo che gli aveva insegnato a non aver paura del buio.

In un attimo il silenzio della casa fu squarciato da un grido stridulo che proveniva dalla cucina.

«Non toccarmi, mamma! Non osare farmi la carità con il tuo finto dolore!» era la voce di sua madre, Helena, con quel tono acuto, metallico, che segnalava l’inizio di una crisi bipolare alimentata dal trauma dell’inaspettata scomparsa.

Il ragazzo socchiuse gli occhi, stringendo i pugni. Sentì i passi pesanti di sua nonna, stanchi, trascinati.

«Helly, per favore… tuo padre è di là. Porta rispetto a Luis, porta rispetto a te stessa» supplicò la nonna, con la voce incrinata dal pianto soffocato.

«Rispetto? Papà è morto in una casa che non è nemmeno più sua!» urlò Helena, mentre il rumore di una tazza che andava in frantumi contro il muro fece sobbalzare Justin. «Mark mi ha chiamato dieci minuti fa. Mi ha spiegato tutto, mamma. Ha detto che questa casa era un buco nero finanziario. E voi, voi due gli avete venduto la casa due anni fa per ripagarvi i debiti, e tutto questo a mia insaputa!»

Justin sentì il sangue salirgli alle tempie. Sentire la furbata dell’uomo che aveva distrutto la famiglia, proprio mentre il corpo di suo nonno era ancora caldo nella stanza accanto, era insopportabile.

Ancora una volta, il temibile imprenditore, si era aggiudicato un pezzo della città di Grafton speculando su persone in difficoltà economica, con il solo scopo di accrescere il suo potere finanziario.

Justin non ne poté più. Spalancò la porta della camera di nonno Luis. Entrò e richiuse il mondo fuori.

La stanza profumava di lavanda e di quel balsamo per i muscoli che suo nonno usava sempre. Era lì, steso e sembrava dormire con il volto finalmente rilassato, libero dalle preoccupazioni di Mark e dalle crisi di sua figlia.

Justin si avvicinò al letto, con gli occhi lucidi. Gli sfiorò la mano gelida.

«Mi dispiace, nonno!» sussurrò, con la gola serrata dal terrore di non riuscire a emettere un suono.

«Mi dispiace che debba sentire questo. Mi dispiace che lui stia vincendo ancora.»

In quel frangente, la porta della camera fu spalancata da sua madre Helena. Aveva i capelli spettinati e gli occhi sbarrati. «Justin! Prepara le borse. Torni a casa con me, non resterai qui a marcire con chi ci ha voltato le spalle!»

Justin si voltò lentamente. Vide sua nonna Lena sulla soglia della porta, rimpicciolita dal dolore, con lo sguardo di chi aveva perso tutto. Il timore che provava per suo padre si trasformò in una rabbia gelida verso quella situazione. Non riusciva a parlare con lui, la sola idea lo paralizzava, ma poteva decidere di smettere di ascoltare quella follia.

«Io non vengo!» disse Justin; con la voce sottile come un filo di cotone, ma decisamente ferma e sicura di sé.

«Cosa hai detto?» ringhiò Helena.

«Ho detto che non vengo!»

Senza guardare la madre, Justin le passò accanto come se fosse un fantasma. Nonna Lena cercò di fermarlo per un braccio, ma lui si scostò con delicatezza. «Devo andare via, nonna. Devo uscire da qui prima di scoppiare» e così fece.

Uscì di casa sbattendo la porta così forte che i vetri tremarono.

Corse via! Corse verso la zona industriale, verso quel rudere che tutti evitavano, con l’immagine di nonno Luis e il veleno di Mark che gli bruciavano ancora nel petto.

Correva verso l’unico posto dove il potere di suo padre non era ancora arrivato, ma soprattutto, correva pensando di non aver ricevuto da lui alcun messaggio di conforto, nemmeno un messaggio formale, quella roba fatta da sentimenti gelidi, quella roba da imprenditori insomma. Nessun “mi dispiace”. Nessun “vengo a prenderti”. Il nulla cosmico.

Grafton appariva come una città di passaggi a livello e campi di granturco tagliati dal grigio dell’asfalto.

Justin camminò oltre la Midview High School, dove i suoi amici d’infanzia — Richard, Andrews e Jade — probabilmente lo stavano aspettando per il pranzo, ignari che il suo mondo fosse appena esploso.

Impegnato ad evadere da quei sentimenti, non rispose ai loro messaggi che facevano vibrare di continuo il telefono in tasca.

Si spinse verso la periferia est, in una zona industriale dimenticata da Dio e dagli investitori.

Il terreno era disseminato di vetri infranti e siringhe arrugginite, ma Justin proseguì. Voleva un posto dove poter urlare senza che nessuno gli chiedesse di “essere forte per sua madre”.

In pochi minuti era approdato nella zona che i ragazzi della Midview High chiamavano “La Macchia”.

Lì, tra i resti di un vecchio laboratorio mai completato, sorgeva una struttura che tutti chiamavano “Il Monolito”.

Era un edificio di cemento armato, una torre di osservazione o forse un magazzino verticale, che nel corso degli anni era rimasto a metà.

Si stagliava contro il cielo grigio di Grafton come un dente marcio. Justin si fermò davanti all’ingresso, un buco nero nel cemento dove un tempo doveva esserci stata una porta blindata, ora divelta e portata via dai cacciatori di metallo. L’odore lo colpì subito: una miscela nauseabonda di urina, cemento bagnato e plastica bruciata.

Fece un passo all’interno, e il rumore dei suoi anfibi sul pavimento fu accompagnato dallo scricchiolio sinistro di centinaia di vetri infranti. Bottiglie di birra economiche, molte delle quali ancora appiccicose, giacevano sparse ovunque come resti di una festa finita male anni prima.

Dall’oscurità degli angoli arrivò un fruscio rapido. Justin si irrigidì quando vide una sagoma scura e affusolata — un ratto delle dimensioni di un gatto — attraversare una pozza d’acqua stagnante con un guizzo viscido. Il ragazzo provò un senso di schifo che gli risalì dallo stomaco fino alla gola.

Sentiva la pelle accapponarsi; quel posto trasudava abbandono e fallimento, proprio come la vita che si era lasciato alle spalle mezz’ora prima.

«Perché sono qui?» sussurrò, con la voce tremante per il freddo e per una paura ancestrale.

Il silenzio del momento fu interrotto da un suono elettrico. Zzzzt… Zzzzt…

Era il ronzio irritante di una luce fulminata. Un vecchio tubo al neon, appeso a un filo metallico solitario che puntava dritto verso una parete, iniziò a lampeggiare freneticamente. La luce era livida, bluastra, e ogni volta che si accendeva illuminava per un istante i graffiti osceni sulle pareti, per poi rigettare tutto nel buio.

Justin seguì quel battito di luce intermittente verso il fondo del corridoio. E fu allora che qualcosa attirò la sua attenzione lasciandolo esterrefatto.

Sotto quel neon agonizzante, incastonato in una parete di cemento grezzo e coperta di muffa, c’era qualcosa di impossibile. Un ascensore.

Non era però una reliquia industriale arrugginita. Le porte erano di un metallo spazzolato così puro che sembravano emettere una luce propria, riflettendo la figura stanca di Justin come uno specchio d’argento. Non c’era un graffio, non un granello di polvere, non una macchia di umidità.

Era come nuovo, appena installato da una mano invisibile in mezzo a quel disastro.

Il contrasto era violento, quasi doloroso per gli occhi. Attorno all’ascensore, la decadenza regnava sovrana, ma quel quadrato di metallo perfetto sembrava appartenere a un altro secolo, o a un altro mondo. Sopra le porte, un piccolo display a cristalli liquidi, di un azzurro intenso e calmo, segnava il numero 0.

Il ronzio del neon sopra la sua testa sembrò sintonizzarsi con un battito più profondo proveniente da dietro quelle porte. Justin allungò una mano mentre il cuore che gli martellava contro le costole. Lo schifo per i ratti e le bottiglie sparì, sostituito da una curiosità magnetica.

Quel posto magicamente non appariva più come un rudere.

Justin si avvicinò ancora di più, facendo attenzione nell’evitare con cura i cocci di vetro sparsi sull’asfalto.

Sulla superficie argentea delle porte, incise con una precisione chirurgica che nessun vandalo di Grafton avrebbe potuto replicare, spiccava una scritta:

“VIVI, SOGNA, AGISCI”

Non c’era un marchio di fabbrica, né un logo aziendale. Solo quel monito tripartito che sembrava più un comando filosofico che un’istruzione tecnica.

Il ragazzo scosse la testa! La sua mente cercava di dare un senso logico a quell’anomalia in mezzo ai ratti e al piscio. Allungò il dito verso l’unico tasto di chiamata, un cerchio di vetro smerigliato che emetteva un calore tenue e non appena lo sfiorò, la terra sembrò tremare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Azara
Luca Azara, 34 anni, nato a Milano, è un libero professionista operante nel settore Tributario e contabile, che si avvicina alla scrittura come forma di espressione personale e di elaborazione interiore. La passione per la narrazione nasce dal desiderio di dare voce ai propri pensieri, trasformandoli in storie capaci di unire dimensione fantastica e introspezione psicologica.
Nato e cresciuto nella provincia di Milano pratica calcio come sport in adolescenza ma mostra si da subito una passione per l'arte come la danza, il cinema e la scrittura.
Per Luca Azara, la scrittura rappresenta un vero e proprio “autopercorso”, una forma di autoanalisi attraverso cui rielaborare esperienze passate e presenti. Il romanzo diventa così non solo una storia, ma anche uno strumento di introspezione, capace di accompagnare il lettore in un viaggio emotivo e trasformativo.
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