Piero scese dal podere quando il sole iniziò a calare dietro le colline. La gamba gli doleva, come ogni volta che il tempo stava per cambiare, e quella mattina il cielo era grigio, preludio di pioggia. Camminò lungo la strada, con lo sguardo fisso davanti a sé, consapevole che una pattuglia tedesca aveva superato il posto di blocco di Lari non più di un’ora prima.
Quando raggiunse i castagni il bosco era già in penombra. La panchina era al solito posto, nascosta tra i tronchi. Bruna Morelli, figlia dei mezzadri del podere
sotto casa sua e la ragazza che Piero amava in segreto, era già lì, seduta con le mani in grembo, con il fermaglio di Elena nei capelli. Indossava i soliti abiti logori, la gonna spiegazzata dal lavoro nei campi.
Piero si sedette accanto a lei senza parlare. Tra loro restava sempre una distanza, anche quando erano soli. Era una precauzione che avevano imparato a osservare, come se il contatto potesse tradirli.
«Mio padre ha dovuto consegnare quasi tutto il grano,» disse Bruna a bassa voce. «Hanno portato via anche quello che avevamo nascosto in cantina.»
Piero sentì la rabbia salire, ma la trattenne. «Ce n’era abbastanza per mangiare?» chiese, secco.
«Abbastanza per non morire di fame,» rispose Bruna, con un filo di voce. «Elena Mancini, l’ostetrica, è passata: ha lasciato pane e formaggio, ha detto che glieli aveva dati una famiglia del paese.»
Lui annuì. Elena era una delle poche persone che capivano, che non facevano domande. Aveva consegnato i messaggi di Piero a Bruna per settimane, con lo stesso sguardo pratico, come se facesse semplicemente il suo lavoro.
«Ieri Matteo mi ha fatto l’ennesimo interrogatorio,» disse Piero. «Mi ha chiesto dove fossi stato. Ha detto che le mie sparizioni sono un problema.»
Bruna si voltò verso di lui; nel buio riusciva appena a scorgere il profilo. «E tu cosa gli hai detto?»
«Che ero a casa. Che la gamba mi faceva male.»
«Non lo so.» Piero si passò una mano sul viso. «Per Matteo, tutto quel che non serve è debolezza.»
Bruna rimase in silenzio un attimo. Poi posò la mano
sulla sua per pochi secondi e la ritirò.
«Elena dice che i tedeschi fanno più rastrellamenti. Quel Müller, l’ufficiale che gira tra Lari e Crespina, è diventato ancora più duro dopo quello che dicono sia successo sulla strada di Volterra.»
Piero lo sapeva. Tutti ne parlavano: si diceva che qualcuno avrebbe presto sabotato una linea telefonica, e i tedeschi minacciavano arresti e perquisizioni solo per questo. Il territorio si era irrigidito ancora di più.
«Non si può andare avanti così,» disse lui, teso. «Non per molto.»
«Quando questa guerra finirà, Bruna, noi…» Iniziò a parlare, poi si fermò. Non potevano promettere nulla. Non adesso. Forse mai.
Lei lo guardò; nel suo sguardo non c’era paura, ma neppure speranza. C’era la consapevolezza di chi vive un giorno alla volta, senza illusioni.
«Devo tornare,» disse Bruna. «Mia madre mi sta aspettando.»
Piero annuì. Si alzò per primo; lei lo seguì dopo qualche istante. Camminarono separati fino al limite del bosco e si divisero senza guardarsi indietro. Era il modo in cui avevano sempre fatto, il modo in cui dovevano fare.
Mentre tornava verso il podere, Piero sentì la prima goccia di pioggia sulla fronte. La gamba gli doleva più di prima. Pensò a quello che aveva detto Matteo, alle domande che prima o poi sarebbero diventate accuse. Pensò a Heinrich Müller, probabilmente in una caserma, a controllare mappe e liste di nomi sospetti.
Quando arrivò a casa, sua madre stava già preparando la cena. Non gli chiese dove era stato.
Passarono giorni uguali, grigi, in cui il tempo non avanzava ma si accumulava come la pioggia nelle buche dei sentieri. Piero lavorò dove poteva, evitando i posti di blocco, mantenendo la gamba il meno tesa possibile. Le domande di Matteo rimasero sospese nell’aria come una minaccia che non si era ancora concretizzata. Non si erano rivisti dopo quella sera nel bosco.
Fu Elena Mancini a portare il primo messaggio, tre giorni dopo. Passò dal podere con la scusa di controllare una delle donne della zona che stava per partorire. Piero era nei campi. Sua madre la fece entrare e le offrì un caffè di cicoria. Elena rimase poco. Prima di andarsene lasciò sul tavolo della cucina un fazzoletto piegato, come se l’avesse dimenticato. Dentro c’era un foglietto di carta, piegato due volte, con la grafia di Bruna.
Piero lo lesse quella notte, al buio della sua stanza, sentendo il cuore accelerare ad ogni parola. Bruna scriveva poco, sempre con cautela: aveva visto sua madre piangere, i tedeschi avevano requisito ancora grano, pensava a lui. Diceva che voleva vederlo. Diceva che non poteva aspettare ancora.
Rispose la sera stessa con una matita e un pezzo di carta strappato da un quaderno vecchio. Poche righe: che avrebbe trovato il modo, che doveva stare attenta; il luogo e l’ora, come avevano sempre fatto.
Elena tornò due giorni dopo, questa volta per una visita a una ragazza della zona. Piero le consegnò il messaggio mentre sua madre era nei campi. Lei lo prese senza guardarsi intorno e lo infilò nella tasca del grembiule con lo stesso gesto con cui avrebbe preso una moneta per il pane. Non dissero nulla. Se ne andò.
Il giorno dell’incontro arrivò con un cielo ancora
nuvoloso ma asciutto. Piero attese il tardo pomeriggio, quando il lavoro rallentava e gli uomini tornavano alle case. Disse a sua madre che doveva controllare una trappola per i conigli oltre il bosco. Lei non rispose, continuò a lavorare.
Il sentiero verso la panchina era fangoso ma praticabile. Lo percorse lentamente, la gamba gli protestava ad ogni passo. I castagni erano ancora carichi di foglie, anche se molte cadevano; il terreno sotto i piedi era un tappeto marrone e umido.
Bruna era già lì. Seduta sulla panchina, le mani in grembo, lo sguardo basso. Indossava il cappotto logoro e i capelli erano raccolti sotto un fazzoletto. Quando sentì i suoi passi alzò la testa.
Non si abbracciarono. Non era il modo. Si sedettero mantenendo una distanza che potesse sembrare casuale a chi li avesse visti, anche se nessuno li vedeva.
«Quanto tempo…» disse lei, con voce più bassa del solito.
«Troppo», rispose lui.
Restarono in silenzio qualche istante. Intorno, il bosco era tranquillo; solo l’acqua che gocciolava dalle foglie rompeva il silenzio.
«Mia madre ha paura», continuò Bruna. «Dice che i tedeschi vengono sempre più spesso e che cercano qualcosa.»
«Cercano sempre qualcosa.»
«No. È diverso questa volta. Mio padre dice che hanno fatto domande su chi entra ed esce dai poderi, su chi si muove di notte.»
Piero sentì un freddo salire lungo la schiena.
«Domande a chi?»
«A tutti. A chiunque incontrano. Matteo è venuto da noi tre giorni fa. Ha parlato con mio padre. Non so cosa gli abbia detto, ma dopo mio padre non ha più dormito.»
«Matteo è venuto da voi?»
«Sì. Ha detto che dovevamo stare attenti, che c’era qualcosa che non andava, che i tedeschi stavano controllando i movimenti di certi giovani.»
Piero strinse le mani. Sapeva cosa significava: Matteo aveva iniziato a fare domande, a collegare i puntini, a vedere quello che prima aveva solo sospettato.
«Non possiamo più vederci così», disse Bruna. Non era una domanda.
«Ancora un po’, dai», rispose lui.
«Piero, ascolta. Se ti prendono, se ti trovano con me—»
«Se ti beccano con me, che succede?»
«Non mi prenderanno.»
«Non puoi saperlo.»
Si girò verso di lei. Nei suoi occhi c’era qualcosa che non aveva visto prima, o che aveva sempre visto senza volerlo riconoscere: paura. Non la paura quotidiana dell’occupazione, ma quella specifica di perdere qualcosa che contava davvero.
«Allora cosa facciamo?» chiese lui.
Bruna guardò verso il bosco, dove i castagni si perdevano nella penombra.
«Elena mi ha detto di stare lontana da certi posti, di non portare più messaggi per un po’, di aspettare che le cose si calmino.»
«Elena ha ragione.»
«Lo so. Ma non posso stare lontana da te per sempre.»
Piero sentì qualcosa stringersi al petto. Avrebbe voluto dirle che tutto sarebbe andato bene, che dopo la guerra avrebbero avuto tempo, che bastava aspettare. Le parole non arrivarono. Sapeva che non era vero: il controllo si stringeva ogni giorno, e Matteo aveva iniziato a fare domande che prima non faceva.
«Allora facciamo così», disse infine. «Aspettiamo. Una settimana, due settimane. Finché le cose non si calmano. Poi ci vediamo di nuovo.»
«E se non si calmano?»
«Si calmeranno.»
Bruna non sembrò convinta, ma restò in silenzio. Stette accanto a lui così vicina che avrebbe potuto prenderle la mano, ma non lo fece. Non potevano permettersi nemmeno questo, non qui, non adesso.
Quando il buio calò, si alzarono. Non si guardarono mentre si allontanavano, percorrendo il sentiero in direzioni diverse, come avevano sempre fatto. Piero sentiva la gamba dolere più di prima. Sentiva anche un’urgenza che non riusciva a spiegare, come se il tempo finisse e ogni momento rubato fosse l’ultimo.
Raggiunto il podere, trovò Matteo ad aspettarlo davanti alla casa, appoggiato a un albero, le braccia incrociate.
«Dove sei stato?» chiese lui.
Il sangue gli si gelò nelle vene.
«A controllare le trappole», rispose.
«Per tre ore?»
Matteo non disse nulla. Lo fissò a lungo, come se cercasse di leggere qualcosa nel suo volto. Poi si staccò dall’albero e si avvicinò.
«Piero, ascoltami bene.» La voce era bassa, tagliente.
«I tedeschi fanno domande. Vogliono sapere chi gira di notte, chi parla con chi, chi fa il furbo. Se ti beccano con la Morelli, non è roba da poco. Non sarà solo un guaio per te. Ci trascinano tutti dentro.»
«Non mi sto vedendo con nessuno», mentì lui.
«Non mentire a me. Non adesso.»
La rabbia gli salì, mescolata alla paura. «E allora cosa vuoi che faccia? Che la ignori? Che faccio, fingo che non esista?»
«Pensaci!» sbottò Matteo, secco. «Usa la testa, non il cuore. Qui non si gioca. Io ti copro finché servi, finché sei un vantaggio. Ma se diventi un rischio — dannazione — allora ti taglio fuori. Nessuno mette la testa per il tuo capriccio se può saltare tutto il sistema. Hai capito?»
«Capisco.»
«No, non capisci.» Matteo sputò le parole una a una.
«Se avessi capito, non saresti stato fuori tre ore. Punto. Io non voglio perderti, ma non posso rischiare la pelle per un desiderio. Scegli o taci, ma non farmi mettere in mezzo.»
Matteo se ne andò senza aspettare risposta. Piero restò davanti alla casa, sentendo il freddo della sera penetrargli nelle ossa. Sapeva che aveva ragione. Sapeva anche che non poteva fare quello che gli chiedeva. E sapeva che questo significava che presto avrebbe dovuto scegliere. Una scelta che non voleva affrontare.
Seguirono giorni di attesa. Piero si muoveva nei campi come un’ombra fra le altre ombre, il corpo presente ma la mente altrove. La gamba ferita gli doleva più del solito: ogni passo era un piccolo tradimento, il corpo incapace di reggere le esigenze del momento. Non
incontrò Bruna: non poteva. Matteo aveva reso chiaro il prezzo di ogni trasgressione; la minaccia restava sospesa come una lama fra loro.
Fu Elena a portare il primo messaggio, tre giorni dopo lo scontro con Matteo. La trovò a raccogliere legna dietro il podere, curva fra gli alberi, con le mani che legavano i fasci.
«Piero, Bruna ti ha scritto,» disse senza preamboli, consegnandogli una carta piegata. «L’ha lasciata dove sai. Ho pensato di portartela io, così non devi rischiare.»
Piero prese la lettera. Gli tremarono le dita.
«Elena… non avrebbe dovuto…» mormorò.
«Non fare il romantico,» lo interruppe l’ostetrica, la voce roca. «Lo fa. E tu lo sai.» Fece una pausa, gli occhi fissi sui suoi. «Ascolta. I tedeschi hanno stretto i controlli sulla strada fra qui e Crespina. Hanno fermato tre persone ieri. Matteo non è l’unico che sa come muoversi in questo territorio.»
Piero aprì la lettera con le unghie, cercando di non strapparla. La scrittura di Bruna era stretta, nervosa.
«Piero, non posso stare così. Non posso stare lontana da te per settimane. Non so se resisterò. Ogni giorno penso a quella casa che disegniamo nelle lettere, quella casa con i campi che si stendono tranquilli. Mi sembra l’unica cosa vera in mezzo a tutto questo. Ti amo. Bruna.»
Piegò la carta di nuovo, con cura, come se il gesto potesse contenere quello che sentiva.
«Quando l’ha scritta?» chiese.
«Ieri sera. L’ho vista mentre tornava dai campi. Era pallida, Piero. Più pallida del solito.»
Alzò lo sguardo verso Elena. «Cosa le hai detto?»
«Di aspettare. Di non fare stupidaggini. Di ricordare che il pericolo non è solo per te.» Elena si raddrizzò, le mani ancora piene di legna. «Ma tu sai com’è. Ha diciassette anni. Non ascolta quando il cuore le parla più forte della ragione.»
«Non posso vederla. Matteo…»
«So cosa ha detto Matteo,» la interruppe di nuovo, perentoria. «Ma ascolta me. Ci sono modi e modi. Una lettera non è un incontro. Un messaggio consegnato da me non è una trasgressione che mette in pericolo la cellula. Matteo è duro, ma non è scemo. Capisce la differenza fra una follia e una necessità.»
Piero non era sicuro che Elena avesse ragione. Ma sentì comunque quella necessità: una pressione al petto, come se il corpo cercasse di dirgli qualcosa che la mente non voleva ancora ammettere.
«Scrivi una risposta,» disse Elena. «Domani notte la porto io.»
«Non posso metterti in pericolo.»
«Nulla è sicuro,» rispose Elena con durezza, «ma alcune cose valgono più della sicurezza.»
Quella notte Piero scrisse nella cucina del podere, alla luce fioca di una candela, con le mani che gli tremavano. Scrisse della casa che Bruna disegnava nelle lettere, dei campi che si stendevano secondo il ritmo del sole. Scrisse che l’amava, che capiva quello che lei provava, che non poteva sopportare nemmeno lui questa distanza. Ma scrisse anche che dovevano aspettare, che il pericolo era reale, che Matteo non era una minaccia da prendere alla leggera.
«La casa che disegniamo sarà vera, Bruna. Ma solo se
arriviamo a vederla insieme. Solo se scegliamo la cautela adesso.»
Consegnò la lettera a Elena il giorno dopo, al tramonto, quando passò dal podere per controllare la madre di Matteo, che aveva la febbre.
«Digli che lo amo,» disse Bruna quando Elena le portò la risposta di Piero, due giorni dopo. Erano nel campo dietro la casa di Bruna, il cielo basso sopra di loro.
«Digli che non so se riesco a stare così.»
Elena le mise una mano sulla spalla. «Lo sa che lo ami. Ma adesso deve sapere che sei forte. Che puoi aspettare.»
«Non mi sento forte.»
«Lo so. Ma lo sei.»
Le settimane passarono così, fra lettere consegnate di nascosto e silenzi che pesavano come piombo. Non si videro né si toccarono. Eppure rimasero legati nelle parole che scrivevano, nelle visioni condivise attraverso la carta e l’inchiostro. Piero costruiva la sua protezione sulla disciplina che Matteo gli aveva imposto. Bruna costruiva la sua speranza sulla casa immaginaria e sui campi che si stendevano oltre la guerra.
Non sapevano ancora che le loro visioni si basavano su prospettive diverse, che ciò che lo muoveva non sempre coincideva con ciò che la muoveva. Per ora, in quest’autunno ancora relativamente mite, l’amore restava intatto fra i castagni, protetto dal silenzio complice di Elena e dall’invisibilità che la guerra stessa creava intorno a chi sapeva di non essere visto.
Ma il freddo arrivava, e con esso scelte più difficili.
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