ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1
IL RIFLESSO DELL’OBLIO
La mattina arrivava sempre troppo presto. Non perché Miriam Lattanzi avesse qualcosa da fare, ma perché il sonno, da qualche anno, aveva smesso di essere un rifugio.
Alle sei era già sveglia. Alle sette aveva già preparato il caffè. Alle otto era seduta accanto alla finestra del soggiorno, con la tazza tra le mani e lo sguardo perso sui tetti di Roma.
Fuori, i rumori della città che si metteva lentamente in moto: il suono ferroso delle saracinesche che si alzavano e poi i motorini, che cominciavano a riempire le strade come zanzare. Qualcuno portava faticosamente il cane a fare i suoi bisogni, qualcun altro correva, qualcun altro ancora litigava già al telefono, ovviamente in vivavoce. La vita cominciava. Lei, invece, aveva l’impressione di esserne rimasta ai margini. Da anni.
Sul tavolino accanto alla poltrona c’era una fotografia, una delle poche che non aveva mai avuto il coraggio di togliere. Andrea sorrideva. I capelli ancora scuri, le mani infilate nelle tasche del cappotto e lo sguardo rivolto verso di lei. Era stata scattata a Parigi, molto tempo prima, quando tutto sembrava ancora possibile.
Miriam toccò il bordo della cornice, come faceva quasi ogni mattina. Un gesto automatico, un’abitudine, una forma di dialogo con qualcuno che non poteva più rispondere. Andrea era morto da sette anni. Sette anni erano tanti, abbastanza perché il dolore cambiasse forma, ma mai abbastanza perché scomparisse. A volte le sembrava di ricordare la sua voce, altre volte aveva paura di dimenticarla. Era quella la cosa più terribile: non la morte, ma l’oblio. Il fatto che persino l’amore, col tempo, potesse sbiadire.
Si alzò e andò verso la libreria. Prese una rivista, una vecchia intervista; la sua fotografia occupava due pagine intere. Ventinove anni, gli occhi luminosi, il corpo perfetto. La recensione parlava di lei come della più grande ballerina italiana della sua generazione.
Miriam sorrise amaramente. Chiuse la rivista, poi ne aprì un’altra, e un’altra ancora. Ne conservava decine, forse centinaia: programmi di sala, articoli, locandine, fotografie, ritagli. Tracce di una vita che sembrava appartenere a qualcun altro. Le sfogliava spesso, troppo spesso, come chi torna continuamente nello stesso luogo perché non sa più dove andare.
Verso mezzogiorno telefonò al suo agente, come faceva quasi ogni giorno. Rispose la segreteria telefonica. Lasciò un messaggio breve, educato, poi attese. Nel pomeriggio richiamò: nessuna risposta. Alla terza telefonata, finalmente, l’agente rispose.
«Ciao, Miriam.»
Lei riconobbe immediatamente quel tono: il tono di chi non ha buone notizie.
«C’è qualcosa?» chiese, con una domanda che dentro il suo cuore suonava come un misto di vergogna e di supplica.
Ci fu una pausa. «Per ora no.»
«Neanche una lettura?» La sua insistenza diventava sempre più imbarazzante.
«Neanche una.»
Cadde il silenzio.
«Ti farò sapere.»
La telefonata terminò. Miriam rimase con il cellulare in mano a fissare il vuoto, come se il silenzio che seguiva quelle parole fosse più pesante delle parole stesse.
Da anni la situazione era sempre la stessa: qualche ospitata, qualche intervista, una giuria occasionale, o magari qualche richiesta dai vari reality show, proposte che non prendeva nemmeno in considerazione. Niente che assomigliasse davvero al teatro. Niente che assomigliasse davvero alla vita.
La sera arrivò lentamente, come tutte le altre. E Miriam ebbe ancora una volta la sensazione che la giornata fosse passata senza lasciare traccia. Come acqua tra le dita.
Capitolo 2
IL RIFLESSO DEL PASSATO
La domenica era il giorno peggiore, perché non lasciava spazio nemmeno alle illusioni. Sembrava di vivere in un limbo, in perenne attesa. Di cosa, poi, non si sapeva. Nessuno lavorava, nessuno chiamava, nessuno prometteva niente.
La mattina Miriam andò a trovare sua madre. Teresa viveva dall’altra parte della città, in un appartamento ormai diventato troppo grande per una persona sola. L’età l’aveva resa fragile; non malata in modo grave, ma stanca, come se il corpo avesse lentamente deciso di rallentare ogni cosa. Camminava poco, dormiva male e dimenticava alcuni nomi. Certi giorni sembrava la donna energica di sempre, altri appariva improvvisamente vecchia, molto vecchia, sfinita dal tempo.
Miriam la trovò seduta in cucina, davanti a una tazza di caffè ormai freddo.
«Sei dimagrita» fu la prima cosa che Teresa disse. Come sempre.
Miriam sorrise. «Tu lo dici sempre.»
«Perché è vero.»
Parlarono del tempo, della spesa, di una vicina di casa. Di niente, insomma. Come spesso accade tra persone che si amano da una vita. Poi Teresa guardò la figlia negli occhi.
«Hai sentito il tuo agente?»
Miriam abbassò lo sguardo. Sapeva che da quel momento sarebbe cominciata la solita litania. «Sì.»
«E?»
«Niente.»
«Neanche una lettura?»
«No, mamma, neanche una lettura.»
«Ma hai chiesto se magari c’è qualcosa in TV?»
Miriam la interruppe, decisa, ma mantenendo la consueta tenerezza verso sua madre. «No, mamma, neanche in TV. Forse sarebbe meglio lasciar perdere questo discorso.»
La madre annuì lentamente. Non disse altro, ma quello sguardo bastò: dentro c’era tutto. La preoccupazione, la tenerezza, l’impotenza.
Quando Miriam tornò a casa era quasi sera. Il sole stava tramontando dietro i palazzi e il soggiorno era immerso nella penombra. Accese soltanto una piccola lampada, poi si avvicinò al vecchio scatolone dove conservava i ricordi della sua carriera. Lo aprì, e l’odore della carta antica salì immediatamente nell’aria insieme a un velo di polvere.
Estrasse una locandina, poi un’altra, e un’altra ancora. Il Lago dei Cigni, Giselle, Romeo e Giulietta. Spettacoli che avevano riempito teatri, città e paesi interi per anni della sua esistenza. Sulla parete di fronte erano appesi alcuni manifesti con le fotografie dei suoi ruoli più celebri: una giovane donna sorridente che sembrava non conoscere la stanchezza.
Miriam restò a guardarli a lungo, troppo a lungo, quasi scomparendo dentro quelle immagini. Poi, scuotendosi come se emergesse da una trance, si guardò intorno in quella stanza silenziosa. Per la prima volta si chiese se quella sarebbe stata davvero la fine; se la sua storia fosse già stata interamente raccontata e se non restasse altro che ricordare.
La domanda la colpì con una forza inattesa e fece male, molto più di quanto fosse disposta ad ammettere.
Quella notte faticò a prendere sonno. Rimase sveglia nel buio ad ascoltare il brusìo distante della città, pensando al passato, a ciò che aveva perduto e, soprattutto, a ciò che forse non sarebbe più arrivato.
Non poteva immaginare che, meno di ventiquattro ore dopo, il telefono avrebbe squillato. E che una voce proveniente dal passato avrebbe cambiato il corso di tutto.
Capitolo 3
LA CHIAMATA
Miriam Lattanzi aveva cinquantasette anni quando ricevette quella telefonata.
Stava esercitandosi alla sbarra nel soggiorno, mentre il pomeriggio romano si faceva sentire dalla finestra spalancata. L’aria trascinava dentro il brusio della città – motori lontani, voci sparse, il passo irregolare della vita che continuava oltre i vetri – e lo deponeva sul parquet antico. Il legno gemeva appena sotto il peso del suo corpo. Il ginocchio sinistro protestava a ogni piegamento con una puntualità ormai familiare; la schiena custodiva tensioni che il tempo aveva inciso come una calligrafia segreta; le mani non possedevano più la leggerezza fulminea degli anni lontani. Eppure, il corpo rispondeva ancora. Con ostinazione. Con memoria. Con quella fedeltà quasi misteriosa che i muscoli talvolta conservano anche quando tutto il resto comincia a ritirarsi.
Danzava ancora. Aveva danzato da sempre. Da bambina attraversava il corridoio di casa come se ogni piastrella custodisse una musica invisibile. Aveva danzato sotto le luci dei teatri pieni, quando il pubblico tratteneva il fiato e il silenzio della sala sembrava vibrare insieme al suo. Aveva danzato nel tempo dell’amore e in quello della perdita: quando suo marito se n’era andato, lasciando dietro di sé stanze improvvisamente vuote; quando sua madre aveva cominciato a invecchiare; quando il silenzio, a sera, si faceva così vasto da sembrare una presenza. Sempre. La danza era rimasta come un linguaggio più antico delle parole, come una forma di resistenza, come una preghiera a cui non aveva mai saputo dare un nome.
Poi il telefono squillò. Un suono netto, quasi indebito.
Miriam si fermò. Restò immobile un istante, con il petto ancora sollevato dallo sforzo. Si asciugò la fronte con il dorso della mano e andò a rispondere.
«Pronto?»
Dall’altra parte arrivò la voce di Federico Neri, bassa e più grave del solito.
«Miriam. Ho bisogno di te.»
Lei accennò un sorriso. «Quando dici così, di solito significa guai.»
Federico non rise. Seguì una pausa breve, quasi esitante. Poi parlò.
«Sto preparando uno spettacolo nuovo. Un monologo, una sola protagonista.»
Miriam appoggiò una mano alla sbarra. «E chi dovrei interpretare?»
Per alcuni secondi il silenzio si tese tra loro. Poi Federico disse: «Una ballerina morta.»
Miriam sentì il corpo irrigidirsi in una tensione rapida, istintiva.
Federico continuò: «Si chiamava Amina Rahman. Ventiquattro anni, padre marocchino e madre italiana convertita. La ballerina più straordinaria che io abbia visto negli ultimi vent’anni.»
Un’altra pausa, più pesante.
«Si è uccisa 9 anni fa.»
Miriam rimase immobile, con la mano ancora sulla sbarra. Intorno a lei c’erano il rumore della città oltre i vetri e il suono del proprio respiro; il tempo sembrò arrestarsi per un istante, come se qualcosa, appena fuori dal visibile, avesse trattenuto il mondo.
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