Era il maggio 1963 quando Franco Bartoli Avveduti, presidente dell’Azienda Monopolio Banane fu arrestato e condotto a Regina Coeli con l’accusa di aver venduto i segreti delle aste pubbliche a una serie di grossisti compiacenti.
Quando i carabinieri bussarono alla sua porta, lo trovarono in vestaglia.
“Non è possibile, sono ancora in carica. E poi sono innocente”, disse il presidente con la serenità di chi non ha ancora capito fino in fondo quanto la sua situazione fosse complicata per lui. Chiese qualche minuto per vestirsi, chiamò come difensore l’onorevole Filippo Ungaro e seguì i militari. Poche ore dopo varcava il portone di Regina Coeli. Le accuse erano pesantissime. Bartoli Avveduti avrebbe rivelato in anticipo, a imprese amiche, le cifre segrete fissate dal ministrero per le aste pubbliche sulle concessioni di vendita, trasformando informazioni custodite in buste sigillate in una miniera d’oro per pochi grossisti disposti a pagare profumatamente le soffiate. I reati contestati erano quattro: rivelazione di segreti d’ufficio, turbativa d’asta, falso in atto pubblico e corruzione. Si parlava di centinaia di milioni incassati. Una voce non ancora confermata citava addirittura 525 milioni ricevuti per un solo favore. Ma le cifre, come avviene in questi casi, si accavallavano senza trovare riscontri oggettivi. La faccenda era tutta nelle mani degli inquirenti.
Ma chi era l’avvocato Franco Bartoli Avveduti? La sua carriera era stata rapida e protetta. Da vicepresidente della Fiera agricola di Verona a segretario particolare del ministro delle Finanze, fino alla nomina nel novembre 1962 alla guida del Monopolio Banane, ente statale con sede a Roma in via Amba Aradam (anche l’indirizzo appariva come un sinistro presagio) e poteri analoghi a quelli del Monopolio del sale e dei tabacchi.
Per il monopolio delle banane, l’azienda aggiudicava le concessioni per la vendita banane in condizioni di monopolio nelle varie zone d’Italia, il che consentiva ai grossisti guadagni elevati.
Tali concessioni venivano assegnate mediante asta pubblica. Il meccanismo dell’asta era, sulla carta, blindato. L’Azienda fissava un prezzo massimo e uno minimo, che erano segreto, i concorrenti presentavano le offerte al buio e vinceva chi si avvicinava di più alla cifra custodita in busta chiusa.
E questa busta rimase chiusa? Certo che no.
Il 25 marzo 1963, su 132 concessioni messe all’asta, sessanta offerte corrisposero esattamente alla cifra riservata. Al centesimo. Una coincidenza statisticamente ai limiti dell’impossibile, che i concorrenti esclusi notarono immediatamente e denunciarono rumorosamente. Il ministero delle Finanze sospese le aggiudicazioni, la Guardia di Finanza aprì un’inchiesta, e il castello di cartecominciò a crollare.
Secondo l’inchiesta, l’avvocato Bartoli Avveduti, appena insediato alla presidenza, aveva fatto annullare le concessioni già assegnate, bandendo una nuova gara con il pretesto di allargare il mercato. I prezzi base, stabiliti dal ministro e custoditi in una busta sigillata, erano noti a pochissimi. Eppure, al momento dell’apertura l’anomalia che emerse fu macroscopica. Fu ‘amministratore delegato dell’ente, il generale Domenico Fornara, a invalidare l’asta e presentare denuncia.
Nei giorni successivi all’arresto del presidente dell’Amb, il quadro si allargò rapidamente e le persone denunciate dalla Guardia di Finanza salirono a centoquattro. I loro nomi confluirono in un dettagliato rapporto trasmesso all’autorità giudiziaria. Il procuratore generale Pietro Manca decise di procedere all’istruttoria sommaria, segno che gli elementi fondamentali erano già considerati acquisiti, mentre il sostituto procuratore Antonio Brancaccio convocò più volte gli ufficiali investigativi per accertamenti definiti “molto delicati”. Negli ambienti informati, come si leggeva sui giornali dell’epoca, si parlava di cifre da capogiro che andavano dai 120 milioni come quota percepita da uno solo dei corrotti, ad un totale complessivo di tangenti distribuite che si avvicinava al miliardo di lire. Emergeva, inoltre, che già nel 1951 l’Assbanane, che raggruppava i grossisti più importanti, avrebbe raccolto somme analoghe per influenzare un precedente rinnovo delle concessioni, operazione che, secondo le stesse fonti, era pienamente riuscita.
6.4 – Un sistema di potere
L’arresto di Bartoli Avveduti creò caos e panico, anche perchè si sparse subito la voce che Bartoli Avveduti avesse cominciato a collaborare con gli inquirenti, facendo nomi e indicando responsabilità. Non sembrava fosse disposto a reggere da solo il peso dell’inchiesta. Dall’altra parte, all’indomani dell’arresto, la nota stampa diramata dall’Amb nella quale tendeva ad attribuire ogni colpa al solo presidente, veniva giudicata da più parti “lacunoca” in quanto la legge sulla contabilità dello Stato prevedeva che la responsabilità delle aste spettasse al ministro delle Finanze, anche quando egli avesse delegato un proprio funzionario.
Si poneva dunque il problema delle responsabilità politiche nei confronti del ministroTrabucchi, per aver collocato in una posizione tanto delicata un uomo di sua stretta fiducia. Sotto esame finì anche la posizione degli altri membri del consiglio di amministrazione, tra cui lo stesso generale Fornara, contemporaneamente presidente della società petrolifera SAROM e consigliere della farmaceutica Geigy.
Ma le indagini non si fermano alla gara truccata. Emersero da subito i contorni di un sistema consolidato nel tempo, fatto di feudi commerciali e privilegi politici. I concessionari ufficiali erano sessantaquattro, ma la distinzione tra loro era netta. Solo pochi grandi gruppi, organizzati attorno all’Associazione dei concessionari, l’Assbanane, appunto, controllavano di fatto l’intero mercato.
Un memoriale redatto nel 1958 da un funzionario interno, licenziato l’anno successivo proprio per aver proposto una riforma, descriveva già da allora una mappa dove intere regioni erano affidate a un unico operatore: Umbria, Marche, Puglia, Abruzzo, Molise e Sicilia. La Campania, era aggregata con Calabria e provincia di Potenza. Nel Veneto la società SAFRE controllava sei province. Nel Lazio metà delle assegnazioni facevano capo a due soli operatori; in Toscana un terzo della distribuzione era nelle mani di un unico concessionario. Le quote risalivano a oltre dieci anni prima e non erano assegnate in base all’efficienza, perchè stava emergendo che alcuni concessionari operavano in scantinati privi di ventilazione, inadeguati persino alla conservazione igienica della merce. Erano piuttosto stati assegnati sulla scorta di privilegi consolidati e raccomandazioni politiche. Non a caso, tra i beneficiari figurava l’attuale presidente dell’Associazione dei concessionari, già sindaco democristiano di un comune veneto, che in pochi anni aveva costruito una considerevole fortuna.
Le accuse non si fermarono alla distribuzione interna. Nel mirino finirono anche i contratti di trasporto marittimo. Secondo le denunce, il monopolio stipulava accordi a lungo termine con pochi armatori, garantendo loro condizioni favorevoli anche quando il mercato internazionale registrava forti ribassi dei noli. I costi venivano artificialmente gonfiati e finivano per gravare sul prezzo finale pagato dai consumatori.
Le indagini accertarono che il prezzo segreto era nelle mani di sole tre persone: il ministro, l’amministratore delegato e lo stesso Bartoli Avveduti. La matematica era impietosa.
La vicenda, con continui colpi di scena, giustificazioni e interrogatori procedeva velocemente al limite del grottesco con imputati e politici che se si rimpallavao le responsabilità. Le notizie tenevano quotidianamente banco sui giornali italiani, che continuavano a cimentarsi nel “totobustarelle” per stimare l’ammontare dei proventi illeciti. Secondo alcune fonti bene informate il totale complessivo della corruzione era complessivamente valutabile tra i settanta e i cento milioni di lire. Una cifra enorme per l’Italia del 1963 che calcolando cambio e potere di acquisto significherebbe oggi una forbice tra 1 milione e 168mila euro e 817.000 euro. (fonte InfoData il Sole24Ore)
Ma gli inquirenti erano già proiettati oltre. Se c’era un corrotto, dovevano esserci i corruttori. Con 132 concessioni in ballo, la lista dei potenziali indagati era tutt’altro che breve.
6.5 – Il “giro delle banane”
Solo dopo una settimana dall’arresto di Bartoli Avveduti ci si rese conto che quello era solo l’antipasto di un pantagruelico “giro di banane”.
Il 22 maggio 1963, la Procura di Roma annunciò la denuncia a piede libero per centocinque grossisti.
Il magistrato inquirente Antonio Brancaccio aveva però scelto una distinzione pratica che diceva già molto sulla gerarchia delle responsabilità: Bartoli Avveduti stava a Regina Coeli, i grossisti erano a casa loro. Stessa accusa formale, destino Provvisoriamente diverso. Tra i centocinque figurava anche Umberto Enzo Rossi, segretario dell’ Assbanane, l’uomo che, come si sarebbe scoperto nei mesi successivi, sapeva tutto di tutti e non aveva nessuna intenzione di parlare.
L’inchiesta aveva già valicato i confini della capitale, ramificandosi verso Milano, Torino, Firenze, Napoli e i porti di Civitavecchia e Anzio, snodi fondamentali per l’importazione delle banane. Gli investigatori interrogarono funzionari doganali e dipendenti pubblici, mentre circolava un dettaglio che aveva il sapore del romanzo d’appendice. C’era anche una donna che avrebbe fatto da intermediaria tra i commercianti interessati e i futuri vincitori. Si muoveva nell’ombra durante lo svolgimento dell’asta al Palazzo degli Esami di via Induno. Chi fosse, nessuno lo aveva ancora accertato.
Le cifre in gioco spiegavano però perché tanta gente fosse disposta a rischiare così tanto per una concessione di banane. Nel 1962 le importazioni avevano superato il milione e duecentomila quintali, che partendo dai 175mila del 1950, rivelavano una crescita di sette volte in tredici anni. Gli introiti per le casse dello Stato superavano i nove miliardi e mezzo di lire. Ogni concessione era una rendita garantita in un mercato chiuso, protetto per legge dalla concorrenza esterna.
Il prezzo di mercato di quelle informazioni segrete, le bustarelle, per intenderci, in quel contesto, era semplicemente il riflesso di quanto valesse entrare nell’affare. Fu in questo scenario complesso che prese la parola la moglie dell’arrestato: Alberta Alberti, la figlia di un ex presidente del Senato, dettaglio biografico che in quegli anni aveva ancora un peso specifico considerevole. La signora Alberti Avveduti concesse una dichiarazione ai giornali con il tono calibrato di chi vuole difendere senza sembrare di attaccare. “È stato un errore”, disse del marito, frase che lasciava aperta qualsiasi interpretazione. Non si fermò lì. Sostenne che, al primo sospetto di irregolarità, era stato lo stesso Bartoli Avveduti a disporre l’annullamento dell’asta, prima ancora che arrivassero denunce formali. Citò un esposto iniziale firmato da tale Osvaldo Catalano, uno dei concorrenti esclusi, che sarebbe poi diventato testimone chiave nel processo, in cui il marito veniva descritto come uomo di “correttezza e comprensione”. Rivendicò poi i risultati gestionali dell’Azienda di Monopolio. Sotto la guida di suo marito il prezzo delle banane al consumo era calato, la domanda era cresciuta, gli utili per l’erario erano saliti da sei a dieci miliardi di lire. Era, in sostanza, il curriculum di un ottimo amministratore. Il problema era che quell’ottimo amministratore avrebbe anche dovuto custodire i segreti dell’asta e questo non sembrava averlo fatto. La famiglia puntava in realtà su un argomento procedurale. La Guardia di Finanza avrebbe inizialmente contestato solo turbativa d’asta e violazione del segreto d’ufficio, reati gravi, ma non tali da giustificare il carcere preventivo. Le accuse più pesanti, corruzione e falso, sarebbero state aggiunte dalla Procura in un secondo momento, rendendo possibile il mandato di cattura. Una distinzione sottile, destinata a essere discussa a lungo nelle aule giudiziarie nei mesi successivi.
Negli ambienti romani, intanto, nessuno aveva dubbi. L’inchiesta era appena cominciata, la donna nell’ombra non era ancora stata identificata, e l’elenco dei protagonisti, centocinque nomi, era destinato ad allungarsi ancora. E infatti si allungò.
La sera del 23 maggio, Franco Bartoli Avveduti era disteso sul pagliericcio della sua cella, in condizioni abbastanza serie da allarmare le guardie notturne di Regina Coeli. Il presidente del Monopolio Banane, che fino a pochi giorni prima gestiva un ente con introiti per l’erario di dieci miliardi di lire l’anno, aveva incontrato la realtà del carcere preventivo e la realtà aveva avuto la meglio. Il medico del carcere dispose il trasferimento in infermeria. Le fonti carcerarie riferirono che già dalla sera precedente il detenuto appariva “profondamente agitato”. Il sostituto procuratore Brancaccio, informato dell’accaduto, aspettò che le condizioni migliorassero il minimo indispensabile e poi dispose l’interrogatorio direttamente nel letto dell’infermeria. L’inchiesta non poteva aspettare i tempi di un uomo che si sarebbe rimesso solo quanto lo avesse ritenuto opportuno.
Fuori dal carcere, le indagini continuavano ad allargarsi. Ai centocinque grossisti già denunciati si sarebbero aggiunte altre quindici persone. Tra queste, finalmente, anche la donna che durante l’asta del 25 marzo era stata vista muoversi tra i concorrenti con il ruolo di intermediaria. Già interrogata dagli inquirenti, a lei veniva attribuita una funzione potenzialmente centrale nell’intera operazione. Era il tassello che mancava per ricostruire come le informazioni riservate avessero fatto il giro dei concorrenti giusti nel giorno della gara. Un nome, un volto, un filo da tirare.
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