ANTEPRIMA NON EDITATA
XIX – Scassi, sospetti e preoccupazioni
L’eco delle preoccupanti parole di Fra Michele lo accompagnò fuori dalla Biblioteca. Ales-sandro decise che solo nel suo studio privato avrebbe potuto trovare la lucidità necessaria per raccogliere le idee e per raccontare a Eleonora dello strano personaggio che aveva incontrato. Mentre percorreva, nelle prime luci della sera, la strada che lo portava allo studio, avvertiva un vago senso di apprensione strisciare sotto la pelle, un’onda lunga degli strani accadimenti legati allo spartito di Messer Jacobbe. Entrato nel palazzo, percorse il breve corridoio e giunto quasi alla soglia, qualcosa attirò la sua attenzione, rompendo la consuetudine: la solida porta del suo studio, che chiudeva sempre a chiave con meticolosa attenzione, era socchiusa. Una sottile lama d’ombra tagliava la superficie continua del le-gno stagionato, un particolare insolito e vagamente allarmante.
Alessandro si fermò di colpo, il respiro bloccato in gola. Il cuore prese a battergli più forte nel petto. Si avvicinò con cautela, spingendo piano l’anta. Non c’era bisogno di essere un esperto per capire cosa fosse successo. Il legno attorno alla serratura era scheggiato, solle-vato come da uno strumento brutale, forse un piede di porco o uno scalpello robusto. Segni profondi, graffi scomposti, rigavano lo stipite, testimoni muti di una violenza fret-tolosa. La serratura stessa pendeva leggermente inclinata, violata.
Un brivido gli percorse la schiena. Chi? E perché? La prima risposta che affiorò fu ovvia, quasi scontata: lo spartito. Ma lo spartito era al sicuro, nascosto altrove da giorni. Allora cosa cercavano?
Con il cuore che martellava contro le costole, Alessandro entrò nello studio, gli occhi che saettavano da un angolo all’altro, preparato al peggio. Ma ciò che vide lo lasciò ancora più interdetto. All’interno, regnava un ordine quasi irreale. I libri erano al loro posto sugli scaffali, le carte sulla scrivania sembravano intatte, perfino il pesante fermacarte di marmo non era stato spostato di un millimetro. Nulla sembrava fuori posto, nulla sembrava man-care.
Si mosse lentamente nella stanza, un automa guidato da un’ansia crescente. Aprì i cassetti della scrivania, uno dopo l’altro. Documenti, lettere, vecchie fotografie, persino qualche spicciolo lasciato nel portapenne: tutto era lì. Controllò gli scaffali più bassi, dove teneva alcune cartelle di appunti meno recenti, quelle che non riguardavano direttamente Messer Jacobbe. Intatte.
Questa assenza di disordine, questa mancanza di un furto evidente, era quasi più spaven-tosa del caos. Un ladro comune avrebbe arraffato qualcosa di valore, qualsiasi cosa. Ma qui… qui sembrava che qualcuno fosse entrato con uno scopo preciso, avesse cercato qual-cosa di specifico – lo spartito, evidentemente, credendo forse che fosse ancora lì – e, non trovandolo o forse essendo stato interrotto, se ne fosse andato senza lasciare altre tracce se non la porta forzata.
Ad Alessandro tornarono subito alla mente i recenti, velati ma non troppo avvertimenti di Fra’ Michele, evidente emissario della setta dei Custodi della Scala, e la nota cattiva fama del Barone, sempre a caccia di reperti storici e certamente capace di assoldare chissà chi per certi misfatti. Il sospetto si insinuò nella sua mente: e se non fosse un unico avversario? Se l’effrazione fosse stata commessa da due distinti mandanti, entrambi alla ricerca dello stesso oggetto? O forse cercavano informazioni relative allo spartito. Indizi su dove po-tesse essere finito. O su chi altro ne fosse a conoscenza?
Il pensiero corse subito a Eleonora. La sensazione di essere un bersaglio, che prima era solo un sospetto sgradevole, divenne una certezza gelida. Non era finita. Qualcuno era sulle loro tracce, qualcuno determinato e disposto a usare la forza. Il senso di violazione si mescolò a una rabbia sorda e a una paura più profonda, più personale. Non si trattava più solo di un antico manoscritto; si trattava della loro sicurezza.
Ripresosi dalla scoperta dell’increscioso scasso, mentre le luci dell’imbrunire calavano sulla città, Alessandro telefonò ad Eleonora per raccontarle gli ultimi fatti accadutigli.
“Pronto, Ale! Stavo per chiamarti”, rispose concitatamente Eleonora. La sua voce, solita-mente controllata e musicale, era spezzata dal panico.
“Ale… devi venire. Subito.”
Alessandro non ebbe bisogno di chiedere altro. Il tono bastava. Si precipitò fuori, l’ango-scia che gli stringeva lo stomaco. Trovò Eleonora sulla soglia del suo appartamento, pallida come un cencio, gli occhi sbarrati fissi sull’interno. Lo studio di Eleonora era l’immagine speculare e opposta del suo. Se da lui regnava un ordine inquietante, qui dominava il caos più totale.
Libri erano stati scaraventati a terra dalle mensole, le pagine piegate e strappate con furia. Fogli sparsi come foglie secche coprivano il tappeto persiano. I cassetti della scrivania erano stati divelti, il contenuto rovistato frettolosamente e gettato alla rinfusa. Una piccola scultura in ceramica giaceva in pezzi vicino alla finestra. Era evidente che chiunque fosse entrato non si era preoccupato di essere discreto. Era stata una perquisizione rabbiosa, quasi disperata.
Eleonora si portò una mano tremante alla bocca, incapace di distogliere lo sguardo dal disastro.
“Ho trovato Mosè tutto rannicchiato sotto il divano, era ancora spaventatissimo. Appena mi ha scorta, però, è uscito dal suo nascondiglio e con un lamentoso miagolio è venuto a rifugiarsi tra le mie braccia, come se volesse essere rassicurato.”
“Hanno… hanno cercato ovunque”, mormorò, la voce un filo sottile. “Ma non… non credo abbiano preso nulla. Non c’era niente qui che potesse interessare loro… a parte…”
Non finì la frase. Non ce n’era bisogno. Entrambi sapevano a cosa si riferiva. Chiunque fosse stato, cercava disperatamente qualcosa legato allo spartito di Messer Jacobbe. Forse pensavano che Eleonora ne avesse una copia, o delle note, o della corrispondenza che potesse fornire indizi. La violenza della ricerca suggeriva frustrazione, la rabbia di chi non trova ciò che si aspetta.
La differenza tra i due episodi era agghiacciante. Da Alessandro, un’incursione quasi chi-rurgica, mirata a trovare qualcosa di nascosto o a compiere una ricognizione, forse inter-rotta o fallita senza disturbo apparente o un minaccioso avvertimento. Da Eleonora, un assalto frenetico, quasi una rappresaglia per non aver trovato l’oggetto desiderato. Questa variabilità nelle tattiche rendeva la minaccia ancora più imprevedibile e sinistra. Non sta-vano affrontando un avversario, ammesso che fosse uno solo, con un unico modus ope-randi, ma una minaccia capace di adattarsi o, peggio, di intensificare la propria aggressività.
Si sedettero, tra il disordine che li circondava. L’aria era pesante di confusione e paura.
“Prima il mio studio, ora il tuo”, constatò Alessandro, la voce cupa. Passò una mano tra i capelli, un gesto di nervosismo che tradiva la sua abituale compostezza. “Non è un caso, Eleonora. Ci stanno cercando.”
“Lo so”, replicò lei, stringendosi nelle spalle come se avesse freddo. “Ma cosa vogliono ancora? Lo spartito è al sicuro. Forse credono che lo teniamo ancora negli studi?”
“È probabile. O forse non credono che sia al sicuro. Forse pensano che abbiamo delle copie, o degli appunti…”
Alessandro si interruppe, lo sguardo perso nel vuoto. Non riusciva a togliersi dalla testa le velate minacce di Fra Michele, né il comportamento ambiguo e sfuggente del Barone. C’era qualcosa sotto, ne era certo.
“O forse…”, concluse con amarezza, “forse vogliono solo spaventarci. Metterci a tacere.”
“Ci stanno riuscendo”, ammise Eleonora con un filo di voce. Si alzò, iniziando a cammi-nare avanti e indietro per la stanza, incapace di stare ferma. “Prima gli studi… e dopo? Non si fermeranno qui, Ale. Ho paura che anche le nostre case… che noi… potremmo essere i prossimi.”
La paura era palpabile nella stanza, un’entità quasi fisica. Non era più l’ansia intellettuale per un manoscritto prezioso, ma il terrore viscerale per la propria incolumità. Erano stati violati nei loro spazi più personali, i luoghi dove lavoravano e custodivano i loro pensieri. Il messaggio era chiaro: non erano al sicuro da nessuna parte. Il fatto che entrambi fossero stati presi di mira, se da un lato rafforzava il legame forzato dalla situazione, dall’altro amplificava la percezione del pericolo. L’avversario non era solo determinato, ma aveva le risorse e l’audacia per colpire entrambi, quasi simultaneamente. Si sentivano esposti, vul-nerabili, e terribilmente soli contro una minaccia invisibile ma sempre più opprimente.
Alessandro guardò Eleonora, vedendo riflesso nei suoi occhi lo stesso terrore che sentiva crescere dentro di sé. Bastava. Non potevano continuare a subire passivamente.
“Dobbiamo fare qualcosa”, affermò con una risolutezza che sorprese anche se stesso. “Non possiamo aspettare che succeda di peggio.”
“E che cosa? Chiamare la polizia?” Il tono di Eleonora era scettico. “Cosa diremmo? Che qualcuno cerca un manoscritto antico che ufficialmente ancora non esiste?”
“Diremo la verità sugli scassi. Due tentativi di effrazione in poche ore, negli studi di due persone che lavorano insieme. Non è una coincidenza.” Si alzò, prendendo il cellulare.
“Conosco di vista un uomo alla Questura. Il Commissario Antonio Bragadin. È prossimo alla pensione, ma ha fama di essere un abile investigatore. Forse lui potrà aiutarci.”
Fece una pausa, esitando un istante. Rivolgersi alla polizia significava esporsi, rendere uf-ficiale una parte della storia, ma l’alternativa – aspettare nell’ombra la mossa successiva dei loro persecutori – era diventata intollerabile. Compose il numero.
Il Commissario Bragadin li ricevette nel suo ufficio alla Questura. Era un uomo sulla ses-santina, dall’aria competente ma con quella patina di stanchezza tipica di chi vede avvici-narsi il traguardo della pensione, nonostante una solida reputazione da abile investigatore alle spalle. La scrivania era ingombra di fascicoli. Ascoltò il racconto di Alessandro ed Eleonora con attenzione professionale, prendendo appunti su un taccuino. I suoi occhi si spostavano dall’uno all’altra mentre descrivevano le porte forzate, il caos nello studio di Eleonora, l’inquietante assenza di refurtiva.
“Capisco,” commentò Bragadin alla fine, la voce calma e misurata. “Due spiacevoli inci-denti, senza dubbio collegati. Faremo luce sulla vicenda.”
Alessandro si sporse leggermente in avanti. “Commissario, abbiamo dei sospetti. Anzi, più che sospetti, un’ipotesi che potrebbe spiegare la differenza tra i due episodi. Pensiamo che le effrazioni possano essere state commesse da due gruppi distinti, per conto di mandanti diversi.” Fece una pausa, raccogliendo i pensieri. “Innanzitutto gli avvertimenti, quasi mi-nacciosi, che mi ha rivolto un certo Fra’ Michele, che ho inteso essere un emissario della setta dei Custodi della Scala. Poi c’è la cattiva fama del Barone von Lorenz… un collezio-nista senza scrupoli, sempre a caccia di reperti storici, noto per usare scagnozzi per com-piere certi misfatti. E infine, dobbiamo considerare anche Aurelia Ricci. Non che vi siano prove concrete contro di lei, sia chiaro, ma i suoi comportamenti recenti sono stati a dir poco ambigui.”
Bragadin sollevò un sopracciglio, annotando i nomi – Fra’ Michele, il Barone – e l’ipotesi dei due mandanti distinti. “Custodi della Scala… il Barone…e anche Aurelia Ricci…” mor-morò. “Interessante. Verificheremo ogni pista, naturalmente.” Poi li guardò entrambi, un’espressione rassicurante sul volto. “State tranquilli. Intensificheremo le indagini. Forse
è stato solo un caso…si tratta solo di balordi che pensavano di arraffare qualcosa di valore. Ma prenderemo la cosa molto sul serio, ve lo prometto.”
Le sue parole erano professionali, corrette, ma per Alessandro ed Eleonora suonavano distanti, quasi inadeguate. Bragadin vedeva due tentativi di furto, forse collegati a un giro di collezionisti o ricettatori, magari con due bande rivali. Loro vedevano l’ombra lunga e minacciosa di un intrigo legato a Messer Jacobbe, un pericolo che andava ben oltre la normale criminalità. Il commissario operava secondo procedure standard, logiche investi-gative; loro sentivano il peso di un segreto pericoloso, di nemici che non si sarebbero fermati davanti a una porta forzata. Uscirono dalla Questura con la sensazione ambigua di aver fatto un passo necessario, ma di essere ancora fondamentalmente soli e in pericolo. La rassicurazione ufficiale era una coperta troppo corta per il freddo che sentivano dentro.
Camminavano lentamente lungo Via Mazzini, le vetrine illuminate che gettavano riflessi dorati sull’acciottolato umido. La folla serale era diminuita, lasciando spazio a ombre lun-ghe e a un silenzio relativo, rotto solo dal lontano brusio dei caffè e dalle musiche d’atmo-sfera che si diffondevano dai negozi. Lo spavento, la paura condivisa e l’incertezza del futuro li avevano avvicinati ancora di più, in un modo davvero coinvolgente. Mentre pas-seggiavano, si tenevano stretti, abbracciati, cercando conforto e sicurezza l’uno nell’altra.
“Almeno ora la polizia è allertata,” mormorò Eleonora, la testa appoggiata alla spalla di Alessandro.
“Sì,” concordò lui, stringendola un po’ più forte. “Bragadin è un uomo capace. Farà quello che può.”
Ma la fragile bolla di sollievo creata dalle promesse del commissario si era già dissolta. La paura, quella vera, era di nuovo lì, compagna silenziosa della loro passeggiata, resa forse un po’ più sopportabile solo dalla loro vicinanza fisica.
“Ma capiranno davvero?” chiese Eleonora, la voce bassa, quasi un sussurro, il fiato caldo sul collo di lui. “Capiranno chi c’è dietro? Cosa stanno cercando veramente?”
Alessandro non rispose subito. Guardò le luci della via riflesse sulla pietra chiara del sel-ciato, sentendo il lieve tremito nel corpo di Eleonora contro il suo. “Non lo so, Ele. La polizia segue le prove, le procedure. Noi… noi sappiamo che c’è dell’altro. Qualcosa che loro non possono vedere.”
Camminavano abbracciati, un’unica ombra che si muoveva lentamente sotto le luci della via. Ogni tanto, uno dei due lanciava un’occhiata furtiva alle proprie spalle, scrutando le ombre più profonde agli angoli dei palazzi. Un rumore improvviso, lo sbattere di una persiana, li fece trasalire entrambi, stringendosi ancora di più.
“E se tornano?” La domanda di Eleonora rimase sospesa nell’aria umida della sera, carica di angoscia.
“Dobbiamo stare attenti,” fu la magra risposta di Alessandro, la sua voce un sussurro vicino all’orecchio di lei.
Continuarono a camminare, avvolti da un silenzio carico di domande senza risposta e dalla tacita consapevolezza di un legame che si stava approfondendo sotto la pressione del pe-ricolo. Avevano mosso una pedina sulla scacchiera, allertando le autorità. Ma sentivano che il gioco era molto più complesso, le regole sconosciute, e l’avversario sempre un passo avanti, nascosto, pronto a colpire ancora. La notte veronese, solitamente amica e complice, quella sera sembrava ostile, piena di occhi invisibili e minacce sussurrate dal vento leggero che si era alzato.
I mandanti avrebbero provato ancora? E come? L’unica certezza era l’incertezza stessa, e la paura che li accompagnava si faceva più acuta al pensiero di doversi separare. Dopo lo spavento che si erano presi, dopo la tensione palpabile che ancora li avvolgeva, l’idea di ritirarsi ognuno nella propria solitudine, di affrontare il resto di quelle ore cupe isolati l’uno dall’altra, sembrava quasi intollerabile.
Alessandro strinse più forte la mano di Eleonora. Il pensiero di lasciarla sola, o di affron-tare lui stesso quella notte carica di angoscia, gli era insopportabile. “Forse”, pensò, “l’u-nica cosa sensata, l’unico vero conforto, sarebbe trovare rifugio insieme, magari a casa mia. Lì, almeno, non saremmo così esposti, potremmo vegliare l’uno sull’altra.”
Si fermò un istante sotto la luce fioca di un lampione, costringendola dolcemente a voltarsi verso di lui. La guardò negli occhi, cercando le parole giuste, il suo sguardo carico di preoc-cupazione e di un affetto che andava ben oltre la semplice amicizia.
“Ele,” mormorò, la voce un po’ roca per l’emozione trattenuta e il freddo della sera, “non mi piace per niente l’idea che tu stasera rimanga da sola con questi pensieri. E, a dire il vero, neanch’io vorrei esserlo.” Fece una breve pausa e poi proseguì.
“Che ne diresti di… di venire da me? Almeno per stanotte. Sarebbe più sicuro, e… non saremmo soli ad affrontare questa attesa.”
Eleonora lo fissò in silenzio per un momento, leggendo nei suoi occhi la sincerità della proposta e la profondità della sua preoccupazione. Un piccolo, quasi impercettibile sospiro le sfuggì dalle labbra, come se stesse lasciando andare una parte della tensione accumulata. Poi, senza dire una parola, si strinse di più a lui, il suo corpo che cercava istintivamente il calore e la rassicurante solidità del suo. Sollevò il viso e, con un movimento lento e tenero, si protese per deporgli un bacio lieve sulla guancia. Un gesto semplice, ma che in quel frangente disse più di mille parole, un’accettazione dolce e piena di fiducia che sciolse un nodo di ansia nel petto di Alessandro. La paura non era svanita, ma ora c’era la promessa di affrontarla insieme, in un rifugio condiviso.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.