ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 0 – L’inizio di tutto.
Il bagno è ancora mezzo buio. La luce sopra lo specchio non è abbastanza forte da essere gentile, ma abbastanza fredda da non perdonare niente.
Mi fermo davanti al lavandino senza pensarci troppo, come se fosse un gesto automatico. Poi alzo gli occhi.
Lo specchio mi restituisce un’immagine che riconosco e, allo stesso tempo, no.
Resto lì qualche secondo in silenzio, come se aspettassi che qualcosa cambi da solo. Non succede.
Mi avvicino appena, appoggio le mani al bordo del lavandino. Il viso sembra più stanco di me. Pelle spenta. Qualche rossore sulle tempie che ieri non c’era, o forse c’era già e io ho fatto finta di niente. Lo sfioro con le dita senza accorgermene.
“Ok,” penso. “Oggi siamo a questo punto.”
Mi giro leggermente a destra, poi a sinistra, cercando un angolo che mi faccia sentire meglio. Non lo trovo. È quasi ridicolo quanto ci provo ancora.
I capelli sono il solito disastro. Troppo ricci, troppo vivi, troppo tutto. Non stanno mai come dovrebbero. Eppure sono miei, quindi dovrei farci pace. Ma oggi no.
Mi passo una mano sulla guancia, come se potessi sistemare qualcosa solo toccandola. Non funziona.
Apro l’armadietto senza guardare davvero cosa prendo. Detergente, qualcosa di schiumoso, qualcosa che promette sempre di “purificare”. Lo spalmo con più energia del necessario. Come se la forza potesse convincere la pelle a collaborare.
Il telefono vibra da qualche parte, ma lo ignoro.
Torno allo specchio.
E lì succede sempre la stessa cosa: non è che mi vedo male. È che non mi vedo come dovrei essere nella mia testa. Come se tra me e quella persona riflessa ci fosse sempre un errore di traduzione.
“Dovresti essere diversa,” mi attraversa il pensiero, automatico. Subito dopo arriva quello che lo contraddice: “E invece sei questa.”
Resto immobile.
Per un secondo mi chiedo se sia solo stanchezza. O se sia sempre stato così e adesso non riesco più a ignorarlo.
Poi distolgo lo sguardo.
Mi passo l’asciugamano sul viso con un po’ troppa fretta, come se chiudere quel momento potesse cancellarlo.
Ho sempre pensato di avere comunque una bella anima, e che mi meritavo di essere magra, con le forme al punto giusto, pelle non secca, capelli non ricci, occhi chiari, praticamente il contrario di quello che vedo allo specchio.
Con una risata isterica la mia coinquilina Tiana mi dava il buongiorno.
«Buongiorno Dory, dormito bene? »
In realtà il mio nome è Shaila, ma mi hanno sempre chiamata Dory, perché mi scordo dal naso alla bocca, come la pesciolina nel cartone “Alla ricerca di Nemo”.
«Si.» Rispondo con un mezzo sorriso.
«Ti preparo un cappuccino con il cacao come piace a te.. rilassati».
Dopo la rottura con il mio ex, quello che ormai chiamo senza troppi problemi “la merda” o “il coglione”, ho passato un periodo in cui ero convinta che fosse colpa mia.
Poi ho iniziato a incolpare il mondo.
Poi me stessa di nuovo. E alla fine, dopo mesi in cui il mio letto è stato il mio unico vero posto sicuro, mi sono svegliata da quello che non era un sogno, ma un incubo che mi ero raccontata da sola.
Cinque mesi di pianti, amiche, alcool e la sensazione costante di aver perso qualcosa che in realtà non era mai stato mio davvero.
Poi è arrivata la lucidità. A scatti, ovviamente. Mai gentile.
Mi sono resa conto che lui non era quello che credevo. Era sempre stato un manipolatore, uno di quelli che ti convincono che stai sbagliando anche quando stai solo respirando troppo forte. Un bastardo. Un cretino. Un mentecatto. Un figlio di..
Mi fermo lì. Perché tanto la lista non finisce mai, e a un certo punto diventa inutile anche solo pensarla.
La verità è che mi ero innamorata di un’immagine. Non di lui.
Mi ero innamorata dell’idea che mi ero fatta di lui, o dell’idea che lui mi aveva fatto credere di essere.
E da quel giorno ho iniziato a ricordarmi, anche nei momenti peggiori, che la mia felicità non può dipendere da nessuno.
Che la fine di un amore non è la fine del mondo.
E che tutta quella storia della “metà della mela” è una delle bugie più sopravvalutate di sempre.
All’inizio pensavo davvero di non essere niente senza di lui. Poi, lentamente, ho iniziato a rimettermi insieme pezzo per pezzo. E ho capito che non ero una sottona come mi sentivo prima. O meglio: lo ero stata. Eccome. Ma non lo ero più.
Adesso mi basto.
O almeno… così mi ripeto.
Perché la verità è che, soprattutto adesso che l’estate sta finendo, c’è una specie di vuoto che torna a farsi sentire.
Non è dolore.
È più una malinconia sottile.
Di quelle che non sai spiegare bene, ma che restano lì.
E poi ci sono loro.
Le mie amiche.
Jenny è quella che tutti definirebbero “la saggia del gruppo”. Sposata, tre figli, qualche anno più di me. Impiegata part-time, mamma full-time. Ogni tanto la guardo e mi chiedo se sia davvero felice o se abbia solo imparato a sembrare serena per sopravvivere alla sua vita.
Caty invece è l’opposto. “Single per scelta”, artista, canta, dipinge, scrive quando le va. Vegan, spirito libero, famiglia ricca alle spalle e zero paura di buttarsi in qualsiasi cosa. È quella che ti dice sempre “la vita è una sola, goditela”, e magari ha anche ragione. Solo che è più facile dirlo quando non devi contare i soldi a fine mese.
Poi c’è Elsah. Fidanzata, innamorata, precisa fino all’ossessione. Modella curvy in uno studio di alta moda, vive le sue giornate come se fossero un progetto da portare a termine senza errori. Se qualcosa devia dal piano, va in crisi. Ma dentro quella rigidità c’è anche una sicurezza che a volte invidio.
E infine lui.
Bady.
Il mio migliore amico. Il migliore amico che si possa avere e basta.
Lavora da Sephora, ha l’animo di un bambino, i muscoli di Commando e la presenza scenica di uno che potrebbe abbatterti con un pugno se serve. E infatti lo ha fatto.
Quando ha scoperto cosa aveva fatto il mio ex, non ha fatto domande. Non ha chiesto conferme. Ha solo deciso che quella cosa andava chiusa a modo suo.
Lo ha incontrato in un bar del centro con una scusa qualunque.
Io non c’ero. Ma so come è andata.
Bady gli si è avvicinato, gli ha detto qualcosa a bassa voce, e un attimo dopo il mio ex era a terra.
E non è nemmeno quello il punto.
Il punto è che, prima ancora di andarsene, Bady si è chinato e gli ha sussurrato una cosa semplice:
«Se ti azzardi a dire anche solo una parola su di lei, ti do altri due pugni.»
E da allora nessuno ha più avuto niente da aggiungere.
Nemmeno io.
Sono in sala, rannicchiata sul divano con il mio cappuccio e il mio pigiamino improponibile. Il blog aperto davanti a me, ma lo leggo senza leggerlo davvero. Penso che la domenica abbia sempre qualcosa di ingiusto. Come se ti ricordasse apposta che il giorno dopo ricomincia tutto.
Lunedì.
E anche io ricomincio.
Sospiro e appoggio il telefono sul divano quando sento la chiave girare nella porta.
Tiana, era uscita per comprare qualcosa di commestibile.
“Shaiii, sono a casa!” urla entrando prima ancora di chiudere la porta.
Non fa in tempo a togliersi le scarpe che dietro di lei compare un ragazzo.
Alzo appena lo sguardo dal divano.
Capelli spettinati, sorriso un po’ troppo sicuro, aria da “non so bene cosa ci faccio qui ma mi adeguo”. Una classica preda, penso senza nemmeno volerlo.
“Non mi dire che hai di nuovo fatto la raccolta differenziata umana,” borbotto.
Tiana ride e lo spinge appena dentro casa. “Non è una raccolta differenziata, è selezione naturale.”
“Peggio,” rispondo.
Il ragazzo si guarda intorno come se stesse valutando il territorio. Io torno subito al mio divano, chiaramente fuori dalla loro scena.
“Lui è… boh,” dice Tiana facendo un gesto vago con la mano. “Non importa. È temporaneo.”
“Che bello sentirsi rassicurati così,” mormoro.
Lei mi ignora completamente, come sempre quando decide che la sua vita sentimentale è più interessante della mia depressione domenicale.
“Ti preparo qualcosa da bere?” mi chiede poi, già in movimento verso la cucina, mentre il tipo la segue come un’ombra educata.
“Solo se non lo fai cadere qui dentro,” rispondo.
“Prometto niente incidenti… gravi.”
La sento ridere mentre apre gli sportelli, mentre il ragazzo prova a dirle qualcosa sottovoce, mentre la casa improvvisamente si riempie di una vita che non è la mia, ma che in qualche modo mi tiene comunque compagnia.
Mi sistemo meglio sul divano.
Il telefono vibra.
Lo guardo un secondo.
Non è nessuno di importante.
O almeno così mi convinco.
Fuori, la luce sta già cambiando.
Quella tipica di fine estate, che non è più piena, ma non è ancora davvero autunno.
E mi rendo conto che forse è proprio così anche dentro di me.
In mezzo.
Tra quello che è stato e quello che dovrebbe arrivare.
Tra la voglia di ricominciare e quella di restare ferma ancora un po’.
Chiudo il blog senza davvero leggerlo fino in fondo e lascio il telefono sul divano, come se anche lui, per una volta, non avesse niente da dirmi.
Da qualche parte in cucina Tiana ride ancora. Il ragazzo risponde qualcosa e lei lo zittisce subito dopo, con quella sua naturalezza disordinata che riempie gli spazi vuoti senza chiedere permesso.
Io resto qui.
Ferma.
A guardare una domenica che sta finendo senza chiedermi se sono pronta.
Non lo sono mai, in realtà.
Quando la porta della mia stanza si chiude piano, capisco che la casa si è finalmente assestata.
E il silenzio che resta addosso è quello che conosco meglio.
Lunedì.
Lo sento arrivare prima ancora che inizi.
La sveglia non è ancora suonata, ma nella mia testa è già mattina.
Ufficio.
Scrivania.
Mail.
Facce conosciute.
Facce che fingono di non esserlo troppo.
E poi lui.
Il lavoro.
La routine.
La distrazione perfetta per non pensare a niente di troppo profondo.
Mi giro sul divano, chiudendo gli occhi per un secondo più lungo del dovuto.
Domani ricomincia tutto.
E io, come sempre, ci sarò dentro senza essere del tutto pronta.
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