Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

La terra che morde

Copia di 740x420-15
1%
198 copie
all´obiettivo
97
Giorni rimasti
Quantità
Consegna prevista Giugno 2027
Bozze disponibili

A Cutro la ‘ndrangheta non ha coppole né lupare: si eredita nei silenzi e si firma nei verbali. Nel 1992, l’amore proibito tra Tano Dellatorre e Giulia Degaudio viene bruscamente spezzato dal padre di lei, un potente barone locale che cancella ogni traccia della loro storia e fa svanire nel nulla la gravidanza di Giulia. Tano, rimasto nel paese, spende cinquant’anni della sua vita lavorando come insegnante di lettere e parallelamente come giornalista d’inchiesta, documentando l’evoluzione e la logistica criminale della ‘ndrina locale in undici quaderni. Nel maggio del 2026, Giulia ritorna a Cutro con una borsa di pelle e il registro nero e logoro del padre, custodito per decenni in un doppio fondo. Questo quaderno contabile svela i nomi e le donazioni ai ‘rispettabili’ — giudici, colonnelli e colletti bianchi — dimostrando che il barone era l’architetto invisibile del sistema. Insieme, i due affrontano il passato e l’abisso per scrivere l’inchiesta definitiva.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo per raccontare il potere fatto burocrazia e la logistica invisibile che si muove tra ombra, sangue e silenzio. Ma soprattutto, questo libro è una restituzione e una memoria dedicata a tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata e al dolore reale della mia terra, la Calabria. È un omaggio profondo alle novantaquattro persone che hanno perso la vita nel tragico naufragio davanti a Cutro nel febbraio del 2023, affinché il loro sangue versato non venga mai dime

ANTEPRIMA NON EDITATA

— I —

NANDO

Cutro, fine anni Settanta

«C’è un cielo sopra Cutro che tiene tutto fermo. Non è il cielo di Dio.»

— Tano Dellatorre, Quaderno I

Non aveva mai visto suo padre. C’era una fotografia, una sola — sfocata, bordi ingialliti, tenuta dentro la Bibbia di Suntina tra il Libro di Giobbe e i Salmi. Uomo giovane, camicia bianca, gilè scuro. In piedi davanti alla masseria Degaudio, le mani lungo i fianchi, gli occhi di lato, attratti da qualcosa di più importante fuori campo. Qualcosa che la fotografia non aveva saputo o voluto catturare.

Tano la guardò per la prima volta a otto anni. La tenne in mano qualche minuto, poi la rimise dov’era. Non la guardò di nuovo per molto tempo. Non perché non volesse — perché capì subito che quella fotografia non gli avrebbe dato quello che cercava. Gli occhi di lato. Sempre di lato.

Nando Dellatorre morì in un cantiere a Isola Capo Rizzuto nel 1965. Un pilastro difettoso, disse il referto. Cedimento strutturale, morte sul lavoro, pratiche chiuse in tre settimane. Ma a Cutro la verità non si scriveva sui verbali — si sussurrava nei vicoli dopo il tramonto, si diceva con gli occhi bassi al bar, si capiva dal modo in cui certi uomini smettevano di parlare quando il nome Dellatorre entrava nella stanza.

Nando aveva visto troppa polvere bianca mescolata al cemento. Aveva fatto domande. Le domande erano costate più del pilastro.

Tano arrivò cinque mesi dopo. Crebbe in una casa senza padre e in un paese che sapeva perché — ma non lo disse mai, non a lui, non a voce alta, non in modo che potesse essere scritto da qualche parte.

Suntina aveva ventisette anni quando rimase vedova. Non la sentì mai lamentarsi — non una volta, non una parola che avesse il sapore della resa o dell’amarezza. Portava tutto con quella qualità delle donne di quella terra che hanno imparato a tenere i lutti come si tengono le stagioni: senza dramma e senza resa, come qualcosa che appartiene all’ordine naturale delle cose anche quando non ci appartiene affatto.

Cuciva di notte. Una lampadina da quaranta watt sopra il tavolo della cucina, il filo tra le dita, gli occhiali che non voleva mettere e che metteva lo stesso quando credeva che lui dormisse. Lavorava per tre o quattro famiglie del paese — rammendi, orli, vestiti da cerimonia che dovevano sembrare nuovi. Tornava a casa nel tardo pomeriggio con la borsa di tela e le mani che avevano già lavorato per otto ore e avrebbero lavorato ancora per altre tre.

Cucinava. Mangiavano in silenzio — non un silenzio pesante, non il silenzio di chi ha smesso di parlare per stanchezza o per dolore. Il silenzio di persone che si conoscono abbastanza da non aver bisogno di riempire lo spazio con parole che non aggiungono niente.

Quando lo vedeva scrivere, portava il caffè senza fare rumore. Lo metteva sul tavolo alla sua sinistra — sempre alla sinistra, sempre senza chiedere se lo voleva — e se ne andava. Non guardava cosa scriveva. Non chiedeva. Era una forma di rispetto che Tano capì solo molto tempo dopo.

Morì nel 2019. Aveva ottantuno anni, nel letto in cui aveva dormito da quando si era sposata, in quella stessa casa, in quella stessa stanza con la finestra che dava sul vicolo. Tano non pianse quel giorno. Pianse tre settimane dopo, di notte, in cucina, rileggendo quello che aveva scritto di lei nei quaderni nel corso di cinquant’anni. Il modo in cui portava il caffè senza fare rumore. La calligrafia precisa sulle buste delle bollette — ogni lettera separata, ogni cifra leggibile. Un disperato tentativo di far bastare l’ordine delle cose scritte a tenere insieme l’ordine delle cose reali.

Le cose che non si notano finché sono in vita. Poi diventano tutto.

Gli diede le frasi del sonno quando aveva tredici anni. Era una sera di novembre, il vento che entrava sotto la porta, la cena finita da poco. Suntina stava lavando i piatti. Non si girò.

«Una notte, prima di morire, sentii tuo padre dire queste parole nel sonno», le pronunciò con la stessa voce neutra con cui avrebbe detto qualsiasi altra cosa. «Pensavo dovessi saperlo.»

Poi si asciugò le mani, andò a fare il caffè, tornò con le due tazze. Non aggiunse niente. Come si dà a qualcuno qualcosa che gli appartiene di diritto — senza cerimonia, senza spiegazioni, senza il peso di una consegna solenne.

Le frasi erano queste: «Saggio compagno… a nome di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, io battezzo questo locale. Se prima era terra di pascolo, ora è terra di rispetto.»

Il rito di fondazione dell’onorata società. Tano non sapeva ancora cosa significasse — non nella sua interezza, non con tutto il peso che quelle parole portavano. Ma le scrisse nel primo quaderno, quella stessa sera, con la grafia incerta di chi sa che sta scrivendo qualcosa di importante senza capire ancora perché.

Ci impiegò anni a capirlo. Suo padre era morto dentro quella struttura. Lui avrebbe passato la vita a smontarla. C’era qualcosa di circolare in questo che non riusciva a chiamare né redenzione né tradimento. Forse era semplicemente la direzione naturale in cui certe cose si muovono, quando ci si dà abbastanza tempo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “La terra che morde”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Pietro Turrà
Pietro Turrà è nato a Cutro (KR). Laureato in Scienze Giuridiche con Master in Giurista d'Impresa, lavora come consulente previdenziale, affiancando alla professione l'attività di musicista. Scrive poesie da molti anni, muovendosi tra l'esplorazione interiore e la denuncia delle ferite collettive, delle ingiustizie e dei silenzi del nostro tempo. Nel 2016 ha ricevuto un attestato di merito alla V edizione del Premio Alda Merini (Accademia dei Bronzi di Catanzaro), con la pubblicazione di un testo nell'antologia "Nel nome di Alda". Nell’aprile 2026 Edizioni Dialoghi/Utterson ha pubblicato la sua prima raccolta poetica "Nessun Miracolo". Il suo stile, diretto ed essenziale, è guidato da un'autentica urgenza etica ed esistenziale, tesa ad attraversare le macerie della nostra epoca alla ricerca di una verità cruda, scomoda e mai retorica.
Pietro Turrà on FacebookPietro Turrà on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors