ANTEPRIMA NON EDITATA
Prologo
Giuly
Non credo più nell’amore. O almeno non da quando Carlos ha deciso che tradire era più facile che amare. Ti convinci di poter andare avanti, di poter dimenticare, di non lasciarti spezzare, ma certe ferite lasciano segni invisibili. Segni che senti ogni volta che qualcuno ti sfiora con la stessa sicurezza, la stessa calma, lo stesso modo di farti credere che tutto è sotto controllo, mentre in realtà sei tu a essere sotto il suo controllo.
Io sono Giuly Parker ed ho vent’anni. Frequento la Boston University e mi ritrovo ogni giorno tra aule affollate, corridoi rumorosi e caffè che odorano di vaniglia e caffeina. **La vita qui è un mosaico di sogni e speranze, e tra questi, Carlos è stato un pezzo che credevo perfetto.** La sua presenza carismatica mi ha subito catturata, e in un attimo mi sono ritrovata a credere nell’amore. Ma quella fiducia si è spezzata quando ho scoperto il suo tradimento.
Per mantenermi agli studi lavoro come barista al Velvet Cup, un piccolo locale poco distante dal campus. Dietro il bancone, tra ordini da preparare e clienti impazienti, ho imparato a sorridere anche quando dentro vorrei solo spegnere tutto. **Il lavoro mi dà ritmo, come un battito regolare che mi tiene ancorata alla realtà.
Ho due amiche fidate, Hanna e Giselle, che conosco da quando sono molto piccola. Hanna, con il suo spirito avventuroso, e Giselle, sempre pronta a offrire un consiglio sincero, sono il mio punto fermo, soprattutto quando il mondo diventa troppo caotico o quando la mia testa si riempie di ricordi che vorrei cancellare.
Non mi lascio più abbindolare. Non cedo più ai sorrisi furbi, alle parole sussurrate o ai gesti impercettibili che ti fanno sentire speciale… finché non ti rendi conto di essere caduta in una rete invisibile.
Ho giurato a me stessa che niente e nessuno potrà farmi sentire di nuovo così vulnerabile.**
Eppure, c’è qualcosa nell’aria di Boston, qualcosa che non posso ignorare. **Un ragazzo che si muove tra la folla con la sicurezza di chi sa di avere tutto sotto controllo.** Non lo conosco, non abbiamo mai parlato, eppure qualcosa in lui… mi richiama, un richiamo che mi inquieta e mi affascina allo stesso tempo.
Non voglio essere una sfida. Non voglio essere un gioco.
Ma il gioco è già iniziato.
E questa volta… dovrò decidere se resistere o lasciarmi trascinare.
Capitolo 1
Giuly
Odio i lunedì. Davvero.
Il corridoio del dipartimento di economia è un caos: studenti che corrono, zaini che sbattono ovunque, telefoni che suonano. Cammino tra la folla cercando di evitare qualunque contatto, la borsa stretta sulla spalla e gli occhi sul telefono. Voglio solo arrivare in aula senza incidenti. Senza conversazioni inutili.
Ma qualcosa mi blocca.
**Un sussurro silenzioso.
Lo sguardo.
Lo riconosco prima ancora di ricordare il nome. Brando. L’ho sentito chiamare così più di una volta. **Ogni volta, il suo sguardo è come un magnete che attira la mia attenzione.** Ogni tanto incrocio la sua presenza nei corridoi, al bar del campus, tra gruppi troppo rumorosi e risate troppo sicure. Non abbiamo mai parlato, eppure c’è qualcosa in lui che attira attenzione senza chiederla.
Sicurezza.
Calma.
Un’aura di invincibilità.
Come se non avesse mai bisogno di rincorrere nulla.
Dietro di me, le risate soffocate di Hanna e Giselle mi riportano alla realtà.
“Oddio, Giuly! Hai visto quel tipo? Ti ha fissata almeno un secondo intero. Secondo me ti conosce.”
“Sì, certo…” rispondo, fingendo indifferenza.
Giselle scuote la testa. “Non fartelo andare dietro. Sembra il solito playboy del campus. E poi attenta, Brando ha sempre Cyndy alle calcagna. E sai com’è fatta… non le piace perdere.”
“Io non sono lei e non ne ho le intenzioni.”
Non per essere cattiva, ma io ho la mia dignità. E forse anche Cyndy dovrebbe ricordarsi di avere la sua.
Sto ancora pensando a questo quando la mia borsa sbatte contro il torace di qualcuno. I libri scivolano quasi a terra.
“Cazzo, guarda dove vai!”
Alzo lo sguardo. Ed ovviamente chi può essere se non lui.
“Scusa, non ti avevo visto,” ribatto, cercando di mantenere la calma. Poi aggiungo, con un mezzo sorriso: “Forse anche tu potresti guardarti intorno.”
L’aria tra noi sembra farsi carica di tensione.
Per un istante sembra sorpreso, non infastidito. Solo… colpito.
Hanna ridacchia dietro di me. “Oddio, l’hai steso.”
“Io non mi lascio abbindolare,” mormoro. “Ho già dato.”
Hanna non perde occasione. “Già. Esperienza? Tipo Carlos?”
Il nome mi irrigidisce. Non voglio rivangare il passato, anche se il dolore non cambia. **La rabbia si fa sentire, un eco che non riesco a silenziare.** Ed è proprio per questo motivo che mi sono promessa una cosa: nessuno mi farà sentire di nuovo così vulnerabile.
Neanche lui.
Entro in aula con questo pensiero, come una corazza.
Prendo posto vicino alla finestra. Apro il quaderno, ma la mia attenzione ogni tanto scivola verso Brando e il suo gruppo. Ridono, parlano, occupano lo spazio come se gli appartenesse.
Sbuffo.
La lezione scorre lenta. Ogni movimento nella stanza sembra attirare la mia attenzione solo quando riguarda lui. Mi ripeto che non è Carlos. Che non sarà mai come lui.
“Non sei al sicuro,” mi dico, cercando di mantenere la lucidità.
Quando il professore saluta la classe, raccolgo velocemente gli appunti.
“Non puoi negare che ti ha colpito,” dice Hanna.
“Non è vero,” rispondo anche se un sorriso mi tradisce.
Attraverso il campus con passo deciso e una volta che esco fuori, l’aria di Boston è fresca, tanto da pungermi il viso, ed è piacevole. Anche se l’aria di Febbraio lo è sempre.
Mentre cammino, mi concentro sulle foglie che si muovono sugli alberi.
Non su di lui.
Non ho tempo per uno così, proprio no. Ora devo pensare a me e al turno che inizio tra mezz’ora al Velvet Cup. Il peso degli esami si fa sentire, come un macigno sulle spalle. Per non parlare degli esami da preparare e una vita da rimettere insieme dopo che quello stronzo Carlos ha pensato bene di distruggerla a colpi di bugie e tradimenti.
Con lui era iniziato tutto con uno sguardo. Un sorriso. Una sicurezza disarmante. All’inizio sembrava tutto perfetto. Ero stata scelta. Amata. Ma poi ho scoperto che “unica” era una parola che usava con troppe ragazze.
Io e lui ci siamo conosciuti qui, a Boston, e all’inizio questa città mi sembrava un rifugio perfetto. Sicuro. Soprattutto perché ero lontano da Plymouth, una cittadina a cinque ore da qui.
Me ne sono andata perché ero esausta di vivere nella finzione. Vedere che i miei genitori fingevano di amarsi, mi faceva stare male. **Il peso del loro inganno mi schiacciava.** Il fatto che io sapevo che la loro relazione era solo una facciata, ancora di più. E dopo il tradimento di Carlos, ho capito che dovevo proteggermi ancora.
Qui a Boston, ho provato a cercare la mia libertà, ma alla fine anche l’università mi ha dato ulteriori complicazioni.
Mi fermo davanti alla vetrina del Velvet Cup e mi guardo riflessa.
Capelli castano scuro, mossi e ribelli. Occhi nocciola troppo espressivi. Labbra che tradiscono quello che penso.
Non sono ingenua. Non più.
Mi lego i capelli in una coda alta ed entro. Il grembiule nero mi fascia la vita. Il profumo del caffè mi riporta alla realtà.
“Sei pensierosa,” dice Matteo passando con una cassa di tazze.
“Sto solo cercando di non uccidere qualcuno.”
Ride. “Lunedì?”
“Lunedì.”
Mi metto dietro il bancone. Ordinazioni. Scontrini. Schiuma di latte perfetta. È meccanico. Mi calma.
Fino a quando la porta si apre.
“Buon pomeriggio, cosa posso…”
Mi fermo, alzo gli occhi, ed è lui.
È entrato con tre amici. Sono rumorosi, troppo a loro agio. Uno mi squadra senza nasconderlo.
Lui no.
Mi guarda come se il resto del locale fosse sparito.
“Non sapevo lavorassi qui,” dice appoggiando una mano sul bancone.
“Forse perché non ti interessa sapere niente che non ti riguardi.”
Uno dei suoi amici ride. “Questa è tosta.”
“Un americano, senza zucchero,” dice lui, ignorandolo.
“Originale.”
“Non mi piace coprire il sapore delle cose.”
Ogni parola è come un colpo, e sento il mio stomaco contrarsi.
Preparo il caffè con movimenti precisi. Sento il suo sguardo costante. Non invadente, ma presente.
“Sei sempre così sulla difensiva?” chiede quando gli porgo la tazza.
“Solo con chi se lo merita.”
Le nostre dita si sfiorano appena. Un contatto minimo. Eppure lo stomaco si contrae.
“Interessante,” mormora.
“È la tua parola preferita?”
“Sono curioso.”
“Io non sono un esperimento.”
Uno dei suoi amici interviene: “Non è il tuo tipo, Brando.”
Lui non distoglie lo sguardo. “Non ne sarei così sicuro.”
Il cuore a quella frase accelera contro la mia volontà.
Sta per dire altro quando il campanello sopra la porta suona di nuovo.
Profumo dolce, tacchi sicuri.
Cyndy.
Entra come se il posto le appartenesse, e poi, i suoi occhi trovano subito lui.
“Non rispondi ai messaggi,” dice appoggiandogli una mano sul petto.
Lui non la respinge. Non la incoraggia.
“Sono occupato.”
Lei segue il suo sguardo e mi vede.
Valuta. Misura. C’è una tensione palpabile nell’aria.
“Ah,” mormora.
Sorrido professionale. “Posso servirti qualcosa?”
“Un cappuccino di soia.”
Preparo l’ordine cercando di ignorare la tensione nell’aria.
“Non sapevo ti piacessero le bariste,” dice lei a Brando, abbastanza piano da sembrare intimo, ma anche abbastanza forte da farmi sentire.
Lui beve un sorso senza distogliere gli occhi da me.
“Non mi piacciono le cose facili.”
Il silenzio si fa denso, tagliente. Cyndy irrigidisce appena la mascella.
Io invece sento qualcosa muoversi nello stomaco.
Non è gelosia. Non può esserlo.
È orgoglio.
O almeno è quello che continuo a ripetermi.
“Il tuo tavolo è pronto,” dico neutra.
Brando si stacca dal bancone, ma prima di andarsene si avvicina di mezzo passo.
“Ci vediamo in giro, Giuly.” Le parole sono come un eco nella mia mente. Dopo si allontana con lei al fianco.
Poco dopo si siedono insieme. Lei inizia a parlargli vicino all’orecchio e lui ascolta, anche se ogni tanto, quasi involontariamente… i suoi occhi tornano verso di me.
E io capisco una cosa.
**L’equilibrio che avevo costruito, fatto di muri, distanza e promesse, ha appena iniziato a incrinarsi e non so se la crepa l’abbia causata lui, o il fatto che, per un istante, quando l’ho visto con lei… non ho voluto essere quella che restava a guardare.**
Capitolo 2
Giuly
Non lo vedo entrare.
Lo sento.
Il banco accanto al mio si muove leggermente e la sedia striscia sul pavimento. Un rumore basso, deciso.
Alzo lo sguardo e mi ritrovo lui.
Non dice nulla. Si siede. Si sistema comodo, come se fosse il suo posto da sempre.
Aggrotto le sopracciglia. “Hai sbagliato fila.”
La sua voce è calma. Troppo calma.
Guardo intorno. I suoi amici sono qualche banco più indietro, già divertiti dall’aria che tira.
“Di solito ti siedi lì,” indico il fondo dell’aula.
“Di solito,” risponde.
Il suo sguardo è penetrante, come se volesse scavare dentro di me.
“Oggi no.”
Sento il mio stomaco stringersi, ma non per timidezza, ma bensì per fastidio. O almeno è quello che voglio credere.
“Non sono dell’umore giusto per i tuoi giochi.”
Inclina leggermente la testa. “E chi ti dice che sto giocando?”
Oh, stai giocando eccome.
Ma il suo sorriso mi irrita e mi affascina allo stesso tempo.
Il professore entra, interrompendo il momento. Il ragazzo accanto a me si sposta appena per prendere il libro dallo zaino.
Troppo vicino.
Sento il calore del corpo contro il mio braccio. Il suo profumo. Il ritmo lento del respiro.
Mi concentro sul quaderno e su qualsiasi cosa mi permetta di non pensare ai centimetri che ci separano.
“Sei sempre così tesa?” sussurra senza guardarmi.
Stringo la penna. “Solo con chi invade il mio spazio.”
“Strano.”
“Al bar non sembravi così infastidita.”
Lo guardo di scatto e quegli occhi azzurri sono puntati su di me. Diretti. Divertiti.
“Non sei così importante.”
Un angolo della bocca si solleva. “Vedremo.”
Il suo tono è sicuro, quasi provocatorio.
Odio quel tono.
Odio il fatto che lo dica come se fosse già sicuro di vincere.
Cerco di ignorarlo, ma la sua presenza accanto a me è impossibile da cancellare. È come se occupasse più spazio del necessario. Le sue gambe sfiorano le mie sotto il banco. Non si sposta.
Io sì. Di qualche centimetro, e lui se ne accorge.
“Non mordo,” mormora piano, senza distogliere gli occhi dal professore.
“Non mi interessa scoprirlo.”
Un angolo della bocca si solleva di nuovo divertito. Forse fin troppo.
La lezione va avanti, ma io non sento quasi niente. Sento solo il ginocchio che, casualmente, torna a toccare il mio. Questa volta non mi sposto.
Non voglio dargli la soddisfazione.
Passano pochi minuti in silenzio teso, poi si avvicina leggermente. Il braccio sfiora il mio mentre finge di scrivere.
“Perché mi eviti?” sussurra.
“Non ti evito.”
“Lo stai facendo da ieri.”
Mi volto appena. “Non sei il centro del mio universo.”
Ma le sue parole risuonano dentro di me come un’eco.
Abbassa lo sguardo sulle mie labbra per un secondo. Solo un secondo.
Lo vedo e il mio stomaco si contrae.
“Potrei diventarlo.”
Arroganza pura.
“Devi metterti in fila,” ribatto, e lui accenna una risata bassa, quasi soffocata. “Non sono bravo ad aspettare.”
La frase resta sospesa tra noi. Densa. Pericolosa.
Il professore richiama l’attenzione della classe e lui finalmente si sistema un po’ più composto, ma il piede sfiora la mia caviglia sotto il banco.
Stavolta non è un caso.
Alzo lo sguardo di scatto.
Mi sta già osservando.
Non ride. Non scherza. È una sfida silenziosa la sua.
Tolgo lentamente il piede, ma il respiro è cambiato. È più corto. Più caldo.
“Smettila con questi stupidi giochetti,” dico a denti stretti.
“Sto semplicemente parlando con una ragazza interessante,” mormora.
“Non serve che tu lo faccia. Per quanto mi ricordo, ne hai già una.”
Gli occhi gli si scuriscono appena. Non si aspettava quella risposta.
“Cyndy non è un argomento che ti riguarda.”
“Infatti non mi riguarda,” rispondo fredda. “Come tu non riguardi me.”
Poi si avvicina ancora. Troppo.
“Se non ti riguardassi… non saresti così nervosa.”
Il cuore batte forte. Maledettamente forte.
Non per lui, ma per il controllo che cerca di prendersi.
Mi volto completamente verso di lui, abbassando la voce.
“Non sei il primo ragazzo convinto di potermi destabilizzare.”
Per la prima volta, il sorriso si spegne.
“E sono riusciti a farlo?”
Carlos.
Un lampo attraversa i miei pensieri, ma lo ricaccio giù.
“Non abbastanza da farmi restare.”
Mi osserva. Davvero. Non con arroganza, e neanche con ironia. Ma come se cercasse realmente di capire qualcosa che non gli sto dicendo.
Il momento è fragile, come una bolla pronta a scoppiare.
La campanella interrompe il momento.
Tutti si alzano, mentre io chiudo il quaderno e infilo la penna nella borsa senza guardarlo.
“Non mi interessa di entrare a far parte della tua collezione,” dico prima di alzarmi.
Brando resta seduto un secondo in più. Poi si alza anche lui.
“Non sei una collezione.”
La voce è più bassa ora.
“Sei una sfida.”
Mi fermo. Mi volto lentamente.
“E tu sei troppo abituato a vincere facile.” Mi avvicino di mezzo passo, abbastanza da sentire il suo respiro.
“Con me non funziona.” Le parole escono come un sussurro deciso. Poi me ne vado.
Ma mentre esco dall’aula, sento il suo sguardo sulla schiena. E per la prima volta… non sono sicura che stia giocando solo lui.
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