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Draco Dens

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Consegna prevista Giugno 2027
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In un mondo di oceani indomiti e civiltà uniche, ispirate ai più grandi imperi della storia, la Draconis Maris solca i mari al servizio del Megamus Imperium. A bordo naviga un equipaggio corsaro eterogeneo e turbolento, pronto a tutto pur di sopravvivere tra combattimenti brutali, intrighi, amori e situazioni al limite dell’assurdo. Ma la vita del pirata non è quella delle leggende, e il pericolo più grande non viene dal mare.

Sull’equilibrio di Eoran incombe l’ombra del Nexus: una conoscenza antica e devastante, un tempo sigillata in un tomo prodigioso, poi distrutto e disperso ai quattro venti. Involontariamente trascinata al centro di macchinazioni segrete e complotti politici, la ciurma della Draconis Maris si ritroverà coinvolta in una caccia spietata alle pagine perdute. Quando il potere di cambiare il mondo è in gioco, la vera forza non sta nelle armi… ma nella famiglia che ti sei scelto.

Perché ho scritto questo libro?

Tutto è iniziato tra i banchi di scuola: durante le noiosissime ore di matematica, io e il mio compagno Diego Aprea abbiamo creato il mondo di Eoran e i suoi personaggi. Mancava solo la storia. Abbiamo così coinvolto un gruppo di amici e trasformato quelle idee in un gioco di ruolo: ogni sessione registrata è diventata la bozza del romanzo.

Perché l’ho scritto? Perché sentivo che questa storia aveva un potenziale enorme e non meritava di rimanere chiusa in una cameretta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I giorni seguenti furono tranquilli, troppo tranquilli. Il mare si stendeva liscio come vetro sotto un cielo senza nuvole, la Draconis Maris che scivolava sull’acqua con grazia quasi innaturale. Il vento riempiva le vele con forza costante, perfetta, come se qualcosa guidasse il loro viaggio. Helm non si fidava. Troppi anni in mare gli avevano insegnato che, quando tutto andava troppo bene, la natura si stava preparando a ricordarti chi comandava davvero. Scrutava l’orizzonte con occhi esperti, cercando segni, nuvole che si addensavano, uccelli che volavano in direzioni strane, cambiamenti nel colore dell’acqua. Ma non vedeva nulla.

Poi, il quarto giorno, arrivò.

Jurgen era sulla coffa, intento a regolare i velacci con movimenti esperti, le sue mani che si muovevano quasi per conto proprio dopo decenni di pratica. Le dita nodose che annodavano corde, tiravano lenze, aggiustavano vele con una precisione che sembrava istintiva. Si fermò di colpo.

Qualcosa nell’acqua. Un’ombra scura che si muoveva sotto la superficie, veloce, diretta, innaturalmente grande. Il suo cuore, vecchio ma ancora forte, perse un battito.

«Prepararsi all’impatto! Centodonte in arrivo!»

Il tempo sembrò fermarsi un istante. Tutti si voltarono, gli occhi spalancati che cercarono l’orizzonte. Il ponte si svuotò di ogni altro suono, niente voci, niente risate, niente lavoro. Solo il silenzio dell’attesa.

Poi la videro, una pinna nera che tagliava l’acqua come una lama, diretta verso la nave come un missile vivente. L’ombra sotto la superficie era enorme, mostruosa, si muoveva con la sicurezza di un predatore che conosce la propria forza.

BAM! L’impatto fu devastante. Un urto tremendo scosse la nave dalle fondamenta, dal chiglia alla coffa, ogni tavola gemette. Il legno fece un suono terrificante di fibre che si spezzavano, di chiodi che saltavano, di strutture che cedevano. La Draconis Maris si inclinò pericolosamente a dritta, l’acqua che invase il ponte in una cascata fredda e salata.

Tutti si aggrapparono come potevano, mani che cercavano corde, parapetti, alberi, qualsiasi cosa solida. Argus cadde, rotolando sul ponte inclinato fino a sbattere contro una cassa. Il fiato gli uscì dai polmoni in un rantolo doloroso. Nichola si aggrappò all’albero maestro con un abbraccio disperato, le braccia strette in una presa che gli fece gonfiare le vene mentre i piedi scivolavano sul legno bagnato cercando disperatamente un appiglio.

«Jurgen e Rum ai cannoni!» urlò Desponia, la voce che squarciò il panico come una lama attraverso il tessuto. «Nichola e Argus sottocoperta, controllate se imbarchiamo acqua! Helm e Amond, prendete le fiocine!»

I cugini scesero rapidamente, i piedi che scivolavano sui gradini bagnati e viscidi di schiuma, le mani che cercavano appigli disperati sulla ringhiera umida. Sottocoperta l’acqua stava entrando da una fessura nello scafo, un getto costante, potente, che già formava una pozza fredda sul pavimento. Il liquido salato gli arrivò alle caviglie in pochi secondi.

«Siamo partiti benissimo,» mugugnò Nichola, osservando il danno con aria desolata. L’acqua continuava a entrare con un sibilo minaccioso, un suono che prometteva disastro. «Neanche una settimana e già imbarchiamo acqua.»

«Non è fantastico?! Un Centodonte!» disse Argus, con gli occhi che brillavano di pura estasi scientifica nonostante la situazione. Stava già estraendo il diario dalla tasca, le pagine umide che si appiccicavano, l’inchiostro che minacciava di colare.

Nichola lo fissò incredulo. «Dai, prendi quelle assi e sistemiamo questo casino!»

«Sì sì, giusto!» Argus si scosse come svegliandosi da un sogno, riponendo il diario a malincuore. Le sue mani cercarono le assi di legno ammassate contro la parete, tavole di quercia tenute pronte proprio per emergenze come questa.

Sopra, Rum aiutava Jurgen a caricare il cannone. I suoi movimenti erano precisi, automatici, gesti perfezionati in cinquant’anni di battaglie navali che il suo corpo ricordava anche quando la mente vacillava. Polvere nera versata con cura dalla polveriera, palla di ferro calcata con la bacchetta fino a sentire la resistenza giusta, miccia preparata e posizionata. Le sue mani non tremavano, nemmeno un po’. Ferme come roccia.

Helm e Amond lanciavano fiocine nel mare, i muscoli tesi nello sforzo che faceva gonfiare le vene sui loro avambracci. Le armi sibilavano nell’aria prima di tuffarsi nell’acqua con un tonfo, poi venivano recuperate con movimenti rapidi e potenti, pronte per il prossimo lancio. Ancora e ancora.

L’ombra riemerse improvvisamente. Un pesce gigantesco, lungo almeno quindici metri, con un corpo tozzo e mascelle che si aprirono mostrando file di denti triangolari affilati come rasoi. Gli occhi gialli, innaturalmente intelligenti li fissarono con qualcosa che sembrava odio prima di immergersi di nuovo.

«Adesso!» urlò Desp, il braccio che si alzò per dare il segnale.

BOOM! Il cannone sparò con un fragore assordante che fece vibrare le ossa, che sembrò spaccare l’aria stessa. Il rinculo spinse Jurgen all’indietro, i suoi piedi che scivolarono sul ponte bagnato, ma mantenne l’equilibrio con l’abilità di chi l’ha fatto mille volte.

La palla di cannone volò, un arco perfetto tracciato contro il cielo azzurro e centrò il fianco del mostro con precisione chirurgica. L’acqua esplose in una fontana rossa, sangue e schiuma che si mescolarono creando una nebbia cremisi.

Il Centodonte emerse con un grido, un suono gutturale, primordiale che fece gelare il sangue nelle vene. Il suo corpo massiccio si contorse nell’agonia, la coda che sbatteva l’acqua con tale forza da creare onde che fecero oscillare la nave come un giocattolo.

Poi, con un ultimo guizzo, un movimento finale carico di rabbia e dolore, tornò negli abissi, lasciando dietro di sé una scia di sangue scuro che si disperdeva nell’acqua come inchiostro versato in un bicchiere.

Silenzio. Solo il suono delle onde che si calmavano, e il respiro affannoso dell’equipaggio che riempiva l’aria come un coro disorganizzato.

«Mi sento di nuovo giovane!» esclamò Jurgen, scoppiando in una risata, un suono che sembrava quello di un pazzo liberato da catene invisibili. Il volto gli si era acceso, le guance rosse, gli occhi che brillavano di una luce feroce e selvaggia che non apparteneva a un uomo della sua età.

Rum si fece travolgere da quell’energia e urlò battendosi il petto. Helm, senza farsi notare, guardò per la prima volta il nano con qualcosa che assomigliava al rispetto. Quel movimento al cannone, così fluido, così preciso, quella risata selvaggia che aveva sentito prima, da qualche parte, in qualche battaglia di cui aveva sentito parlare solo in leggenda.

“Io quel nano l’ho già visto”.

Il pensiero gli balenò nella mente come un lampo. Ma dove? Quando? Il ricordo era lì, appena fuori portata, come qualcosa visto nell’angolo dell’occhio che scompare quando ci si volta.

Desponia sollevò lo sguardo verso il cielo, il respiro ancora affannoso che le bruciava i polmoni. Il sudore le rigava la fronte.

«Ottimo lavoro. Tornate ai vostri posti.»

Sottocoperta, Nichola e Argus avevano già sistemato le assi sulla fessura, chiodi piantati con forza usando un martello che Argus aveva quasi lasciato cadere due volte, legno che si gonfiava con l’acqua creando una tenuta precaria ma sufficiente. Per ora.

«Fatto,» annunciò Nichola, emergendo con i vestiti zuppi che gli si appiccicavano al corpo come una seconda pelle. Gocciolava sul ponte, lasciando una scia d’acqua.

«Per ora tiene ma non si può dire lo stesso dei miei stivali».


Nei giorni seguenti, la Draconis Maris veleggiò in acque più tranquille, avvolta da brezze calde che portavano l’odore di terra lontana e cieli limpidi che sembravano infiniti. La vita a bordo riprese con ritmo regolare, ma qualcosa era cambiato, sottilmente ma innegabilmente.

L’attacco del Centodonte li aveva uniti, forgiati come metallo nel fuoco. Non erano più sconosciuti ammassati su una nave per necessità. Stavano diventando una ciurma, un organismo unico fatto di parti diverse che iniziavano a muoversi insieme.

Jurgen, con la pazienza infinita di un maestro che aveva insegnato a decine di marinai nel corso della sua lunga vita, mostrava a Rum come si tiravano le cime e si reggevano le vele. L’orco ascoltava con occhi spalancati, la lingua che sporgeva leggermente dalla bocca per la concentrazione, un dettaglio che lo faceva sembrare ancora più bambino nonostante la stazza.

«Tu… tirare… corda,» spiegava Jurgen lentamente, scandendo ogni parola come se stesse parlando a un principiante. Mostrò un nodo semplice, le sue dita nodose che intrecciavano la corda con movimenti sicuri, fluidi, automatici.

«Io… tirare… corda!» rispose l’orco, con occhi felici che brillavano di orgoglio. Le sue mani enormi, grosse come macigni, afferrarono la cima e tirarono con tale forza entusiasta che Jurgen quasi volò via, i piedi che si sollevarono dal ponte per un istante.

«Piano! Piano, maledizione!»

Ma stava ridendo, una risata genuina che gli scuoteva le spalle. Rum cercò di imitare il nodo, la fronte corrugata per lo sforzo che gli faceva sembrare ancora più feroce. La lingua ancora più fuori. Le sue dita, troppo grandi, troppo goffe per quel lavoro delicato, lottarono con la corda.

Poi, soddisfatto del risultato che sembrava più un groviglio che un nodo, tirò con orgoglio. Il nodo si disfece immediatamente, la corda che si sciolse come burro. L’orco perse l’equilibrio, inciampando in una fune arrotolata. Cadde con un tonfo che fece tremare il ponte, un suono come un albero che cade.

Jurgen esplose in una risata che gli fece lacrimare gli occhi. «Di nuovo, ragazzo verde. Di nuovo!»

Non lontano, Amond passava molto tempo con Nahuali. Si erano trovati un angolo tranquillo a prua, dove il vento portava l’odore fresco del mare e il sole non scaldava troppo, lei gli mostrava la sua collezione di spore e funghi conservati in piccole boccette di vetro. Ogni boccetta era etichettata con una calligrafia elegante in lingua riubekkiana, simboli fluidi e curvi che sembravano più arte che scrittura.

I contenitori brillavano alla luce del sole, creando piccoli arcobaleni quando li muoveva.

«Questo è un funghtul. Vive solo tra le radici degli alberi sacri,» spiegava lei, tenendo tra le mani una capsula color smeraldo che brillava debolmente alla luce del sole, un bagliore interno, quasi come se fosse vivo. La sua voce era calda, appassionata, il tono di chi parla di qualcosa che ama profondamente.

«Una creatura che cresce nel buio…»

Amond prese la boccetta con cura, osservandola controluce. La girò tra le dita, studiandola.

«Come molti peccati.»

Il tono era mezzo ironico, ma c’era un filo di serietà, quella inclinazione religiosa che non riusciva mai a sopprimere del tutto.

Nahuali rise, un suono dolce e cristallino che riempì l’aria come campanelli al vento.

«Tu vedi oscurità ovunque, Amond. Ma nel buio crescono anche cose belle.»

I suoi occhi verdi brillavano di divertimento.

Poco distante, nascosto dietro un barile, Argus li osservava. Fingeva di essere assorto nei suoi appunti, la matita che si muoveva sulla carta, ma i suoi occhi continuavano a tornare su di loro. Traditori. Incontrollabili.

Vedeva come Nahuali sorrideva al nano, quel sorriso aperto, genuino. Come si chinava vicina per mostrargli i funghi, così vicina che i loro capelli quasi si toccavano. Come le loro teste si avvicinavano mentre sussurravano, condividendo segreti che lui non poteva sentire.

Una fitta al petto, piccola, fastidiosa, che cresceva. Gelosia.

Si costrinse a guardare altrove, concentrandosi sul disegno di Xay che stava abbozzando per fare colpo su di lei. Ma la matita si fermò sulla carta, immobile. La mano che non voleva muoversi.

«Ragazzo, vieni qui», la voce di Helm lo richiamò nella sua cabina, un’ancora di salvezza che lo strappò da quei pensieri oscuri.

Nichola, nel frattempo, non perdeva occasione per flirtare. Bussò alla cabina del capitano con una ciotola fumante tra le mani. Il vapore che saliva portava un odore pungente di erbe, rosmarino, salvia, qualcos’altro di più esotico.

«Capitana, ho un impacco orchesco per la tua ferita. Miracoloso.»

Il suo sorriso era tutto denti bianchi, perfetti.

«Dicono renda anche… più sensibili ai complimenti.»

Desp alzò lo sguardo dalle mappe che stava studiando, un sopracciglio che si sollevò lentamente. Lo fissò per un lungo momento, il silenzio che si fece pesante, denso. Studiò il suo volto con un’espressione impossibile da leggere.

Poi parlò, la voce piatta come una pietra: «Prova a toccarmi con quella robaccia e te ne servirà il doppio.»

Nichola rise, un suono genuino, non offeso, facendo un passo indietro con la mano alzata in segno di resa.

«Come non detto, capitano.»

Ma mentre usciva, le lanciò un’occhiata, veloce, carica di qualcosa che non era solo gioco. Un’intensità che scomparve veloce come era apparsa.

Argus e Helm, invece, studiavano il compasso nella cabina del quartiermastro. L’oggetto giaceva su un tavolo coperto di mappe e strumenti di navigazione. Sembrava innocuo tra gli altri strumenti. Ma non lo era.

Ogni volta che uno di loro pronunciava la parola “Nexus” anche sottovoce, anche sussurrandola, anche per sbaglio l’ago vibrava. Un movimento sottile ma inequivocabile.

«È come se fosse sintonizzato su quella parola specifica,» disse Argus, prendendo appunti con mano febbrile. La matita che correva sulla carta, schizzi e note che si accumulavano.

«Un incantesimo di risonanza. Deve essere un incantesimo antico.» Spinse gli occhiali sul naso con un dito, un gesto ormai automatico.

«Come avevo detto, reagisce come se fosse vivo.»

«Oppure come se fosse controllato,» replicò Helm, la voce cupa. Soffiò fumo dalla pipa, una nuvola grigia che si addensò nella cabina stretta, riempiendo l’aria di odore di tabacco.

«E questo non mi piace per niente.»

«Cosa intendi?» Argus alzò lo sguardo, gli occhi che si strinsero dietro le lenti.

«Intendo,» Helm si chinò sul compasso senza toccarlo, come se avesse paura che reagisse anche al contatto fisico, «che, se qualcuno lo ha creato per trovare le pagine del Nexus, potrebbe anche saperlo usare per trovare noi.»

Argus impallidì visibilmente, il colorito che cambiò lasciandolo pallido come cera.

«Non ci avevo pensato.»

Deglutì, la gola improvvisamente secca.

«Tuttavia lo abbiamo preso alla tomba del suo proprietario quindi non credo che possa usarlo più.»

«Non sappiamo se fosse l’unico ad averlo.»

Helm si raddrizzò, gli occhi che fissarono Argus con intensità.

«Quindi meglio tenerlo nascosto. Sempre».

Prima che Argus potesse rispondere, un urlo squarciò l’aria.

«Terra!»

La voce di Nichola, acuta, eccitata, spezzò la tensione. I due uscirono correndo, emergendo sul ponte per vedere l’orizzonte.

E lì, emergendo dalla foschia mattutina come un miraggio, c’era Riubek. Non era una città, era un polmone di pietra nel cuore della giungla. Un organismo vivente che respirava tra il verde impossibile della foresta tropicale.

Enormi piramidi a gradoni, avvolte da rampicanti spessi come gomene che pulsavano di vita, svettavano verso il cielo. Le pietre bianche, così antiche che nessuno ricordava chi le avesse posate, erano ricoperte di muschio che brillava di un verde smeraldo innaturale.

L’odore della terra bagnata e di fiori sconosciuti, dolce, quasi narcotizzante, cancellava ogni traccia di salsedine, sostituendo il familiare odore del mare con qualcosa di più primordiale.

Sulle terrazze più alte, le sagome di elfi adorni di piume si muovevano come spettri eleganti tra i fumi dei bracieri. Il fumo saliva in colonne sottili, portando incensi che rendevano l’aria densa e sacra.

Ma era il rumore a colpire di più. Non solo grida di mercanti che contrattavano prezzi, non solo il chiacchiericcio di una città portuale normale. C’erano barriti che facevano vibrare l’aria.

«Grandi lucertole! Piume! Rum vede… uccello gigante!» urlò l’orco, saltellando sul ponte con tale entusiasmo da far tremare le tavole. Le sue mani enormi che si aggrappavano al parapetto fino a farlo scricchiolare.

«Non è un uccello, Rum,» spiegò Argus, finalmente felice di poter mostrare la sua sapienza accumulata in anni di studio. Si avvicinò con il diario già aperto, la matita pronta.

«Quello è un Gor’thalak. Un Lhugatl da guerra. Vedi quelle piastre ossee sul muso?» Indicò la creatura che camminava lungo il molo, un bipede massiccio alto quanto cinque uomini, le zampe posteriori muscolose come tronchi d’albero.

«Sono naturali, ma gli elfi le rinforzano con l’acciaio. In battaglia possono sfondare muri.»

Indicò poi una creatura massiccia che camminava con lentezza millenaria lungo il porto, portando sulla schiena enormi blocchi di granito come se fossero piume. La bestia era larga quanto una casa, con zampe colonnari che lasciavano impronte profonde nella terra battuta.

«E quello è un Mylk’andar. È il cuore dell’economia di Riubek. Nulla è troppo pesante per lui. Può trasportare il peso di venti cavalli senza rallentare.»

Mentre attraccavano, le corde lanciate agli elfi sul molo che le afferrarono con movimenti fluidi, una creatura slanciata sfrecciò nel cielo sopra di loro. Le ali membranose si stendevano per metri, catturando la luce del sole e creando ombre danzanti sul ponte.

«Quello vola!» esclamò Rum, il dito puntato verso l’alto con tale forza che sembrò volerlo catturare.

«Un Seréylüth, i messaggeri.» La voce di Argus si fece quasi reverenziale, carica di ammirazione.

«E guarda lì,» indicò un piccolo dinosauro agile che correva tra le gambe della folla come un cane, veloce, sinuoso, coperto di piume che brillavano al sole. «Un Thal’úraryn. Xay, il cucciolo di Nahuali, è uno di loro. Sono legati mentalmente ai loro padroni. Una simbiosi perfetta che gli studiosi ancora non capiscono del tutto.»

«Rum vuole uno! Rum vuole tutti!» gridava l’orco estasiato, gli occhi che cercavano di seguire ogni creatura contemporaneamente, la testa che girava come una trottola.

«Anche Argus ne vorrebbe uno,» sussurrò il ragazzo tra sé e sé, guardando Nahuali che si preparava a scendere.

L’elfa non sembrava felice di tornare a casa. Non guardava la città come gli altri, con meraviglia o curiosità. Teneva lo sguardo verso il ponte, verso la nave, come se stesse cercando di memorizzare ogni dettaglio.

Poco fuori la zona portuale, in una piazza lastricata circondata da alberi sacri così vecchi che i loro tronchi erano larghi quanto case, Nahuali venne accolta dal padre.

Arael Anut era in piedi sotto un arco di pietra intagliata, ogni centimetro coperto di glifi elfici che raccontavano storie di ere passate. Indossava una veste cerimoniale coperta di piume blu elettrico, così brillanti che sembravano emettere luce propria. Il volto era inespressivo, scolpito nella pietra come le statue che lo circondavano. Gli occhi, dello stesso verde di quelli di Nahuali, erano freddi, distanti.

«Figlia,» disse con tono distaccato, formale, come se parlasse con una diplomatica straniera e non con la sua unica figlia.

«Hai fatto ritorno.»

«Ho mantenuto la parola, padre.» Nahuali si raddrizzò, le spalle all’indietro, il mento alzato. Non abbassò lo sguardo, un gesto di sfida sottile ma inconfondibile.

«La runite è integra.»

«E la tua purezza?» Arael fece un passo avanti, le mani giunte davanti al petto in un gesto che sembrava preghiera ma era accusa.

«Hai viaggiato trauomini, nani, Lunghiani…» La voce si caricò di disgusto appena percettibile, caricata sull’ultima parola.

Qualcosa si spezzò dentro Nahuali. Una corda tirata per troppo tempo, per troppi anni.

«E ho imparato più in un mese che in cent’anni al tempio,» rispose, la voce che tremava, non di paura, ma di rabbia trattenuta.

Il silenzio che seguì fu gelido. Alcuni elfi che passavano si fermarono, voltandosi a guardare. Mormorii scandalizzati corsero tra la folla come onde.

Arael la fissò, gli occhi che bruciavano di una rabbia fredda, controllata, pericolosa. Per un momento, un solo istante, sembrò sul punto di replicare. La mascella che si serrò, una vena che pulsò sulla tempia.

Poi si voltò, dando le spalle alla figlia con un gesto di disprezzo definitivo.

«Non è il momento di dare spettacolo, Nahuali. Ne parleremo in privato.» La voce era piatta, ma sotto c’era ghiaccio.

«Veniamo al dunque, capitano», disse voltandosi verso Desponia che era scesa dalla nave insieme a Helm. Ordinò con un gesto della mano a degli elfi vestiti di bianco, sacerdoti, a giudicare dai simboli che portavano, di scaricare la merce.

«Vedo solo tre casse, i patti parlavano di cinque», disse con tono freddo.

«Le abbiamo perse durante il naufragio, motivo del nostro ritardo», spiegò Desp.

«Dice il vero padre, ve lo garantisco», aggiunse l’elfa notando l’espressione poco convinta del padre.

Arael estrasse una borsa di cuoio pesante dalla veste, il peso che fece tintinnare le monete dentro, rivelando oro. Molto oro.

«Il pagamento. E la mia gratitudine… nella misura necessaria.»

Non era un ringraziamento. Era una chiusura. Un contratto completato senza emozione, senza calore.

Desponia prese la borsa senza cerimonie, soppesandola con mano esperta. Annuì, un gesto secco, professionale, poi, con un cenno della testa, salutò lo stoico elfo prima di voltarsi per andarsene.

Nahuali guardò suo padre allontanarsi, la schiena dritta come una lancia, i passi misurati che lo portavano verso la piramide principale. Non si voltò. Nemmeno una volta.

«Fai vedere la città ai nostri ospiti poi ti aspetto a casa», disse di spalle.

Nel caos del porto la ciurma non si accorse, però, di un uomo appostato tra le impalcature. Nascosto nell’ombra di un tetto sporgente, tra casse ammassate e balle di tessuto che creavano un nascondiglio perfetto.

Un cappuccio basso gli copriva il viso, solo gli occhi visibili, gialli, attenti. Nelle mani teneva un taccuino di pelle consumata e una matita. L’uomo annotò ogni dettaglio con grafia minuta, precisa*. *Come a descrivere tutto ciò che succedeva nel porto.

Sul ponte della nave, Helm, che stava supervisionando lo scarico della runite, sentì un brivido freddo lungo la schiena. Quella sensazione antica, istintiva, di essere osservato. Di occhi invisibili puntati sulla nuca.

Si voltò di scatto verso il porto, gli occhi che scrutarono le impalcature con l’acutezza di chi ha passato una vita a cercare pericoli nascosti. La mano che andò istintivamente alla pistola nascosta sotto la giacca.

Ma vide solo ombre e casse vuote. Nessun movimento sospetto. Nessuna figura.

Sto invecchiando, pensò, scuotendo la testa.

Ma la mano rimase sulla pistola.

Poi si immerse nel mercato di Riubek con la lista della spesa mentale già preparata.

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Diego Centemeri
Mi chiamo Diego Centemeri. La mia passione per la scrittura è nata a 14 anni, alimentata dal fascino per il fantasy e dal mondo dei giochi di ruolo: piccole storie ispirate alle giocate a D&D che, verso dopo verso e pagina dopo pagina, non si sono più fermate.

Draco Dens è il frutto di tre anni di lavoro profondo e appassionato. Attraverso i destini intrecciati dei suoi personaggi, il romanzo esplora i mille volti dell'esistenza, mettendo al centro il tema della famiglia: non quella imposta dal sangue, ma quella che ci si sceglie lungo il cammino. Ho voluto
costruire una storia capace di far sorridere e al tempo stesso far riflettere attraverso i dialoghi dei suoi protagonisti. Il mio augurio per voi lettori è di potervi immergere completamente in questo mondo, vivendo le loro avventure con la stessa intensità con cui le ho scritte.
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