Ceidric “Rainy” Rainison, detective della NYPD, “rinasce” in una sala settoria dopo essere stato apparentemente ucciso proprio dal serial killer che stava inseguendo. La firma di Bullet Eye, un colpo di pistola nell’occhio destro, questa volta non ha scritto la parola fine. Rainy dovrà fare i conti con il dolore della rinascita e con le inquietanti capacità che questa nuova vita gli ha portato in dono, mentre cerca un nome e un volto per il più feroce assassino che la città che non dorme mai abbia mai conosciuto. Ma Bullet Eye non è scomparso: gli parlerà attraverso esperienze metafisiche, sospese tra passato, presente e un futuro che sembra già scritto. Una piccola e improbabile squadra di investigatori lo accompagnerà verso la verità, quando piccole gocce di pioggia si infrangeranno su una lapide scura e uno scarno epitaffio: “Possano accoglierti, nel perdono”
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro perché sono stato folgorato dall’esperienza di un amico che, seppure lontana dalla storia che ne è nata, mi ha svelato l’intimo e sottile confine tra la vita e la morte, tra la verità e la menzogna, tra ciò che è vero e ciò che crediamo, o vogliamo fortemente, sia vero.
Rinascere a nuova vita è davvero possibile? O il passato è una catena che non può mai essere spezzata?
ANTEPRIMA NON EDITATA
Il sibilo sembrava provenire da ogni neurone rimasto integro in quel cervello devastato. Dapprima un timido fruscìo, crescente, come una sirena in lontananza, sempre più vicina, sempre più acuta fino a causare dolore fisico, facendosi strada in quel corpo freddo come la morte, in cui si stava cullando ormai da due giorni.
Il dolore iniziò a pulsare lentamente, come il battito del cuore che a fatica riprovava a pompare il sangue reso denso dalla bassa temperatura, poi sempre più forte, portando con sé il calore che l’attrito del liquido nelle arterie e nelle vene creava e distribuiva piano piano in ogni cellula del corpo.
Poi arrivò la sensazione fisica di gelido disagio, causata dal contatto della pelle sul tavolo di acciaio refrigerato. E il silenzio tutto attorno, squarciato dal sibilo perforante che arrivava dall’interno della testa.
L’uomo percepiva l’ambiente esterno attraverso quelle sensazioni primordiali, la pelle, il rumore del cuore che batteva. Un rumore come non aveva sentito mai. Così forte. Quasi sussultorio. Iniziò a sentire il freddo sul resto della pelle esposta. Il gelido contatto su tutta la parte posteriore, la nuca rigida, la schiena quasi attaccata alla superficie, i glutei, le gambe, i talloni. Il resto del corpo era ghiacciato nello stesso spiacevole modo, ma nella parte superiore il contatto era più soffice. E quel fastidio alla base dell’alluce sinistro.
Esaminò mentalmente ogni lembo del proprio corpo. Capì di essere nudo. Il tessuto che lo ricopriva aderiva alla pelle, ma sul viso disegnava un contorno che non poteva essere il suo. Riusciva a visualizzare mentalmente il proprio volto attraverso il contatto della superficie leggera, la bocca, il naso che sosteneva il peso maggiore di quella pressione, e… la… trama intrisa di sangue che penetrava nell’orbita dell’occhio destro. Non capiva. Sentiva colare lungo la guancia il liquido che riempiva l’orbita. Il respiro era convulso, irregolare, la tela di cotone si alzava e si abbassava velocemente sul naso.
Doveva alzarsi, era un incubo, doveva svegliarsi.
Subito!
Volle muovere le braccia per togliersi di dosso quel telo che lo stava imprigionando, ma l’ordine che partiva dai neuroni scompigliati e scombussolati non arrivò a destinazione e gli parve che il tessuto diventasse sempre più pesante, avvinghiante. Provò ad aprire gli occhi ma nessun impulso arrivò a destinazione. Tentò con un urlo disperato che, violando l’immobilità, si trasformò in un rantolo soffocato, indistinto appena percepibile. Solo il riflesso automatico funzionava anche se una lotta fratricida si era scatenata tra il sistema simpatico e il parasimpatico, incapaci, in quei momenti, di lavorare in sinergia. Quel meccanismo in tumulto garantiva la sopravvivenza, ma era inerme rispetto alla prigionia in cui quell’anima era costretta.
Panico, puro, devastante, intollerabile. La propria voce urlava dentro la testa, rimbombante, in un’eco costante e interminabile. Al di fuori di quel apparato biologico in subbuglio, il silenzio, quasi assoluto, gelido come la temperatura esterna, rotto solo dallo scandire del tempo, lento, inesorabile, dettato dal ticchettio dell’orologio di alluminio, sulla parete.
La stanza era fredda e spoglia. Piastrelle bianche sui muri e pavimento, buia, rischiarata solo dalla scritta fluorescente “Exit”, sopra la porta di ingresso.
In qualche modo, qualche impulso ribelle violò il caos, arrivando fino al centro nervoso somatico, che era stato solo parzialmente violato dalla devastazione, e che disordinatamente, si riattivò.
Non fu un riavvio disciplinato, ma convulso, irregolare, tellurico. Un subbuglio dei gangli nervosi impazziti che cercavano disperatamente di comunicare tra loro mentre gli impulsi viaggiavano su binari deviati da scambi ferroviari fuori controllo.
La vibrazione cominciò lenta, come una leggera scossa quasi impercettibile, un preavviso del terremoto in arrivo, il boato infrasonico percepito dagli animali molto prima che la scossa si manifesti. Il tremito aumentò, sempre di più, sempre più forte, fino a diventare una crisi epilettica al fulmicotone. Una piccola croce argentata, che ornava il lenzuolo all’altezza del petto, danzava leggera al ritmo delle scosse, fino a cadere, roteando sul pavimento. Il corpo dell’uomo iniziò a sobbalzare, la pelle della schiena si staccava lasciando minuscoli brandelli di carne incollati al gelido metallo, mentre il lenzuolo bianco svolazzava sospinto in alto, ricadendo e ritrovando la spinta di quel corpo impazzito, fino a scivolare e cadere lentamente a terra, in slow motion rispetto alla velocità con cui il corpo dell’afroamericano sobbalzava sul freddo tavolo della sala autopsie. A ogni colpo il sangue schizzavadall’orbita, sospinto dalla pressione interna e dagli urti violenti che la testa riceveva sbattendo convulsamente.
L’infermiere del turno di notte, che stava effettuando l’ultimo giro di controllo prima di concedersi una pausa, buttò come al solito uno sguardo attraverso la finestrella della porta d’ingresso. Rischiò un collasso cardio circolatorio irrigidendosi per l’improvviso passaggio dalla tranquillità della routine alla situazione irreale davanti alla quale si trovò in un istante. La sua rigidità da panico contrastava con l’assurda dinamicità del tavolo metallico della sala settoria che lui guardava paralizzato attraverso il vetro serigrafato con la scritta “Morgue”. Lì dentro il corpo di un morto sussultava convulsamente come se al tavolo fosse stata collegata la corrente dell’alta tensione. Un morto non può saltare spasmodicamente, forse neanche un vivente può farlo in quella maniera. Che cos’era allora?
L’operatore sanitario ebbe solo il riflesso automatico di far scattare l’allarme antincendio. Niente era predisposto in quella sala per una situazione del genere. La salvaguardia della vita avveniva ai piani superiori, nel reparto di rianimazione da dove quel corpo non era nemmeno passato, trasportato direttamente in sala autopsie, dove il medico di turno aveva tristemente compilato un certificato di morte e aveva appeso un cartellino identificativo all’alluce, probabilmente dell’ennesima vittima del killer seriale che terrorizzava la città. E quella vittima era proprio l’uomo che stava indagando su di lui, il detective Ceidric Rainison. Evidentemente era arrivato troppo vicino al bersaglio, e il bersaglio era diventato lui, finito con un colpo della sua stessa pistola. Il proiettile era penetrato dall’orbita destra, fermandosi all’estremità del cranio, impattando contro l’osso occipitale senza riuscire a sfondarlo. L’ogiva era rimasta lì. L’uomo era morto sul colpo e il suo corpo era pronto per essere sventrato e sezionato. Il cranio sarebbe stato aperto e il proiettile estratto per trovare corrispondenza. Ma non quella volta. Qualcuno o qualcosa aveva deciso diversamente. E il morto sobbalzava rischiando di cadere a terra.
L’impianto antincendio aprì automaticamente la valvola, permettendo al flusso idrico di raggiungere i soffioni a pioggia, appositamente progettati per spegnere gli incendi. Ma in quella stanza non c’era alcun fuoco visibile; forse un fuoco interiore aveva riacceso quel corpo senza vita, ma nessuna pioggia artificiale avrebbe potuto spegnere quella fiamma.
L’infermiere trovò il coraggio di entrare nella sala settoria, bagnato fradicio, scivolando sul pavimento annaffiato. L’acqua rendeva la scena ancora più surreale. Le gocce rimbalzavano sul corpo del detective e quando questi toccava la superficie metallica, l’acqua veniva schizzata via con violenza.
Bloccò a forza l’afroamericano sul lettino e lentamente le convulsioni rallentarono, fino a fermarsi.
All’improvviso alcuni deragliatori dei binari nel cervello del redivivo trovarono la giusta combinazione e il messaggio fluì in qualche modo verso i recettori muscolari appropriati.
L’urlo che Rainison cercava disperatamente, esplose improvviso mentre anche gli altri riflessi motori risposero al comando, facendolo scattare seduto, come una molla rilasciata senza preavviso.
L’infermiere tentò disordinatamente di togliersi da lì muovendo velocemente le gambe, ma le suole delle scarpe non fecero presa. Cadde dolorosamente a terra sulle natiche, tornando in uno stato di paralisi da paura. L’acqua attorno alle sue gambe si colorò di una accesa sfumatura giallastra.
I due membri della squadra antincendio dell’ospedale entrarono in quell’istante, trovando la sala autopsie allagata, un infermiere paralizzato a terra e un morto urlante, nudo, che sprizzava sangue da un orbita devastata, seduto su un tavolo settorio. Le gambe distese irrigidite, e dall’alluce sinistro un “toe tag”, il cartellino identificativo da obitorio, che pendeva ancora oscillante, con ben visibile e scritto a caratteri cubitali bruciati e indelebili, il numero ventiquattro.
Fu una scena che nessuno di loro poté mai dimenticare, che a ogni racconto si arricchiva di qualche particolare macabro o divertente a seconda della fonte, e che fu da tutti ricordata come un miracolo, e in effetti era difficile poterlo considerare altrimenti. L’essere umano, dai suoi albori, ha sempre attribuito al divino tutto quello che non è stato in grado di spiegare. Quindi anche questa era, per forza, una manifestazione di qualche dio misericordioso. Sopravvivere a un colpo di pistola ravvicinato sparato nell’orbita oculare già sarebbe stato prodigioso. Svegliarsi due giorni dopo essere stato dichiarato morto, proprio per quel motivo, e in quel modo, era assolutamente inspiegabile, se non chiamando in causa il soprannaturale.
RAISED FROM THE RAIN intitolarono il giorno dopo i giornali.
Rainy “ventiquattro” si era fatto beffe della morte.
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