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Il Frigorifero Degli Uomini Single

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Consegna prevista Luglio 2027

Trentotto anni, un bilocale a Milano, un ventilatore che sposta aria calda e un frigorifero con mezza mozzarella, ketchup, una birra e un limone morto da due settimane: la fotografia ufficiale di un uomo single.
Alle 2:17 di un giovedì scrive Nico, l’amico del liceo: “sei sveglio?”. Ha litigato con Federica: forse non vuole figli. Da lì, un giorno che sembra il montaggio accelerato del diventare adulti senza averne voglia: il padre, fumatore incallito, deve fare accertamenti ai polmoni; sui Navigli Nico, dopo quattro Negroni, centra in retromarcia il motorino del fratello di lei; e Marta, l’ex di tre anni finiti in un “Grazie :)”, ricompare e sta guidando verso di lui. La notte finisce al Pronto Soccorso, per una concatenazione di cazzate umane, fragili e comiche.
Non è una storia d’amore: è la storia di ciò che resta quando l’amore finisce e bisogna comunque imparare a fare la spesa, tenere in piedi un’amicizia di vent’anni e sedersi accanto a un padre senza dire niente.

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace scrivere, ma prima ancora mi piace guardare. Guardo la vita che scorre e le persone che la attraversano, da osservatore, senza intervenire. Poi ne traggo delle conclusioni, e le metto su carta. Questo libro è nato così: non da un’idea a tavolino, ma da ciò che ho visto intorno a me. Un frigorifero mezzo vuoto, un’amicizia di vent’anni, un padre e un figlio seduti vicini senza dire niente. Dettagli piccoli, in cui però c’è tutto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quella sera ero disteso sul letto, in una posa che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi ortopedico, col telefono sospeso a pochi centimetri dal viso come un monolite di plastica e silicio che minacciava di schiacciarmi il setto nasale. Il ventilatore, un aggeggio di dubbia efficienza prodotto forse in una fabbrica che odiava l’umanità, era puntato ostinatamente sulle gambe, spostando l’aria calda da una parte all’altra della stanza senza mai davvero rinfrescarla. Milano, a maggio, gioca a fare la capitale tropicale, fingendo di essere Bangkok per il gusto di costringerti a scegliere tra due opzioni ugualmente miserabili: dormire immerso nei propri sudori o respirare, ammesso che si possa definire respirare l’inalazione di un’aria pesante, satura di smog e di sogni infranti.

Erano le 2:17, un orario che conosco con la precisione di un condannato che conta i secondi prima dell’esecuzione; lo so perché avevo già compulsivamente controllato l’orario undici volte in soli quindici minuti, con la folle speranza che fissare quei numeri al neon sullo schermo potesse in qualche modo accelerare la rotazione terrestre, indurre il sonno o, miracolosamente, dare un senso a quel vuoto rumoroso — una sorta di ronzio esistenziale, più molesto di una zanzara in camera — che mi portavo addosso, come un cappotto troppo stretto, da mesi.

Aprii Instagram, feci scorrere compulsivamente le vite degli altri — quei quadretti di felicità sintetica che sembrano tutti scattati in una dimensione parallela dove nessuno suda e nessuno soffre di insonnia — poi lo chiusi con un gesto di stizza, per riaprirlo tre secondi dopo. Passai a WhatsApp, controllai se per caso il vuoto cosmico avesse deciso di scrivermi un messaggio, trovai una notifica di un gruppo di lavoro che nessuno aveva il coraggio di abbandonare, e tornai su Instagram.

Era un circolo vizioso, una danza macabra di polpastrelli su vetro, la stessa identica routine di chiunque speri, con una punta di disperazione che rasenta il ridicolo, che la propria vita possa di colpo cambiare direzione, diventare più interessante o in fondo smettere di essere quello che è, tutto questo grazie al magico potere di aggiornare un’applicazione che, in realtà, ti sta solo rubando i pochi neuroni che ti sono rimasti in questo caldo tropicale di periferia.

D’altronde, il mio unico rapporto sociale della serata era stato con il suggerimento automatico della tastiera, che continuava a propormi parole a caso come se volesse scrivermi un romanzo lui, al posto mio. Ero lì, sospeso tra l’insonnia e la completa inutilità biologica, domandandomi se il ronzio del ventilatore fosse un guasto tecnico o in fondo il rumore di fondo del mio fallimento come essere umano adulto.

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Il ronzio del ventilatore diventava, con il passare dei minuti, una sorta di mantra meccanico, un ritmo ipnotico che scandiva il tempo senza mai farlo passare davvero. Mi chiesi se le pareti di quella stanza potessero assorbire la frustrazione che emanavo, saturandosi di quella stasi che mi faceva sentire non tanto una persona, quanto un oggetto smarrito in un magazzino buio.

Guardai il soffitto, cercando di contare le crepe nell’intonaco, come se in quella cartografia irregolare potessi trovare una via d’uscita, una coordinata geografica che indicasse dove finiva il torpore e iniziava la vita reale. Il buio della stanza non era accogliente; pesava, si insinuava sotto le coperte, rendendo ogni movimento una lotta contro la gravità e la mia stessa inerzia.

C’era qualcosa di oscenamente teatrale nel modo in cui la città, fuori, continuava a muoversi in un silenzio ovattato, mentre io restavo incastrato nel frame di un istante che si rifiutava di evolvere. Non era noia, era una forma di paralisi lucida, la consapevolezza acuta che, in quel preciso momento, il mondo stesse facendo passi avanti mentre io stavo consumando ossigeno, in attesa di un segnale che giustificasse la mia veglia

Arrivò il messaggio di Nico: “sei sveglio?”. Bastarono quelle due parole per capire che era successo qualcosa. Le persone equilibrate, alle due del mattino, dormono o guardano serie televisive fingendo che “ un altro episodio” non significhi finire a letto all’alba. Chi scrive a quell’ora sta quasi sempre precipitando dentro un casino sentimentale, economico o esistenziale. 

Nico, nella sua carriera personale, riusciva a collezionare tutte e tre le categorie almeno una volta al mese. Risposi con un semplice “sì”, poi rimasi a fissare i tre puntini luminosi.

È incredibile quanto potere abbiano: quando qualcuno scrive piano, hai sempre la sensazione che stia decidendo il destino della tua vita, anche se poi magari ti manda soltanto un meme con un gatto obeso in bicicletta. Nico, invece, scrisse: “Ho fatto una cazzata”. Sorrisi: detta da lui, poteva significare qualunque cosa, dal “ho scritto alla mia ex” a “credo di aver comprato un motorino online”.

Sospirai, sollevando il busto e appoggiando la schiena contro la testiera fredda del letto. La curiosità, per quanto tentassi di soffocarla sotto uno strato di distacco autoimposto, iniziò a scavare un solco nella mia indifferenza.

Dopotutto, la prospettiva di assistere al collasso di Nico era l’unico diversivo possibile in quella palude notturna; era una forma di intrattenimento a costo zero, un dramma in diretta di cui ero lo spettatore privilegiato, l’unico a conoscere i retroscena di quel copione sempre uguale a se stesso.

Mi domandai cosa avesse scatenato il corto circuito stavolta, quale fosse stata la scintilla che aveva trasformato una serata normale in un’incursione notturna verso l’ignoto. 

Ogni volta che Nico chiamava, sapevo che sarei diventato il custode dei suoi frammenti, il magazziniere delle sue colpe, colui che deve ascoltare senza poter rimediare. Eppure, nonostante la stanchezza che mi intorpidiva i pensieri, mi ritrovai ad aspettare quelle parole come se potessero, in qualche modo, distogliere l’attenzione dal mio vuoto, offrendomi il conforto di un disastro altrui che rendesse il mio, per contrasto, irrilevante.

Lo chiamai immediatamente. Rispose al primo squillo, con il rumore del motore in sottofondo e un respiro pesante, da rissa o da crossfit emotivo. Disse che era in macchina, da solo, in autostrada, senza sapere dove stesse andando dopo aver litigato con Federica. Quando gli chiesi da quanto guidasse, rispose “due ore” con la tranquillità di chi racconta di essere uscito a comprare le sigarette. Mi tirai su, passandomi una mano sulla faccia: Nico aveva quasi quarant’anni, ma affrontava le crisi di coppia come un diciannovenne in fuga dal campeggio dopo aver scoperto che la fidanzata ha baciato il bagnino.

Pensai che, se avesse dedicato la stessa energia profusa nella sua drammatica Odissea in tangenziale a costruirsi una stabilità emotiva, forse avrebbe già vinto il Nobel per la pace o, almeno, una cena di coppia senza sceneggiate napoletane. Invece eccolo lì, a consumare benzina e dignità tra un autogrill e l’altro, convinto che l’asfalto potesse magicamente curare l’emicrania esistenziale che si era procurato da solo .

Gli chiesi dove fosse. “Vicino a Novara, credo”, rispose, ammettendo di aver guidato senza guardare nulla, a parte un camionista che lo aveva insultato in una piazzola di servizio. Sentii il rumore di un accendino; negò di star fumando, ma con un tono infantile che sembrava quello di un bambino colto a rubare la Nutella. 

Con Nico succedeva spesso di restare in silenzio senza disagio: eravamo amici da così tanto che le pause erano diventate parte della conversazione quanto le parole.

Eppure, in quel vuoto comunicativo, sentivo tutto il peso della nostra storia condivisa, quella strana eredità fatta di fallimenti simili e intuizioni reciproche. Non c’era bisogno di riempire l’etere con banalità consolatorie o consigli che avrebbero irritato il suo orgoglio ferito; il silenzio, tra noi, non era mai un sintomo di distanza, ma una prova di resistenza. Era una zona franca dove non dovevamo recitare la parte degli adulti consapevoli, dove lui poteva permettersi di essere il naufrago e io il guardiano del faro, anche se la mia luce era intermittente e esaurita.

Ascoltare il sibilo dell’aria nell’abitacolo della sua auto mi dava una strana pace: era la conferma che, nonostante le nostre traiettorie si fossero fatte via via più tortuose, c’era ancora un filo invisibile che teneva insieme i nostri relitti, una sorta di assicurazione sulla vita stipulata tra due persone che avevano smesso da tempo di credere di poter avere successo, ma che non avevano perso la curiosità di vedere come sarebbe finita la partita.

Certe amicizie diventano l’arredamento emotivo della tua vita: smetti di notarle finché non immagini, per un secondo, come sarebbe il mondo senza quella persona.

Ci eravamo conosciuti all’università, durante una lezione di economia aziendale che nessuno dei due aveva intenzione di seguire. 

Era arrivato in ritardo con una brioche, chiedendo al professore se il capitalismo prevedesse anche la possibilità di dormire fino alle undici. Capii in quel momento che saremmo diventati amici.

Da allora erano passati quasi vent’anni, eppure eravamo rimasti bloccati in un eterno fuoricorso esistenziale: lui continuava a presentarsi alle scadenze della vita con la stessa grazia di un ritardatario cronico, e io a guardarlo cercando di capire se fossi il suo mentore o in fondo un complice nel suo sabotaggio personale. Eravamo due trentottenni che avevano imparato a pagare le tasse e a separare la raccolta differenziata, ma che non avevano ancora capito come gestire un lunedì mattina senza sentirsi vittime di un terribile scherzo del destino.

Era un paradosso logico con cui convivevamo quotidianamente: la nostra maturità era una facciata tirata su a fatica, una maschera sociale che indossavamo per andare in ufficio, fare la spesa e interagire con un mondo che pretendeva risposte che non avevamo. Sotto il vestito buono dell’integrazione sociale, restavamo due adolescenti mai cresciuti, convinti che la vita fosse un test a risposta multipla in cui avevamo sbagliato tutte le caselle fin dall’inizio. 

C’era una sottile malinconia nel rendersi conto che, nonostante le agende piene e le responsabilità che ci eravamo caricati sulle spalle, il nucleo dei nostri problemi restasse identico a quello che ci tormentava ai tempi dei banchi di università: la paura che il mondo potesse andare avanti benissimo anche senza di noi, lasciandoci a guardare dalla finestra, con una brioche in mano e una domanda urgente – e perennemente senza risposta – sulle labbra.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luciano Ferrari
Luciano Ferrari nasce a Novara nel 1958 e vive a Vigevano: trenta chilometri, percorsi con molta calma. Imprenditore, ha passato la vita a far quadrare i conti e, da direttore sportivo dilettante tra Vigevano, Novara e Cilavegna, a far quadrare gli spogliatoi: impresa ben più ardua. Scrive da ragazzo. Quarant'anni fa firmava testi di canzoni, con tanto di iscrizione alla SIAE; poi la vita ha preteso la precedenza, come fa sempre. Sposato da quarantanove anni, tre figli e un cane, non ha alcun titolo per parlare di uomini single: forse per questo li osserva con tanta lucidità. Divora biografie sportive, ama la Toscana e la buona tavola, e il suo frigorifero, va detto, è sempre pieno. "Il frigorifero degli uomini single" è il suo romanzo d'esordio, frutto di riflessioni e non di vicende vissute. Sta già scrivendo altri romanzi ispirati alla vita reale. Quella degli altri, preferibilmente.
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