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È tempo di morire

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Giulia si suicida nel seminterrato di una piscina. Apparentemente un banale suicidio, ma l’ispettrice di polizia Patrizia De Simone sente che quella morte nasconde dei segreti e decide di portare avanti le indagini all’interno di un ambiente sociale apparentemente perbene, ma che nasconde violenze, ipocrisie e soprusi. Il passato di Giulia è marchiato da sofferenze che l’hanno tormentata per tutta la vita e quel gesto estremo non è solo una liberazione, ma la sua vendetta.

Perché ho scritto questo libro?

Sono frequentatrice della piscina in cui ho immaginato le prime scene del racconto e l’idea che potesse succedere qualcosa oltre gli oblò che si vedono dalla prima corsia, mi ha tormentata, fino a che non ho iniziato a immaginare situazioni e personaggi che insieme si sono uniti per dare vita alla storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

È TEMPO DI MORIRE

1

6 febbraio

“Questa notte è tornato. Grazie all’aiuto del dottor Laurenzi, se n’era andato, ma è tornato. Era sopra di me come quella notte. Per la prima volta ho visto i suoi occhi azzurri, minacciosi, freddi e compiaciuti. Perché è tornato? Chi gli ha aperto la porta nella mia mente? Non sono riuscita più a dormire. Avevo paura.”

“Domani non vengo. Ci vediamo mercoledì prossimo”, era il messaggio via WhatsApp che Giulia aveva mandato a Giovanna la sera precedente.

Giovanna e Giulia si erano conosciute nelle corsia uno della piscina comunale di Cattolica, quella più vicina al bagnino di salvataggio, dove praticavano il nuoto libero; Giovanna aveva deciso di affrontare e vincere l’antica paura dell’acqua, mentre Giulia era un’esperta nuotatrice. All’inizio avevano scambiato sorrisi, poi qualche parola per condividere la fatica dopo alcune vasche, a quel punto Giulia si era permessa di dare a Giovanna qualche consiglio per avere migliori prestazioni: respirazione, entrata e posizione delle mani nell’acqua, uso delle gambe, in più le aveva dato una “tabella” di esercizi da seguire con regolarità. Giovanna rispettava con meticolosità la tabella consigliata dall’amica ed era così precisa che riusciva anche a rispettare l’orario. Le due donne ridevano spesso dell’esasperata precisione di Giovanna durante la seconda colazione che consumavano insieme dopo la doccia.

“È incredibile”, le diceva Giulia “se io fossi in un’altra corsia e guardassi l’orologio, saprei precisamente che stile stai eseguendo e quante vasche hai fatto.”

“Cronometrare i miei tempi mi serve per verificare i progressi e poi la puntualità della mattina mi permette di organizzare al meglio tutta la giornata.”

Giovanna era intenerita da quella ragazza che percepiva fragile e sola. L’aveva invitata a cena a casa sua più di una volta, “mio marito è curioso di conoscere la mia personal trainer, perché fino ad ora non ero mai riuscita ad avere tanta costanza in uno sport”, ma Giulia aveva sempre scuse per rimandare.

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Il mercoledì sportivo di Giovanna cominciò.

Ore nove. Giovanna scese in corsia uno e iniziò la serie di bracciate e stili: dieci vasche a dorso, dieci con la tavoletta, dieci a rana, dieci a stile libero.

Ore nove e quindici, Giovanna terminò le dieci vasche a dorso, si fermò per riposare, rimediò la tavoletta e riprese a nuotare.

Ore nove e trenta, Giovanna lasciò la tavoletta sul bordo della piscina e iniziò a nuotare a rana.

La corsia uno aveva una particolarità su cui lei e Giulia avevano scherzato e fantasticato: sott’acqua si affacciavano tre oblò appartenenti al magazzino della piscina. Le due donne avevano notato che ogni tanto si illuminava l’oblò più vicino agli spogliatoi, mentre gli altri due erano sempre al buio; Giovanna e Giulia osservavano le piccole finestre durante le vasche a rana, si scambiavano idee,

impressioni e si divertivano ad immaginare storie cariche di mistero. Nonostante non ci fosse Giulia, Giovanna osservò i tre oblò durante le sue vasche a rana; avrebbe raccontato le sue storie a Giulia quando si sarebbero riviste.

Dopo alcune vasche, si accese la luce. Una donna era di spalle.

Giovanna vide una lunga chioma di capelli biondi, lisci, resi azzurri dal riflesso dell’acqua.

Percorrendo la vasca di ritorno, Giovanna vide chiaramente la donna: era Giulia! Che ci faceva lì? Sicuramente era uno scherzo, una delle sue trovate bizzarre! Giovanna sorrise e terminò la vasca; toccato il muro tornò divertita, cos’altro aveva escogitato Giulia? Giovanna cercò di aumentare il ritmo, avvicinandosi notò che l’oblò era cambiato di colore.

Giulia la guardava con gli occhi spalancati, una mano sul collo, una appoggiata all’oblò quasi oscurato dal sangue. Giovanna si fermò di colpo, si trattenne con la testa sotto l’acqua per un tempo superiore alla sua resistenza in apnea e iniziò a bere; l’agitazione le fece perdere ogni lucidità: gridò sott’acqua, ma invece di emettere suoni, bevve ancora, annaspò, proprio come quella volta in cui stava per annegare in mare aperto e suo padre l’aveva salvata. Giulia era scivolata a terra lasciando l’oblò colorato del suo sangue e al suo posto apparve una figura maschile, ma non fu in grado di vedere altro: le forze l’abbandonarono e in un attimo si ritrovò sdraiata sul bordo della piscina con gli occhi sbarrati e l’acqua che le sgorgava dalla bocca.

Giovanna sentiva attorno a sé le voci dei soccorritori che le ponevano domande a cui non riusciva a rispondere e, soffocato in gola, annegato dall’acqua, quel grido di spavento per la scena a cui aveva assistito.

La sua agitazione scaturiva non tanto dalla paura dell’annegamento, quanto dall’urgenza di dare l’allarme, bisognava intervenire, aiutare Giulia. Improvvisamente l’attenzione del bagnino di salvataggio venne dirottata oltre la vetrata della piscina e Giovanna lo sentì esclamare:

“Ma cosa succede oggi?”

Il direttore della piscina, in stato di shock, con i vestiti imbrattati di sangue sparì in direzione del tavolo della segreteria e riuscì a proferire solo alcune parole:

“Chiamate la polizia. Una donna si è suicidata nel magazzino.”

Quando l’ispettrice Patrizia De Simone arrivò in piscina, il silenzio era irreale.

Il direttore della piscina accolse Patrizia:

“Buongiorno ispettrice, sono Dario Benassi, il direttore della piscina. Una donna si è suicidata nel magazzino davanti ai miei occhi.”

I suoi abiti erano sporchi di sangue e la sua voce tradiva un forte turbamento.

“Mi scusi un attimo, signor Benassi, scambio due parole con i miei uomini e sono subito da lei.”

Patrizia prese in disparte uno dei due poliziotti della squadra mobile arrivati prima di lei.

“Che diavolo sta succedendo qui?” chiese Patrizia.

“Non so ispettrice, non mi è mai capitata una cosa del genere. Il direttore afferma che una ragazza si è suicidata nel magazzino, mentre una testimone afferma che si tratta di omicidio, per questo l’abbiamo chiamata.”

“Dov’è ora la testimone?”

“L’abbiamo fatta accomodare in segreteria, il personale della piscina si sta occupando di lei; è sotto shock, conosceva la vittima.”

“Bene, fatela rimanere lì, dopo voglio parlare con lei. Voi radunate tutte le persone presenti, raccogliete le testimonianze e i dati.”

Patrizia rimediò in segreteria due paia di copriscarpe di plastica e tornò da Benassi, che si era seduto sulle panche dell’entrata tenendo la testa tra le mani.

“Mi scusi direttore. Se la sente di accompagnarmi nel magazzino e spiegarmi cos’è successo?”

“Certo.”

“Aspetti, indossi queste” disse Patrizia porgendo i copriscarpe.

Con movimenti meccanici e uno sguardo assente, Benassi eseguì, si alzò e scese le scale diretto negli scantinati. Sul pavimento si inseguivano impronte insanguinate, sempre più marcate a mano a mano che si avvicinavano al luogo dell’accaduto. Ai piedi della scala partiva il corridoio degli scantinati della piscina, sulla sinistra c’era un ascensore e poi una serie di porte.

“Cosa c’è in quelle stanze?” chiese Patrizia a Benassi.

“Sulla sinistra, dopo l’ascensore, c’è lo spogliatoio riservato al personale e in fondo c’è il magazzino del bar. Qui sulla destra c’è una grande sala macchine, mentre nell’ultima stanza c’è il deposito attrezzi. È lì che la donna si è tolta la vita.”

Patrizia annuì; le impronte venivano proprio da lì ed era l’unica porta aperta del corridoio.

“La tagliafuoco là in fondo dà sull’esterno?”

“Sì, è la porta di servizio. Viene usata dai fornitori e dal personale di pulizia che inizia il turno la mattina presto.”

Sopra la porta Patrizia notò una telecamera di sorveglianza, ma non chiese nulla al direttore.

L’odore del sangue misto al cloro impregnava l’aria.

Patrizia si diresse verso il magazzino facendo cenno a Benassi di camminare lungo la parete per non calpestare le impronte. Il direttore si fermò prima di aver in vista la porta, mentre Patrizia entrò nel magazzino. Le pareti e gli oggetti presenti nella stanza erano interamente schizzati di sangue e sul pavimento giaceva il corpo della vittima accasciato esattamente sotto un oblò, adagiato in una larga pozza di sangue contaminata da impronte di scarpe. Patrizia osservò in silenzio la scena e poi si rivolse al direttore:

“Cos’è accaduto?”

“Ma non so… ero nel mio ufficio e ho ricevuto la telefonata di una donna che m’invitava a scendere nel magazzino da solo. Inizialmente pensai ad uno scherzo, poi la donna iniziò a minacciare di uccidersi. Sono sceso per vedere di cosa si trattava e lei ha iniziato a inveire contro di me, parole senza senso, non capivo cosa mi dicesse e con un gesto deciso si è tagliata la gola. Non ho fatto in tempo a fermarla. Ho tentato di bloccare il sangue, ma tutto è stato inutile.”

“Lei conosceva la donna?”

“No, non l’ho mai vista.” fece una pausa per riflettere e riprese “Anzi, mi correggo. Ieri è venuta nel mio ufficio per… per portarmi il suo curriculum. Abbiamo parlato per qualche minuto e se n’è andata. Era un po’ strana, ma stando a contatto con il pubblico, mi sono reso conto che non c’è limite alle stravaganze.”

“Aveva riconosciuto la sua voce al telefono?”

“No, anche perché quando mi ha chiamato sembrava alterata, quasi esaltata.”

“E non le è sembrata insolita la richiesta di scendere nel magazzino?”

“Ispettrice, sapevo che un’estranea era nel magazzino della piscina che minacciava di togliersi la vita, non ho pensato tanto. Prima di scendere ho rimproverato gli addetti della segreteria che non avevano controllato la scala. Tutto il resto è accaduto in un attimo.”

“Solo lei ha assistito al suicidio della ragazza?”

“Sì, c’ero solo io… anzi no, c’era anche Monica, la segretaria.”

“È scesa con lei?”

“Non lo so, ero così furioso che non ho notato che mi stava seguendo. Probabilmente è scesa per vedere cos’era successo.”

“Dove si affaccia quel oblò?”

“Sulla corsia uno della piscina. Ce ne sono tre. Permettono un po’ di luce negli scantinati. Gli altri due sono nella sala macchine.”

“Per il momento è tutto. Possiamo salire.”

Nel frattempo erano arrivati il medico legale, Sergio Giardi e la scientifica. Sergio strizzò l’occhio a Patrizia e prima che lei dicesse qualcosa, lui la precedette:

“Sì ispettrice, sarà tutto sul suo tavolo presto, prestissimo.”

Patrizia sorrise e tornò al piano superiore con Benassi.

“Se è tutto, vorrei cambiarmi ispettrice.”

“Certo, si cambi pure, ma ho bisogno dei suoi abiti e delle sue scarpe; la pregherei di consegnare tutto agli agenti.”

“Come vuole. Ora mi scusi”, disse dirigendosi verso l’ufficio.

“Ah, un’altra cosa”, lo richiamò Patrizia, “Ho notato che in fondo al corridoio c’è una telecamera di sorveglianza.”

“Ah sì certo, ne abbiamo una per ogni ingresso.”

“Molto bene. Intanto vorrei tutte le registrazioni della mattina, se non le dispiace.”

“Certamente. Monica” disse rivolgendosi alla segretaria “devi dare all’ispettrice le registrazioni delle telecamere di sorveglianza di questa mattina.”

La segretaria annuì ed entrò nell’ufficio di segreteria.

“È lei la segretaria che l’ha seguita nel magazzino?”

“Sì, è lei.”

“La ringrazio” disse Patrizia allungando la mano verso Benassi.

“Sono a sua disposizione ispettrice, voglio anch’io che questa incresciosa faccenda si chiuda prima possibile. Mi perdoni, non le do la mano perché mi sento sporco.”

Patrizia ritirò la sua sorridendo.

“Certamente. La prego soltanto di mettere i suoi abiti in un sacco di plastica e consegnarli ai miei uomini. Sono utili per le indagini, poi glieli restituiremo.”

“Naturalmente ispettrice”, con un sorriso di circostanza, Benassi si congedò; Patrizia lo seguì con lo sguardò entrare nel suo ufficio, in realtà stava ricapitolando dentro di sé tutto quello che era emerso fino a quel momento.

“Ispettrice” la richiamò un agente “la testimone la sta aspettando nell’ufficio di segreteria.”

Giovanna indossava l’accappatoio nel quale si stringeva; con lei c’era Luca, il bagnino di salvataggio che tentava invano di calmarla, mentre Monica mostrò a Patrizia una chiavetta con le registrazioni della mattina.

“Grazie”, disse stringendo le nuove prove. Le avrebbe controllate in commissariato, in solitudine.

“È lei Monica?” La segretaria annuì. “Dopo avrei bisogno di scambiare due parole con lei.”

“Certo, ma di cosa si tratta?” chiese Monica quasi balbettando.

“Non si preoccupi, nulla d’importante, solo domande di circostanza” rispose Patrizia vagamente, non volendo usare termini quali “omicidio”, “vittima” e “luogo del delitto”, davanti alla testimone principale, evidentemente fin troppo turbata. Poi rivolgendosi a Luca “Grazie per la disponibilità, ora vorrei parlare con la signora.”

Rimaste sole, Patrizia si accomodò su una sedia e si avvicinò a Giovanna. Sapeva che quella testimonianza era fondamentale, ma era necessario ottenere informazioni scevre da ogni eventuale inquinamento emotivo. Le sorrise dolcemente per calmarla.

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Maura Silvagni
Sono Maura Silvagni, nata a Cattolica il 5 settembre 1974. Amo raccontare e comunicare e cerco qualsiasi mezzo per farlo.
In me convivono due anime: quella sfrontata che ama il contatto con la gente e quella riservata, che desidera trasmettere il vulcanico mondo interiore, ma senza esposizione.
In collaborazione con una storica locale, organizzo incontri, realizzo video, scrivo articoli per divulgare la storia locale, perché voglio trasmettere e condividere la bellezza, ma soprattutto la meraviglia che mi colgono ogni volta che scopro qualcosa di nuovo.
Amo la scrittura perché mi consente di esprimere il mio mondo interiore, abbandonando barriere, filtri e autogiudizi, in questo modo mi consento di liberare le parti più intime di me e di nasconderle all'interno dei personaggi.
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