Il sangue scorreva nel tubo trasparente. Semou lo seguì con gli occhi fino alla macchina accanto alla poltrona.
Un bip.
Poi di nuovo quel rumore regolare che ormai conosceva bene. Nel reparto faceva freddo. Si sistemò meglio la coperta sulle gambe, cercando di non muovere troppo le braccia. Gli aghi non glielo permettevano. Il sangue usciva dal suo corpo, attraversava la macchina e tornava indietro.
Semou annuì.
L’infermiera le sistemò meglio la coperta.
Quando si allontanò, Semou tornò a guardare il tubo.
Rosso.
Continuo.
Regolare.
Prese il telefono, controllò lo schermo e lo appoggiò di nuovo accanto a sé. Non aveva voglia di fare niente. Lasciò andare la testa contro lo schienale.
Chiuse gli occhi.
Il bip della macchina continuò ancora per qualche secondo. Poi, lentamente, si confuse con altri rumori.
Voci.
Tante.
Una donna che chiamava qualcuno. Un uomo che gridava un prezzo. Un carretto che passava.
Un clacson.
Passi.
E caldo.
Un caldo che sembrava appiccicarsi alla pelle. Semou aprì gli occhi.
Dakar.
Il mercato era già pieno di gente. Tra le bancarelle, una ragazzina avanzava stringendo del ghiaccio tra le mani.
Aveva tredici anni.
L’acqua le colava lungo le dita e scendeva fino ai polsi. Le mani erano gelate, mentre il sole le scaldava la fronte. Intorno a lei il mercato non si fermava. Donne davanti alle bancarelle. Pescatori con le reti ancora umide. Voci che si sovrapponevano. Odore di pesce, polvere, mare. Semou si fece spazio tra la gente.
Si voltò.
Semou raggiunse l’uomo.
Gli consegnò il ghiaccio e aspettò. Lui le mise alcune monete nel palmo.
Semou le contò.
Alzò gli occhi.
«Manca.»
«Cosa manca?»
Lei riaprì la mano.
«Una moneta.»
L’uomo sbuffò.
«Per così poco?»
«È il prezzo.»
«Sei piccola e già fai tutti questi conti?»
Semou non si mosse.
«Manca una moneta.»
L’uomo la guardò per qualche secondo, poi scosse la testa e cercò in tasca.
«Sei testarda.»
Le lasciò la moneta nella mano.
Semou sorrise.
«Grazie.»
«Non era un complimento.»
«Va bene lo stesso.»
Riprese quello che le restava e tornò in mezzo al mercato. Un’altra voce la chiamò quasi subito.
«Semou!»
«Arrivo!»
Camminò più veloce.
Il ghiaccio doveva essere venduto prima che il sole facesse il resto. A tredici anni Semou conosceva già quel mercato. Sapeva dove passare quando la strada tra le bancarelle diventava troppo stretta. Sapeva chi avrebbe comprato senza discutere e chi avrebbe cercato di pagare meno. Ma soprattutto sapeva contare. I soldi non potevano mancare.
A casa servivano.
Si asciugò la fronte con l’avambraccio.
Aveva caldo.
Le dita, invece, quasi non le sentiva più. Freddo e caldo insieme.
Ghiaccio e sole.
Semou continuò a camminare. Qualcuno le passò davanti costringendola a fermarsi.
«Ehi!»
L’uomo non si voltò nemmeno. Semou fece una smorfia e ripartì. Poco più avanti sentì delle risate. Dei bambini correvano tra la gente. Per un istante li seguì con gli occhi.
Uno inseguiva l’altro.
Il più piccolo cercava di raggiungerli gridando qualcosa. Semou li guardò finché sparirono dietro una bancarella. Poi abbassò gli occhi sulle proprie mani.
«Semou!»
Un altro cliente.
Riprese a camminare.
Non c’era tempo.
Bip.
Semou aprì gli occhi.
Il mercato scomparve.
Niente sole.
Niente voci.
Niente ghiaccio.
Solo la luce del reparto e il rumore della macchina. Per qualche secondo rimase immobile. Guardò le proprie mani. Erano sotto la coperta.
Mani adulte.
Le tirò fuori e le osservò. Non c’era acqua che colava tra le dita.
Non c’era ghiaccio.
Solo il piccolo cerotto di una vecchia puntura e le vene che negli anni aveva imparato a conoscere quasi una per una. Semou sollevò lo sguardo. Fuori dalla finestra c’era l’Italia. Dakar era a migliaia di chilometri. Eppure era bastato chiudere gli occhi. La macchina emise un altro bip. Semou appoggiò nuovamente la testa allo schienale. Quella ragazzina al mercato non era comparsa per caso. C’era stato un tempo, prima del ghiaccio, in cui le sue giornate avevano avuto tutt’altro sapore. Una casa piena di voci.
Due fratellini.
Una madre capace di riconoscere una bugia ancora prima che Semou finisse di raccontarla. Cugini con cui mettersi nei guai.
Corse.
Risate.
E un uomo che tornava a casa con il sorriso sul volto e, davanti ai problemi, aveva quasi sempre la stessa risposta:
«Non fa nulla.»
Papà.
Semou chiuse gli occhi. Questa volta il mercato non tornò.
Arrivò una casa.
Poi una voce.
E una bambina che correva verso di lui.
Prima del ghiaccio.
Prima di quella busta blu. Prima che aprile cambiasse tutto. C’era stata semplicemente la vita. E Semou non poteva ancora sapere quanto le sarebbe mancata.
* * *
«Semou!»
Nessuna risposta.
Sua madre aspettò qualche secondo.
«Semou!»
Ancora niente.
A quel punto uscì nel cortile.
«SEMOU!»
«Arrivo!»
La voce arrivò da qualche parte oltre il muro. Sua madre chiuse gli occhi per un istante. Quando Semou diceva arrivo, poteva significare molte cose.
Raramente significava subito.
Comparve poco dopo, correndo. Aveva i sandali impolverati, i capelli spettinati e quell’espressione innocente che sua madre aveva imparato a considerare sospetta.
«Dove sei stata?»
«Qui.»
«Qui dove?»
Semou indicò vagamente alle proprie spalle.
«Qui vicino.»
Sua madre la fissò. Semou sostenne lo sguardo per qualche secondo.
Poi cedette.
«Con i cugini.»
«A fare cosa?»
«Niente.»
Sua madre sospirò.
Quel niente era persino peggio del resto.
«Vai a lavarti.»
Semou non se lo fece ripetere. Passandole accanto accelerò il passo.
«E non correre!»
Semou rallentò.
Tre passi.
Poi ricominciò a correre.
A Dakar le giornate sembravano cominciare prima di lei. Quando Semou apriva gli occhi, c’era già qualcuno sveglio, qualcuno che parlava, qualcosa sul fuoco. La casa aveva i suoi rumori.
Le voci.
I passi.
Le porte.
Le discussioni che iniziavano in una stanza e finivano nel cortile. E poi c’era fuori. Semou amava soprattutto fuori. Le bastava trovare i cugini perché una giornata normale diventasse immediatamente più interessante.
Una corsa.
Un pallone.
Un muro da scavalcare. Qualcosa su cui arrampicarsi. Se qualcuno le diceva che non era capace di fare una cosa, aveva appena commesso un errore.
Semou doveva provarci.
Non importava se fosse una buona idea. Anzi, spesso il problema era proprio quello. Un giorno la discussione cominciò con una domanda semplice.
«Chi è il più coraggioso?»
Naturalmente Semou conosceva già la risposta.
«Io.»
I cugini risero.
«Tu?»
«Sì, io.»
«Allora salta.»
Semou guardò giù.
Erano al primo piano. Fino a pochi secondi prima la sfida le era sembrata molto divertente. Da lassù un po’ meno.
«Allora?»
Semou non rispose.
«Hai paura?»
Quella parola sistemò tutto.
«Io?»
Fece un passo avanti.
Guardò sotto.
Il cuore cominciò a batterle forte. Avrebbe potuto tornare indietro.
Probabilmente avrebbe dovuto.
Saltò.
Il resto accadde velocemente.
Il colpo.
Le grida.
Le mani sulla fronte.
Il sangue.
Quando arrivarono gli adulti, il coraggio di Semou era già sparito. Quando arrivò sua madre, sparì anche quel poco che ne restava.
«Che hai fatto?»
Semou piangeva.
«Sono caduta.»
Dietro di lei qualcuno disse:
«Ha saltato.»
Semou si voltò.
Se gli sguardi avessero potuto uccidere, quel cugino non sarebbe arrivato a cena. Sua madre la fissò.
«Hai saltato?»
Semou abbassò gli occhi.
«Era una gara.»
«Una gara.»
Non era una domanda.
«Sì.»
Sua madre guardò la ferita. Prima vennero le cure.
La paura.
La certezza che non si fosse fatta qualcosa di peggio. Poi arrivò il resto.
«Mamma, mi sono già fatta male!»
Quell’argomento non funzionò.
La cicatrice sulla fronte sarebbe rimasta. La prudenza, molto meno.
La sera, però, Semou sapeva anche stare ferma. Soprattutto quando sentiva suo padre rientrare. Lasciava quello che stava facendo.
«Papà!»
Lui sorrideva.
Quel sorriso Semou lo conosceva bene. Come conosceva una delle sue frasi preferite. Quando qualcosa andava storto, quando qualcuno gli faceva un torto, quando avrebbe avuto tutte le ragioni per arrabbiarsi, spesso scuoteva appena la testa.
«Non fa nulla.»
Semou non era sempre d’accordo. A lei certe cose facevano eccome. Ma quello era papà. Qualche volta, quando tornava dal lavoro, la prendeva e la sollevava.
«Che cosa farà la mia principessa da grande?»
Semou non aveva dubbi.
«Il dottore.»
Lui sorrideva.
E lei sorrideva perché aveva fatto sorridere lui.
Poi tornava giù.
Di nuovo con i piedi per terra.
Di nuovo Semou.
Quella che correva.
Quella che litigava con i cugini. Quella che sua madre doveva chiamare tre volte. Quella con una cicatrice nuova sulla fronte e nessuna intenzione di diventare improvvisamente prudente. La sera la casa si riempiva di odori e di voci.
Qualcuno raccontava qualcosa.
Qualcun altro interrompeva.
Semou ascoltava solo quando l’argomento le interessava. Per il resto trovava sempre qualcosa di meglio da fare.
Era una bambina.
Papà tornava a casa.
Mamma era lì.
Il giorno dopo ci sarebbe stato sicuramente qualche altro guaio. Per Semou, il mondo era ancora tutto lì.
E le bastava.
* * *
A casa di Semou era difficile tenere qualcosa per sé. Una notizia passava da una stanza all’altra prima ancora che qualcuno decidesse di raccontarla. Se un bambino combinava un guaio, prima o poi un adulto lo veniva a sapere. E se quel bambino era Semou, di solito accadeva molto prima. Sua madre aveva un talento particolare.
«Che hai fatto?»
«Niente.»
«Non ti ho chiesto se hai fatto qualcosa. Ti ho chiesto cosa hai fatto.»
Semou la guardava, cercando di capire quanto sapesse. Era quello il problema con sua madre: non si capiva mai quanto sapesse.
«Sono stata con i cugini.»
«E?»
«Abbiamo giocato.»
«Semou.»
Lei sospirava.
Prima o poi la verità usciva. Con suo padre era diverso. Non perché le permettesse tutto. Ma Semou aveva imparato che con lui poteva tentare un’altra strada.
Gli si avvicinava.
Aspettava.
Magari gli prendeva un braccio.
«Papà…»
Lui la guardava già divertito.
«Che vuoi?»
«Niente.»
«Allora lasciami stare.»
«Volevo solo stare con te.»
«Semou.»
Lei sorrideva.
Era stata scoperta.
Di nuovo.
La casa funzionava così. Tra richiami, risate, parenti che andavano e venivano, bambini che entravano nel cortile senza che fosse sempre chiaro a chi appartenessero. Semou era cresciuta in mezzo a quella confusione e le piaceva. C’erano anche giorni più tranquilli.
Soprattutto il martedì.
Quel giorno la televisione diventava quasi un appuntamento. Non tutti ne avevano una e capitava che ci si ritrovasse insieme per guardarla. I bambini cercavano il posto migliore, gli adulti parlavano sopra le voci dello schermo e qualcuno inevitabilmente protestava.
«Non sento!»
«Allora stai zitto.»
«Ma non sono io!»
Semou rideva.
Le piacevano quei momenti. Le piaceva quando il mondo sembrava potersi raccogliere tutto in uno spazio piccolo: la famiglia, i vicini, le voci, qualcuno che rideva troppo forte. Non pensava che fosse speciale.
Era semplicemente casa.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.