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I pappagalli degli stagni

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Consegna prevista Luglio 2027
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Sandro, un giovane italiano, si trasferisce in Belgio per lavoro. Qui, la sua strada si intreccia con quella di Rami, un ragazzo siriano con un’esperienza d’immigrazione più lunga e complessa alle spalle, con cui sviluppa un rapporto quasi fraterno nonostante le differenze, e conosce Cristina, un’italiana in fuga da pressioni, aspettative e incertezze sul futuro. I tre stringono presto una profonda amicizia a cui si uniscono anche Myriam e André, due fratelli belgi di origine italiana. Questo gruppo, all’apparenza forse mal assortito, è unito da un’intesa e da un’affinità inaspettate. In una realtà inospitale e per alcuni di loro nuova, scoprono il potere che circostanze insolite e difficili hanno di unire le persone, affrontano insieme questioni di identità culturale e senso di appartenenza e condividono esperienze e riflessioni più ampiamente umane legate ad amore, amicizia, famiglia, lutto, appagamento professionale e creativo, indipendenza e la ricerca del proprio posto nel mondo.

Perché ho scritto questo libro?

“I pappagalli degli stagni” prende vita dall’unione di aneddoti, esperienze, sentimenti e riflessioni che accomunano tante persone a me care, migranti per obbligo, per scelta o per caso, in fuga da qualcosa o alla ricerca di altro. Alla base, c’è il desiderio di portare alla luce il bello, il brutto, lo speciale e il banale di un percorso di vita condiviso da centinaia di milioni di persone al mondo, perché raccontare la nostra storia aiuta gli altri a capirci e aiuta noi a capire noi stessi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 0

Sandro

Il pallido sole belga attraversava il vetro del mio bicchiere pieno di birra e io, trasognato, ne fissavo i riflessi dorati sul tavolo in legno. Una folata di vento particolarmente pungente mi fece rabbrividire, riportandomi alla realtà. Mi strinsi nella giacca che si era già resa necessaria nonostante fossimo appena agli inizi di settembre. Alzai lo sguardo e la mia attenzione fu subito catturata da un passante sulla ventina, sudato e scarmigliato, carico di zaino, borsone e valigia, i quali appoggiava a terra esausto ogni decina di passi; il suo volto visibilmente confuso e la sua esitazione nel decidere da che parte attraversare la strada tradivano uno stato d’animo e delle circostanze a me fin troppo familiari. Provai un improvviso moto di compassione nei suoi confronti, tanto che feci per alzarmi a chiedergli se avesse bisogno di una mano o di qualche indicazione, ma quell’impeto di altruismo ed empatia se ne andò con la stessa rapidità con cui era arrivato, e tornai a sorseggiare la mia birra, ascoltando il periodico tonfo delle sue valigie al suolo farsi sempre più distante.

Com’era ormai mia consuetudine da qualche mese, quel sabato pomeriggio era dedicato al mio appuntamento settimanale con me stesso. Ne avevo particolare bisogno, in quelle ultime settimane. A farmi compagnia, solo una birra o un caffè, un taccuino e una penna; alle volte un libro, ma più di rado, perché il chiacchiericcio e i rumori ovattati della città mi conciliavano i pensieri, come se ciascun passo in lontananza desse una pedalata d’avvio al motore del mio cervello. E allora scrivevo. Se mi lasciavo prendere la mano, mi dilungavo in elucubrazioni sugli argomenti che più tormentavano le mie giornate e le mie notti; altrimenti, quando arrivava la giusta ispirazione, mi arrovellavo su come confezionare perfette pillole evocative sotto forma di brevi poesie a schema libero, soppesando ogni parola e assicurandomi che ciascuna di esse colpisse esattamente il punto a cui miravo. Nelle mie fantasticherie, a volte immaginavo encomi e riconoscimenti della critica letteraria per queste poesie che io stesso, una volta tornato coi piedi per terra, non ero certo sarebbero mai state scrutate da occhi che non fossero i miei. Non ero ancora riuscito a lasciarmi ispirare dal coraggio di Rami. Prima di andarmene dall’Italia, non avevo mai sentito una grande spinta verso la scrittura, né tanto meno il bisogno di contemplare la vita con cadenza regolare. Non c’era molto da contemplare lì; o forse era stata solo una fase diversa della vita in cui seguivo ben instradato il percorso che, fino ad allora, con una semplicità invidiabile, mi era parso nient’altro che logico e del tutto palese. Avevo accolto l’arrivo di ogni nuova tappa come un fatto pressoché fisiologico. Qualcosa che arrivava e, non solo non lo potevo evitare, ma non me ne chiedevo nemmeno il perché; lo assecondavo e basta.

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Trovavo una strana forma di pace in quei pomeriggi di distacco da lavoro e amici, che amavo trascorrere immerso in una realtà movimentata e trafficata senza, però, rendermene partecipe. Preferivo sedermi e creare un vuoto d’aria intorno a me, una bolla dentro la quale sentirmi invisibile spettatore. Era un ritorno alle mie vecchie tendenze; nei mesi precedenti non avevo più sentito il mio tipico istinto a isolarmi periodicamente. Ma, questa volta, la sostanza di quel rituale era radicalmente diversa. Non era più un fuggire da qualcosa, non vi arrivavo col cuore in gola e il fiatone come chi è finalmente in salvo da ciò che c’è là fuori. Era diventato un’occasione di riflessione durante la quale, con tutta la tranquillità del mondo, incamerare ed elaborare tutto quanto la vita mi avesse generosamente offerto o crudelmente tolto in quel periodo. Erano momenti dalle sfumature tenui di giallo e grigio, nei quali il sole flebile, dietro a un leggero velo di nuvole, si combinava con il colore dell’asfalto. Quella città riusciva sempre a risultarmi tanto grigia; nonostante la varietà di colori delle sue case e la presenza di parchi e zone verdi, la base della sua tavolozza era sempre qualche sfumatura di grigio. Era, però, un grigio malinconico e affascinante, capace di raccontarti qualcosa, mai sterile né puramente pragmatico come quello di tante altre città contemporanee.

Poco prima, la visione di quel ragazzo alla ricerca del punto d’inizio della sua nuova vita mi aveva acceso una lampadina nello scompartimento creativo del cervello; perciò, dopo aver temporeggiato per qualche minuto giocherellando con la penna, mi tuffai in un febbrile tentativo di concretizzare quell’ispirazione prima che avesse l’opportunità di sfuggirmi. Cullato dal piacevole tepore estivo e accompagnato dall’ormai familiare aroma di patatine fritte di cui quella città era pervasa, per qualche momento sentii un brivido di euforia attraversarmi e guidare la mano con cui impugnavo la penna, ma pochi istanti più tardi quell’ebbrezza momentanea si era già spenta. Dopo aver messo qualche spanna tra me e il taccuino, per rileggere meglio ciò che avevo scritto e darci uno sguardo più complessivo, mi resi conto, con mio leggero disappunto, che quell’attimo di illuminazione non aveva rivelato alcunché di speciale, come invece m’era sembrato. Dopo aver fallito anche qualche tentativo di salvare quel germe di poesia scambiando alcune parole per altre più interessanti e ristrutturando l’ordine dei versi, mi lasciai cadere contro lo schienale della sedia e scivolai un po’ in avanti, amareggiato. Gettai la penna sul tavolo e, al suo posto, ripresi in mano quel che restava della mia birra.

Nonostante la mancata ispirazione poetica, quella scena a cui avevo appena assistito aveva certamente messo in moto qualcosa: si avviò un certo meccanismo nostalgico e cominciai involontariamente a riflettere sui giorni in cui ero io quel giovane dallo sguardo perso, stracarico di valigie che contenevano quanto più della vita vecchia riuscissi a trasportare, e infastidito dal mio provare più ansia che euforia davanti a una vita nuova. Certo è che, nonostante l’ansia, a quel punto tornare indietro era già fuori discussione: avevo fatto ben attenzione a non lasciare che alcuna ombra angosciante della mia vita precedente mi s’intrufolasse nel bagaglio a mia insaputa, nascosta tra una scarpa e un maglione, e sicuramente non sarei stato io a tornare al nido in cui proliferavano quelle ombre. Avevo fatto tutta quella strada per provare una dose di quello stupefacente, fonte di stupende illusioni, che è il lasciarsi le cose alle spalle invece di elaborarle e affrontarle. D’altronde, come ormai avevo imparato, per quanto cerchiamo di ignorare o dimenticare alcune questioni, con il tempo non fanno che accumularsene altre al di sopra e una qualche pulizia torna, con regolarità, a farsi impellente. Senza che me ne accorgessi, il ragazzo con le valigie mi aveva trascinato giù, accompagnandomi verso diversi piani del sotterraneo della mia memoria. Alcuni più oscuri e profondi, dove la luce del presente filtra a malapena, altri appena offuscati, collocati quasi in superficie. La luce, lì, è fioca e ci vuole qualche attimo prima che la vista si adatti, ma ancora ci si vede discretamente; se ti sporgi dall’alto a guardarci dentro, però, un po’ di vertigini ti vengono lo stesso.

le riponiamo in cassetti e mensole,

le archiviamo in cartelle e vecchi quaderni,

strabordano da dispense, scatole,

armadi e da sotto i letti;

tutte le vite che abbiamo vissuto

ingombrano i nostri spazi,

sempre più difficili da ignorare.

eppure anche così

non arriveranno mai a pesare

neanche una frazione

delle vite che non abbiamo vissuto

e di quelle che non vivremo mai.

CAPITOLO 1

Un anno prima

Sandro

Il freddo mi prese a schiaffi non appena misi piede sulla scaletta per scendere dall’aereo, per poi avvolgermi con un abbraccio metallico sul torso sguarnito, coperto solo da una maglietta a maniche corte. A casa e sull’aereo c’erano almeno una decina di gradi in più. Nulla mi avrebbe potuto preparare a quel primo impatto, eccetto la saggezza materna che, però, avevo bellamente ignorato: “copriti di più, che lì a nord fa freddo”. Mi era entrato da un orecchio e uscito dall’altro. “Mamma, è agosto, quanto freddo potrà mai fare”.

In attesa di scorgere i miei bagagli, sedevo ipnotizzato dal ritmico passaggio di valigie altrui sul nastro trasportatore. In quella trance, iniziai a contorcermi e riposizionarmi sulla sedia, assalito da un’angoscia subdola, strisciante, che iniziò presto a ramificarsi in una fitta rete di preoccupazioni collegate tra loro; alcune erano piuttosto razionali, altre totalmente senza fondamento: “E se non trovo casa?  Chissà quanto mi toccherà stare da quel cretino del cugino di mamma. Vuoi vedere che sarò totalmente negato a insegnare e mi licenzieranno? Non voglio fallire clamorosamente e tornarmene in Italia con la coda tra le gambe. Questo, ammesso e non concesso che avrò ancora abbastanza soldi per tornare. A proposito, devo ricordarmi di cambiare le lire in franchi. E se il mio francese scolastico non basta per riuscire a districarmi nella giungla burocratica dell’immigrazione? E se non dovessi riuscire a farmi neanche un amico qui? E se poi le grandi città sono davvero pericolose come dicono e finisco ammazzato, ma nessuno lo sa perché sono a millecinquecento chilometri da casa?” e avanti così, finché il flusso non fu interrotto dalla mia valigia che faceva capolino dal buco nella parete e mi veniva incontro, come per accogliermi a Bruxelles. E invece, ad accogliermi, mi aspettava lo zio Paolo, che proprio zio zio non era, visto che era il cugino di mia madre e l’avevo visto due volte in tutta la mia vita. Era un uomo di mezza età, dai capelli radi tinti di castano scuro e dall’enorme ventre rigonfio di birra; viveva a Charleroi da quasi tutta la vita, da quando, a fine anni ‘40, suo padre aveva preso figli e moglie e li aveva portati con sé in Belgio, dove avrebbe lavorato come minatore, insieme ad altre decine di migliaia di Italiani che in quegli anni furono spinti verso quell’angolo d’Europa da povertà e disperazione, solo per trovarvi condizioni lavorative penose e pericolose, condite da un’abbondante dose di discriminazione. Ma, perlomeno, la paga era buona. Paolo non aveva mai parlato una parola di italiano con i suoi genitori, i quali parlavano esclusivamente dialetto con lui e tra di loro, ragion per cui il suo italiano era una mistura incoerente di veneto e francese; io, per fortuna, parlavo entrambi e ci capivamo così. Le due volte in cui ci eravamo incontrati di persona mi erano bastate per decidere che non volevo averci a che fare più dello stretto necessario: non era una cattiva persona (anche se non mi azzarderei neppure a dire una bella persona), ma la sua arroganza tipica degli uomini di quell’età e il suo umorismo basato quasi interamente sullo scherno (grazie al quale scoppiava puntualmente in un’insopportabile risata rauca e chiassosa) non mi invogliavano particolarmente a passare del tempo con lui.

Eppure era proprio lui lì ad aspettarmi, nella zona degli arrivi dell’aeroporto, reggendo in mano uno stereotipato cartello con scritto sopra “SANDRO”, come temendo che altrimenti non l’avrei riconosciuto. Quando mi vide, allargò le braccia e io appoggiai i miei bagagli a terra per ricambiare il suo abbraccio; ebbi un po’ di difficoltà, con la sua pancia che mi teneva a una certa distanza. Uscimmo diretti al parcheggio, caricai le valigie nel bagagliaio della sua macchina che era probabilmente più vecchia di me e partimmo alla volta di Charleroi. L’auto sobbalzava a ogni minima imperfezione della strada, le sospensioni chiaramente consumate. Gli interni erano intrisi di quell’odore di fumo stantio, oramai indelebile, di chi ci fuma dentro quotidianamente da almeno un decennio. I numerosi santini appesi allo specchietto retrovisore mi fissavano con sguardo paternalistico, giudicandomi mentre facevo del mio meglio per non dare corda a zio Paolo. Ma che volete da me? La Bibbia dice “onora il padre e la madre”, mica “…e il cugino della mamma”. Sarebbe stato capace di parlare ininterrottamente e all’infinito, mi faceva domande senza nemmeno aspettare una mia risposta, e io mi guardavo bene dall’offrirgli ulteriori spunti di conversazione, nei rari momenti di silenzio. Ogni minuto di quell’ora di tragitto fino a casa sua mi sembrò di una lentezza esasperante, come se il tempo avesse dei macigni legati alle caviglie, tra il logorroico fiume di parole dello zio, il mio tipico disagio nel trovarmi solo con una persona semisconosciuta, i mille pensieri riguardo l’immediato futuro che mi si accavallavano nella mente e il fragore della carrozzeria ad ogni scossone di quel catorcio.

Parcheggiammo non lontano da un edificio stretto, di tre piani, contiguo a una lunga serie di altri edifici molto simili. Trascinai a fatica le mie valigie su per delle scale di legno ripide, scricchiolanti e assurdamente strette; non avevo mai visto delle scale così, in Italia. Viveva in un appartamento arredato con buon gusto, quasi certamente merito di sua moglie, ma vecchio e polveroso, dall’illuminazione terribile dovuta al fatto che le uniche finestre (eccetto quelle delle camere da letto) davano su un cortile interno. Paolo e sua moglie Madeleine avevano due figli, Enzo e Luca. Il primo si era trasferito fuori casa a diciannove anni, com’era normale in Belgio e, all’epoca, piuttosto raro in Italia. L’altro era un po’ più giovane e frequentava ancora il liceo, ragion per cui lo trovai lì ad accogliermi al mio ingresso. Era un ragazzo ben educato e riservato, il che mi portò a chiedermi come potesse essere figlio del cugino di mamma; la risposta arrivò quando Madeleine uscì dalla cucina e mi si presentò con una cortesia spontanea, un tono di voce sommesso e una grazia che non aveva nulla a che vedere con i modi sguaiati del marito.

Avendo finalmente accesso a un telefono, chiamai mia madre per rassicurarla che ero arrivato sano e salvo, “te l’avevo detto che faceva freddo lì, mi raccomando, comprati una sciarpa, un cappello e dei guanti o vedi se te li presta lo zio”, “va bene, mamma, non ti preoccupare, ciao, ti voglio bene anch’io, ciao”. Dopodiché, a seguito di una cena alle 6 del pomeriggio a base di zuppa di cavolo, patate lesse e una specie di spezzatino chiamato carbonnade, trovai il primo attimo libero dall’interminabile flusso di parole di Paolo per congedarmi, con la scusa di essere stanco dal lungo viaggio, e andare a sistemarmi nella vecchia stanza di Enzo che Madeleine aveva pulito e sistemato per me. Mi distesi nel letto, completamente vestito, e per la prima volta da quella mattina calò il silenzio attorno a me.

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Lorenzo Doglioni
Sono nato e cresciuto in provincia di Venezia, ma ho vissuto in svariate città tra Europa e Medio Oriente: Trieste, Bruxelles, Beirut, Marsiglia, Amman e, infine, Barcellona, dove risiedo attualmente. Sono laureato in Traduzione e Interpretazione con la combinazione linguistica di italiano, inglese, francese e arabo. Lavoro tutt’ora nel campo della traduzione. Nonostante i miei studi e la mia carriera abbiano seguito la mia passione per le lingue straniere, nel tempo libero ho continuato, fin dall'adolescenza, a coltivare quella per la scrittura, sia in prosa che in poesia. Circa due anni fa, ho concepito le prime idee che avrebbero formato le fondamenta di questo primo romanzo e che mi avrebbero portato a considerare la pubblicazione per la prima volta.
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