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Consegna prevista Luglio 2027

In un mondo che ha cancellato il passato, ricordare è l’unico vero atto di libertà.
Anno 2168. Il Sistema garantisce un’uguaglianza apparente, ma a un prezzo altissimo: la perdita della memoria storica, delle storie personali e persino dell’identità. Ridotti a ingranaggi di una società omologata, gli individui hanno dimenticato cosa significhi avere degli obiettivi e sentirsi unici.
P. è un uomo cresciuto nell’ombra del proprio dovere, custode di una passione pericolosa: una vera e propria ossessione per chi ha osato sfidare le regole ed esistere al di fuori dell’omologazione. Quando una notizia improvvisa spezza la routine del regime, le sue certezze crollano e la scelta diventerà allora inevitabile: continuare ad adeguarsi in modo anonimo o rischiare tutto per trovare la verità su di sé. Una storia sulla ricerca dell’identità, sul valore della memoria e sul senso autentico della libertà.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare sfogo alle mie idee riguardo a meccanismi, nel testo collocati nel futuro, che, a parer mio, sono già radicati nelle nostre società contemporanee e che meritano una riflessione e attenzione maggiore. Ho voluto che il punto di vista fosse di un uomo semplice, uno qualunque, legato per caso ad una scintilla di ribellione, che non lo porterà, in quanto uomo comune, a cambiare le cose ma solo ad una profonda consapevolezza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Uno. Anonimo

La casa di P. si trovava non distante da uno dei punti più trafficati di Firenze, all’imbocco della strada Fi-Pi-Li, che porta al mare. Nonostante la località non fosse propriamente Firenze, ogni volta che poteva, vantava la provincia sul suo documento d’identità, segnato in capitali (FI) accanto allo stonante “Isolotto” scritto immediatamente prima. 

La casa di P. insomma, non era un granché dal punto di vista dei rumori, soprattutto alle cinque di mattina, quando grandi camion bianchi, blu e di qualsiasi altro colore possa venire in mente, carichi della qualunque, formavano un enorme codone e imboccavano la strada extraurbana. 

Come ogni mattina, P. sentiva quei rumori intensificarsi sempre di più: inizialmente componevano un sottofondo interessante per i suoi sogni, almeno fino a quando non cominciavano a superare il suono delle parole di coloro che P. aveva plasmato nella sua immaginazione. Solo a quel punto, lui apriva gli occhi e sistematicamente voltava la testa verso il comodino, dove la sveglia segnava le 5:10, forse le 5:15 e sopra all’orario era segnata la data. Passata la baraonda, quando P. poteva, prendeva nuovamente sonno. 

Tuttavia, quella mattina P. era di servizio alla Questura di Firenze, che si trovava a una quindicina di minuti di macchina da casa sua; senza traffico, si intende. Perciò voltò la testa verso la sveglia e lesse: “16 maggio 2168”, scritto in Times New Roman carattere dieci, faceva da corona a quell’orario così monotono e già visto “5:12”. Si alzò controvoglia, pensando ad un’altra giornata all’insegna di scartoffie in ufficio, con la sua divisa e una pistola, che non gli sarebbe servita mai in vita sua, nella fondina di dotazione. 

P. fece scivolare le gambe sul bordo del letto e tentò di mettersi in piedi indugiando qualche minuto a sedere. Guardò verso il tavolo della cucina del suo monolocale, più in basso rispetto al suo letto che si trovava su un soppalco non a norma, tirato su in cinque giorni di lavoro ininterrotto di P. dopo due dalla firma del contratto. Quella casa, con l’unica stanza alta poco meno di quattro metri, era la sua piccola conquista personale; dopotutto non era scontato che a trentacinque anni un uomo avesse la possibilità di acquistare una casa tutto da solo grazie al proprio lavoro, mentre per lui era stato così, una soddisfazione. 

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P. scese lentamente le scale del soppalco e si diresse verso l’enorme finestrone che affacciava tutta la cucina all’esterno. Un’altra gioia di quel tugurio era la terrazza a tasca, che misurava più o meno gli stessi metri quadri dell’interno e che P. aveva attrezzato per la metà con una copertura di erba sintetica e per la restante metà con delle vasche rialzate colme di terriccio in cui coltivava verdure di stagione e legumi. Era stato suo nonno a trasmettergli la passione per la coltivazione e ad insegnargli i trucchi del mestiere ed ora quel pezzetto di orto in terrazzo era la sua foto ricordo. 

Sul prato sintetico che denunciava con l’odore di plastica la sua falsità ancora dopo due anni che lo teneva lì ospitava anche un tavolino di legno ripiegabile, che in inverno, insieme alle due sedie, veniva richiuso e riparato in casa, sotto al soppalco. 

La mattina di P. si svolgeva proprio da due anni nello stesso identico modo, almeno nei giorni lavorativi. Aperti gli occhi alle 5, si recava di fronte alla porta finestra ad osservare il ridotto pezzo di campagna che si era creato compiacendosene. Metteva il caffè sul fuoco nella macchinetta che gli aveva regalato sua madre, non appena comprata la casa, e poi si ritrovava a berlo al tavolo dove la sera prima aveva poggiato un pacco di biscotti anonimi, dalla confezione in cartone totalmente rosa senza alcun logo. Sul retro del pacco una lista breve di ingredienti scritta in una tonalità più scura: farina, uova, zucchero, burro, tutti ingredienti che mescolati insieme lo riportavano ogni mattina alle domeniche a casa del nonno, che prima ancora era stata casa del bisnonno, a lui però sconosciuto. 

Un rituale, quello della mattina, che lo portava alle 6 in punto di fronte allo specchio ad interrogarsi su un volto tutto sommato ancora giovanile, segnato da una barba molto corta e curata legata alle basette, anch’esse tenute a freno dal rasoio, che portavano lo sguardo a quella immancabile stempiatura, segno inesorabile di appartenenza alla sua famiglia, assieme agli occhi, piccoli e molto vicini al naso. 

La mattina di lunedì 16 maggio 2168 P. scese in strada in orario. Si diresse verso la sua auto blu, ormai vecchia, che lo portava instancabile ogni mattina a lavoro e ogni giovedì, il giorno libero, al supermercato. 

Di fronte al parcheggio era stata aperta da poco un’edicola. Solitamente quando P. scendeva in strada la minuta signora che la gestiva stava finendo di mettere all’esterno gli espositori con le notizie principali. Affacciandosi dal finestrino della macchina, che aveva appena messo in moto, lesse attentamente il titolo de Il Nazionale: “Arrestato Numai, noto agitatore rumeno. Dopo l’allontanamento da più di cinque paesi finalmente l’arresto”.  

Quella mattina, cominciata nel modo più banale e noioso del solito, segnò una svolta nella vita di P. 

Il signor Numai non era un agitatore, o per lo meno non lo era concretamente. Numai turbava la tranquillità e l’asservimento delle popolazioni ai governi. Poco più di cento cinquanta anni prima, un condottiero russo naturalizzato spagnolo era stato l’ultimo detentore di un nome proprio. Si chiamava Tomate N. e approfittò delle sue conoscenze per ottenere un potere pressoché assoluto in Spagna. Alla sua morte, in un attentato in cui l’assassino mai identificato lasciò dietro di sé solo un foglio di carta firmato proprio Tomate, il condottiero spagnolo chiuse un capitolo buio della storia mondiale, funzionale comunque ai governi successivi perché a nessuno venisse in mente di riproporsi come capo o di emergere rispetto agli altri cittadini. 

“Uguaglianza è unità” era il motto a cui si erano adeguati anno dopo anno tutti gli stati del globo terrestre. Erano scomparse le classi e con quelle i nomi propri. Qualcuno manteneva un’iniziale, tanti altri erano chiamati a seconda del lavoro che svolgevano. Numai era il simbolo di un passato che era stato preso a calci. Reazione a un regime autoritario spento nel sangue del capitano di quella impesa piratesca. 

Centocinquanta anni dopo, il nome di quel dittatore neanche si leggeva più sui libri di scuola. Numai invece faceva riaffiorare alla memoria collettiva quello che gli Stati avevano faticato a seppellire: autonomia, forza del singolo, realizzazione del sé prima che della collettività. 

P. si ricordava bene di Numai: la sua storia aveva accompagnato la sua crescita anno per anno; i due erano coetanei. 

P. scese velocemente dall’auto, lasciando la portiera aperta su una strada che si lamentava rumorosamente del suo gesto, e attraversò le corsie strabuzzando gli occhi. La cosa che più lo aveva colpito non era la notizia in sé, la perdita di libertà dell’uomo che con la sua sola esistenza si batteva contro una storia di repressione centenaria. Il dettaglio che fece andare totalmente in tilt il sistema nervoso di P. era il nome, scritto in caratteri cubitali nel titolo di giornale. Di Numai si era parlato in lungo e in largo, in ogni paese del mondo qualcuno aveva commentato la scelleratezza delle sue gesta sempre decantate in modo generico e altisonante ma mai il suo nome completo era apparso in un articolo, tanto meno nel titolo di questo. Lo fissò ancora per un po’ mentre l’edicolante gli chiedeva insistentemente se volesse una copia da acquistare. P. rispose con un cenno di assenso e lasciò i 2 euro sopra al bancone ritirando frettolosamente la copia per poi dirigersi a frenare quel concerto di clacson che la sua portiera aperta aveva generato. Ancora sotto shock, dentro l’auto da una decina di minuti, sotto lo sguardo indagatore e giudicante della signora che gli aveva venduto il giornale, mise in moto la macchina e si diresse a lavoro. 

Appena arrivato, si scoprì in ritardo di mezz’ora. Si giustificò col capo del suo dipartimento andando a chiudersi in ufficio ma non senza aver salutato i suoi colleghi. A differenza sua, loro erano completamente tranquilli. Nessuno era fuori di sé, o almeno non lo dava a vedere. Non avevano letto il giornale quella mattina?

Chiuso nella sua stanza, P. spinse tutte le scartoffie che aveva sulla scrivania verso il bordo, facendone cadere alcune e posò il giornale al centro. L’articolo di prima pagina, con la foto dell’uomo esattamente al centro, era stato scritto da un certo N. Sguardi.  “Una vita efferata, quella dell’uomo cacciato da più di cinque paesi del mondo” così cominciava l’articolo e proseguiva tracciando una serie di offese e false accuse che sarebbero state da imputare all’uomo, additato come agitatore e traditore delle idee portanti della patria. 

P. in vita sua non aveva mai sentito un legame così forte con una persona come con quel misterioso uomo di origini rumene che per trascorrere una vita dignitosa era stato costretto per paura o con procedimenti giudiziari a rimbalzare come una pallina da pin pong a giro per il mondo. Il senso di malcontento e ansia che si erano fatti strada in P. quella mattina persistevano e probabilmente erano nulla rispetto a quello che stava provando Numai in una cella del carcere di Rebibbia ma bastavano sicuramente a far maturare nell’ufficiale un immotivato desiderio di scoprire la storia di quel criminale, quasi come se completare il puzzle lo potesse scagionare da quel senso di inadeguatezza e dissenso che aveva provati quando aveva letto il titolo di giornale. 

Durante i suoi trentasette anni, da quando aveva imparato a leggere aveva collezionato tutti i pezzi di giornale e di riviste che parlavano dell’argomento. Inizialmente gli articoli parlavano della famiglia di Numai, la famiglia del “bambino che osa esibire un nome in pubblico”, un bambino che si mostrava involontariamente altero nei confronti degli altri compagni di scuola. Poi gli articoli cominciarono ad essere più numerosi quando la famiglia fu cacciata da Lyon e successivamente quando iniziarono a parlare del ragazzo. P. aveva dovuto coltivare la sua passione in segreto. Sapeva che i genitori non avrebbero approvato questo attaccamento vedendolo più come un capriccio che come una passione – così lo aveva chiamato nel suo diario un P. quattordicenne. 

L’immenso lavoro di archivio che aveva prodotto dall’età di sette anni fino a quel giorno era ripagato da quell’ultimo pezzo della collezione. Sentiva una spinta verso quell’uomo, verso la storia della sua vita, alla quale nessuno aveva mai dato così tanta importanza. 

Dopo le prime cinque ore passate a ritagliare i giornali che i suoi colleghi erano soliti comperare al mattino e abbandonare in ufficio dopo una lettura rapida dei titoli, decise che avrebbe dovuto togliersi questo pensiero dalla testa e per farlo avrebbe ricostruito l’intera storia di quell’uomo e poi lo avrebbe interrogato, una volta aver indagato, per conoscerne le motivazioni. In quel modo se lo sarebbe tolto dalla testa una volta per tutte. 

Per questo andò dal capo a dire che non si sentiva bene e che avrebbe preso, se concessigli, dei giorni di riposo per cercare di tornare in forma. Di fronte alla sua carriera di ormai dieci anni completamente a servizio del Sistema senza mai prendersi un giorno di malattia o questionare sulle ferie, il capo della polizia non poté che concedergli tre giorni congedandolo senza replicare. 

Una volta arrivato di fronte al suo palazzo, sotto lo sguardo stranito del condomino che abitava al piano di sotto e che stava diligentemente pulendo le scale, si tolse le scarpe in segno di rispetto e le salì i gradoni a testa china fino al quarto piano, il suo. 

Nel condominio dove si trovava il suo appartamento vigevano regole rigidissime, almeno così i suoi condomini le avevano definite di fronte a lui durante la prima riunione di condominio. P. dal canto suo non le aveva trovate così tanto ferree, probabilmente perché aveva fisso in mente come metro di paragone l’esperienza dell’addestramento. Le regole “rigide” comprendevano che ogni condomino doveva, seguendo una turnazione ben definita, pulire le scale e il vialetto di ingresso, in quanto spazi comuni, non fare rumori molesti dopo le 23 e prima delle 6 – ma a quello ci pensava già il traffico mattutino – e curare il proprio pianerottolo. A P. quegli accorgimenti sembravano il minimo, ma per non farla troppo lunga si premurò di firmare l’accordo tra condomini.

I suoi vicini di casa, in due anni che abitava lì, non lo avevano mai visto rincasare sul mezzo del giorno. P. era solito fare pausa pranzo a mezzogiorno al bar più vicino alla Questura: verdure miste e pane arrostito, totale di 4 euro a pasto; successivamente passava altre quattro ore in ufficio sommerso dai documenti per tornare a casa solo a fine turno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alina Ripoli
Sono nata a Bagno a Ripoli ma ho vissuto a Carmignano una vita intera, fino a quando, dopo la laurea in lettere, mi sono trasferita a Roma per la magistrale in Editoria e scrittura. Il rientro forzato in Toscana per la pandemia mi ha spronata a iniziare la scrittura di questo terzo libro - dopo il primo pubblicato nel 2017 e il secondo nel 2019 - che poi ho però abbandonato e ripreso solo nel 2023, concludendolo. Nel frattempo sono diventata docente di scuola primaria, lavoro che mi ha permesso di esplorare anche il mondo editoriale per più giovani. Oggi, adottata da Castelfranco Pian di Scò, continuo a inventare storie per i bambini della scuola dove insegno e a scrivere pezzi di vite che forse un giorno troveranno posto in nuove storie.
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