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Seconda Effe

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Consegna prevista Luglio 2027

Davide Ghisalberti frequenta la Seconda Effe, una classe burrascosa e caotica di una scuola della provincia di Milano- “uno dei luoghi più dolorosi della terra”. Tra compagni divorati dall’ansia di crescere e di apparire più grandi, Davide anestetizza la brutalità del mondo che lo circonda con i suoi rituali nevrotici. La sua vita viene scompaginata quando in classe arrivano due nuovi compagni: Mirko- lo sfigato, l’emarginato, il ragazzo fragile che presto viene vessato da tutti- e Alex- il compagno leader e misterioso, con i tratti del viso affilati e uno sguardo che sembra aver già conosciuto tutto il dolore del mondo. In un anno che lo porterà a bruciare tutte le tappe dell’adolescenza- le frizioni con gli amici d’infanzia, l’innamoramento, il sesso, la distanza e il rancore polemico con i suoi genitori,- Davide, dapprincipio terrorizzato dall’idea di poter apparire come Mirko, diventa, anche al di là di quanto avesse mai desiderato, sempre più simile ad Alex…

Perché ho scritto questo libro?

Prendo in prestito le parole che ho posto proprio alla fine del romanzo, in cui faccio dire al narratore della storia (di cui solo sul finale scopriamo l’identità) perché abbia deciso di raccontarla:
“Ho deciso di farlo perché gli adulti si decidano a stare a sentire i ragazzi, ad ascoltarli descrivere il mondo che loro hanno ancora il coraggio di immaginare, prima che li opprimiamo con l’ansia sempre più precoce di replicare i nostri ruoli, di ripetere i nostri sbagli.”

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Siamo stanchi di diventare giovani seri,

o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:

vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare

qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

Non vogliamo essere subito già così sicuri.

Non vogliamo essere subito già così senza sogni.”

Pierpaolo Pasolini, Lettere Luterane, 1976

I

SETTEMBRE 2025

La classe seconda F, dell’Istituto tecnico-industriale Ettore Majorana, situato a Buccinasco, profondissima e senescente provincia di Milano, era uno dei luoghi più dolorosi della terra. Forse a qualcuno questa sembrerà un’esagerazione; dopotutto, obietteranno molti, il fatto di stare da questa parte del mondo è già una condizione di enorme privilegio, e anche il fatto di sedersi sui banchi di un’aula scolastica lo è, rispetto alle tante cose che oggi accadono nel mondo. Ma è proprio questo il punto: in quella classe, nella sua quotidianità apparentemente agiata e quasi ovattata, echeggiavano, senza che gli stessi ragazzi ne fossero consapevoli, tutte le tragedie della nostra epoca. I bombardamenti, i missili, le carneficine, gli strazianti lutti, le sirene spaventose delle ambulanze, le inondazioni e i terremoti, i soprusi dei ricchi sui poveri, di chi si erge a padrone di una terra su chi migra, degli uomini sulle donne, delle generazioni vecchie e ciniche su quelle giovani e ancora alla ricerca di un incanto- tutto il rumore e il dolore di questo mondo ingiusto filtravano dentro le anime di questi ragazzi, che cercavano di farci i conti come potevano, in una battaglia silenziosa e sorda che scandiva le loro giornate, toccando i picchi più estremi dello squallore e dell’eroismo, dello stordimento e della grazia. E tutto questo senza che il mondo degli adulti ne avesse vaga contezza, senza che ci prestasse vera attenzione. La bomba atomica, di cui tutto il mondo temeva con angoscia la deflagrazione in qualche parte del globo, scoppiava tutti i giorni in seconda F, dentro il cuore dei suoi giovanissimi membri. Ed ogni giorno, pazientemente, stancamente, si prendevano i cocci frammentati di ciò che restava, e si tentava di ripartire. Tutti i giorni. Un’esplosione che non esplodeva; un boato che rimbombava dentro le pareti dell’anima; un urlo che doveva uscire e comunicare, e dire cose, cose importanti e giuste, cose liberatorie e sante, ma che invece si bloccava in gola, si strozzava in un mugolo, si soffocava in un rantolo afasico, disarticolato- lasciando tutto intorno a sé solo il clima cinereo e mefitico di una catastrofe.

Uno dei ragazzi di questa classe era Davide, Davide Ghisalberti.
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Come fosse possibile, lo ignoravano tutti- e lui più di tutti, forse. Si trovava esattamente a metà dell’elenco, con il suo cognome che iniziava per G. Veniva dopo Cheikh, che era arrivato dal Senegal con la sua famiglia a tre anni, e i cui occhi svegli e vagamente spiritati squadravano sempre tutto e tutti con diffidenza, non accordavano mai a nessuno una completa fiducia; e dopo Luan e Petrit, fratelli per scelta, entrambi figli della rotta balcanica, che ogni tanto si parlavano in albanese per non farsi capire, e che avevano la stazza di due ventenni malgrado avessero entrambi sedici anni, e che il sabato sera bestemmiavano e bevevano come i loro padri perché a quell’età non vedevano già l’ora di essere uomini; e di Federico, che da qualche mese era affidato ai servizi sociali perché i genitori diverse volte durante delle liti erano venuti alle mani, finché lui e il fratello erano dovuti essere prelevati e condotti fuori dalla loro casa. E veniva invece poco prima di Riccardo, l’Atleta, che giocava a calcio nelle giovanili di una società la cui prima squadra faceva la serie B, e tre volte a settimana usciva un’ora prima da scuola per fare gli allenamenti, e che era talmente ossessionato dal padre a primeggiare in questa cosa del calcio, che in realtà forse ora odiava sia il calcio che suo padre, ma ogni giorno andava avanti perché era certo che grazie al suo talento in futuro avrebbe avuto la possibilità di essere ricco, e libero, e di prendersi tutte le rivincite per quell’adolescenza sgraziata che stava passando; e di Aziz, il Sultano, come lo chiamavano, il Vate indiano, che era sempre muto ed ermetico tranne quando, la mattina prima di venire a scuola, fumava l’erba, e allora negli intervalli abbracciava tutti ed esplodeva in risate grottesche ed insensate, e tutti gli andavano dietro ridendo; o ancora di Kevin, il figlio di un santone che era diventato famoso su Facebook perché diceva di fare miracoli, e stava quasi diventando ricco con questa cosa dei miracoli, prima che la Curia locale lo sconfessasse, facendogli perdere metà dei clienti. Questi soggetti, insieme ad altri, che impareremo a conoscere, componevano la seconda F: un lungo e disparato elenco di nomi, tutti maschili. Ogni giorno, senza confessarselo, probabilmente tutti loro pensavano a come sarebbe stata diversa quella classe se ci fosse stata anche soltanto qualche ragazza. Ne sarebbero bastate sette, forse anche solo cinque. Qualcuno forse la mattina s’illudeva perfino di arrivare e di scoprire che finalmente ne era arrivata una. Era una speranza immotivata, un’attesa ingenua, che durava soltanto lo spazio di qualche istante, nel tragitto a piedi che li portava dall’autobus alla classe: si gonfiava e sfumava veloce come un sospiro. Ed ogni giorno la delusione era nuova e più grande, e inspessiva il peso della loro amarezza. Forse quello che più di tutti si illudeva, e più di tutti si amareggiava, era proprio Davide. Come avesse fatto a trovarsi in una classe così, e come facesse ogni giorno a sopravviverci, restava per tutti un mistero.

Era una storia che aveva iniziato ad essere possibile soltanto un paio di anni prima, quando frequentava la terza media. Davide durante la sua infanzia era stato un bambino introverso, svagato, sempre misteriosamente distante dai suoi coetanei. Alle elementari una sua maestra aveva voluto interpretare in questa distanza come una sorta di profondità, e aveva invitato Davide a leggere dei libri speciali, dei libri che portava a scuola solo per lui. In poco tempo il ragazzo si era appassionato, ed aveva iniziato a leggere, e a scrivere. Alle scuole medie aveva macinato più letture di quelle che tanti compagni avrebbero collezionato in un’intera vita. Un anno terribile, di John Fante; Il Giardino dei Finzi-Contini di Bassani; Le notti bianche di Dostoevskij. E leggeva e scriveva, e scriveva e leggeva, senza sosta. Prendeva sempre bei voti nei temi, e, anche se non se la cavava male nemmeno nelle altre materie, il consiglio di classe quando arrivò in terza si espresse unanime: avrebbe dovuto frequentare il liceo. Però nel frattempo Davide, giunto in terza media, si era reso conto di una cosa: cioè di tutta la vita che si perdeva per strada, con questa mania dello scrivere. Pensava al suo compagno Samuele Marchetti, che non sapeva infilare due congiuntivi di fila ma nell’estate della seconda aveva baciato in bagno, durante il centro estivo, Elena Magri, e forse aveva anche potuto toccare le sue cosce abbronzate e scostarle dalla guancia i suoi capelli ricci; oppure a Matteo Occhipinti, un altro suo compagno di allora, che nell’estate della terza era andato a dare una mano a suo padre al lavoro, e che era tornato con una montagna di soldi con cui aveva preso dei vestiti griffati per i quali era invidiato da tutti, e che di lì a poco con quei soldi ci avrebbe preso il motorino con cui portava in giro le ragazze. Davide era stato insomma presto ferito dalla velocità con cui le cose stavano cambiando, con cui la sua infanzia era brutalmente finita- quella velocità per la quale tutti improvvisamente sembravano avere una fretta spaventosa di fare tutto; una smania febbrile, ingorda, di raggiungere le cose, di bruciare le tappe, di afferrare traguardi. Aveva finito per vergognarsi di quella passione per la scrittura, e per essere perfino un po’ risentito nei confronti della maestra delle elementari che gliel’aveva instillata. Scrivere, fare il liceo, erano cose che non gli sarebbero state utili. Guardava il mondo che aveva davanti, vedeva i ragazzi della sua età che diventavano popolari su Instagram con anche un solo video virale; gli uomini facoltosi che avevano grandi case e grandi macchine perché facevano lavori pratici, che avevano a che fare con le cose; sentiva parlare dell’ascesa inarrestabile dell’industria farmaceutica, di quella legata alle nuove tecnologie o di quella dell’’automobile che, checché ne pensassero certi ambientalisti, non sarebbe mai tramontata. Vedeva dovunque di tutto questo, e lo capiva perché, malgrado quello che pensano gli adulti, i ragazzi di quattordici anni queste cose le capiscono benissimo. Assisteva allo spettacolo del mondo che accelerava ad un ritmo sempre più vertiginoso davanti a lui- osservava le cose nascere e diventare obsolete da un giorno all’altro. Una volta su un video di TikTok vide un ragazzo che parlava del fatto che, con la produzione sempre più massiccia di beni e servizi a livello mondiale, l’unica cosa che non sarebbe mai diventata superflua era la capacità di maneggiare i materiali di cui le cose sono fatte: restituire una funzione nuova a vecchi oggetti di plastica, sapere cosa fare degli pneumatici lisi, degli elettrodomestici guasti, dei bicchieri e delle cannucce di carta. Davide in quel momento decise che si sarebbe fidato di quel ragazzo che parlava dallo schermo- che, dopotutto, era più grande di lui, sembrava essere molto appagato della sua vita e che certamente sapeva il fatto suo. Comunicò ai suoi genitori che avrebbe frequentato l’Istituto tecnico-industriale, e nessuno dei due si oppose- d’altra parte, perché avrebbero dovuto? Il loro figlio si sarebbe inserito facilmente nella società, avrebbe trovato facilmente lavoro, in futuro si sarebbe potuto permettere un mutuo e una casa, quando avesse voluto si sarebbe agevolmente potuto costruire una famiglia. Con quella scelta, Davide si disegnava la prospettiva di una vita stabile, sicura, una vita che l’avrebbe messo finalmente al riparo dal senso di allarmante precarietà che ogni giorno il mondo vomitava addosso a tutti quanti. Sarebbe diventata una persona stimata, rispettata. Più di tutto- questo era il punto- Davide sarebbe stato una persona Normale. Era la normalità quello a cui aspirava- trovare la propria strada, certo, ma senza dover passare attraverso il biasimo degli altri, la riprovazione, l’incomprensione, forse anche lo scherno. Voleva che in futuro tutti potessero capire da subito quello che faceva, non fare troppo domande, non entrare in modo troppo intrusivo nel suo mondo interiore. La Normalità era il modo che aveva scelto per difendersi dal rischio che la realtà lo toccasse in luoghi dove lui non voleva essere toccato. Iniziarono le superiori, e Davide si reso conto subito che questa cosa sarebbe stata importantissima, avrebbe dovuto conservarla sempre: solo così si sarebbe potuto salvare.       

Questa sua riservatezza non era dovuta solo all’influenza della società, e non aveva condizionato solo la sua scelta della scuola superiore. Era come se, lentamente, in un processo molto più profondo, che saliva direttamente dalle viscere della sua infanzia, si fosse insediata una convinzione dentro di lui, che era tanto più misteriosa e indecifrabile quanto più la sua influenza su di lui era forte e potente. Si convinse, in pratica, di celare un Segreto dentro di sé. La cosa più beffarda, e che lo affliggeva di più, era che lui stesso era all’oscuro del contenuto di questo Segreto, lui stesso non sapeva in cosa consistesse. Eppure, sentiva che esisteva. Era questo Segreto che lo rendeva sempre vagamente sostenuto e circospetto nelle sue interazioni con gli altri; che tanto spesso ingessava i suoi gesti, toglieva spontaneità alle sue conversazioni; che lo portava ad una strana resistenza a catalizzare l’attenzione in un gruppo; che lo faceva stare bene dentro una posa umbratile, discreta; che gli dava uno strano sollievo quando, in certe situazioni di grande affiatamento collettivo, riusciva a passare inosservato, a restare in disparte. Soprattutto- e di questo era certo- era per via del Segreto, per poterlo custodire al meglio, che, in qualche momento ormai lontanissimo della fine della sua infanzia, aveva stabilito le Regole. Per la verità, non era vero che fosse stato lui a stabilirle, e non era neppure vero che se ne fosse proprio reso conto subito. Erano cose che aveva semplicemente sempre fatto, e che, in precise giornate della sua vita, in precisi momenti, avevano assunto una fissità per lui inderogabile, inscalfibile. Scendere con il piede destro dal letto per iniziare la giornata. Schivare i tombini che si frapponevano davanti a lui sulla strada. Chiudere e aprire tre volte la porta di camera sua, prima di lasciarsela alle spalle definitivamente. Picchiettarsi in modo impercettibile sul petto, a volte anche senza rendersene conto, mentre parlava in pubblico. Non spezzare mai, per andare a capo, certe parole- la congiunzione invece, l’avverbio velocemente, l’aggettivo interessante…- mentre scriveva un testo. Non premere mai il pulsante che regolava l’attraversamento pedonale sui semafori, ma lasciare sempre che lo schiacciasse qualche passante al posto suo. Queste erano solo alcune delle Regole, e del resto all’epoca Davide non si era mai dato la pena di enumerarle tutte, e credeva fossero in fondo perfettamente inoffensive. Non c’era nessuno di questi goffi rituali che condizionava davvero la sua vita, e nessuna di essi gli aveva mai seriamente conculcato una scelta, o inibito un desiderio. E d’altra parte, se qualcuno gli avesse fatto notare questi atteggiamenti in una conversazione diretta, razionale, si sarebbe schermito e avrebbe certamente sostenuto che capiva benissimo l’inutilità di questi procedimenti, e che avrebbe potuto privarsene, se soltanto si fosse reso davvero necessario. L’avrebbe sostenuto, ma in fondo sapeva anche che, se avesse infranto una delle Regole- e per la verità in qualche rarissimo caso gli era anche capitato- avrebbe sentito una vera paura che qualcosa di brutto potesse verificarsi nella sua vita, e avrebbe provato per alcune ore un senso di serio sgomento, di angoscioso atterrimento- almeno fino a quando non fosse stato chiaro che tutto ciò a cui teneva era rimasto intatto, nonostante quell’infrazione.

Il momento della giornata in cui si sentiva più vincolato a certi rituali era la sera, prima di coricarsi. In questo caso, da qualche anno, aveva proprio uno schema mentale fisso, una sorta di recita verbale che si ripeteva in modo propiziatorio. Era qualcosa che inizialmente aveva a che fare con le preghiere che sua mamma gli aveva insegnato da bambino, ma che col tempo aveva assunto un profilo molto più stringente e compilatorio. Durante il primo anno di superiori, la formula definitiva che recitava era questa. “Sono Davide Ghisalberti. Sono perfettamente sano, e lo rimarrò per il resto della mia vita. Sono un ragazzo molto intelligente, a volte brillante, e tutti i professori che ho avuto hanno escluso totalmente il fatto che potessi essere ritardato. Ho i miei amici ed esco con loro quando posso. Non sono di quelli che il sabato sera stanno ancora con la mamma o il papà. Non sono uno sfigato, e non lo sarò mai. Farò moltissime vacanze memorabili, sarò ammirato e apprezzato in molte occasioni, farò sesso con almeno cinque ragazze nel corso della mia vita. Avrò un bel lavoro, una buona paga, e un giorno forse mi costruirò una bella famiglia. Morirò molto vecchio, nel sonno, senza alcun rimpianto e senza sofferenza. Sarò felice.” Erano queste le parole che Davide pronunciava ogni notte, ed era così che aveva trovato l’equilibrio sottile con cui affrontare in qualche modo la sua vita, e le sue giornate in seconda F. Il suo nome, mentre veniva declamato all’elenco ogni mattina, nei suoi compagni non suscitava né ammirazione né scherno, né riprovazione né stima, ma passava semplicemente inosservato, in mezzo agli altri nomi. Un giorno le sue aspirazioni notturne si sarebbero avverate, ma ora con le sue formulazioni era già molto per lui conservare questo: di passare le sue giornate in un comodo anonimato, nel tranquillo quietismo che gli concedeva l’indifferenza degli altri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Gritti
Mi chiamo Luca Gritti, ho trent'anni, vivo e lavoro in provincia di Bergamo, dove faccio l'insegnante. Dopo la maturità classica e un percorso di studi umanistici presso la Statale di Milano, ho affiancato l'attività di insegnante a quella di guida museale in alcuni musei della città. Amo Dostoevskij, Hesse, John Fante e Kerouac. Da sempre appassionato alla scrittura, ho pubblicato alcune poesie in sillogi e raccolte collettanee nell'ambito di concorsi e premi letterari. Ho collezionato sporadiche collaborazioni per alcune riviste online. Ispirato alla mia esperienza lavorativa con gli adolescenti, seconda Effe è il mio primo romanzo.
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