ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO I
GOTT IST TOT
Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, e ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?
Friedrich Wilhelm Nietzsche, La gaia scienza, 1882 DC.
1 – Magister Militum
Il cuoio indurito dei sandali schioccava come frustate sui gradini dello scalone granitico della fortezza. L’aria nel maniero era elettrica, carica di paura. Dalle finestre a feritoia, il lamento del vento copriva a malapena il rombo del fiume in piena, mentre nuvole rapide, simili a lividi nel cielo, inghiottivano l’ultimo sole.
Matheus arrestò la frenetica corsa al cospetto del pesante broccato che separava gli appartamenti privati dallo studiolo del Maresciallo. Si concesse un solo istante per placare il cuore che martellava contro le costole. Non aveva alcun bisogno di essere annunciato in quel Sancta Sanctorum, la cieca fiducia riposta in lui era ripagata dalla sua totale devozione alla causa.
La stanza, immersa nella penombra, profumava di incenso e carta antica. Era stata modificata appositamente per le esigenze del Maresciallo, in particolare per la costruzione della pedana rialzata, ricoperta di morbidi tappeti esotici. Il Maestro sedeva su di essa, a gambe incrociate, con il busto sollevato da un basso e sodo cuscino trapuntato. Intorno a lui si trovavano sparpagliati appunti, mappe e tomi, apparentemente in maniera del tutto disordinata. Da quella posizione era possibile, osservando le colline fuori dalle finestre, seguire il corso del fiume e la strada che gli serpeggiava accanto, all’ombra dell’enorme terrapieno della fortezza, mentre la sera si spegneva di colori sempre più cupi.
La contemplazione del presagio venne interrotta dal trafelato giovane cadetto: «Maestro Baltasar. Ci siamo»
la voce di Matheus uscì più roca del previsto «incursori nemici avvistati al ponte.»
Il Magister sembrò non reagire: «Mmh. Dammi ancora un momento.»
Matheus era insieme irritato e affascinato dalla calma con cui il Maresciallo affrontava i momenti di crisi. Questo nonostante fosse consapevole di come ciò derivasse dalla disciplina e meticolosa analisi cui sottoponeva ogni aspetto e possibile evoluzione dello scenario del conflitto: la serena accettazione derivava dalla certezza che il fato avrebbe tessuto la sua trama, con buona approssimazione, secondo le sue previsioni. Tuttavia, il non possedere altrettanta sicurezza, era invece per Matheus un nodo che stringeva lo stomaco e turbava lo spirito.
Il volto austero del Magister, incorniciato dalla canuta chioma, non lasciava trasparire alcuna emozione e il ragazzo non resistette all’impulso di incalzare una risposta: «Mio Signore, dobbiamo coordinare le squadre. Il rito della vestizione…»
«Sei turbato» Baltasar si voltò lentamente. Il viso squadrato, una maschera di granito segnata da cicatrici bianche, non tradiva emozioni. Gli occhi indagavano la sua anima.
«Non dovrei esserlo?» sbottò Matheus, dimenticando il protocollo «affrontiamo una battaglia decisiva in un rapporto di forze ridicolo. È un suicidio!»
Un grande rispetto e stima reciproca li legava, ma il Maresciallo non era solo il suo diretto superiore, il loro rapporto era prima di tutto un vincolo inscindibile tra Magister e Novicius.
Baltasar sollevò un dito zittendo la sua protesta: «Analisi. Inizia… dagli assunti.»
Matheus respirò col diaframma, aveva bisogno di spegnere la propria agitazione e recuperare lucidità: «Non riesco a capire. L’elaborazione che ho eseguito non lascia scampo a fraintendimenti, non abbiamo nessuna possibilità di vincere in queste condizioni. L’Orda ci travolgerà! Non subito, certo. Le truppe in campo saranno ben disposte e sfrutteranno a pieno le peculiarità del campo di battaglia, ma non sono numericamente sufficienti, in breve le prime linee non avranno ricambi per rifiatare e infine collasseranno. Abbiamo scelto noi questo ponte, facendo saltare gli altri guadi possibili, e ciò nonostante non abbiamo schierato tutte le forze disponibili a sua difesa, mandando a sud il grosso delle truppe.»
Il Maestro inarcò un sopracciglio, un gesto che valeva più di mille rimproveri. «Diffidi delle tue capacità o delle mie? Qual è l’assunto, Novicius?»
Matheus era visibilmente frustrato: «Gli assunti sono in antitesi!» camminava avanti e indietro, gesticolando.
«A meno che… non manchi un fattore fondamentale…»
«Esatto! Un piccolo indizio: Termopili»
La famosa battaglia faceva parte della dottrina tattico-analitica del Magister, come del resto alcune delle campagne più importanti nella storia dell’umanità: Gaugamela, Austerlitz, Stalingrado. Erano state integrate nel suo piano di studio quando erano stati velocemente assegnati sulla Terra due anni prima. Fino ad allora Matheus non aveva mai visto il pianeta. Nei sette anni del suo Noviziato avevano sviscerato ogni più piccolo aspetto degli scontri bellici più emblematici, discorrendo delle condizioni, dell’addestramento e dell’equipaggiamento delle diverse unità in campo, della qualità degli approvvigionamenti, delle competenze e delle intuizioni degli ufficiali, delle linee della logistica. Avevano poi ipotizzato anche variabili, scenari differenti per condizioni atmosferiche o caratteristiche del terreno.
«L’immortale impresa di Leonida. Ma gli Spartiati morirono tutti, Maestro. Per noi la sconfitta significa estinzione. O peggio… assimilazione.»
“L’obiettivo del Re di Sparta non era la vittoria, quantomeno non sul campo. Marciò, sapendo di andare incontro alla morte.»
«Vuol dire che saremo infine travolti? A cosa sarà servito il nostro sacrificio?»
Il Novicius osservò un’ombra oscura calare sul volto di Baltasar, spesso dimenticava che la sua determinazione era alimentata da un odio viscerale.
«Ti assicuro Matheus che quegli abomini domani si ricorderanno perché hanno evitato questo mondo per diecimila anni.»
Si avvicinò, posando una mano pesante sulla spalla del giovane. Il tocco era saldo, caldo, improvvisamente paterno «Quando la tua logica arriva a un punto cieco, tenta di cambiare prospettiva. È inevitabile, se l’equazione non è equilibrata, qualcosa negli assunti è inesatto.»
Matheus ritrovò la chiarezza necessaria, era stato così assorto dal ricalcolo delle variabili da perdere di vista un punto di partenza fondamentale: «Lo scopo forse? Piani di battaglia… non lo sono! Non sono piani di battaglia!»
Baltasar lo spronò, sentiva che il suo Novicius stava per giungere all’inevitabile conclusione: «Analizza le funzioni, niente è stabilito dal caso. È come il palcoscenico di un teatro, nessun attore è presente sulla scena senza un preciso motivo.»
Il suo giovane volto si accese di un sorriso trionfante: «È una caccia al Mammut.»
2 – Il Grande Re
La sfida più ardita, il duello temerario, l’eterno mito di ogni cacciatore. Se fossero riusciti nell’impresa le loro figure sarebbero state dipinte a futura memoria del loro valore, così come ai loro antenati era stato concesso l’onore di cacciare per l’eternità le grandi corna, immortalati sulla pietra con cenere e ocra.
Immaginavano già la scena: i bambini nell’antro che li osservavano a bocca aperta alla luce tremolante delle torce, mentre gli anziani cantavano le gesta degli eroi al ritmo ipnotico e profondo dei tamburi di pelle.
Baba non aveva mai visto nulla di così imponente: il Grande Re era maestoso e terrificante, l’incarnazione di uno spirito antico fatto di muscoli e zanne. La sua schiena pelosa, incrostata di terra e fango ghiacciato, sfidava in altezza le cime degli alberi; le zampe erano larghe e robuste come querce e il suo incedere faceva tremare la terra. Le vibrazioni risalivano dalle piante dei piedi nudi fino alla gola, mozzando il respiro.
Il gigante conduceva la sua corte lungo il torrente argilloso, figli e parenti, mentre i suoi denti gialli, lunghi quanto due uomini distesi e minacciosamente ricurvi, spazzavano il tragitto oscillando e aprendo la strada alla processione.
All’incedere del gigante, la foresta s’inchinava: cumuli di neve si ammucchiavano ai lati e gli alberi rimanevano proni a rendere omaggio a quella forza della natura.
Tanta era l’eccitazione mista a paura, quanto poco era stato il tempo per preparare quell’epica caccia. Nascosti, i cacciatori stringevano le armi nelle mani, sentendo il sudore gelare addosso. Se tutto non avesse funzionato in maniera perfetta, se le trappole e le lance non fossero state abbastanza affilate o i suoi compagni abbastanza veloci, non ci sarebbero state canzoni per loro. Solo macchie rosse e corpi schiacciati nel fango senza pietà.
Il sito era stato scelto con cura: un’alta e stretta gola, il letto arido di un fiume antico, dalle pareti a picco. Un luogo dove non avrebbe avuto vie di fuga. Il Grande Re doveva essere provocato e non intimidito come gli altri giganti; la luce feroce nei suoi occhi neri rivelava uno spirito indomito, che non poteva essere piegato dai semplici fuochi e dalle grida dei cacciatori.
Baba e Dan si avvicinarono al Re accovacciati sottovento. Quando si trovarono abbastanza vicini da poterne toccare l’ombra immensa e il tanfo della pelliccia umida invase le loro narici, cominciarono improvvisamente a prenderlo a pietrate.
All’inizio, la sassaiola rimbalzava sul reale mantello senza destare particolare attenzione; il Re scuoteva nervosamente le grandi orecchie e frustava l’aria con la coda per scacciare quelli che credeva insetti molesti. Un proiettile aguzzo però, per puro errore, colpì con forza uno dei suoi rampolli vicino al muso, provocandone un lamento acuto e doloroso.
Il padre, finalmente, si girò di scatto sbuffando una densa nuvola di vapore caldo dalle narici. Indispettito, notò subito i due volti minuscoli dei compagni di caccia, dipinti ritualmente col sangue di una lepre, che spiccavano tra i rami della foresta. Per un attimo lunghissimo, in cui il mondo sembrò trattenere il respiro, tutto rimase immobile. I cacciatori sembravano ripensare con gelido rimorso alla loro folle bravata, mentre il Grande Re li scrutava, incredulo e oltraggiato di fronte a tanta stupidità.
Poi, l’inferno. Quando la sua corsa partì, scaraventò in aria zolle di terra dura, rocce scheggiate e arbusti sradicati. Il suo terribile barrito riecheggiò nella valle spaccando il silenzio, e, come il tuono, annunciò l’arrivo della tempesta.
3- Sapiens
Le schiere degli irregolari erano disposte in file serrate al centro della piazza d’armi per il passaggio in rassegna del Maresciallo. Tremila miliziani, la feccia e l’oro dell’umanità mescolati insieme. Non c’erano divise impeccabili, solo giacche rinforzate con piastre di metallo, elmetti da cantiere dipinti di nero, mazze da demolizione e fucili rastrellati. Sembravano usciti da un incubo post-atomico, ma nei loro occhi bruciava la stessa luce folle di chi non ha più nulla da perdere se non la propria umanità. Fino a pochi mesi prima erano operai edili, impiegati, agenti immobiliari o commessi del supermercato.
Pragmatici uomini di scienza avrebbero rilevato che si trattava semplicemente di sopravvivenza e selezione naturale, solo che questa volta il predatore Homo Sapiens era stato scalzato dalla cima della catena alimentare, da qualcosa di più forte, violento e alieno. L’uomo da sempre aveva guardato al cielo con fascino e timore, scorgendoci il divino, e il fato si era preso gioco dell’umanità invece: antichi Dei erano emersi dal basso, le schiere dei loro figli oscuri erano state rigurgitate dalle profondità, scemando su tutto il pianeta Terra e travolgendo le loro vite. Tutti quei volti provati e quelle storie diverse, tutti loro erano consapevoli dell’importanza di questa estrema difesa e sebbene il loro aspetto non infondesse grandi speranze, nei loro occhi brillava la luce della determinazione.
Anche il Magister e il suo seguito erano piombati tra loro da un altro mondo, avevano imposto la loro cultura, ma portando disciplina, organizzazione e una speranza. Così la data sul calendario era cambiata, il 2065 DC non esisteva più ed era diventato il 307 di Alessia.
Matheus seguiva il Maresciallo di un passo. Baltasar era cresciuto tra le stelle, come molti dei suoi uomini, era tornato per volere del Circolo a difendere un mondo che li aveva dimenticati. Era imponente, alto più di due metri e con una struttura corporea straordinariamente robusta. Tuttavia, nonostante la corporatura, il Magister Militum procedeva con passo leggero e movimenti composti, appena percettibili sotto l’ampia veste. I suoi occhi di ghiaccio si soffermavano su quelli delle reclute, come a cercare conferme sulla tenacia del loro spirito guerriero. Molti sembravano trasalire nell’incrociare la profondità di quello sguardo, come se nelle pupille danzassero fuochi fatui, echi di mille battaglie.
Sul finire Matheus si accostò all’orecchio del Magister «Occorre procedere con il rito della vestizione adesso.»
«No» rispose Baltasar, senza rallentare «questa volta sarai tu a guidarli.»
Il Novicius faticava a mettere a fuoco il significato di quelle parole, poiché ciò che lasciavano trapelare era parso un traguardo talmente remoto da sembrare a volte impossibile da raggiungere.
«Il tuo noviziato è finito, Matheus» Baltasar si fermò, costringendo il ragazzo a guardarlo «non posso esporre le mie insegne oggi. Sarebbe prematuro, un errore strategico. Qualcuno potrebbe riconoscere di averle incrociate su altri mondi. Guiderai gli irregolari sul ponte. Io, rimarrò nell’ombra.»
L’esame finale lo attendeva, se avesse avuto successo sarebbe iniziato il lungo rito della Metamorphosis, che terminava con l’investitura ufficiale. Matheus tuttavia iniziava ad intuire la natura della Prova e non era certo di esserne all’altezza.
Baltasar sembrò intuirlo «Non dubitare di me Matheus, fidati del mio giudizio. Sei pronto.»
«Le mie analisi sono ancora incerte, ho spesso bisogno della vostra guida, e la Prova che credo mi attenda… richiederà un’abilità marziale fuori dal comune.»
«Se avrai bisogno di me, Matheus, io ci sarò sempre. Altrimenti farai le tue scelte, ti capiterà di avere grandi intuizioni e qualche volta di sbagliare, ma presto acquisirai l’esperienza necessaria a esaltare le tue grandi abilità» la determinazione del Maresciallo riusciva ad infondere grande coraggio «per quanto riguarda l’aspetto marziale, come più di una volta hai dimostrato sei uno dei Novicius più dotati di sempre e sarai un grande Magister Militum. Nel culmine del combattimento i dubbi spariranno, lascia che sia l’istinto a prendere il sopravvento e tieni la mente libera, i riflessi addestrati faranno il resto» proseguì dopo una breve pausa «mi rendo conto della difficoltà della Prova cui ti sto per sottoporre, ma tutto il tuo addestramento Matheus è finalizzato a questo. Un Magister è un abile stratega, ma non è un generale che osserva la battaglia da una collina, deve essere un grande condottiero e un’ispirazione per i propri compagni d’arme combattendo in prima linea alla testa delle sue schiere.»
«Sì, Maestro» Matheus chinò il capo in segno di deferenza.
«Non solo sarai all’altezza del compito, scenderai in campo e per quest’ultima volta, danzerai seguendo la musica che ho scritto per te e quando ti troverai al cospetto del demone più oscuro e terrificante che la tua mente possa immaginare, lo guarderai dritto negli occhi e gli staccherai la testa.»
Il Novicius trasalì. Era così dunque, sarebbe stato al centro del piano. Il fallimento non era contemplato.
«Ora recati nella Sacrestia, per questa volta indosserai i paramenti della mia famiglia, fino a quando non ne possiederai di tuoi. Rendimi fiero di te.»
Matheus era orgoglioso di questo privilegio, non aveva un Nomen, ma finalmente avrebbe potuto lottare per dimostrare di meritarne uno: «È un grande onore, Maresciallo.»
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