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L’affondo

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Alfredo, docente di filosofia in crisi, sembra essere diventato lo spettatore della propria vita. Ha quarantaquattro anni, un matrimonio alla deriva, un padre che comincia a dimenticare pezzi di mondo, una madre new age che lo esaspera e un futuro accademico in stallo.

La sua terapeuta post-analitica, la bizzarra dottoressa Orsini, gli prescrive un compito impossibile: riconnettersi al presente. Nel tentativo di farlo, Alfredo attraversa fallimenti, amori e fragilità: la fine del rapporto con Zoe, l’incontro inatteso con Amanda, la malattia del padre e la necessità di abitare un tempo che non gli appartiene più.

Ogni episodio è un affondo nel suo buio personale, ma anche un lento allenamento alla risalita.

 

Su uno sfondo filosofico si innerva un romanzo di formazione tardiva, che interroga il nostro modo di stare al mondo, di ricordare e di cambiare.

Capitolo Uno

Smettere di essere un fallito

Mancava circa mezz’ora all’appuntamento con la dottoressa Orsini, ostinata psicoterapeuta post-analitica, l’approdo incerto del mio naufragio spirituale.

Seduto su una delle scomodissime seggiole di modernariato della sala d’attesa, sotto lo sguardo miope di Fritz Perls, la cui stampa, appesa alla carta da parati decò, sembrava un tacito ammonimento, frugai mentalmente tra i miei obiettivi, o meglio, i miei «obiettivi presenti, abbandonando i sistemi di adattamento creativo del passato…»

Il compito, assegnatomi dalla dottoressa al termine dell’ultimo infruttuoso incontro, mi sembrava una contraddizione in termini: come poteva un obiettivo, per sua natura lontano, essere presente? Inoltre, in quale strampalata teoria un “sistema di adattamento” poteva essere creativo?

Mi ero sentito come certi miei studenti, quelli che si erano iscritti al corso di filosofia morale animati dai migliori propositi di conoscenza, ma sui quali era presto calato il sipario dello scetticismo: investire i propri vent’anni nell’uso metodico di stupefacenti, nel sesso più o meno occasionale, e in molte altre forme di divertissement era senza dubbio più avvincente di Heidegger e dei suoi problemi ontologici con il tempo.

Sulla soglia della porta, il faccione materno della dottoressa fece capolino: due occhi cerulei, sempre sbarrati, come a lasciar trapelare dello stupore immotivato, mi sorrisero: «Buongiorno Alfredo, venga pure!».

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Ogni volta che la salutavo, cedevo all’istinto di lusingarla con tutta l’ipocrisia di cui ero capace, forse nel goffo tentativo di rendere le sue valutazioni più mansuete: «Com’è elegante, dottoressa, questo colore le dona proprio, si tratta di un punto di salvia… o forse di menta?».

Sedendomi sul divanetto del peccato, quel giorno aggiunsi: «Ha cambiato qualcosa nell’arredamento? Mi sembra più luminoso del solito!».

La dottoressa, dietro alla sua scrivania in castagno, dalle venature porose e ambrate, contemplò assorta gli appunti della mia cartella e, dopo essersi lasciata scappare un distratto «Ho solo aggiunto delle orchidee», mi rivolse proprio la domanda che volevo eludere: «Allora, è riuscito a portarmi la lista dei suoi obiettivi presenti?».

«Apprezzo i suoi convenevoli, dottoressa! Anche lei crede che il climax sia un espediente narrativo sopravvalutato, vero?» La mia ironia spregiudicata ottenne solo silenzio, silenzio e orbite oculari stralunate. C’è qualcosa di profondamente iniquo nel modo in cui funziona lo sguardo: resta sempre catturato dai difetti, anche i più piccoli, che finiscono per prendersi la scena su tutto il resto. Era così che quegli occhi sproporzionati esercitavano una forza ipnotica sul mio controllo, trascinandomi oltre il confine dell’ossessione.

I miei obiettivi presenti… quella stronzata ronzò nella mia testa, come un’incombenza che avevo esiliato nell’angolo più angusto della mia agenda, al punto da dimenticarmene.

«Ci ho pensato, e sono giunto alla conclusione che si tratti di un’assurdità! Intendo, un obiettivo richiede tempo e spazio, movimento, immaginazione, se fosse presente perderebbe il suo statuto di obiettivo, non sarebbe più niente in pratica.»

La Orsini, fasciata nel suo completo anacronistico, dei pantaloni a vita alta e una casacca coordinata, con delle spalline leggermente imbottite e bottoni dorati, dopo aver annotato rapidamente qualcosa, non perse tempo a contrattaccare: «Facciamo così: lei deve darsi degli obiettivi nel presente, deve concentrarsi sulle sue convinzioni, emozioni e sensazioni fisiche! Deve riallacciare un rapporto con il presente! A lei piace il cinema, no? Ecco, provi a immaginare di viverlo in presa diretta!».

Avrei tanto voluto rispondere alla dottoressa Orsini che i tentativi di rendere prosaiche le sue sommarie prescrizioni di cura erano desolanti, che mi facevano sentire vittima di una truffa e, soprattutto, che la presa diretta tecnicamente aveva a che fare con il suono e la sua simultaneità rispetto all’immagine, quindi era pure un’allegoria di merda, ma mi limitai ad annuire sommesso.

«Bene, è molto semplice: voglio ricucire il mio matrimonio con quella che è ancora a tutti gli effetti mia moglie, diventare docente ordinario e smettere di essere l’accolito di un ottantenne, e se possibile che le mie idee abbiano una qualche utilità per gli studenti, per sperare in un futuro più umano… magari un successo alla Galimberti, ma con il sex appeal di Bernard-Henry Lèvi negli anni ’70!» mi scappò la mano. «Voglio tornare a vivere in casa mia, e non dover dormire su un materasso gonfiabile in quella che non posso neanche più definire camera, visto che mia madre l’ha trasformata in una specie di santuario new age del cazzo, e soprattutto voglio uno stipendio triplicato, che mi permetta di comprare la casa che desidero, senza chiedere prestiti ai miei genitori, sentendomi un perfetto fallito!»

Un lampo di soddisfazione illuminò gli occhi ovoidali della dottoressa, riempiti dal solito stupore ridicolo: «Eccellente! Questa è la rabbia che le serve per ritrovare il punto di contatto con l’ambiente! Lavori sulla sua spontaneità, lasci fluire le emozioni corporee, improvvisi…».

Mentre le parole della Orsini si facevano sempre più lontane e rarefatte, un’ondata di tristezza invase ogni fibra del mio corpo: perché ero di fronte a questo Kermit motivazionale? Perché un uomo di studio, di pensiero, era finito a pagare qualcuno per assistere alla propria umiliazione?

Mi ero lasciato convincere dallo sguardo costernato di mia madre? Dalle parole di Zoe sull’uscio, poco prima di tirarsi dietro la porta (“Devi prendere in mano la tua vita, fatti aiutare!”)? Dal sarcasmo del mio amico Luigi?

Erano tutti concordi sul fatto che fossi depresso. Per citare la dottoressa, ero affetto da “distimia”, che di fatto è un disturbo depressivo lieve ma cronico, e che a livello onomatopeico m’illudeva di essere nel campo più innocuo della costipazione intestinale.

Quando, quindici anni prima, conobbi Zoe, quella che sarebbe diventata, nel giro di un febbrile anno, mia moglie, le rivelai immediatamente che la natura malinconica del mio carattere era da ricercarsi nel nome di battesimo: i miei genitori, pochi giorni prima che nascessi, seguirono con commossa partecipazione i fatti di cronaca del 1981, documentati dalla Rai con una lunga diretta televisiva. Alfredino, il bambino caduto tragicamente in un pozzo nelle campagne di Vermicino, tenne il Paese intero con il fiato sospeso per circa due giorni, durante i quali si susseguirono una serie di tentativi di soccorso. Sul luogo dell’incidente accorsero speleologi, squadre di minatori, medici, persino il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che vegliò sugli scavi destinati ad aprire dei tunnel nel sottosuolo per salvare il bambino.

A nulla valsero tutti gli sforzi: il 13 giugno, dopo che lo stetoscopio calato nel buco del pozzo non rilevò più alcun battito cardiaco, una piccola telecamera della Rai fu calata a cinquantacinque metri di profondità e riprese il corpo senza vita di Alfredino, morto per asfissia.

«E i miei pensarono che fosse un bel nome da darmi! Ti rendi conto?» avevo scherzato, nel corso del nostro primo appuntamento.

Zoe, divertita, aveva risposto che in effetti era uno spunto un po’ macabro, ma anche una storia affascinante da raccontare, per lasciare il segno!

«Dici? Comunque io nel mio pozzo non sono affatto morto, anzi l’ho arredato con gusto e ci vivo piuttosto bene…»

«Mmm, d’accordo, allora aspetto un invito a cena: ci si arriva calandosi con delle funi o hai studiato un ingresso alternativo? Te lo chiedo perché nel primo caso evito di mettere la minigonna!»

Fin da quel momento, mi ero reso conto di avere di fronte un essere umano speciale, con un istinto vitale non comune.

La dottoressa Orsini si accorse della mia assenza, e non perse tempo a frenare brutalmente il mio escapismo: «Alfredo, mi sta ascoltando?».

«Certo, stavo cercando il punto di contatto con l’ambiente!» mentii, con un’enfasi del tutto innaturale.

«Bene! Allora il prossimo compito sarà questo: tutte le volte che si sentirà un fallito, parola che non mi piace affatto, ma è quella che ha usato lei, dovrà annotare le cause di quella sensazione, le emozioni che ne scaturiscono, e cercare di convertirle nel segno opposto, positivo, ripetendosi che lei sta facendo del suo meglio!» Gli occhi erano così sgranati che per un attimo temetti che avrebbero inghiottito tutto, me compreso, come due enormi buchi neri.

Con un sorriso di circostanza stampato sul volto acconsentii, simulando una disponibilità eccessiva per essere anche solo verosimile, quindi pagai ottanta euro e mi congedai dalla dottoressa, con la sensazione sempre più tangibile di essere un perfetto fallito. Un perfetto fallito truffato.

CAPITOLO DUE

Dissare Pescari

La sveglia, con un suono metallico e sincopato, mi destò all’improvviso dal sonno profondo indottomi dallo Stilnox, prescritto dalla Orsini insieme a una serie di benzodiazepine, da somministrare negli orari e nei dosaggi più disparati.

Dal materasso gonfiabile, scrutai nello specchio anticato, fissato sopra alla boiserie, il viso catatonico di uno sconosciuto: la barba incolta, i riccioli, spruzzati da un grigiore perlato, che curvavano in tutte le direzioni come a racchiudere l’entropia del mondo, gli occhi nocciola, ravvivati da pagliuzze color fieno, inghiottiti da due pozzanghere violacee, e il naso aquilino piegato su una bocca carnosa, che nascondeva una bella dentatura, un po’ ingiallita dalla nicotina.

Quel diorama, familiare e insieme estraneo, la cameretta di quando ero bambino, poi adolescente, e da ultima studio dei miei genitori, conteneva una buffa giustapposizione di presente e passato. Il poster di Christina Aguilera, sul ring con i pantaloni di pelle cut-out sul culo (di mia sorella Ada), affiancava la libreria stracolma dei tomi di storia e dei romanzi di Ken Follet di mio padre Carlo; gli oggetti sbeccati in avorio di Ildegarda (il soprannome assegnato a mia madre Ilde, per i suoi tanti talenti mistici, che comprendevano l’erboristeria, la cavitazione e i sogni premonitori), frutto di numerosi viaggi in Africa quando ancora ne era legale il commercio, si facevano largo tra le reliquie degli anni ’90: un vecchio casco a scodella, decorato con degli adesivi, uno stereo, dei CD piratati e alcune musicassette di gruppi musicali improvvisati sui banchi del Parini, araldi delle feste dell’occupazione e delle bettole autogestite.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giulia Gioanina
Milanese, classe ’89, si laurea alla Statale di Milano in Filosofia con una tesi sull’autodistruzione della modernità, rilevandone le contraddizioni intrinseche.
In seguito consegue un Master in Sceneggiatura e Produzione, e lavora come autrice televisiva.
Ha collaborato con testate giornalistiche e podcast, curando anche la rubrica “Angostura: a bitter interview”. Le sue storie si muovono tra riflessione e leggerezza, attraversando le tensioni del presente con uno sguardo insieme critico e vitale. “L’affondo” è il suo romanzo d’esordio.
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