La sveglia sul mio comodino segna le 5:45 quando decido di smettere di fingere di dormire.
La stanza da letto è ancora immersa in quella penombra azzurrina che precede il sorgere del sole a inizio settembre. Fuori, il silenzio del 6quartiere è rotto soltanto dal passaggio occasionale di un’auto sulla statale e dal primo, timido cinguettio degli uccelli tra i rami del grande pino davanti alla finestra.
Mi tiro su a sedere sul bordo del letto, infilo i piedi nelle pantofole di cotone e rimango immobile per qualche secondo, con le mani sulle ginocchia. Ho trentadue anni, insegno alla scuola dell’infanzia da quasi dieci, eppure la mattina del primo giorno di scuola è sempre la stessa storia: uno stomaco contratto, un battito cardiaco leggermente accelerato e la testa piena di interrogativi.
Vado in cucina a passo felpato, per non svegliare il resto del condominio. Metto la moka sul fuoco e, mentre il caffè comincia a gorgogliare diffondendo nell’aria un aroma caldo e rassicurante, mi avvicino al tavolo dove ieri sera ho dislocato il mio kit di sopravvivenza da maestra: il registro nuovo di zecca con la copertina rigida blu, la trousse con le penne colorate, una manciata di timbri a forma di stella e la pianta della classe disegnata a matita su un foglio a quadretti.
Guardo quella mappa per la centesima volta. La sezione dei “Piccoli”, la mia sezione. Quest’anno avrò quindici bambini di tre anni appena compiuti. Per la maggior parte di loro, quella porta di legno chiaro rappresenterà il primo vero distacco dalla protezione della casa, dai lettoni dei genitori, dal ritmo ovattato della famiglia. Sarò io la persona a cui tenderanno la mano con le dita ancora appiccicose di marmellata. Sarò io a dovere offrire una spalla per i pianti disperati delle nove del mattino e a dover inventare storie capaci di far dimenticare la nostalgia della mamma.
Verso il caffè nella mia tazza preferita, ne sorseggio un sorso bollente e guardo fuori dalla finestra. Il cielo si sta tingendo di rosa e arancione.
«Ce la farai anche quest’anno, Giulia», mi dico a bassa voce. È un mantra che mi ripeto da quando avevo ventidue anni e affrontavo la mia prima supplenza con le mani tremanti e la paura di non essere mai abbastanza all’altezza.
Alle 7:30 varco il cancello in ferro battuto della scuola “I Girasoli”.
L’edificio è una costruzione a un solo piano con intonaco color pesca, immersa in un grande giardino piantumato a ulivi, pini e cespugli di lavanda. A quest’ora della mattina non c’è ancora nessuno, a parte custode Mario che sta spazzando i viali d’ingresso con un gran manico di saggina.
«Buongiorno, maestra Giulia!» mi grida Mario, alzando una mano calva e rugosa. «Pronta per la maratona?»
«Buongiorno Mario! Prontissima. Come si presenta la situazione dentro?»
«Lindo e pinto! Ho passato la cera ieri sera fino alle otto. Sembra uno specchio. Ma vedrà quanto dura una volta che entrano i piccoletti…» ridacchia lui, scuotendo la testa con affetto.
Apro la porta della mia classe e mi fermo sulla soglia, facendo un respiro profondo. L’aria all’interno ha un odore unico e inconfondibile, una miscela quasi magica che mi riempie i polmoni: la cera fresca per i pavimenti, la plastica nuova dei giocattoli appena tirati fuori dagli scatoloni, la carta intonsa dei fogli da disegno e quel retrogusto dolciastro di lavanda che filtra dalle finestre aperte sul giardino. È l’odore delle promesse non ancora scritte, dell’inizio di un nuovo ciclo.
La classe è un capolavoro d’ordine. Nei giorni scorsi ho passato ore a disporre i banchi in legno chiaro a formare tre piccoli isole da quattro posti ciascuna. Nell’angolo a destra ho allestito la zona della lettura, con un grande tappeto circolare di feltro blu e una montagna di cuscini morbidi a forma di nuvola e di stella. Poco più in là c’è lo scaffale dei giochi liberi: i mattoncini di legno ordinati per dimensione, le macchinine riposte nelle loro scatole rigide e il tavolo dei travasi con una vaschetta capiente riempita di farina di mais gialla e lucente, pronta per essere travasata con cucchiai e bicchieri di plastica.
Sulla parete principale, ridipinta di verde mela, ho appeso un grande cartellone bianco con la scritta colorata: «Benvenuti nella sezione dei Piccoli!». Sotto la scritta, quindici sagome di foglioline colorate aspettano di accogliere le foto e i nomi di ciascun bambino.
Mi avvicino alla mia cattedra e comincio a disporre i barattoli dei pastelli a cera. È un mio piccolo rituale ossessivo, lo ammetto: divido i pastelli per tonalità cromatica. I blu e gli azzurri nel primo barattolo, i rossi e gli arancioni nel secondo, i verdi nel terzo, i gialli e i rosa nel quarto. Vedere quei cilindri colorati perfettamente allineati mi dà una sensazione di controllo, di pace prima della tempesta.
Sistemo il grembiule azzurro, infilo il cartellino con il mio nome pinzato sul colletto, mi specchio per un istante nel vetro della finestra e accarezzo la piega dei miei capelli biondi raccolti in uno chignon morbido.
Sono le 8:25. Mancano cinque minuti all’apertura dei cancelli.
Il momento dell’ingresso è una marea montante.
Quando scoccano le 8:30, il corridoio della scuola si riempie improvvisamente di passi affrettati, voci che si sovrappongono, cerniere di giacche che si aprono, raccomandazioni dei genitori sussurrate a bassa voce e i primi singhiozzi soffocati.
Mi posiziono sulla soglia della mia aula con il mio sorriso più caldo e accogliente, piegandomi leggermente sulle ginocchia per essere alla stessa altezza degli occhi dei bambini che varcano la porta.
«Buongiorno! Benvenuti! Ciao tesoro, io sono la maestra Giulia… come ti chiami?»
I primi arrivi sono relativamente tranquilli. Arriva Sofia, una bambina minuta con due codini neri e un ciuccio stretto tra i denti, che si aggrappa alla gamba della madre con tutte le sue forze prima di lasciarsi convincere da un peluche a forma di coniglio. Arriva Matteo, un bimbo paffuto con una salopette di jeans, che entra sorridendo e si dirige subito, senza incertezze, verso la pista delle macchinine. Arriva Chiara, scortata da un papà vistosamente commosso che le scatta cinque foto con il cellulare prima di salutarla con un bacio sulla fronte.
Nel giro di quindici minuti, l’aula si riempie di una vitalità caotica. I bambini esplorano lo spazio, toccano gli arredi, si guardano a vicenda con timidezza. Gestisco tre crisi di pianto contemporanee, distribuendo fazzoletti di carta, carezze sulla testa e risposte rassicuranti alle mamme ansiose che indugiano sulla soglia con lo sguardo smarrito.
Siamo a quota quattordici bambini. Il quadro è quasi completo.
Sono esattamente alle 8:48 quando la porta di legno chiaro non si apre semplicemente: viene letteralmente spalancata da una spinta vigorosa.
Non è un ingresso normale. È un’onda d’urto fisica ed emotiva che investe l’intera stanza.
Dietro a una donna sulla trentina, con i capelli castani legati in una coda disordinata, una borsa da lavoro in pelle che pende pericolosamente da una spalla e un’espressione di apnea perenne stampata sul volto, spunta una testa di ricci dorati e ribelli.
Ha tre anni, forse qualcosa in meno a giudicare dalla stazza, ma si muove con la velocità e la determinazione di una meteora. Ha due occhi azzurri talmente grandi, luminosi e mobilissimi che sembrano catturare e riflettere ogni singolo raggio di luce presente nella classe.
È Leone.
Prima ancora che io possa fare un solo passo verso di loro, prima che io possa pronunciare il mio consueto «Buongiorno, benvenuti», Leone ha già spezzato il contatto con la mano di sua madre. Non si guarda intorno per orientarsi. Non mostra il minimo cenno di timidezza, esitazione o paura.
Con uno scatto felino, si fionda verso la mia cattedra.
Il suo braccio si allunga verso il bordo della scrivania e, con un movimento unico, fluido e incredibilmente rapido, travolge il primo barattolo della mia collezione: quello dei pastelli azzurri, meticolosamente ordinati per sfumatura.
Il barattolo di plastica dura cade a terra con un rumore secco che fa ammutolire per un secondo l’intera stanza. I pastelli cerati si spargono sul linoleum tirato a lucido da Mario, schizzando in ogni direzione, rotolando sotto i banchi, dietro la cattedra, fino ai piedi dei genitori rimasti sulla soglia.
Io rimango un istante congelata nella mia posizione piegata, con il sorriso d’ordinanza bloccato a metà strada tra la sorpresa e lo sconcerto.
Leone non si gira nemmeno a guardare quello che ha fatto. Non c’è alcun suono di rottura nella sua percezione; per lui i pastelli sul pavimento appartengono già al passato. La sua attenzione è stata istantaneamente catturata da un camion dei pompieri rosso fiammante posizionato sullo scaffale più alto dei giochi liberi.
Senza rallentare la corsa, si lancia verso lo scaffale. Nel tragitto inciampa nel bordo del grande tappeto blu delle storie, perde l’equilibrio, ruzzola a terra facendo un ruzzolone completo, ma si rialza in un millesimo di secondo senza emettere un singolo lamento o controllarsi le ginocchia. Afferra il camion dei pompieri e comincia a far ruotare la scaletta di plastica producendo un suono acuto con la gola, una sirena personale riprodotta a tutto volume: «Wiii-uuu-wiii-uuu!».
«Leone! No! Quante volte ti ho detto che non si corre! Chiedi subito scusa alla maestra!»
La voce della madre è un pianto trattenuto, un mormorio denso di rassegnazione e stanchezza accumulata. Si china freneticamente a raccogliere tre pastelli azzurri che le sono rotolati vicino alle scarpe da ginnastica, poi si rialza e mi guarda.
Nel suo sguardo c’è qualcosa che va oltre la semplice vergogna del momento. È la stanchezza profonda di chi vive in uno stato di costante emergenza. È lo sguardo di una madre che si sente perennemente giudicata dagli sguardi altrui, che sa già cosa stanno pensando gli altri genitori presenti nella stanza: «Ecco il bambino maleducato. Ecco la madre che non lo sa gestire».
Mi alzo in piedi, cerco di riacquistare la mia postura professionale e mi avvicino a lei con passo calmo, cancellando ogni traccia di fastidio dal mio viso.
«Non si preoccupi… signora?» azzardo, allungando la mano per farmi consegnare i tre pastelli che stringe nei pungi.
«Elena. Mi chiami Elena, la prego», dice, cedendomi i pastelli con le dita tremanti e stringendosi la borsa al petto come se fosse una corazza. «Mi dispiace immensamente, maestra Giulia. A casa è… ecco, è una forza della natura. Stamattina era così agitato all’idea di venire a scuola che non è riuscito a stare seduto a tavola per fare colazione. Ha bevuto un sorso di latte in piedi e poi ha cominciato a saltare sul divano.»
«È del tutto normale il primo giorno, Elena», rispondo, usando la mia voce più calda e modulata, quella studiata appositamente per abbassare il livello di cortisolo nelle mamme in ansia. «La novità, l’ambiente nuovo, la presenza di altri bambini… è un accumulo di stimoli che rende tutti i piccoli un po’ elettrici. Non c’è davvero alcun problema per i pastelli, li raccoglieremo dopo.»
Mentre parlo con Elena, però, la mia attenzione divisa resta puntata su Leone.
I bambini “vivaci” li conosco bene. In dieci anni di insegnamento ne ho visti a dozzine. Sono quei bambini che amano correre, che fanno un po’ di fracasso, che litigano per un giocattolo ma che, di fronte a una voce ferma o a un cambio di attività, si fermano, si stancano, si lasciano distrarre da un peluche o si rannucchiano su una sedia a succhiarsi il pollice.
Leone non appartiene a questa categoria. Leone sembra muoversi secondo leggi fisiche del tutto personali.
Nel giro di sessanta secondi — li conto mentalmente mentre mantengo la conversazione con la madre — Leone fa esattamente quanto segue:
- lascia cadere il camion dei pompieri per terra (il camion ruzzola contro la gamba di un altro bimbo che inizia a piagnucolare).
- schizza verso la finestra principale, battendo entrambi i palmi contro il vetro per seguire il volo di una vespa all’esterno.
- si gira di scatto come se fosse stato colpito da una scarica elettrica, vede Matteo che sta costruendo una torre con i blocchi di legno chiaro e gli sfila di mano il blocco più grande.
Non c’è cattiveria nel suo gesto. Ho imparato a leggere gli occhi dei bambini: nei suoi non vedo l’ombra della sfida, la malizia del dispetto o il desiderio di fare del male al compagno. Vedo soltanto una fretta disperata, una fame insaziabile di toccare, sperimentare, muoversi, vedere tutto ciò che lo circonda prima che possa scomparire. È come se il suo cervello elaborasse le informazioni visive e tattili a una velocità tripla rispetto a quella dei suoi coetanei, senza lasciare alcun margine al pensiero di attesa.
Matteo, derubato del suo mattoncino, scoppia in un pianto dirotto. La mamma di Chiara, ancora sulla soglia, lancia un’occhiata severa prima verso Leone, poi verso sua madre Elena, e infine verso di me. È lo sguardo muto di una comunità che richiede ordine: E adesso, maestra, come gestisce questo elemento?
«Leone, tesoro», mi avvicino a lui, abbassandomi alla sua altezza senza toccarlo. Uso la mia voce “da gestione crisi”: profonda, fermissima, ma priva di qualsiasi nota di rabbia o minaccia. «In questa classe non si strappano i giochi dalle mani dei compagni. Guarda, Matteo stava costruendo una torre. Se ti va di giocare con il legno, ci sono tutti questi altri blocchi nel cesto.»
Leone si gira verso di me.
Per un millesimo di secondo i nostri sguardi si incrociano in modo diretto. Le sue pupille sono enormi, vibranti, coperte da un velo di sudore leggero sulla fronte. Sento il suo respiro accelerato, la gabbia toracica del suo piccolo petto che sale e scende con la frequenza di quella di un cucciolo che ha appena corso un chilometro a perdifiato. Sento la sua energia cinetica investirmi come una corrente d’aria calda.
Mi guarda, ma è uno sguardo che non si ferma. È come se stesse guardando me e contemporaneamente stesse già elaborando il colore del mio grembiule, il rumore dei passaggi in corridoio e il riflesso giallo della farina di mais sul tavolo dei travasi dietro le mie spalle.
Senza pronunciare una singola parola, molla il mattoncino di legno che va a impattare contro il pavimento con un rumore sordo, mi passa di fianco sfiorandomi appena il braccio ed entra in rotta di collisione con il tavolo dei travasi.
Infila entrambe le mani nella vaschetta della farina di mais gialla.
Prima che io possa fare un solo passo indietro per avvertirlo, Leone solleva le braccia verso l’alto e apre le dita.
Una nuvola d’oro finissimo si solleva nell’aria tiepida della mattina di settembre, fluttua per un istante sopra le nostre teste e poi si deposita delicatamente, come un velo di polvere dorata, sul pavimento, sul tappeto e direttamente sulle mie scarpe scure da lavoro, appena lucidate.
Sulla soglia dell’aula, Elena si copre il viso con entrambe le mani.
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