Questo libro nasce da anni trascorsi tra binari, ritardi e coincidenze mancate.
Dentro ci sono viaggi realmente accaduti, ritardi classificati quasi scientificamente, tecnologie che complicano ciò che dovrebbero semplificare, stazioni che sembrano progettate per mettere alla prova l’orientamento umano e fatti di cronaca così assurdi da sembrare inventati. C’è chi si siede dove vuole, chi urla al telefono e chi affronta ogni viaggio con un trolley degno di un trasloco. Ci sono i pendolari, i controllori, i viaggiatori occasionali e tutti quegli esseri umani che, per qualche ora, condividono lo stesso spazio e lo stesso destino.
Si ride delle situazioni, ma dietro ogni episodio c’è anche il tentativo di capire che cosa racconti di noi.
Perché questo non è propriamente un libro sui treni.
È un libro sulle persone che i treni li prendono, sulle cose che succedono mentre si viaggia e su un Paese che, tra disservizi e odissee quotidiane, continua ostinatamente a raccontare sé stesso
Perché ho scritto questo libro?
Avete presente quando si dice «Ne ho viste talmente tante che potrei scriverci un libro»?
Ecco. L’ho scritto.
Ora spero di poterlo pubblicare… ma questo dipende da voi!
ANTEPRIMA NON EDITATA
Estratto del capitolo “compagni di viaggio”
A bordo del treno viaggia un vero e proprio campionario umano: c’è chi considera le più basilari regole di convivenza delle leggende urbane, chi trasforma il tavolino in un banchetto degno di un re e chi urla al telefono come se la carrozza fosse un palco da rockstar.
Ci sono posti occupati senza pietà, borse abbandonate, famiglie con bambini e viaggiatori solitari che combattono, eroicamente, per la sola sopravvivenza.
Sono loro i protagonisti che rendono ogni viaggio in treno un’esperienza unica: spesso esilarante, a volte esasperante, sempre indimenticabile.
Cominciamo con i posti di blocco umani.
Li vedi appena metti piede sul vagone. Salgono e si piantano nel corridoio, radicati come un acero campestre e rigidi come una guardia reale inglese.
Non si siedono, non si spostano, non forniscono spiegazioni e non accettano aiuto.
Aprono lo zaino, tirano fuori il biglietto, lo controllano sei volte e poi osservano i numeri dei sedili come se stessero decifrando le coordinate di un satellite spia.
Nel frattempo, dietro di loro, una fila di passeggeri in attesa sviluppa lentamente la sindrome di Stoccolma. Qualcuno si azzarda a chiedere permesso timidamente, ma di norma nessuno osa dire nulla. Tutti guardano l’orologio, poi il soffitto, poi di nuovo l’orologio, sperando in un miracolo logistico.
Appena il blocco cede e raggiungi il tuo posto, capita non di rado di trovarti faccia a faccia con quelli che io chiamo i colonizzatori.
Gente che ha un solo biglietto ma occupa mezza carrozza.
Zaino sul sedile accanto, giacca su quello di fronte, bottiglietta, telefono, libri e riviste sul tavolino: un piccolo impero personale su rotaie. Quando arrivi e dici, con voce educata, che dovresti sederti, ti guardano come se li stessi sfrattando da una proprietà di famiglia e danno inizio alla cerimonia dello spostamento. Lenta, solenne, teatrale.
Rimuovono lo zaino come la salma un parente stretto, fingendo sforzi sovrumani, piegano giacche e cappotti con la vivacità del cambio stagione, spostano la bottiglietta con lo sguardo di chi sembra dire: “spero tu sia felice, distruttore di equilibri.”
Poi ci sono i pellegrini del corridoio.
Hanno il posto nella carrozza 9 ma salgono alla 2. Perché lo facciano, resta un mistero.
Forse hanno paura di rimanere a terra, forse fretta di abbandonare qualche accompagnatore appiccicoso.
Attraversano i vagoni uno dopo l’altro, trascinando trolley e chiedendo scusa ogni tre passi, come in una processione penitenziale tra i sedili. Quando finalmente raggiungono il loro posto, sembrano sopravvissuti a una traversata biblica. Gli anziani, invece, sono una categoria a parte.
Mi piacciono molto. Mi fanno sorridere.
Sarà un luogo comune, ma è un luogo comune incredibilmente frequente: lei trova subito il posto, lui no.
Non accetta che sia così semplice.
Sventola il biglietto come un volantino di rivolta sindacale, borbotta qualcosa sui treni che prendeva mezzo secolo prima e conclude che, ormai, non si capisce più niente.
Per la moglie, invece, è tutto chiarissimo.
Inutile dire che il posto trovato dalla moglie non è mai quello giusto: è una questione di principio. Ne va del suo orgoglio.
Comincia a chiedere conferma a chiunque si trovi a tiro, mentre lei lo guarda in silenzio. Lo conosce da una vita e lo lascia fare. Alla fine, si siedono.
Lei sorride. Lui resta col muso lungo per tutto il viaggio, come se il treno l’avesse tradito personalmente.
Ogni viaggio è una commedia umana su rotaie, dove ognuno recita senza sapere di essere osservato.
Fermiamoci un momento: certi comportamenti meritano un approfondimento. Non per giudicare, solo per divertirci un po’.
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