ANTEPRIMA NON EDITATA
TRANCE SIBERIANA
I treni in Russia sono terribilmente rumorosi.
Non lo dico per lamentarmi a caso: non si riesce a pensare; parlare e urlare sono un’unica faccenda.
Guardi la gente e pensi di essere in un film. Muto. Di quelli russi, di una volta, dove si disperano, rotolano e prendono a mazzate. Inoltre l’illuminazione è così scarsa che il bianco e nero è connaturato.
Dicono che ci si abitua subito. E conviene: da San Pietroburgo a Vladivostok sono tre settimane di viaggio.
Si va, si va, si va. Si entra in galleria, si esce dalla galleria. È giorno, è notte. Se ti chiudi per bene ti puoi immaginare che il giorno sia notte. Puoi inscenare una notte di tre settimane, se ti va. Il contrario non riesce, mai. Quindi è notte, per lo più. È dura, da queste parti, per tre settimane.
Qualcosa di positivo però c’è: vagando avanti e indietro sul treno come automi si finisce per conoscere persone di qualsiasi genere, che vengono da ogni parte del mondo. L’altra notte (o era chiuso per bene?), ho conosciuto una donna interessante. Era carina, portava un copricapo tradizionale, cioè, dando per scontato che possa essere tradizionale da qualche parte. Si chiamava Atrea. Lo so per certo perché dopo avermelo gridato parecchie volte, me l’ha scritto su un biglietto: so di bambini ai quali in occidente danno nomi di marchi, a volte anche a pagamento. Per dire, so che dalle mie parti c’è l’A2A. Immagino che qui in Russia dove la questione energetica è così importante, A3A sia un discreto miglioramento. Ci sarà magari anche A4A, magari, ma forse è un nome da maschio. Poi è stata lì a lungo a scrivere su un altro biglietto. Me l’ha passato con un sorriso strano, ma forse è normale nei luoghi esotici da dove viene, bizzarri al punto da considerare tradizionale un copricapo del genere. Inebetito ho guardato il foglio a lungo senza comprendere nulla: non so leggere il cirillico. Quando ha capito che non c’arrivavo m’ha fatto un sacco di gesti strani, e io credevo d’aver capito che quello fosse il mio ritratto. Ho accartocciato la faccia e me la sono filata via.
Vi ho già detto di quanto sono spaventosi i treni, in Russia? Avete presente, in Europa, quando al binario arriva un catorcio innominabile, sul quale non solo temete di salire, ma che vi repelle al punto che poi manco vi sedete? E allora qualcuno dice: Sarà una di quelle carrozze che provengono dallo smantellamento dei beni dell’Unione Sovietica. Come a dire: peggio non si può. Ingenui! Si può, si può: qui in Russia circolano i treni che provengono dallo smantellamento di cosa, secondo voi? Noi a volte ce lo chiediamo sgomenti, scambiandoci certi sguardi muti… che me li sogno la notte.
Un’altra conseguenza del fracasso è che il sonno è discontinuo. Non si riesce mai a dormire se non al massimo per un paio d’ore di fila, e ci si sveglia sempre in subbuglio perché sono carrozze dal movimento erratico, che va assecondato. Per forza di cose, a un certo punto, la privazione costante del sonno finirà per sprofondarvi in una specie di coma che durerà chissà quanto, di certo fino al momento in cui vi ritroverete a rotolare in mezzo a un corridoio. A uno che ho conosciuto bene, Igor, è capitata una cosa così poche ore prima di arrivare a Vladivostok. Naturalmente si è risvegliato sulla via del ritorno e se n’è accorto soltanto a metà viaggio. Anche questa tara proviene dalla dismissione dei beni dell’Unione Sovietica, quando insegnavano che si va sempre avanti, anche quando si crede di andare indietro. È chiaro! Anche di notte!
Stavo con Igor a guardare fuori dal finestrino il sole basso sull’orizzonte e ho visto che cominciava a gonfiare i polmoni a dismisura, cosa preoccupante in altri contesti, ma che qui significa soltanto che qualcuno sta prendendo abbastanza fiato (di solito poi sviene) per dirvi qualcosa, e infatti, con la faccia stralunata, mi fa: È l’alba o il tramonto? Io l’ho osservato a lungo per capire se mi stesse prendendo in giro. Poi ho pensato: per sapere se è l’alba o il tramonto basta sapere in che direzione stai andando. In effetti, non lo sapevo. Era capitato anche a me. E chissà quante volte, poi. Non avevo il coraggio d’ammetterlo: era lì pietrificato che fissava il sole che andava giù andava giù andava giù con la faccia di uno che vorrebbe tanto fosse l’alba, invece. Allora ho preso tutto il fiato che avevo, mi sono piegato indietro per sfruttare l’effetto catapulta, e gli ho gridato: È il tramonto, cretino! E per un attimo mi sono sentito bene, compiacendomi della sua triste espressione di inferiorità. Quando si è voltato verso di me, nei suoi occhi ho riconosciuto lo sguardo che Aronne scoccò quando vide tornare Mosè.
C’è gente che, quando riesce a scendere dove deve, e succede quasi sempre per caso, è costretta a ricorrere a una vera e propria riabilitazione. Di norma ci mettono tre settimane, le tue orecchie, per tornare a sentire in modo normale. Poi, a volte, passi un mesetto buono a camminare appoggiandoti ai muri, strisciando sul culo.
A volte si esce da una galleria e si sente suonare della musica classica. Pezzi corali, di solito, sempre di genere religioso.
So di un tizio che, sceso a Krasnojarsk, è corso dentro a una locanda e ha fatto un’ordinazione a 120 dB. Molti clienti l’hanno prelevato di peso e l’hanno sbattuto di nuovo sul treno. Capite? A volte succede anche così.
Ad esempio, quasi nessuno dei passeggeri è al debutto. In alcuni casi mi hanno fatto capire che prima di riuscire a tornare stabilmente sulla terraferma possono statisticamente passare anche periodi di cinque-sei anni. Ovviamente, più si va avanti e più è difficile il rientro in società.
Ci sono bambini che sono nati qui, e le loro mamme hanno paura di uscire nel mondo di fuori: i figli non sanno che esiste qualcosa al di là del treno, così a questo punto, francamente, sembra brutto, dirglielo. Forse daranno il via a una generazione pura che vivrà l’intera esistenza qui sopra riproducendosi, inaugurando una vera e propria civiltà aliena su questa terra. Ho visto un bambino, l’altro giorno, che faceva segno a un signore di non aprire il finestrino, che l’aria di fuori è velenosa.
Ero con Igor. Tanto per cambiare guardavamo il sole all’orizzonte. Il treno ha dato uno strattone che mi ha sorpreso, sono finito per terra e la roba che avevo nelle tasche è volata via dappertutto. Igor ha raccolto il biglietto che mi aveva dato A3A. L’ha letto e mi ha domandato con espressione stupefatta: “Perché, AIUTO!”?
Ho visto una luce abbacinante, credo fosse il sole dell’avvenire, non so dire però se fosse all’uscita o all’ingresso della galleria.
SI RINCORRONO, LE MIE OMBRE
Si rincorrono fra le molte luci del centro, le mie ombre. E riflesso sulle vetrine veloce scorre il mio profilo, che la coda del mio occhio traccia minuziosamente. Mi-nu-zio-sa-men-te.
Cosa faremmo, senza le parole? Avremmo ancora fame, freddo, sonno? Sentiremmo ancora il dolore e la fatica?
Non so provare nulla senza che nella testa mi compaia subito la forma di una parola. Precisa, solida, sperimentatissima. Vanno e vengono, dentro e fuori, continuamente. Così tante che rischi di dimenticarle, e con esse la sensazione di quel momento. Ad esempio… qual era quella parola? Quella che sentii uscendo dal bar, l’altra notte? Qualcuno la disse rivolta a me, lo capii, e mi risvegliò dentro, all’istante, una sensazione di freddo, una paura. Astratta. Perché era una parola così strana, desueta, indeterminata, al punto che la dimenticai subito.
E in quella parola forse c’era la chiave di volta.
Paura di morire. Torre altissima. Sguardo fiero, all’orizzonte. Lucente.
E chi fu a pronunciarla? Ricordo solo facce indefinite. Immediatamente l’umanità precipita racchiusa in una forma innominata.
S’accapigliano, si spintonano da mattina a sera, senza sosta s’azzuffano, a ogni istante. Dove sono, tutti?
Riecheggiano, i miei passi. Gravi, sorprendenti. Sono più pesanti di me, i miei passi. Li sento replicarsi nel vuoto delle case che fiancheggiano la strada. Denunciandomi, scivolano sull’umido lucido del pavimento sotto i portici. Nella nebbia che mi circonda. Tra i tetti rimbalzano per poi tornarmi indietro inferociti dalle grondaie. Dentro i camini, i miei passi. Infuocati, roventi. Ma dove sono, tutti?
Ricordo, se ne parlò. Si disse. C’era, nell’aria, qualcosa peggiore della nebbia che inspiro, qualcosa che viaggiava da tanto di quel tempo! Sarebbe arrivata, così raccontavano: prima o poi sarebbe accaduto. Quella cosa giungeva a noi dopo un viaggio lunghissimo: ormai era inevitabile. S’erano manifestati diversi segni, no? Se ne parlava giusto per parlare? Cos’era? Non so. Non mi perdo in chiacchiere, io. Solo nella mia testa.
Avanza, cammina, non pensarci. Veloce ma composto: ordinario, verso casa, al sicuro. Al caldo.
Già, che qui è freddo, gelido. Tutta mia la città, un deserto che conosco. Gelido. Gelidi son di notte, i deserti. Nessun abbraccio che li scaldi, troppo lontane le stelle.
E poi: perché ho lasciato la sua casa, perché ho lasciato Isabella? Me ne sono andato o son fuggito? Ora, fuori dalla sua mente, vago solitario, senza scopo. Con lei qualcun altro, ora, da scaldare. Le persone passano.
I miei passi: lucidi, neri. Poi: fruscio, bisbigliare, ombre non mie, laggiù: gente dietro le colonne, vi s’attorciglia come fumo, poi svanisce, si disperde nella nebbia. Qualcosa che sta per arrivare, dicevano le voci, ora lontane. Da lontano, arriverà, è inevitabile. Lontano. Sparire, tornare.
Rincasa, su, presto. Non farti prendere dal timore. Non correre, non attirare l’attenzione.
Di chi? At-ten-zio-ne. Hai visto, stamattina, quei tizi che correvano. Dove scappavano? Da chi? Attenzione. A chi? Ne vedo sempre di gente che corre. Ma che scappa? È importante saper notare la differenza tra il correre e lo scappare. Non mi guardate. Coraggio. Devo farmi coraggio, che mi succede? Mi sembra di sfilare attraverso ali di folle invisibili. Il passo veloce diventa una mezza corsa. Coraggio, devo avere, d’andar veloce senza oltrepassare il confine fra corsa e fuga. Coraggio, sì, ma la verità è che la paura è più antica della morte.
Venne prima, giunse subito, era già qui. Dice: E luce fu. Bene. Ma prima, nel buio, la paura c’era già. Superato il gelo siderale del deserto cosmico trovò finalmente un luogo dove precipitare. Tremavamo. Muti. Non gridavamo il nome del pericolo, allora, non lo nominavamo, non lo chia-ma-va-mo. Ci tenevamo abbracciati, stretti, al caldo, tremanti, al caldo ma tremanti. Insieme! Non c’era bisogno del coraggio. Non c’andavamo al buio, da soli, di notte. Non chiamavamo il pericolo.
Luci spente, tutte spente. Questo luogo è vuoto vuoto vuoto!
Morire di paura. Profondissimo pozzo. Capo chino, incassato. Nero.
Respira con calma, non t’affannare. S’appanna il cielo, al mio respiro, a quello d’ognuno. Appanna la volta l’alito degli alberi. Ma quali alberi, quale volta? È forse il cielo quella dolciastra fluorescente buccia di mandarino rovesciata sopra i tetti, oltre il velo lattiginoso che sfoca la città? Città che frammenta la mia ombra in molte ombre, un esercito in fuga. In ordinata ritirata. Non rotta: retta. Ordinata. Retta. Ordinata. Rotta. Strettamente: ri-ti-ra-ta.
Moltiplicano in molti pensieri il mio pensiero, le parole della città.
Le stelle non ci sapranno più trovare.
È sabato. Sono sempre tutti fuori città, di sabato. La sera, poi… lo vedi che è normale, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ma nooo! Non così! Non sono mai così tanto tutti fuori! Qui non c’è davvero più nessuno. E non volano gli aerei in cielo, e non sento moltiplicarsi lo squillare a vuoto di telefoni dagli androni abbandonati. Immobili.
Nel movimento il calore. Il gelo nelle pietre, nelle statue, nei petti degli eroi morti. Arde il cor dell’ardito. Di ghiaccio, quello del pavido. Io, ordinato, ripiego, in ritirata. Procedo. Pro-cedo. Vento, ora. Nebbia che si dissolve. Anche lei, lontana. E rimaniamo davvero soli, io e la città. E il vento. Il giorno in cui non ci sarò più, e la città giacerà morta, erosa, abbattuta dai tempi, resterà soltanto il vento a cantare il mondo.
Occhi, che mi guardano. Me li sento addosso, piovono dalle finestre, sparati dalle porte socchiuse.
Rendi il tuo passo più breve e veloce, stringiti nelle spalle, avvolgiti nei panni.
Non c’è nessuno che ti guarda. Non è la paura a farteli immaginare, ma la solitudine. La so-li-tu-di-ne, caro mio. Fattene una ragione: nessuno prova interesse per te. Quella cosa arriverà, da lontano, e ti sorprenderà solo, freddo, immobile, col tuo cuore ghiacciato ma ben avvolto fra i tuoi inutili stracci.
Lenta plana una foglia, poi ecco, sembra reagire, sbanda, scende ancora giusto per un istante, s’impenna: cade. È come me, la foglia. Come me.
Albero vita, respiro che appanna il cielo, focolare, calore, famiglia, tana.
Pelo dritto, coda fra le gambe, pupille dilatate, occhi socchiusi, chiusi, paralisi o tremore. Saprai udire un capello cadere a un chilometro di distanza, percepirai il movimento d’un insetto alle tue spalle, ma non saprai fare unpiùnoddue, nossignore, non lo saprai fare!
Mi hanno lasciato qui da solo di proposito. Quando quella cosa arriverà, mi troverà qui, solo. Non avrà tanto da scegliere. Non importa quanto io sia abbietto e misero: prenderà me.
Ma a casa non mi troverà, quella cosa.
Degli uomini sul pontile, oggi pomeriggio. Appoggiati al parapetto. Uno a un certo punto ha indicato qualcosa, un punto in mezzo al cielo. La gente che nel frattempo passava alle loro spalle alzava lo sguardo e annuiva. Io ho preferito non guardare. Mi fa orrore che si debba vedere ciò che uno indica, qualsiasi cosa sia. O non sia. Sia, sono un asociale, un sociopatico, per questo avranno scelto me.
Manca poco. Poco alla salvezza, alla casa. Il portone, aperto. L’ultimo che è fuggito non s’è neppure preso la briga di chiedere. Certo, avrà pensato: Perché chiuderlo? Non c’è più nessuno. Ma non poteva d’altra parte ignorare che la vittima prescelta della città fosse il suo vicino: forse ha lasciato l’ingresso aperto per facilitarmi. Ma perché? Forse è deciso che sia quassù, nella mia stanza, che deve accadere. No: sanno che lasciare il portone aperto è il modo migliore per insospettirmi: non vogliono che entri in casa. Devo entrare, è ciò che voglio. Quando la paura è troppa il corpo si arrende all’orrore per riposare. Su, per le scale. Piano. Lentamente. Un altro piano. Entro. Silenzioso scivolo nella mia stanza. Aderente alle pareti. Accucciati! Sotto al letto! No… così: carponi, fino all’armadio. Sì, l’armadio. Dentro. Chiudersi. Si-len-zio-sis-si-mo. Come l’uomo nero. A far paura a me, che nel letto non dormo per non aver paura.
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