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Я/esistenze

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Vivere è sempre un po’ resistere, in innumerevoli sfaccettature, a volte violente, a volte nascoste, a volte inconsapevoli.

Sedici storie alle prese con le provocazioni della vita: due bambini che vanno con la loro curiosità contro le regole del sistema, un prete di paese che si oppone agli invasori, corpi in tensione con le proprie menti, l’impossibilità di accettare alcune parti di sé, la deriva dei rapporti familiari, dalle piccole sfide quotidiane alla lotta contro il diavolo in persona.

Scorci di esistenze che si manifestano in resistenze.

Prologo

I seguenti racconti rappresentano il frutto di un lavoro di ricerca e catalogazione di memorie storiche, di epoche e luoghi ormai scomparsi per sempre.

Lo scopo dell’Ordine dei Viandanti è quello di consegnare le testimonianze così come sono venute alla luce. Pertanto si avvertono i lettori che i testi potrebbero – in alcuni casi – apparire acefali o mutili.

Nell’anno IX della Resistenza, il reperimento delle fonti è iniziato e la selezione già stata avviata. Quello che segue è il materiale reputato coerente alla nostra missione.

Testimonianze, storie, racconti di persone, di esistenze chiamate a resistere. In un modo o in un altro.

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Noi siamo niente

Il vento si era alzato e fischiava gagliardo, infilandosi tra le guglie dei monti che, come antiche cattedrali, svettavano nel cielo. La volta si stava coprendo, le stelle morivano una dietro l’altra al passaggio delle nubi cariche di acqua. Anche la luna, suo malgrado, si spense.

Mario avanzava avvolto nel pastrano di lana, il bavero all’insù stretto intorno alla bocca e alle orecchie. Avanzava spedito su per il tratturo lottando contro le correnti che venivano giù dalla cima. All’improvviso sviò dal cammino e prese a salire sul versante della montagna, puntando un boschetto di faggi poco più in alto.

Superati gli alberi, nascosta alla vista dei curiosi e sapientemente incuneata nel fianco della montagna, si trovava una piccola baracca di legno; alle finestre una luce fioca e tremula, come di candela. Giunse davanti al portone e bussò: due colpi, tre colpi, un colpo.

Dall’interno nessun rumore, solo il chiarore tradiva una qualche presenza. Il catenaccio stridette e un grasso individuo, tutto peli e barba, aprì inferocito fissando Mario negli occhi. «Dove sei stato? Ti aspettavamo qualche ora fa» gli disse. «Il tempo sta cambiando» rispose Mario. «Non è stato facile salire quassù. Dobbiamo rimandare.»

Il lumicino del moccolo poggiato sul tavolo in mezzo all’unica stanza formava un’aureola dorata intorno alla quale, come lupi attorno a un fuoco di campo la notte, stava una manciata di ceffi nella penombra dei muri, intenta ad ascoltare quello che l’ultimo arrivato aveva da dire.

«Sta per arrivare una tormenta… di quelle serie. Salta tutto per stanotte.» Quando Mario ebbe pronunciato le ultime sillabe, un vociare iniziò ad alzarsi dai presenti; dapprima lieve, poi sempre più intenso. L’uomo non indugiò, alzò una mano intimando il silenzio dei compagni e aggiunse: «Siete fortunati se tornate dalle vostre mogli senza beccarvi un acquazzone come Dio comanda! L’agguato non si può fare in queste condizioni: punto! Sarebbe inutile». La voce non tradiva nessuna incertezza. Il piano lo aveva chiaro in testa, meglio degli altri. Con quel tempaccio non potevano muoversi. «Rischiamo di fare una sortita inutile, esporci e far capire i nostri movimenti per niente. Non mi va di uscire là fuori a fare il coglione solo perché avete voglia di tirare pugni ai tedeschi. Anch’io ne ho, e Dio solo sa quanta! Ma dobbiamo far funzionare il cervello.»

La platea si era zittita. Mario, la testa incassata nel giaccone, si avvicinò alla stufetta in ghisa che sbuffava nell’angolo. L’odore acre del legno bruciato avvolgeva la stanza e, ogni tanto, qualcuno si stropicciava gli occhi o tossicchiava. Si voltò in direzione degli uomini, le mani incrociate sulla schiena, davanti alla stufa.

Diede una rapida occhiata a tutti, a giro. Quattro facce alle quali non avresti affidato la cura di una stalla vuota, figuriamoci quella della tua vita.

Dario, quello che gli aveva aperto la porta, era il più fidato di tutti, uno che non la mandava a dire. L’unica persona della quale aveva paura era sua moglie, visto che quando s’incazzava lo minacciava di non cucinare e Dario diventava tenero come un coniglio: aveva un debole per la zuppa di fagioli di Camilla.

Poi c’era Pasquale che, a differenza di Dario, non parlava mai; Rocco che indossava lo stesso paio di pantaloni da quando Mario ne aveva memoria; infine Giovanni, un gigante allampanato che dava l’impressione di essere altrove se solo provavi a rivolgergli la parola.

Mario, però, li conosceva tutti: era cresciuto con loro. Avevano pascolato le greggi insieme, mietuto, litigato; si erano picchiati, innamorati delle stesse ragazzine e cantato insieme una casa dopo l’altra, al limite della decenza, durante il Sant’Antonio. Mario avrebbe messo la mano sul fuoco su quei quattro. Ma qui non si trattava di fiducia.

«Non è una decisione facile da prendere, è vero» disse richiamando di nuovo l’attenzione. «Ma,» aggiunse con sorpresa di tutti «siamo una famiglia; le cose le decidiamo insieme. Io vado fuori a fumare; quando siete pronti battete un colpo alla porta.»

Mario tirò fuori dalla tasca interna del tabarro un sacchetto di pelle; cacciò il tabacco e la pipa, diede un colpo di scovolino e ricaricò. Infilò la mano callosa nella bocchetta laterale della stufa e ne tirò fuori un tizzone ardente, facendolo saltellare nell’incavo della mano. Fece scivolare la brace nel camino della pipa, sbuffò un paio di volte fino a cacciare fumo denso e profumato. «Fate in fretta,» disse «tra un po’ neanche gli spiriti andranno in giro là fuori, tanto si sta mettendo male!»

Tutt’intorno era diventato tenebra. Il profilo delle montagne si confondeva con il manto buio del cielo carico di nubi, ormai tanto spesse da non lasciar filtrare neppure un misero alone del pallore della luna. La vegetazione era diventata macchie di pece in lontananza; quando il cielo lampeggiava, la pietra bianca delle rocce disegnava cicatrici sul fianco della montagna, quasi una fosforescenza che avesse assorbito la poca luce rimasta nell’atmosfera.

Mario se ne stava in piedi davanti alla porta. Le gambe piantate dentro due stivali neri, aveva l’imponenza marmorea delle sculture presenti nelle piazze delle grandi città. Imbacuccato com’era, scopriva appena il profilo del naso dentro il colletto, subito sotto lo sguardo penetrante che osservava tutt’intorno.

Avrebbe fatto il turno di notte per vegliare il carico di armi che Quinto gli aveva consegnato poche ore prima; avrebbe rimandato a casa i compari, a far compagnia alle mogli e ai figli, forse per l’ultima volta. Spipazzava e guardava il fumo contorcersi e disperdersi fiaccato dal vento che imperava violento e portava con sé il brontolio crescente del cielo che si preparava alla tempesta.

Si voltò verso la montagna: come imponenti cavalloni spumeggianti le nuvole si caricavano di energia, luccicando a intermittenza e gorgogliando come lo stomaco di un gigante. All’improvviso un fulmine squarciò il cielo, illuminando per un istante le creste e la vallata sottostante il rifugio. Fu allora che Mario la vide.

«C’è qualcuno laggiù…» sussurrò tra i denti. Aveva visto una sagoma muoversi in avanti e cadere, appena davanti al boschetto di faggi. Ne era certo: non poteva essere l’ombra di un albero, non aveva sentito il fracasso nella caduta. Un animale? si chiese. Di quelle dimensioni c’erano solo gli orsi da quelle parti, e neanche troppi. Poi quelli non cascavano neanche se gli sparavi, figurarsi così, senza motivo. No, lì c’è qualcuno, pensò.

Tappò il camino della pipa con il palmo della mano per evitare che il vento portasse via della cenere incandescente e rivelasse la sua posizione. Infilò l’altro braccio sotto il cappotto e sfilò il coltello che aveva nella cintura. Seguiva la sagoma bruna immobile a terra come un segugio punta la preda. Non batteva ciglio, resistendo contro l’aria gelida che gli seccava gli occhi, nella speranza che un lampo lontano schiarisse il cielo per qualche secondo e rivelasse il profilo della massa informe.

Avanzava a grandi falcate: con il mugolio del vento non temeva di essere scoperto e se quella sagoma avesse voluto sparare, si disse, lo avrebbe già fatto. Sarà qualcuno dei nostri? Ma chi? Sono tutti nella casa… Forse è Quinto! È tornato! Deve avere qualche informazione importante, dev’essere successo qualcosa in paese…

Aveva quasi raggiunto la figura impietrita. Nessun movimento. In un batter d’occhio gli fu addosso, il coltello alto pronto a sferrare un colpo; non c’erano segni di vita. Mario rallentò e fece gli ultimi passi camminando con cautela. Grande fu la sorpresa quando vide giacere ai suoi piedi un’uniforme tedesca, riversa faccia a terra.

Tenendo il coltello pronto si chinò, posò la pipa accanto ai suoi piedi e infilò due dita sotto il collo del soldato. «È ancora vivo…» sussurrò. La tentazione fu quella di lasciar andare il braccio e affondare la lama nella schiena inerme: gli assassini e i mercenari non meritavano pietà. Eppure non poteva farlo: non era come loro, non era una bestia che ammazzava a sangue freddo; lui non sapeva colpire alle spalle. Gli diede uno schiaffo sulla guancia scoperta ma non ci fu nessuna reazione.

La divisa doveva aver vissuto la battaglia, sporca com’era di terra, forse di sangue, stracciata in vari punti. Mario stava lì acquattato e perplesso chiedendosi cosa fare quando ebbe un’idea. Devo portarlo su, gli posso scucire qualche informazione… Ma non posso farlo vedere agli altri. Quelli sono animali! Gli pianterebbero una pallottola in petto senza neanche dargli il tempo di dire Amen…

Non aveva altro rimedio: decise che ci avrebbe provato. «La latrina!» disse tra i denti. E speriamo che nessuno se la stia facendo addosso proprio adesso.

Ripose il coltello, svuotò la pipa a terra e la infilò nella tasca del cappotto. Poi tastò i fianchi del corpo alla ricerca di un’arma, ma quel militare non ne aveva. Tutt’intorno era sempre più buio. Con un colpo di stivale lo fece rotolare da un lato. Il corpo rimase a pancia in su, svelando un viso sporco e nero di fango. Mario lo abbracciò all’altezza del torace e con un colpo di reni se lo tirò su una spalla senza troppa fatica. Questo è un pappamolle! pensò. Ossa piccole, struttura leggera e corporatura esile, morbida. Meglio così… arriverò in cima in un batter d’occhio e senza troppa fatica.

Senza perdere altro tempo s’inerpicò su per la costa in direzione della baracca. In qualche minuto arrivò, la porta ancora chiusa. Deviò sulla destra in direzione della latrina poco lontana, una cassa da morto poggiata all’insù in mezzo alla radura. I tuoni erano sempre più vicini e dal cielo iniziavano a cadere le prime lente gocce di pioggia. Aprì la porticina della latrina, lasciò cadere il corpo come un sacco di patate e richiuse. Nessun lamento: era ancora nel mondo dei sogni.

Mario si affrettò a tornare davanti alla porta, aveva il fiato corto. Ebbe giusto il tempo di cacciare la pipa dalla tasca che si udì il tonfo della porta. Rocco fissava Mario negli occhi con sguardo truce. «Beh?» gli fece quello.

Mario batté la pipa sul palmo della mano fingendo di volerla svuotare e diede due colpetti di tosse. «Questa volta mi hanno rifilato uno schifo di tabacco! La prossima volta mi sente, quello…» rispose senza distogliere lo sguardo dal compagno.

«Vieni dentro, abbiamo deciso.»

Mario ripose la pipa in tasca e si passò una mano piena sui baffi e la barba per asciugare due gocce di sudore; ma Rocco si era già voltato, non ci aveva fatto caso.

Era andata: la cricca si era convinta. Con quel tempaccio non avrebbero cavato un ragno dal buco, con ogni probabilità l’effetto sorpresa sarebbe andato perso e qualcuno ci avrebbe – inutilmente – rimesso le penne. Ma forse una ragione diversa, sopra qualunque altra, aveva influito nella scelta; una ragione che non poteva essere confessata ai quattro venti da energumeni di quel calibro.

In fondo anche quei rozzi cafoni, scurrili e fetenti avevano un cuore: una notte in più abbracciati alle loro donne, il sapore delle loro labbra, la pelle che scivolava sotto le mani indurite dal lavoro nei campi. Poi i marmocchi, i loro strepiti e le risate, una carezza o una sberla in più… Anche sotto la corazza dell’indifferenza e dell’imbarbarimento si celava un’anima in pena.

Mario lo sapeva; un tempo anche lui aveva avuto un cuore, prima di rimanere solo. Ora non gli restavano che la dignità e l’arguzia, tutto quello di cui aveva bisogno, insieme alla forza che il buon Dio gli aveva donato, per porre fine alle prepotenze, mettere il punto alla parola vendetta.

Sarebbe rimasto lui a sorvegliare il carico di armi; se avesse avvistato qualche movimento sospetto avrebbe fatto saltare una delle mine che avevano recuperato nelle incursioni. La detonazione si sarebbe sentita fino in paese e sarebbero tornati per dargli manforte.

Si piantò davanti alla porta, la pipa di nuovo accesa, a guardare gli amici scendere in fila verso il boschetto e sparire uno a uno nella nebbia che poco a poco si andava inspessendo. Attese qualche minuto in silenzio, ascoltando i suoni della montagna e del cielo fino a quando non si sentì completamente solo.

Si diresse a passo svelto verso la latrina: il corpo dello straniero era ancora accartocciato nell’angolo accanto alla buca per i bisogni. Lo tirò su dalle ascelle e lo trascinò fin dentro la baracca, lasciandolo disteso su di un fianco davanti alla stufa. Si sedette su una sedia all’estremità opposta, fissandolo a lungo. I capelli impeciati, sporchi e bagnati in una pettinatura deforme. Il fango nascondeva un viso dalla carnagione ambrata, giovane e senza barba. Mario ebbe un fremito di rabbia e di pena, pensando alla follia della guerra capace di far indossare la divisa a un ragazzino.

Forse per il tepore del fuoco, il corpo iniziò a muoversi e le palpebre a tremare, lasciando intravedere a tratti due occhi neri come la notte.

«Mi riesci a sentire?» chiese Mario senza muoversi dalla sedia. Prima le gambe, poi le braccia… il sangue sembrava affluire di nuovo nelle membra addormentate dell’ospite, portandovi nuova vita.

«Te ne andavi in giro tutto solo… Non sai che dalle nostre parti, di notte, vanno in giro gli spiriti? Queste sono terre di dei, grandi condottieri e combattenti. Voi invece siete venuti qui come vigliacchi, come cani: a rubare, a violare, a uccidere.» Mario continuava a fissare la sagoma che un po’ alla volta riacquistava coscienza. Sentiva l’odio salire dalla bocca dello stomaco e riempirgli la lingua.

«Roma impiegò cinquant’anni ad avere la meglio su di noi, sui nostri avi» disse battendosi il petto con orgoglio. «Ma siamo ancora qui…» Il respiro di Mario si era fatto pesante. L’altro a terra cominciava a gemere: si stava svegliando.

«Chi sei?» gridò Mario inferocito. «Cosa volete da noi?»

Si rispose da solo: «Io so chi siete… Siete dei diavoli! Siete usciti da là…» disse indicando un punto sconosciuto oltre le mura «… dalla pianta di noce che i nostri antenati adoravano!»

Come se l’altro fosse stato capace di seguirlo, Mario blaterava di antichi racconti che i vecchi facevano ai nipoti, le notti d’inverno, davanti al camino acceso: di come, quando il noce fu tagliato, il Male ne scappò e prese possesso di quelle terre. Leggende lontane, niente più, che avevano segnato l’infanzia della sua gente.

«Io lo so,» continuò Mario, «i nostri nonni ce lo dicevano! Erano streghe, ne sono convinto! Streghe che danzavano intorno ai fuochi la notte, sperdute nei campi isolati. Ecco cos’erano! Non fantasie! Streghe che volevano la maledizione di questa terra; e noi adesso stiamo pagando! Io,» si batté il petto «sto pagando il prezzo del tradimento!»

Mario saltò dalla sedia, lasciò cadere la pipa sul tavolino lì accanto, riempì un secchio d’acqua dalla conca e lo rovesciò sulla testa del soldato. «Ora anch’io mi vendicherò… se sei fatto di carne come me!»

L’acqua gelida fece gridare il prigioniero. L’uniforme completamente bagnata, il malcapitato si passò le mani sulla faccia e sui capelli cercando di togliere la sporcizia che ora si sentiva addosso: una volta, due volte. Mario trasalì. Scattando all’indietro, mise mano al coltello brandendolo in avanti: «Chi sei?» chiese urlando in preda al panico.

L’altro annaspava ancora mentre si asciugava il viso con la manica della giacca, ravviando con le dita i capelli all’indietro: «Sono Lucia».

Dapprima pensò che fosse una spia, ma la cosa non stava in piedi: perché se ne andava in giro in uniforme? La squadrò da capo a piedi: la faccia bruciata dal sole, le unghie scheggiate, i capelli tagliati male, senza senso. Doveva essere una ragazza di montagna, abituata al lavoro nei campi. Sembrava graziosa, anche se aveva il viso sfatto, le labbra un tempo rigogliose ormai spaccate.

La fissava sciacquarsi nel catino: gli appariva goffa, adesso, in quell’uniforme verde scuro. «Chi sei?» le chiese di nuovo, ma questa volta in modo diverso.

La ragazza si asciugò di nuovo sulla manica. Aveva gli occhi profondi e vuoti. «Sono fuggita. Hanno minato tutte le case.» Nella sua voce non c’era emozione, era una corda che vibrava nel vuoto. «Roccaraso non c’è più; l’hanno completamente distrutta, rasa al suolo.»

«Morti?» Mario sapeva che quella domanda era stupida, ma qualcosa dentro la sua testa lo spingeva a farla.

«Forse tutti… non lo so. Mi sono infilata l’uniforme di un soldato che è saltato in aria mentre minava una casa; qualche pietra deve essergli finita in testa. Difetto di fabbrica…» aggiunse abbozzando un sorriso forzato.

Non era un demonio; si era vestita come loro per ingannarli e scappare.

«Allora non sei nessuno» le disse Mario. «Solo un’orfana in un’uniforme.» Non era niente, neanche una strega. Come tutti noialtri, pensò Mario.

La guardò a lungo, abbracciata a se stessa nell’uniforme bagnata, lo sguardo perso nel vuoto. «Devi avere freddo» disse sedendosi di nuovo dov’era poco prima. «Mi dispiace, Lucia. Non abbiamo niente qui.»

La ragazza lo fissò dritto negli occhi. Sciolse l’abbraccio e lentamente iniziò a sbottonare la giacca dell’uniforme. La lasciò cadere a terra, si sfilò gli stivali e i pantaloni. Indossava solo una camiciola di cotone leggero che, bagnata, le si appiccicava al seno minuto e sui fianchi, lasciando intravedere le forme morbide del suo corpo di donna. «Non ti preoccupare» disse. «Tanto non sono nessuno, come hai detto poco fa.»

Si voltò dandogli le spalle e si mise davanti alla stufa, le mani protese in avanti. «Sono solo un pezzo di carne morta, ormai» disse. «Morta e sola. Ecco… nient’altro.»

04 dicembre 2019

Aggiornamento

Meno di una settimana e già 50 copie pre-ordinate! Tutto grazie a voi!
29 novembre 2019

Aggiornamento

Poche ore dall'inizio della campagna e quasi 20 copie pre-ordinate! Grazie a tutti! Aspetto con ansia i vostri commenti. Buonanotte!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Simone scrive bene.
    I racconti che si susseguono sono particolari, mai banali, e sanno rac-cogliere la sfida di quel mistero che sfugge e sfuggendo ci insegue, senza perciò essere pesanti o fintamente filosofiche. le immagini hanno, spesso, il tocco del pittore o del regista (chissà l’autore si intende di arte?). I personaggi sono presentati con stile e i primi piani introducono bene e con effetto le storie e i piccoli colpi di scena. Simone sapeva cosa scrivere e sapeva perchè!

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Simone Pompetti
abruzzese, è nato nel 1981. Laureato in lingue e letterature straniere, si ritrova a lavorare come consulente commerciale per l’internazionalizzazione delle imprese. Dopo aver vissuto in Camerun, Danimarca, Colombia e Gabon torna a vivere a Roseto degli Abruzzi con la famiglia. Я/esistenze è la sua opera prima.
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