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A piedi nudi

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Un viaggio verso una meta non sempre chiara, attraverso le relazioni e le tradizioni di Ludovica, medico trentenne, sicula, che porta in sé il carattere e i profumi della sua terra. E se la meta si raggiunge a volte senza nemmeno accorgersene, le emozioni del percorso restano vivide nella memoria emozionale. Una memoria che va costruendosi tra le pagine della vita del giovane medico e di un professore, Claudio, sotto lo sguardo attento di Peppe, un angelo custode.

 

Prologo
Questa è una storia di mare, d’amore, di orgoglio ferito: quello di Ludovica. Ma forse anche quello delle persone che hanno lambito le coste della sua vita frastagliata.
L’amore si consuma in fretta con qualche messaggio su WhatsApp, è qui che corrono veloci i tradimenti. E se prima per inciampare dovevi quanto meno essere distratto, oggi l’errore si genera rapidamente tra le maglie invisibili del Wi-Fi.
Impareremo a conoscere un po’ Ludovica, racconteremo di come ha perso il passo tante volte. Conosceremo Peppe, il braccio destro di Ludo, e Claudio, l’uomo che le ha stravolto la vita, che è diventato il suo porto sicuro quando fuori imperversa la tempesta.
Un incontro, quello con Claudio, che non è arrivato subito. La vita ci mette di fronte a strade tortuose e impervie, i bivi non sono pochi e perdersi non è un’eventualità remota, ma sono le strade che non avremmo mai pensato di battere che ci portano in posti che non avremmo mai immaginato. Durante le sue deviazioni Ludovica si è ritrovata con l’anima sbriciolata tante volte, prima di conoscere Claudio ha vissuto circostanze che l’hanno così ferita da sentire il suo cuore sgretolarsi, come un pannello di polistirolo strofinato su un muro ruvido da qualche bambino dispettoso. Le sferette si libravano nell’aria in una polvere di minuscole palline bianche e regolari, sparpagliate come un dente di leone sul quale qualcuno ha soffiato con forza facendo di un fiore mille piccoli fiorellini. L’effetto non era nemmeno troppo sgradevole, sembrava che quelle piccole rotonde particelle di anima si muovessero in assenza di gravità, come se fossero al centro di una boule de niege scossa da chissà quale mano, con tale vigore che, dentro quell’atmosfera da souvenir, tanti piccoli pezzi di lei danzavano la Danza delle Ore di Ponchielli, come i fiori di Fantasia.

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Ludovica, molto lieta
Imboccava in macchina la strada verso il lavoro sempre con una certa ansia, un po’ perché non sapeva mai cosa la aspettasse durante il suo turno, un po’ perché era alle prime armi e non essere all’altezza della situazione e delle richieste d’aiuto dei suoi pazienti la paralizzava, e un po’ perché la sua vita era un vero casino. Ma mentre la strada tortuosa correva in mezzo agli alberi dei monti sicani lei compiva il piccolo rito che le consentiva di arrivare a destinazione meno tesa: spegneva la radio e si godeva il rumore del vento che muoveva le fronde degli alberi altissimi che facevano ombra sulla strada. Coprire lunghi tragitti in macchina ascoltando la musica la rilassava da sempre, ma la quiete della montagna era violata dai suoni, e per questo preferiva spegnere e stare in silenzio. Lungo la via la luce del sole che la abbagliava la infastidiva un po’, succedeva quando gli alberi non oscuravano il suo incedere verso il posto di lavoro. Tuttavia, nonostante il fastidio che le provocava la luce sparata dritta in faccia, certe volte rallentava fino a fermarsi per guardare il sole filtrare nelle parti più fitte del bosco.
Il paese era fresco anche d’estate, la gente era perbene, genuina, lì praticamente nessuno si dimenticava di chiamarla dottoressa, come invece le sarebbe capitato spesso nei successivi posti di lavoro. Per anni avrebbe ricordato il suo primo paziente, un bambino con una reazione allergica che le aveva tolto il sonno per tutta la notte, e che le aveva dato la certezza della sua inadeguatezza caratteriale alla carriera pediatrica. Sempre in quella piccola guardia medica aveva incontrato anche il signor Amedeo, 103 anni e mezzo, sei mesi ai quali teneva molto e che sottolineava con un certo orgoglio. Era stata una guardia piacevole quella, che si era portata dietro negli anni. «Centu jorna si campa e un jornu si mori», la frase che le aveva regalato il suo paziente ultracentenario. Alla fine di giorni Amedeo ne aveva vissuti altri mille, terminando il suo cammino a 106 anni e mezzo.
All’inizio si faceva accompagnare, specie durante i turni di notte, fino a quando come sempre decise di affrontare le sue paure da sola, quelle professionali in primis e quelle personali a seguire. Una sera, era seduta alla sua scrivania mentre guardava fissa lo schermo del PC della stanza medici. Ogni tanto leggeva due righe di un libro che aveva portato con sé per far passare più velocemente la nottata, e stava provando a placare i morsi della fame addentando una profumatissima pesca coltivata nelle campagne limitrofe. Non si era accorta che fosse già notte fonda. I pensieri non la facevano dormire: una paziente che aveva visitato il giorno prima era tornata con un’ustione da ghiaccio al gomito, che le era comparsa perché per curare un’infiammazione lei le aveva suggerito di applicarlo. Era sicura di averle dato le giuste istruzioni e di aver dedicato le giuste attenzioni al suo problema, ma in qualche modo si sentiva in colpa, sebbene non avesse sbagliato nulla.
Le capitava sempre, anche nella vita sentimentale. Si arrovellava per giorni chiedendosi: E se non gli avessi mandato quel messaggio? Forse ho commesso un errore. La verità era che lei non aveva quasi mai nulla da recriminarsi, nemmeno quando decideva di mandare quel messaggio all’ennesimo uomo travestito da cavaliere senza macchia, emotivamente impegnativo, uomo irrisolto. Lei era una donna che amava troppo, convinta com’era che, amando per tutti e due, prima o poi avrebbe finalmente trovato una relazione degna di tale nome. Ma tutti i suoi tentativi di tenere i cocci attaccati si rivelavano sempre assolutamente fallimentari e Ludovica vedeva naufragare ogni storia miseramente, lasciando dietro di sé nubi polverose di macerie.
Quando la smetterò? si era chiesta, mentre nervosamente ripercorreva a memoria ogni passaggio della visita della sua paziente. Aveva scandagliato in modo maniacale ogni parola, passata al setaccio, sezionata e divisa attentamente in sillabe, eppure non era riuscita a capire cosa avesse viziato la comunicazione. Doveva essere stata una minuzia, un dettaglio. Avrebbe dovuto chiamare Peppe, che avrebbe cercato di farla ragionare. Aveva fatto tutto quello che era in suo potere per aiutare quella signora. «Lulù, stai calma. Sai che c’è? Sto chiudendo il bar e vengo da te.»
Sarebbe arrivato lì nel cuore della notte dopo un’ora di macchina, si sarebbe sdraiato sul letto disfatto e avrebbe parlato della sua serata, ridendo a crepapelle perché una tizia ci aveva provato tutta la sera ma, come spesso accadeva, tra una risata e un altro bicchiere era stata raggiunta dal marito. Lui restava sempre incredulo quando, non di rado a dirla tutta, andava in scena uno di questi copioni scritti dai più mediocri fedifraghi, una commedia umana che di certo non brillava per originalità.
«Lu’,» le diceva «ma come posso mai trovarne una che mi stia accanto se non riesco a stare tranquillo pensando che magari questa esce con le amiche e ci prova col primo barista idiota che c’è in giro?»
«Tu ti sottovaluti» gli rispondeva Ludovica, ridendo, mentre immaginava la scena.
«Sì, continua a prendermi in giro, Miss Crocerossina.»
Peppe aveva ragione. Quegli enormi occhi azzurri la analizzavano sempre con attenzione, riuscivano a cogliere quello che la turbava sebbene fosse nascosto nell’angolo più recondito della sua mente.
Il caso umano di turno si chiamava Alessandro ed era molto più grande di lei che, in tutta franchezza, nemmeno sapeva di preciso cosa le piacesse di quell’uomo. Forse i modi? O forse il fatto che fossero il giorno e la notte, profondamente diversi. Ed era per questo che non avrebbe mai potuto funzionare. Ovviamente lui aveva alle spalle una relazione lunga e tormentata chiusa da poco e della quale si protraevano gli strascichi, lei era il classico chiodo scaccia chiodo, che poi Ludovica questa dinamica di scacciare un chiodo con un altro inutile chiodino non l’aveva mai capita. Eppure si era trovata spesso nel fuoco incrociato di ex che si tiravano palate di fango senza accusarne mai la stanchezza, che ora invece, ancora una volta, la stava travolgendo. Complice la notte di guardia.
«Peppino, appena torno a casa lo mollo.»
«Lu’, se lo fai davvero hai la birra pagata per tutta la settimana.»
«Be’, se è così… consideralo già fatto.»
Non sapeva come, né dove, avrebbe trovato il coraggio di lasciarlo andare via davvero. Avrebbe dovuto dirgli: «Fatti la valigia e torna da lei, perché i tuoi vuoti non posso colmarli io. Dovresti riempirli tu visto che sei uomo, dovresti sapere come fare, ricostruisciti e trova la tua strada, il tuo posto nel mondo, e quando sarai finalmente pieno allora torna se vuoi, se sarò ancora qui ti riabbraccerò».

Era riuscita davvero a dire tutto quello che aveva pensato, nonostante il timido balbettio della sua voce e lo sgomento di quell’uomo che per un po’ le aveva fatto compagnia. Lui aveva cercato di annichilirla con una bizzarra analisi psicologica da quattro soldi che Ludovica si era fatta scivolare addosso, credendola frutto dell’orgoglio ferito.
Non era stato l’unico ad andarsene senza fare storie, negli anni. Certo che essere scaricati è sgradevole, ma è inevitabile a volte, perché protrarre le agonie di certe storie è solo accanimento terapeutico, nessuno salva l’amore malato, bisogna solo staccare la spina e andare avanti.
Ecco, andare avanti. Ludovica era sempre stata una lumaca, aveva tempi biblici, e generalmente passavano ere geologiche prima che tornasse ad avere una vita normale dopo una rottura. Avrebbe continuato a leccarsi le ferite delle prime delusioni d’amore se non fosse stato per Peppe, che ogni tanto entrava a gamba tesa porgendole una di quelle creme lenitive e cicatrizzanti, immancabili nel suo carrello delle medicazioni in guardia medica. Lei passava il tempo insieme ai cerotti fino a vederli staccarsi, ormai consunti, e allora si accorgeva che tutto era tornato al proprio posto.
Alessandro soffriva di ben due gravi disturbi, comuni nell’uomo del ventunesimo secolo. Il primo, non in ordine di gravità, la sindrome della scimmietta: sostanzialmente chi ne è affetto riesce a passare dei lustri con il proprio partner anche se l’amore è finito da un po’. Il soggetto in questione non lascia mai il proprio ramo a meno che non ne intraveda un altro al quale aggrapparsi. Allora, e solo allora, con un agile salto passerà da un ramo all’altro, proprio come una scimmietta, appunto. Il secondo era la sindrome del mai sopra il novanta, già teorizzata da Gabriele Romagnoli nel suo Senza fine. La meraviglia dell’ultimo amore come sindrome di Barigazzi. Caratterizzata dal fatto che il totale della somma delle età di due partner non deve mai superare una soglia fissata sotto i cento anni, porta chi ne è affetto a cercare di rimanere molto sotto tale soglia, onde per cui all’aumentare dell’età di lui diminuisce quella di lei. Quaranta lui e quaranta lei, rimaniamo sotto i cento, va bene. Cinquanta lui e allora trenta lei, settanta e venti, e via discorrendo fino alle soglie del reato penale.
Ludovica, passati i trent’anni, aveva capito, a differenza di Alessandro, che delle proprie mancanze non possono farsi carico gli altri, ma che ognuno deve occuparsene per conto proprio, colmandole o imparando a conviverci. Lo aveva capito prima di incontrare Alessandro, perché nella sua corsa a ostacoli era caduta tante volte e aveva imparato dai suoi errori, arrivando a quella consapevolezza. Questo insegnamento l’aveva radicalmente cambiata. Aveva imparato a riempire. Non sempre era semplice, si lanciava nelle cose che non conosceva, con gli anni si era creata tante di quelle passioni che a volte le mancava il tempo per stare dietro a tutto, ma in qualche modo ci riusciva, e così otteneva un doppio risultato: arrivare a sera stanca morta senza alcuna voglia di avere tra i piedi un estraneo quando lei sprofondava nel divano, e tenendosi impegnata riusciva a non pensare per tutto il giorno presa com’era dalle cose da fare. Era il suo modo per “riempire”.
Tra la rottura con Alessandro, le notti in guardia medica con Peppe e l’incontro che aveva cambiato tutto erano trascorsi anni, e in quegli anni di persone ne erano passate, di amici, di libri, traguardi professionali e ancora viaggi, e musica nuova. Erano passati anche degli altri uomini ovviamente, ma nessuno che le avesse fatto dire: «Vale la pena di vederti ancora, vale la pena non fare tattiche, ti vivo e come va va…».
Non che Ludovica amasse generalizzare, ma più volte si era ritrovata a chiedere alle amiche che fine facessero quelli che sparivano nel nulla. Loro, pur non sapendo fornire soluzioni alternative, ridevano delle sue teorie sugli alieni. Era quella l’opzione fantascientifica che preferiva, e che forniva una logica spiegazione ai tanti uomini scomparsi: rapiti e trasportati chissà dove da extraterrestri mescolati agli umani.
Tante erano le volte in cui si era detta fra sé: In fondo sto bene così, perché mettere un freno alla mia vita? Le piaceva andare a cento all’ora, ed era difficile che la gente potesse starle al passo. Ludovica era una donna estremamente indipendente, molto gelosa dei suoi spazi e del tempo che dedicava alle sue passioni, non riusciva a pensarsi senza i libri, le mostre a cui amava partecipare, la musica. Faceva un lavoro che la sottoponeva a diversi rischi e che nell’immaginario comune era di appannaggio maschile, era una donna economicamente stabile, che amava viaggiare. Era una a tinte forti. Non aveva mai negato però un forte desiderio di maternità, che tuttavia aveva dovuto accantonare dopo la rottura con Alessandro. La mancanza di una relazione stabile e l’incertezza lavorativa erano stati il deterrente, e nel tempo avevano fatto sì che Ludovica si accontentasse dei suoi strampalati equilibri.
Negli anni aveva in effetti ricevuto critiche di svariata natura dai partner con cui si era accompagnata. Era troppo emancipata, oppure leggeva troppo. «Perché mai leggi così tanto?» Forse per riuscire ad avere un eloquio più interessante di un cefalopode, per esempio? Secondo alcuni peccava addirittura di troppa fame di riuscire: «Ti frega l’ambizione!». Glielo avevano detto dopo la laurea, come se una che ha appena fatto Medicina potesse davvero pensare di chiudersi in casa a cucinare torte e gareggiare per il campionato mondiale di ricamo. Un azzardo, quello di avere un tale atteggiamento paternalistico, da uomo sapiens molto virile potremmo dire, con una dal carattere di Ludovica. E, infatti, non era mai finita bene.
Ad alcuni uomini era mancato il coraggio di stare con una come lei, altri invece erano stati attratti da lei e dalla sua personalità ma si erano dimostrati svogliati, privi della voglia di impegnarsi ad avere una relazione stabile.
Ci si metteva anche il fattore culturale. La Sicilia ha una società matriarcale, sono i fimmini ca cumannanu, silenziosamente, facendo sì che siano gli uomini a essere sempre un passo avanti a loro, ma standone uno indietro avevano sotto controllo tutta la situazione. Per nessun motivo va ostentato il comando, l’autorità della mater familiae. Va così da sempre e così andrà ancora per decenni, ma lei, da sempre pecora nera, voce fuori dal coro, non riusciva a stare dentro quello schema che qualcun altro aveva scelto, in questo caso la società stessa. Le donne della sua famiglia non lo avevano accettato; grande esempio era stata sua nonna, donna di grande tempra e intelligenza, e così anche sua mamma, entrambe economicamente indipendenti e con un rapporto assolutamente alla pari con i mariti, non succubi, non subalterne, ma compagne. Il fatto di non rientrare negli schemi però non significava essere irrispettose o non avere il senso della famiglia, anzi, vivevano per quello.
Questa sua velleità da ribelle si era acuita con gli anni quando, oltre alla consapevolezza di sé, era cresciuto con lei il desiderio di una storia d’amore in cui non accontentarsi fosse per lei un imperativo, doveva imparare a essere più esigente e pretendere di ricevere almeno un po’ di quello che riusciva a donare agli altri. Ed esigente lo era diventata su tutto, pure su quello che mangiava. Onestamente, era diventata una rompiballe. Ma perché avrebbe dovuto accontentarsi, non l’aveva mai fatto, perché cominciare quando davvero si era sentita padrona di sé? Insomma, perché mangiare un prosciutto crudo qualunque se poteva mangiare quello di cinta senese?
Aveva lottato per anni con il suo essere diversa, una guerra civile dell’animo l’aveva accompagnata dal liceo per tutti gli anni di università. Da un lato il suo carattere che traboccante si faceva spazio, dall’altro la sua voglia di essere assolutamente come gli altri, conforme. Era difficile per lei pensare che proprio quel suo essere diversa la rendesse unica e speciale.

Lo aveva capito dopo l’ennesima delusione d’amore quando, poco dopo una proposta di convivenza, era arrivato il messaggio con il quale Antonio la mollava, senza dare spiegazioni.
Era piombata nella stanza di sua sorella Cecilia brandendo in mano il cellulare.
«Non può lasciarmi così, con un messaggio» aveva detto con le lacrime agli occhi e il volto paonazzo dalla rabbia.
«Siediti, calmati, spiegami.»
«Ok, mi siedo, ma non posso calmarmi! Mi ha dato le chiavi di casa, dovevamo andare a vivere insieme, come può lasciarmi con un SMS? Un SMS, capisci, nemmeno un WhatsApp, una cosa formale, dopo quasi un anno, non si vergogna?»
Cecilia, la sorella minore di Ludovica, era nata quando lei aveva già cinque anni. Nessuna gelosia iniziale, ma nella fase puberale avevano vissuto anni di liti da adolescenti, per poi ritrovarsi adulte unite da un legame speciale. Un filo invisibile le teneva legate, nonostante le rare telefonate e le distanze a volte siderali, e Cecilia era, insieme a Peppe, una delle certezze della vita di Lulù.
Non aveva nemmeno aspettato la risposta di Cecilia e, come una furia, aveva inforcato la porta, preso la macchina e si era diretta verso casa di Antonio, che, per la cronaca, abitava a circa centoventi chilometri di distanza.
Ludovica aveva imparato una cosa fondamentale: mai fare le sorprese, perciò lungo la strada aveva avvisato Antonio, che si era mostrato un po’ reticente al confronto. Sotto minaccia di rogo della sua automobile super high tech lui, non certo noto per la propria audacia, si era arreso a incontrarla per darle le meritate spiegazioni.
Che poi, detto tra noi, tante volte le cose finiscono e basta ed è inutile chiedere o indagare, sarebbe più conveniente semplicemente prenderne atto e girare pagina. Le spiegazioni sono scuse accampate alla bene e meglio che il più delle volte non soddisfano minimamente chi le riceve, che peraltro arrabbiato com’è vorrebbe solo mettere le mani al collo alla persona che ha di fronte.
«Dimmi che non provi più niente per me, dimmi che c’è un’altra, dimmi che andare a vivere insieme ti fa paura, che te ne sei pentito, dimmi qualsiasi bugia ma dimmela. Mi meriterei la verità ma, visto che proprio non ci riesci, vorrei almeno di sentirmi dire una bugia ben infiocchettata.»
«Sei una donna speciale, hai carattere da vendere e non faccio fatica a immaginarti nella mia vita avida di film e libri come sei, saresti una compagna perfetta per i mercoledì in cui mi annoio, ma non è abbastanza, mi sono sforzato, ci ho provato, ma…»
«Ma… ma cosa? Stavi con me perché volevi una scacciapensieri? Una dama di compagnia? Se volevi un’amica non potevamo semplicemente essere amici dall’inizio?»
«Forse ho sbagliato, hai ragione, ho pensato che se ci avessi provato l’amore sarebbe arrivato prima o poi, invece Lu’, tu sei strepitosa ma hai deciso deliberatamente di crearti un handicap, di metterti su una sedia a rotelle. Hai un viso talmente bello, questi chili in più proprio rompono la tua armonia, si contrappongono alla tua bellezza.»
Le era girata la testa, si era appoggiata alla macchina e lo aveva guardato ancora più intensamente, ma che stava dicendo? Aveva di fronte la stessa persona che non troppo tempo prima, le aveva scritto “chi non vede la tua bellezza è cieco”? Cosa stava succedendo? Non la amava più, ok, era necessario infierire e ferirla così?
«Se solo avessi qualche chilo in meno saresti perfetta. Quei dieci chili in più sono la tua zavorra.»
Non poteva credere alle sue orecchie, le erano quasi cedute le gambe e non era più riuscita a trattenere le lacrime. Le aveva spezzato davvero il cuore.
«Ho perso tempo, ho solo perso tempo con te, e nessuno mi risarcirà per questo. Ma, sai, io comunque potrò mettermi a dieta, e perdere questi chili che ti danno tanto fastidio, ma tu sei un povero idiota e per il tuo quoziente intellettivo non c’è niente da fare, se non sperare in un miracolo.»
Il confronto tra i due era finito comunque col knock out tecnico di Ludovica, che dopo mezz’ora si era sentita dire che era troppo grassa per lui, che si era creata un limite da sola. Lei, che da quando si conoscevano era stata perennemente a dieta e che aveva perso quasi dieci chili.
Ahinoi, le parole feriscono più delle spade, e Ludo aveva faticato a guardarsi allo specchio per un anno intero. Si era iscritta in palestra e in pochi mesi aveva perso cinque chili, uno di peso e quattro di dignità visto che era così fuori allenamento che di fatto strisciava da un attrezzo all’altro mentre il suo personal trainer la sgridava, umiliandola davanti alla palestra gremita. Tutti la guardavano con la pietà negli occhi, come un gattino spelacchiato e bagnato. Ma non sapevano chi avevano di fronte; infatti il gattino, scrollatosi di dosso l’acqua del primo mese, si era messo alacremente al lavoro ed era rifiorito, e aveva anche tolto i veli dagli specchi di casa, tornando a sorridere guardando la sua immagine riflessa.
Non che la sua diversità le avesse in qualche modo creato dei problemi di relazione con l’altro sesso, nemmeno prima di diventare una consapevole trentenne. Gli uomini le attribuivano una carica sensuale che nemmeno lei si riconosceva, visto che il più delle volte andava in giro vestita come una teenager. Immancabili le Converse e i jeans strappati, aveva tanti tatuaggi e persino un piercing. Aveva cambiato look tante di quelle volte da aver arricchito metà dei parrucchieri della sua città, ma a un certo punto aveva fatto pace anche con la sua chioma, facendola allungare e riportando in vita i suoi ricci ribelli. Ormai non si nascondeva più, così come non piastrava più capelli, si mostrava per quello che era e se a qualcuno dava fastidio pazienza, il mare è pieno di pesci, avrebbe trovato di meglio. Si piaceva finalmente, si piaceva così tanto che anche gli altri cominciarono ad accorgersi di lei in un modo nuovo.

Peppe l’aveva sempre osservata da lontano con la discrezione tipica di chi ti vuole bene, pronto a intervenire quando e se ce ne fosse stato bisogno. Fu colto dalla distrazione solo una volta, e Ludovica incontrò l’uomo che le aveva dato definitivamente il colpo di grazia. Personalità istrionica, un narciso che si beava della propria immagine, fosse anche riflessa in uno specchio d’acqua stagnante, che viveva in un mondo distorto e totalmente strutturato sul suo ego smisurato e sulle sue verità.
E magari fosse stato solo quello il problema. Alle spalle aveva una serie di relazioni finite malissimo, una serie di donne che avevano pianto e si erano piegate davanti a lui quasi al limite dell’umiliazione. Oh Dio, per la verità, abbondantemente oltre il limite dell’umiliazione. Anche per Ludovica furono mesi di notti insonni e di ansia, fino ad arrivare agli attacchi di panico. Peppe provò in tutti i modi a dissuaderla ma niente, lei voleva e doveva salvarlo, e nel tentativo di farlo rischiò di spegnersi piano piano.
Avere a che fare con un narcisista è quanto di peggio ti possa capitare nella vita di coppia. Ti ingabbiano in un rapporto pseudosentimentale, i narcisi sono in grado di irretirti e destrutturarti per poi rimodellarti così come loro ti vogliono. Un rapporto malato che di sentimento non ne ha nemmeno un po’, almeno non nel modo che immaginiamo, e alla fine in questi rapporti prevale il rancore, il livore, la rabbia, l’amaro.
Solitamente, si autoattribuiscono doti di magnificenza che in realtà non possiedono, credono di essere i migliori, con qualità che ingigantiscono a dismisura. Credono di essere in possesso di grandi talenti e ovviamente sono vanitosi da morire. A queste già fastidiose tendenze aggiungete la totale mancanza di empatia. Si circondano solo di persone che possano adularle, gli piace circondarsi di persone che possano essere alla loro altezza. Sono sprezzanti e anaffettivi, pensano (sbagliando) gli sia tutto dovuto, sono dei manipolatori da manuale, si legano a qualcuno solo se sono certi di poter trarre un vantaggio da quel rapporto, per soddisfare il loro ego ipertrofico. Sempre in quest’ottica pretendono il possibile e l’impossibile, abusano della disponibilità di fidanzate e di amici, senza avere alcun pensiero per come possa sentirsi chi gli sta di fronte. Se non sono soddisfatti della devozione della povera donna di turno la sminuiscono e la svalutano aspramente. Sono invidiosi, e non sopportano alcun tipo di critica, che li tormenterà fino allo sfinimento. Tante donne non scappano nemmeno davanti a questo e si dilettano nel trovare mille e uno motivi per giustificarli e idolatrarli davanti al mondo intero.
Anche le amiche di Ludovica, durante i loro aperitivi settimanali, avevano provato a convincerla a non vedere più quel vampiro d’energia, ma lei non sentiva una parola.
«Ci sbatterai la testa, e a quel punto vedrai che capirai perché ti volevano tenere lontana da lui.»
Ma purtroppo non era andata a sbattere proprio contro niente e nessuno; il moto perpetuo attorno al suo carnefice si era perpetrato per quasi due anni, senza spazi né tempi propri, fino a che non fu in grado di trovare più uno straccio di se stessa, di trovare l’altro capo del filo della matassa che era diventata la sua vita. La sua vita deragliava e non riusciva in alcun modo ad arrestare la corsa folle del treno dove era salita.
Il narciso in questione si chiamava Biagio, aveva quasi quarant’anni e una personalità e un carisma che al primo incontro ti tramortivano, ti travolgevano, come un autobus che ti prende in pieno mentre tu distratta guardi altrove. Uscire vivi da quell’impatto era praticamente un vero e proprio miracolo. Ludovica purtroppo non aveva capito bene la situazione, così era stato un attimo, una svista. Aveva pensato che quell’uomo la volesse avvolgere e non travolgere, sbadatamente non aveva fatto caso all’autobus che arrivava a tutta velocità e che stava per colpirla in pieno. A ogni incontro lui la conquistava con un aneddoto, un racconto della sua vita così intensa e travagliata, un regalo o un gesto inaspettato e lei si scioglieva in brodo di giuggiole. Come un ragno con una certa elegante maestria lui l’aveva intrappolata nella sua tela.
Ludovica ricordava perfettamente il loro primo incontro, conclusosi con un baciamano e una delle sue citazioni. Non c’era stata una sola donna che non avesse ceduto alle sue lusinghe e a quel copione recitato ormai alla perfezione. I primi mesi volarono in un profluvio di conversazioni, dei simposi condivisi praticamente, poi lentamente cominciarono a insorgere i problemi. Biagio non riusciva proprio a sopportare che Ludovica potesse distogliere anche solo per un attimo l’attenzione da lui, così prese a insultarla e farla sentire in colpa ogni volta che accadeva. Se litigavano chiaramente la responsabilità era solo sua che non era in grado di amarlo e di essergli riconoscente per tutto quello che lui faceva per lei. A cosa si riferisse di preciso Ludovica non lo capì mai, nemmeno a distanza di anni. La faceva sentire inadeguata ogni volta che un’amica o, non volesse il cielo, un amico, la contattava per uscire a fare un aperitivo. Aveva un senso del tempo pazzesco, ma solo quando doveva rovinare quegli sporadici momenti di felicità che le spettavano, quelli dove riusciva a brillare, in cui aveva cura di sé, in cui non aveva paura di splendere. Questi momenti di serenità e di libertà divennero sempre più radi. Le liti invece aumentarono, si fecero più intense e violente, non solo verbalmente. Ma le parole erano le ferite da cui Ludovica faceva più fatica a guarire, le facevano male più dei lividi. Non appena metteva un tacco o un vestito un po’ più femminile veniva così tanto mortificata che si convinse che in fondo lei non era adatta ai tacchi e ai vestiti da donna perché era più brutta di tutte le altre, così, invece di provare a migliorarsi, smise totalmente di curarsi. Di femminile erano rimasti solo i capelli, che crescevamo morbidi e le lambivano le spalle di riflessi dorati. Finì anche col riprendere a fumare, lei che aveva smesso ormai da anni.
Andare via era stata l’unica cosa sensata da fare. Chiudere con Biagio fu complicatissimo, lei si era sentita una specie di kamikaze: si fece detonare davanti a lui, che ovviamente non si lasciò sfuggire l’occasione di insultarla per l’ennesima e, per fortuna, ultima volta. Non aveva scelto di lasciarlo, e non aveva avuto il coraggio di dirlo ad alta voce, gli aveva detto che doveva andare via per lavoro, e che visto le cose tra loro non andavano più bene, la distanza e il tempo avrebbero fatto da medicina, aggiustando le cose, anche se non aveva specificato come e che forse era giusto assecondare questa distanza con un po’ di silenzio.
In quella strada costellata di dispiaceri non erano mancati da parte di quel maschio orribile tradimenti di ogni genere. Alla fine l’unica considerazione che era riuscita a fare era che Biagio avesse bisogno di aiuto, ma non il suo, quello di uno specialista, uno psicoterapeuta e forse anche di qualche farmaco per le psicosi, le manie, le ossessioni e l’anaffettività.
Era stato il lavoro a darle l’opportunità di fuggire da quell’uomo che aveva fatto della sua vita un carcere. Ludovica venne trasferita a quasi duecento chilometri dalla sua cittadina, così chiuse un valigione e andò via, sapendo in cuor suo che quel viaggio le avrebbe fatto ritrovare quello che aveva perso: se stessa.
Si cercò in ogni vicolo di quella nuova città, in ogni sguardo, in ogni angolo. Tornò dopo un anno a casa ed era di nuovo lei, di nuovo si era accesa la luce nei suoi occhi, di nuovo si era accesa la luce sul suo sentiero, era tornata di nuovo affamata di vita. Peppe finalmente smise di preoccuparsi per un po’, visto che non si perdonava il fatto di non essere stato abbastanza attento e di aver permesso l’incontro con il lestofante. Lui capiva subito le persone ma quella volta aveva toppato clamorosamente e a farne le spese era stata Lulù, che per mesi era diventata l’ombra di se stessa, aveva smesso di credere nelle sue capacità e aveva perso anche l’appetito – cosa che non si verificava dalla finale degli Europei persa contro la Francia, quando Ludovica non aveva mangiato per ventiquattro ore. Tanto era stato un evento straordinario che lo segnarono nel calendario.
Non era stato semplice per lei tornare alla vita, rinascere. Si era convinta che senza quell’uomo, nonostante lui le stesse risucchiando tutte le energie, non ce l’avrebbe fatta. Nel rapporto lei aveva interpretato ogni ruolo: amante, amica, madre, sorella, oltre ovviamente a colf e autista. Per sua fortuna il trasferimento era arrivato provvidenziale a salvarla da quell’uomo che le aveva messo in testa di essere un’utile idiota o poco più.

Ludovica sapeva bene di essere una donna fortunata, con gli anni aveva costruito una corazza coriacea che la difendeva attutendo i colpi ed era tutto sommato forte nonostante le sue fragilità estreme. Tante volte si era ritrovata a pensare che la sua capacità di proteggere il proprio nucleo essenziale aveva fatto sì che riuscisse a sopravvivere a molti idioti, mentre un’altra avrebbe potuto soccombere.
Ricordava una delle pazienti che aveva assistito in guardia, la telefonata era arrivata alle quattro e quarantacinque del mattino e all’altro capo del telefono c’era una giovane donna in lacrime che non riusciva dormire. Piangeva e piangeva, disse che il cuore le scoppiava, stava male. Nonostante fosse reticente a fare quella visita inappropriata, Ludovica si era sentita obbligata quando aveva capito che nessuno della famiglia della donna era in grado di utilizzare l’automobile. Una volta varcato l’ingresso un terribile tanfo di chiuso e di vecchio la atterrì. L’assistita era davvero giovane, venticinque anni al massimo. Convinta che senza sonno potesse morire le chiese qualcosa per dormire, raccontando di aver passato la giornata ad aspettare Morfeo. Era chiaro che non riuscisse a dormire perché qualcosa la turbava. Le raccontò di aver vissuto un grave lutto e che lei e la madre erano rimaste sole, una madre invadente che non lasciava respirare né lei né, a giudicare dall’odore, la casa. Si era sentita sola e isolata e, non riuscendo più a recarsi al lavoro annichilita dal dolore di quell’abbandono, alla fine era stata licenziata. Non aveva più un solo motivo per uscire di casa e per questo si stava facendo murare viva.
Ludovica le diede qualcosa per dormire, ma cercò di farle capire che non era la soluzione bensì solo un aiuto temporaneo. Le disse che d’amore non si muore, che doveva uscire e cominciare un percorso di terapia, provò a spiegare che alzandosi dal divano e tornando alla vita il resto sarebbe venuto da sé. Sapeva bene che quella ragazza non aveva molte chance di farcela, il suo mondo la stava annichilendo, tutto ciò che la circondava l’avrebbe fatta colare a picco suo malgrado. Ma uscendo percepì chiaramente che invece lei sì, ce l’aveva fatta, scansando l’ennesimo fosso e capendo sulla propria pelle che davvero d’amore non si può morire. L’oppressione di quella casa, quell’odore di vecchio le aveva impregnato i vestiti e i capelli, fumò una sigaretta per coprire il tanfo del dolore.

Il ritorno a casa dopo l’anno di trasferta le mise addosso una tale angoscia che, appena varcata la porta della città, le mancò l’aria, come quando ti arriva una pallonata fortissima allo stomaco. Poteva fare una sola cosa: andare dal suo amico, al chiosco a sentire il rumore del mare infrangersi sul legno eroso dalla salsedine.
Peppe era lì da sempre e sempre lì l’avrebbe trovato, si sedettero accanto in silenzio e con gli occhi chiusi. Non era assolutamente necessario parlare, lei avrebbe pianto, arrabbiata per essersi mortificata così tanto da aver dimenticato identità e radici, e lui era arrabbiato per non essere stato in grado di aiutarla. Così in quel momento il silenzio parve a entrambi la strada migliore da percorrere, avevano deciso di smettere i sentieri irti e impervi, solo strade battute e illuminate.
Presero a chiacchierare dopo una buona mezz’ora. Parlarono dell’imminente arrivo della stagione estiva, e del fatto che con essa sarebbe arrivato per il suo amico l’esilio forzato nel suo locale, tra serate e musica dal vivo. Sarebbe toccato a Ludovica andare a trovarlo se avesse avuto esigenza di vederlo. Peppe non si concedeva nemmeno un giorno libero durante l’intera stagione, ed era consuetudine che Ludovica lo raggiungesse appena il gruppo di musicisti della serata arrivava a montare gli strumenti, così avevano modo di vederli armeggiare con cavi, jack e piatti e corde da girare fino all’armonia del post soundcheck. Adoravano quei momenti, si sentivano vibrare le corde del basso fin nella pancia. Si raccontavano le cose più delicate quando la musica riempiva i vuoti così le voci venivano in parte coperte, un modo per non essere mai obbligati a ripetere ciò che si perdeva tra le note, se non ne avevano voglia, con la certezza però di aver dato voce almeno una volta anche ai racconti più difficili.

Fu lì, in quel locale, durante un concerto di alcuni amici, che Ludovica incontrò Claudio.

01 giugno 2020

Aggiornamento

Quattro chiacchiere con Monica Brancato, autrice del libro A piedi nudi edito da bookabook.
In questo primo video ci racconta come è nato il suo amore per la scrittura e qual è stato il processo che l’ha accompagnata verso la pubblicazione del suo primo romanzo, dai primi concorsi letterari fino al crowdfunding.
“Ho scritto questo libro dopo avere pubblicato il racconto omonimo, e gli amici che lo leggevano mi chiedevano che fine avessero fatto quei personaggi. Così la scrittura ha esorcizzato le mie paure nelle lunghe notti di Guardia Medica, mi ha confortato, emozionato e fatto ridere. Per me scrivere è un modo per scoprirmi, condividere i miei pensieri mi ha fatto sentire meno sola e spero che la condivisione possa fare sentire meno sole le persone che mi leggono”.
https://www.salonedellostudente.it/2020/05/21/scrivere-un-libro-con-monica-brancato/
17 ottobre 2019

Aggiornamento

Il giovedì è dedicato all’intervista degli autori/autrici. Lo scopo di queste interviste, è di farvi conoscere in modo più approfondito, alcuni degli scrittori italiani che pubblicano in self publishing, e non solo… A piedi nudi, è il suo primo romanzo pubblicato, grazie alla casa editrice bookabook. Andiamo a scoprire qualche altra informazione, su questa fantastica autrice agrigentina!
07 ottobre 2019

Aggiornamento

Commento dell'autrice il giorno dopo la presentazione di A piedi nudi, a Casa ContemplAttiva di Naro, al microfono di intreminuti.it
06 ottobre 2019

Evento

Casa ContemplAttiva, piazza Padre Favara,92028 Presentazione del romanzo d’esordio di Monica Brancato dal titolo A piedi nudi. Converseranno con l’autrice lo scrittore Salvo Di Caro e Max Arena presidente di Contemplattivi. Parleremo del libro e dei personaggi che popolano la storia. Ma soprattutto parleremo di una generazione, quella dei trentenni, che hanno deciso di rimanere qui, in un posto che apparentemente offre poco o niente ma che se vissuto con la giusta intensità e il giusto slancio, non smette mai di regalare sogni... Vi aspettiamo Presentazione del romanzo d’esordio di Monica Brancato dal titolo A piedi nudi
02 ottobre 2019

Aggiornamento

A piedi nudi, il primo libro 📙📚📖 di Monica Brancato 📹 Ecco un video che ne parla!
10 settembre 2019

Aggiornamento

Il libro è ambientato in Sicilia, e un libro per chi ama la musica. Un libro che racconta i tormenti dei trentenni. La storia ti fa sembrare a casa, ti viene voglia di andare a fare un giro con loro. La storia mi è piaciuta anche se in alcuni tratti l’ho trovata molto confusionaria, non capivo su chi era incentrata o chi stesse parlando, questo sicuramente per la mancanza dei capitoli. La scrittura è abbastanza scorrevole e semplice, la storia mi ha rapita fin dall’inizio. L’autrice ha un vero talento. I personaggi mi sono piaciuti tutti e sopratutto Ludovica, è una ragazza molto forte e si fida ciecamente del ragazzo (secondo me anche un po' troppo). Il ragazzo di Ludo è Claudio, si sono conosciuti per caso. Mi ero affezionata molto a Peppe ma poi… Non voglio continuare a raccontarvi la storia perché se no faccio tantissimi spoiler, la storia è molto breve ed è tutta da assaporare. Andate a leggere il libro per scoprire cosa succede ai nostri personaggi, Ludo, Peppe e Claudio, e sopratutto andate sul sito della bookabook a pre-ordinarlo. Spero in un seguito. Recensione: A piedi nudi di Monica Brancato.
28 agosto 2019

Aggiornamento

× UN PASSO ALLA VOLTA × ⠀

Salve lettori e frollini 🌹 ⠀
⠀Oggi voglio parlarvi di "A piedi nudi" di Monica Brancato, un libro letto in anteprima perché momentaneamente si trova in campagna crowdfunding con la casa editrice Bookabook ⠀⠀

Ludovica è la nostra protagonista, una giovane ragazza che vive ad Agrigento, estremo Sud della Sicilia. ⠀⠀

Ludo ha mille sogni e tante speranze che di continuo si infrangono sugli scogli del suo amato mare, ha sempre messo cuore e anima in tutto, negli studi, nella carriera, negli amori e negli affetti ma la vita non osa ancora ricambiarla. ⠀
⠀Tra una canzone di Cremonini e una birra al chiosco dall'amico di sempre, la nostra amica si ritrova a chiacchierare con Claudio, un giovanotto dal cuore spezzato che cerca di affrontare la vita come meglio può raccogliendo un coccio alla volta del suo grande cuore. ⠀⠀

Con una scrittura filante e spumosa come il mare siciliano allo stesso tempo, questo romanzo è pieno di rivalsa, che ci sprona a non abbatterci mai, a non perdere le speranze, che il sole brilla per tutti, che bisogna a volte prendere la vita così, un po' come viene, col sorriso, liberi e a piedi nudi. ⠀⠀

Colgo l'occasione anche per fare gli auguri a Monica perché proprio oggi è il suo compleanno ❤️ ⠀
E voi lettori, come affrontante le vicende della vita, scalzi o con i piedi di piombo? ⠀⠀

https://www.instagram.com/p/B1rHlkZIol8/?igshid=bu0pgi3ohlyl
28 luglio 2019

Aggiornamento

La recensione di Niana Vinci di A piedi nudi, precisa ed empatica, ha fotografato in modo egregio la mia Ludovica! Andate a dare un’occhiata qui. recensione di Niana Vinci di A piedi nudi
25 luglio 2019

Aggiornamento

Intervista di Mauro Indelicato alla giovane scrittrice agrigentina Monica Brancato, la quale di recente ha lanciato il libro A piedi nudi
“A Piedi Nudi”, il primo romanzo dell’agrigentina Monica Brancato
Monica Brancato, dopo aver lanciato nei mesi scorsi il gruppo di lettura “Buk”, adesso prova l’esperienza diretta nel mondo della scrittura con il primo romanzo intitolato “A Piedi Nudi”.
Si tratta di una storia che ha anche la nostra Agrigento sullo sfondo, un’interessante introspettiva sul mondo dei giovani di oggi e sulle loro aspirazioni.
Il libro sarà pubblicato per la casa editrice milanese bookabook.
11 luglio 2019

Aggiornamento

Come tutte le più belle e longeve storie d'amore, anche questa è nata per gioco.
Un pranzo domenicale con degli amici a Palermo, un concorso per racconti e qualche bicchiere di vino, incoraggiata da Marialuce e Gaetano partecipo a quel concorso e in poco più di mezz'ora il racconto era pronto, forse era già scritto e aveva solo bisogno di una spinta per uscire. Partecipai senza alcuna speranza di vincerlo, invece qualche mese dopo nella casella di posta trovai l'email che mi diceva che ero stata selezionata per la pubblicazione del mio racconto "A piedi nudi".

Ho raccontato sul blog come è nato il mio libro, andate a dare un'occhiata.  

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Mi hai fatto sognare! Hai reso meravigliosi quei luoghi che ormai sentivo un pò distanti…e poi che dire dei tuoi personaggi, tutte noi ci ritroviamo in Ludo per un aspetto o per un altro… ti prego scrivine un altrooooo! 🙂

  2. Agostino Terranova

    (proprietario verificato)

    Buongiorno Monica, mi chiedevo dove poterti scrivere privatamente per meglio ringraziarti per il tuo sostegno… Se fosse possibile aver un indirizzo di posta elettronica dove poterti contattare. Se non vuoi pubblicarlo qui, ti lascio il mio: agostino.terranova@gmail.com. Approfitto per augurarti buona sorte.

  3. Agostino Terranova

    (proprietario verificato)

    Ciao Monica non credo di meritare le tue lusinghe sai, sono abruzzese schietto e sincero in ogni occasione e cerco di essere coerente con il mio esserlo e quindi ti chiedo, se ti va, di leggere l’anteprima dl mio libro e ripagarmi con la stessa moneta ossia l’onestà e la sincerità scrivendomi cosa ne pensi (sempre susciti in te qualcosa da dirmi…). Per il resto, buona sorte.

  4. Monica Brancato

    Agostino, io sono più che lusingata dalle tue parole, sono commossa ❤️

  5. Agostino Terranova

    (proprietario verificato)

    E’ così l’ho letto e lo rileggerò per il piacer di farlo, per quella sensazione che mi ha lasciato addosso. Per altri mille motivi che non dico per lasciare alla curiosità di chi leggerà il commento, di farsi strada e lasciarsi condurre alla scoperta di questo libro. Se fossi una parole avrei voluto essere dentro questo libro. Buona sorte Monica…

  6. Monica Brancato

    Luisa, grazie per il commento generoso, di cuore❣️

  7. (proprietario verificato)

    Leggere “A piedi nudi” mi ha riempito il cuore di gioia e di emozioni. È un libro molto scorrevole e “fresco”, ti fa entrare immediatamente in empatia con i personaggi, al punto che vorresti farti una birra con loro seduti in spiaggia e guardando il mare, chiacchierando del più e del meno. Per chi é siciliano, e soprattutto agrigentino, è un continuo ripercorrere con la mente i posti, tradizioni, riti e abitudini senza i quali ci manca quasi il respiro; il libro é pieno di tutto quello che ci rende unici e speciali, e Monica ha saputo, attraverso Ludo, Peppe e Claudio, raccontarlo con una sensibilità che appartiene solo alle persone che amano la vita, la conoscenza, le tradizioni, la famiglia, gli amici e l’amore. Lo consiglio a tutti ed auguro tanta fortuna a Monica. Complimenti!

  8. Monica Brancato

    Grazie Emanuela, Andrea e Lorena per i commenti lusinghieri. Sono felice di sapere che la mia piccola storia sia piaciuta.
    Che Ludovica vi abbia preso per mano e fatto passeggiare sulle strade dei sentimenti negli angoli di Agrigento.

  9. (proprietario verificato)

    Monica è riuscita non solo a descrivere le vie dei sentimenti di Ludovica e delle persone della sua vita ma è anche riuscita – con una delicatezza che solo chi ama questa terra può avere – a descrivere i luoghi di Agrigento in modo impeccabile. Un romanzo ‘leggero’ e non banale che ti fa arrivare alla fine chiedendoti…e dopo?!Con la voglia di scoprire ancora cosa succederà. Ti auguro di potere ancora dare spazio a questa storia… e a tante altre!
    Lorena

  10. (proprietario verificato)

    Romanzo fresco, attuale, denso di passione e sentimenti..Grazie Monica per averci donato questa perla!

  11. (proprietario verificato)

    Ho letto il racconto ed era così bello che Monica non poteva lasciarci così in sospeso, senza sapere che fine facesse Ludo… Ludovica è una donna in cui tutte noi, anche per un solo piccolo particolare, riusciamo a rivederci. Il libro ha una lettura scorrevole, vorresti finirlo tutto in un giorno, inizi a provare empatia e sognare con i personaggi. Per lo consiglio a tutti, veramente una bellissima lettura.

  12. Monica Brancato

    Grazie di cuore per il tempo che hai dedicato a Ludo, Claudio e Peppe e me! ❣️

  13. (proprietario verificato)

    Un libro da leggere tutto ad un fiato,pregno di sicilianità e colpi di scena.Potrei dilungarmi inutilmente,ma l’unico cosiglio intelligente che sento di darvi è di acquistarlo,ne vale decisamente la pena.Fatevi questo regalo

  14. Agostino Terranova

    (proprietario verificato)

    Ciao Monica, ci mancherebbe. Ho agito in onestà… sto leggendo la bozza un po’ ad intermittenza per ora ma avanzo e le aspettative sono rispettate. Nel frattempo, come ti dicevo, dal 12 luglio, è partita la campagna del mio libro e condividiamo anche questo percorso… Buona sorte.

  15. Monica Brancato

    Ciao,
    grazie per avere preordinato il mio libro, non mancherò di farti avere il mio sostegno nella tua campagna, in bocca al lupo collega 😉

  16. Agostino Terranova

    (proprietario verificato)

    Ciao Monica,
    sono entrato da poco nella comunità di Bookabook (oggi, alle 17:30, parte la campagna del mio nuovo libro) in cui credo molto, mi piace la possibilità data agli autori di potersi leggere. Mi prendo del tempo quindi per leggere le anteprime e così facendo sono arrivato alla tua. L’ho trovata interessante e ho deciso di acquistare la versione digitale. Nei prossimi giorni confido di leggere la bozza. Buona sorte. Agostino Terranova

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Monica Brancato
è nata nell’agosto del 1984 ad Agrigento, ha studiato Medicina e Chirurgia e vissuto tra Pisa, Palermo ed Agrigento, dove oggi svolge la professione di medico.
Ha scritto per il blog itrentenni.com, è autrice del blog Mnemonicamente e da qualche tempo cura la pagina dedicata ai libri della testata giornalistica on-line Intreminuti.it. Tra le ideatrici del gruppo di lettura Buk Agrigento, ha vinto tre edizioni del concorso letterario nazionale Racconti siciliani e la prima edizione del concorso nazionale Racconti d’Estate. A piedi nudi è il suo romanzo d’esordio.
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