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Alla fine dell'arcobaleno

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Max Giugliani è un pilota di talento che sogna di seguire le orme del leggendario Ayrton Senna, ma un grave incidente lo costringe a fermarsi e a ricominciare tutto da capo.

Dieci anni dopo, approdato in Formula 1 come test driver della Golden Arrow, gli si presenta l’occasione della vita: sostituire uno dei piloti ufficiali della scuderia e partecipare al campionato mondiale.

Un’ombra del passato torna però a tormentarlo: Max dovrà combattere in pista, per vincere il mondiale, e fuori, per recuperare la memoria perduta dopo l’incidente e scoprire cosa si nasconde davvero alla fine dell’arcobaleno.

Voglio raccontarvi una storia. 

È la storia di un sogno che il destino ha cercato di cancellare. 

È la storia di un amore che il destino ha cercato di farmi dimenticare. 

Ho inseguito, girando mezzo mondo, la risposta a una domanda. 

Solo ora che sto tornando a casa, ho capito davvero il senso delle parole di quella vecchia canzone di Mike Scott: “Ho appena trovato Dio, là dove è sempre stato”. 

There is a green hill far away 

I’m going back there one fine day. 

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PROLOGO 

IL BAMBINO E IL CAMPIONE 

Bologna, Italia 

Sabato 30 aprile 1994, ore 18:19 

«Max! Max, sbrigati! Faremo tardi!» La voce di papà mi riportò alla realtà.  

Stavo letteralmente sognando a occhi aperti davanti allo specchio, mentre mi preparavo per raggiungere l’Hotel Castello di San Pietro Terme. Era lì che la squadra di kart per cui correvo il campionato nazionale organizzava l’annuale cena in concomitanza con il weekend in cui la Formula 1 faceva tappa a Imola.  

Qualche ora prima, avevo vinto la gara di esibizione che si era tenuta nel kartodromo nei dintorni di Bologna e la serata era destinata alle premiazioni, con la promessa della partecipazione di una persona speciale: il tre volte campione del mondo, nonché mio idolo incontrastato, Ayrton Senna, che ogni anno, durante il weekend di gare imolese, soggiornava proprio all’Hotel Castello. 

«Arrivo!» risposi a papà e mi catapultai fuori dalla stanza dove soggiornavamo.  

Papà mi accompagnava sempre a ogni manifestazione, assecondando la mia passione, nonostante questo lo portasse ad allontanarsi dalla sua: la neve. Con la mamma e gli zii, gestiva il Rifugio Nicola ai Piani di Artavaggio, in Valsassina. Il suo cuore era sempre stato lì e nonostante anche il mio fosse in parte ricoperto di un manto bianco e soffice, i motori avevano avuto la meglio, finendo per governare sia il ventricolo destro, sia quello sinistro. 

Il viaggio in macchina che ci portava all’hotel sembrava non finire mai, anche se in realtà durò solo quarantacinque minuti. Papà, alla guida, mi lanciava ogni tanto qualche occhiata, mentre io, seduto sul sedile anteriore della nostra Fiat Punto argento, con il mio casco sulle gambe, guardavo in silenzio fuori dal finestrino, perso nei miei pensieri. Da lì a pochi mesi avrei compiuto quindici anni. Avevo tutta la vita davanti e la gara che avevo vinto quel pomeriggio mi faceva fantasticare su me stesso, immaginandomi sui podi dei circuiti più famosi di tutto il mondo. 

La sala che ci accoglieva per la serata era enorme, o almeno così la vedevano i miei occhi di ragazzino. Decine di tavoli la occupavano. I tendoni coprivano le enormi vetrate che davano sul giardino, le cui piante stavano per essere oscurate dall’arrivo del buio. Erano presenti almeno un centinaio di persone tra ragazzini dai tredici ai sedici anni e adulti che li accompagnavano. 

Senna arrivò intorno alle ventuno: polo e jeans, non aveva l’aria di essere il pilota più importante del globo. Si fermò con noi il tempo necessario per un breve discorso e per la premiazione.  

Quella sera ero troppo rapito dalla sua presenza per notarlo: mi raccontarono in seguito di un Ayrton strano, pensieroso, preoccupato. Quel sabato, la morte era tornata in Formula 1. Il giovane pilota austriaco Roland Ratzenberger aveva perso la vita, schiantandosi alla curva intitolata a Gilles Villeneuve a oltre trecento chilometri orari, durante le qualifiche del Gran Premio di San Marino che si sarebbe corso il giorno dopo. 

Quando fu il mio turno di salire sul palco improvvisato, mi tremavano le gambe. Il terrore più puro si era impossessato di me. C’era Senna, il mio idolo, con la mia coppa tra le mani. Aspettava me. Papà mi diede una spintarella sulla schiena per aiutarmi a prendere coraggio e a procedere. Salii i tre gradini al rallentatore. 

Uno. 

Due. 

E tre.  

Eccomi. Ero davanti a lui. 

Strinsi la mano di Ayrton, che mi consegnò la coppa. Gli porsi con mano tremante il mio casco, decorato con i colori dell’arcobaleno, perché me lo autografasse. Mentre apriva il pennarello nero, mi guardò negli occhi dicendomi: «Lo sai cosa dice la leggenda? Lo sai cosa puoi trovare alla fine di ogni arcobaleno?». 

Rimasi immobile, incredulo e sempre più inebetito. Dai, vai avanti. Di’ qualcosa, stupido ragazzo. Non c’è vergogna. 

Scossi la testa, incapace di pronunciare anche solo mezza parola di senso compiuto. Fu lui a riprendere il discorso: «Trova la fine dell’arcobaleno e fammi sapere» mi disse sorridendo. 

Tornai al tavolo da papà, orgoglioso come se avessi vinto il campionato mondiale e guardai il pilota brasiliano un’ultima volta, mentre salutava e, con in mano la chiave della suite 200, si dirigeva verso gli ascensori. 

Ayrton Senna perse la vita il giorno seguente. Era il primo maggio del 1994 e le mie lacrime non volevano smettere di scendere mentre la sua Williams rimbalzava contro il muro della curva del Tamburello dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari. Senna non c’era più e niente sembrava avere più senso. 

 

Piacenza, Italia 

Mercoledì 23 maggio 2007, ore 00:27 

 

«Max! Dai Max, non fare l’idiota, dobbiamo andare!» 

«E dai Andrea, ancora una media e poi andiamo! È solo mezzanotte e… e qualche minuto. È presto!» 

«Non è presto, domani mattina dobbiamo essere a Montecarlo per le undici. Dai forza, ti porto a casa.» 

«Oh, senti non rompere! Che ci vuole ad arrivare a Montecarlo? Guido io domani, okay? Tiriamo un po’ e arriviamo in un baaaaleno.» 

«Quando diventerai consapevole di quello che dovresti essere, eh? Me lo dici? Non puoi startene in giro ubriaco il giorno prima di presentarti per un weekend di gare! Sei un pilota di Formula 1 adesso, Max!» 

«Ehi, ma che ti prende stasera? Ci stiamo divertendo! Divertiamoci. La vita è breve, amico mio! Lo sai con che auto sto correndo in questa cazzo di Formula 1? Lo sai? La Spyker! Un affare, mi dissero: “Lei vincerà in Formula 1, Giugliani… si fidi…”. Ma che cazzo di macchina è la Spyker? Da giovedì mi vedrò passare i muri dei palazzi di Montecarlo a cinque metri per cercare di arrivare penultimo con la mia cazzo di Spyker! E non ho il diritto di farmi un’altra birra?» 

«Quella “cazzo di Spyker”, come la chiami tu, ti sta dando da vivere. E se tu non fossi diventato completamente cieco a tutto quello che ti sta succedendo intorno, non le penseresti nemmeno le cose che stai dicendo!» 

«Okay, senti, non ho voglia di discutere. La vita è mia e solo mia. Se vuoi andare, vai pure, mi farò dare un passaggio da qualcuno. Magari Emma passa di qui, più tardi.» 

«Ah Emma! E scommetto che tu pensi che le farebbe immensamente piacere trovarti in questo stato. Io vado Max. Se la questione si sposta su Emma, sai che non mi va di parlarne. Spero solo non sia ancora quello il motivo per cui ti riduci così.» 

Andrea, uscì dal locale, pagando anche la mia parte. Oltre che un amico vero, era diventato anche il mio manager. Un po’ come faceva mio padre quando ero ragazzino, adesso era lui ad accompagnarmi a ogni gara. C’era sempre, in ogni parte del mondo. 

Correvo da ormai tre anni in Formula 1, prima con la Minardi e poi con la Spyker, senza grandi risultati, relegato nelle posizioni di rincalzo da vetture che non offrivano nessuna possibilità di successo. Ero stato campione italiano di Formula 3 per due anni di fila, prima di passare in Formula 3000 e laurearmi campione del mondo a venticinque anni nel 2004, nell’ultima edizione di quel campionato che sarebbe stato poi rinominato GP2 nell’anno successivo. Ma lo stallo nella mia carriera non riuscivo a sopportarlo e portava quel nervosismo che, aggiunto all’alcol della serata, mi faceva esternare pensieri che avrei dovuto tenere per me stesso. Max Giugliani era diventato una persona quasi intrattabile e praticamente senza più sogni per cui lottare, lontana anni luce da quel ragazzino che di sogni viveva. 

Evitai l’ultima pinta e mi precipitai fuori dal locale. Andrea nel frattempo aveva già attraversato la strada per raggiungere la Golf, parcheggiata qualche decina di metri più in là.  

«Dai Andrea, aspetta. Scusami. Vengo anch’io.» 

Pioveva forte quella sera. 

Attraversai anch’io la strada, ma mi scivolò fuori dalla tasca dei jeans il portafoglio, che avevo infilato male, complice la fretta di uscire mixata alla poca lucidità, conseguenza del troppo alcol che avevo in corpo. Nell’istante stesso in cui mi inginocchiai per raccoglierlo, udii il motore di una macchina che arrivava a tutta velocità dalla mia destra. La strada che portava al pub, faceva una semicurva e aveva la particolarità di non dare molta visuale al guidatore proprio sul tratto davanti all’entrata, dove in quel momento io ero fermo.  

«Max! La macchina! Togliti di lì, porca puttana!» 

Ma la velocità con cui la berlina aveva imboccato la semicurva era troppo elevata e la pioggia battente fece il resto. Feci in tempo a vedere i fari e a cercare di scansarmi, ma la fiancata destra mi toccò quel tanto che bastò per farmi volare per aria e mandarmi a fracassare contro le altre vetture in sosta. 

Riuscii per un attimo ad aprire gli occhi, in tempo per vedere Andrea correre verso di me. Poi un lampo e il buio. 

CAPITOLO 1 

RIPARTIRE 

Schaffhausen, Svizzera 

Giovedì 1 dicembre 2016, ore 09:49 

Andrea scese dal treno che, dalla stazione di Zurigo, lo aveva portato in quella di Schaffhausen, nella Svizzera settentrionale, al confine con la Germania. Aveva un incontro nella sede della Golden Arrow, scuderia che da poco si era affacciata al mondo della Formula 1. Il mondiale del 2017 sarebbe stato il quarto a cui avrebbe partecipato. I primi tre si erano conclusi con risultati soddisfacenti, sempre in progresso e in linea con le aspettative dell’azienda. Ma il 2017, per i vertici della Golden Arrow, doveva essere l’anno della svolta. Complice una rivoluzione nei regolamenti della FIA, la Federazione Internazionale dell’Automobile, per il mondiale che si sarebbe aperto nella successiva primavera, le monoposto di Formula 1 sarebbero cambiate radicalmente. 

La Golden Arrow, sfruttando i nuovi parametri imposti, aveva tra le mani un progetto rivoluzionario che, stando a quanto riportavano i dati raccolti dagli ingegneri durante i test nella galleria del vento, avrebbe portato le monoposto dorate ad avere la possibilità di giocarsi il titolo mondiale con Mercedes e Ferrari. 

L’oro contro l’argento e il rosso. 

La sede della Golden Arrow si trovava appena fuori dalla stazione, al 5 di Spitalstrasse. Un palazzo moderno di tre piani, con ampie vetrate che davano sui binari, e che faceva da contrasto con l’antica fortezza Munot, costruita nel Sedicesimo secolo, che sorge sul lato opposto. Avevo sempre immaginato questo particolare quartier generale come una delle più ricche sale d’attesa del globo: se stavi aspettando un treno che ti portasse in giro per la Svizzera, non c’era bisogno di scendere in stazione con largo anticipo, bastava sedersi a uno degli sgabelli del bar del secondo piano e attendere rilassato sorseggiando un caffè nero. Non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di correre una volta intravisto il treno in arrivo: usciti dalla sede, il sottopasso ti portava direttamente al binario. 

Dopo una breve anticamera, Andrea si accomodò nella sala dove il direttore della sezione corse lo attendeva. Si discuteva di me, di Max Giugliani. Dopo il grave incidente che mi era capitato nel 2007, la mia vita, e di conseguenza la mia carriera, era cambiata radicalmente. Ero rimasto in coma farmacologico per due settimane e le gravi fratture agli arti inferiori e superiori mi avevano costretto all’inattività per tre anni.  

Ancora più gravi furono le conseguenze che l’occhio umano non poteva vedere. Era come se il violento impatto, oltre a spazzare via tutti i ricordi, avesse innescato un reset, trasformandomi in un individuo totalmente diverso da quello esistito fino a quel momento. E anche quando, poco alla volta, imparai a ricordare chi fossero tutte le persone che avevo conosciuto prima dell’incidente, i ricordi che mi legavano a loro rimanevano come nascosti in una nebbia fitta. Sapevo che c’erano, là dietro, da qualche parte, ma non riuscivo ad afferrarli, non riuscivo a capire quali fossero state le emozioni che mi avevano accompagnato nei vari momenti che avevo vissuto.  

Durante la convalescenza ero tornato dai miei, al Rifugio Nicola e, durante la stagione invernale, una volta rimessomi almeno in piedi, avevo passato il tempo a insegnare lo sci ai ragazzini. 

Avevo ricominciato ad allenarmi una volta che il mio fisico si era ripreso totalmente e l’amore incondizionato per i motori mi aveva dato la forza per tornare a impugnare un volante e a sentire l’adrenalina per una curva fatta in pieno o per un sorpasso eseguito sfruttando l’ultimo centimetro utile di asfalto. 

Ero tornato a correre nel campionato turismo DTM nel 2011. Quattro anni a lottare per riemergere. Non ero mai riuscito a vincere il titolo ma, per due anni di fila, nel 2013 e nel 2014, ero arrivato terzo nella classifica finale. 

Era stata la Golden Arrow a darmi l’opportunità di tornare in Formula 1, quando mi aveva offerto un posto da test driver (una sorta di terzo pilota). Accettai subito, affascinato dall’idea di poter tornare nell’élite dell’automobilismo, ma dopo due anni di prove e di dati vomitati per la gioia degli ingegneri di pista, avevo deciso di dire basta. A trentasette anni compiuti, avevo deciso di appendere il mio casco arcobaleno al chiodo. 

Steven Ward prese la parola non appena terminati i convenevoli: «Dottor Sensi, l’abbiamo chiamata qui oggi perché abbiamo bisogno del suo aiuto. Come lei saprà, l’anno che verrà sarà un anno importante per la scuderia. Non ci girerò intorno: puntiamo a vincere il mondiale di Formula 1». Ward fece una leggera pausa per enfatizzare quello che aveva appena esclamato con tanta convinzione. Poi riprese: «Non a caso oggi stesso daremo l’annuncio ufficiale dei due nuovi piloti: Frank Lammers e il due volte campione del mondo Fernando Rodriguez. Ci manca il terzo pilota. Abbiamo lavorato per due anni con Max Giugliani ed è soprattutto grazie ai dati che abbiamo raccolto durante i test, che oggi possiamo dire di essere in questa situazione. L’apporto di Giugliani è stato fondamentale e lo vogliamo con noi anche per il prossimo mondiale. Lui conosce la vettura meglio di chiunque altro e senza la sua esperienza nella messa a punto, il nostro progetto potrebbe non riuscire». 

«Signor Ward, Max sarà sicuramente onorato del vostro interesse, ma come lei sa, ha deciso di chiudere la carriera di pilota. Non c’è motivo per cui possa tornare sulla sua decisione.» 

«È per questo che ho convocato lei, dottor Sensi. Perché lo possa convincere. E io so che lei ci può riuscire. Solo lei può farlo. Prima di essere il suo manager, è il suo amico più caro, e come tale magari conosce, per così dire, dettagli che io non conosco.» 

Steven Ward estrasse dalla tasca una fotografia sgualcita. Non era una di quelle foto ritagliate da un giornale. Era una vera fotografia dall’aria vissuta, che sembrava arrivare da un’altra era. Ritraeva un ragazzino con la bocca spalancata, mentre porgeva un casco color arcobaleno a un uomo che lo guardava sorridendo. 

«Come fa ad avere questa foto, signor Ward?» 

«Non ha importanza come faccia ad averla. L’importante è che ce l’ho.» 

«Non credo che possa aiutare. Max non ha più parlato di quell’episodio, lo ha sempre considerato un sogno che non si è avverato, morto il giorno dopo insieme ad Ayrton.» 

«È qui che entra in gioco lei, caro Sensi. Gli faccia capire che quel sogno è ancora vivo. Come ho detto prima, lei è l’unica persona al mondo che può riuscire a farlo. Ho assoluto bisogno di sue notizie entro domani, altrimenti dovrò prendere una strada diversa. Ma, in cuor mio, mi auguro di non doverlo fare.» 

«Va bene, ci proverò. Domani stesso andrò da Max, ma sono scettico, glielo ripeto.» 

«Benissimo, Sensi! Non le chiedo altro. Le va un caffè? Venga con me, così le presento anche delle persone e le mostro la nuova ala della sede della Golden Arrow.» 

Andrea accettò la proposta di Ward, ma per tutto il giorno rimase inquieto pensando a quella fotografia. Possibile che dopo tanti anni, quell’episodio immortalato da chissà chi, rimasto per anni a riempirsi di polvere, avrebbe avuto un ruolo fondamentale sui successivi eventi della mia vita? 

 

Piani di Artavaggio, Italia 

Venerdì 2 dicembre 2016, ore 12:34 

 

La neve era arrivata presto e i sentieri che conducevano al Rifugio Nicola erano già diventati un’ottima opportunità per i patiti delle ciaspole. Fu proprio con quei due attrezzi agganciati ai piedi, che lo vidi sbucare dall’ultima salitella che si doveva affrontare prima di trovare conforto alla vista di quelle che a me avevano sempre ricordato due piramidi d’argento e che formavano la struttura principale del rifugio. O forse il conforto lo si trovava nel profumo di salamella e polenta taragna che, a quell’ora, aveva il potere di farti ritrovare energie perse chissà dove durante la salita. 

Andrea era così, sbucava all’improvviso, senza avvisare. Ma non ce n’era bisogno. Quel rifugio era sempre stato un po’ anche casa sua. Avevo però la sensazione che il suo arrivo portasse novità, non credevo in una semplice e improvvisa voglia di fare dell’attività fisica. Io ero appena tornato dalle piste di sci, più in basso, e avendo una discreta fame, decisi di passare a forchetta e coltello prima di guardarlo negli occhi e capire cosa fosse venuto a fare fin lì.  

Ripuliti i piatti, lo invitai a prendere un amaro seduti su una delle panche di legno posizionate sulla balconata esterna. La giornata era splendida e nonostante la temperatura dell’aria fosse di qualche grado sotto lo zero, a quasi duemila metri di quota, il sole riusciva a scaldarti e farti sentire bene. 

«Avanti, sputa!» 

«Max, sono stato a Schaffhausen ieri.» 

«No Andrea, aspetta, ne avevamo già parlato. Perché ci sei andato?» 

«Lascia che ti mostri una cosa.» 

Andrea si tolse dalla tasca la foto che mi ritraeva mentre porgevo il mio casco a Senna. Fu come se il passato fosse improvvisamente tornato a cercarmi. Il mio inconscio cercò all’istante di farmi sforzare a ricordare cosa avessi provato quel giorno, ma come ogni volta che ripensavo al passato dopo l’incidente, cominciai a sudare freddo e a tremare. 

«Chi te l’ha data? È solo una vecchia fotografia. Quel momento non esiste più.»  

Restituii la foto ad Andrea, mi alzai e tornai all’interno del rifugio, salendo le scale che portavano alla mia camera. Dopo qualche minuto, Andrea bussò alla porta per salutarmi. Ero in piedi davanti alla finestra, la lampada accesa, la mente spenta, persa nella nebbia del passato. 

«Mi chiameranno domani. Gli dirò che non abbiamo accettato. Ciao Max, scusami per oggi, ma dovevo provarci. Ah, questa la lascio qui, appartiene a te.» 

Lasciò la foto sulla scrivania e uscì. 

«Ciao Andrea, ci vediamo presto.» 

 

Ore 21:34 

 

A poche settimane dal Natale, il rifugio era ormai uno sfavillio di luci colorate. La mia passione, mettere luci ovunque nel periodo natalizio, aveva quell’anno contagiato anche Sara, la ragazza che lavorava dietro il bancone del rifugio durante i weekend per ripagarsi, almeno in parte, gli studi universitari. Quella sera si festeggiava il suo compleanno. Aveva invitato alcuni amici, compreso un ragazzo che lei guardava con occhi diversi, anche se si ostinava a negare l’evidenza. Tutti i presenti avrebbero passato la nottata al rifugio. 

Mentre gli altri ballavano nello spazio che avevamo ricavato spostando i tavoli, io me ne stavo in disparte, seduto vicino al camino a gustarmi una Bibock, nel mio perfetto stile da allergia alle feste troppo affollate. Avevo lo sguardo fisso sul calendario del 1987, rimasto appeso a una parete, quasi a simboleggiare che nei rifugi di montagna il tempo passa più lento. Quasi come se non passasse mai. Ripensavo alle domande che Sara mi aveva fatto qualche minuto prima: chi ero, perché ero tornato lì e perché fossi solo, senza una persona con cui condividere la mia vita. A quell’ultima domanda non ero riuscito a dirle la verità. Non ero riuscito a dirle che mi ero arreso troppo presto. Non ero riuscito a dirle che non avevo lottato abbastanza. 

Sara aveva ventidue anni, aveva bisogno di speranza e io non ero in grado di dargliene. O almeno non potevo farlo raccontandole la verità. 

Vidi papà che mi guardava e dal suo sguardo capii che era preoccupato per quello che avevo dentro. Se da un lato era contento per il mio ritorno a casa, dall’altro sapeva come mi sentivo. Incompleto. Ma non si intrometteva mai nelle mie decisioni personali, non lo aveva mai fatto e non lo avrebbe fatto nemmeno questa volta. 

Mi alzai per tornare in camera. La mattina successiva sarebbe stata impegnativa. Sulle scale trovai la piccola Teresa, cinque anni, nipotina di Sara, arrivata anche lei a festeggiare la zia. Era seduta sul terzo gradino, con il viso imbronciato in compagnia del fedele orsacchiotto Jack. Mi sedetti accanto a lei. 

«Ehi, piccola. Che succede?» 

«Voglio Babbo Natale…» 

«Be’ ma… Babbo Natale è in viaggio adesso. È ancora presto.» 

«Con la sua slitta magica?» Il volto di Teresa si illuminò, anche se ancora un po’ diffidente sul da farsi: se passare dal broncio al sorriso. 

«Certo!» le risposi, cercando di portarla verso il sorriso. 

«Si ricorderà di me e di Jack?» Lo disse stringendo il suo orsacchiotto. 

«Certo che si ricorderà! Tu sei stata buona quest’anno?» 

Teresa annuì: «Mmh-mmh». 

«E Jack?» 

«Così, così…» 

«Ahi, ahi, Jack…» 

«Possiamo chiedergli di portare qualcosa anche per lui?» 

«Ma certo! Scriviamo una letterina anche per lui domani, d’accordo? Però fai promettere a Jack di essere più buono?» 

«Va bene.» Adesso sì che c’era spazio per il sorriso. 

Stavo per darle il bacio della buona notte, ma Teresa continuò con un’altra domanda: «Ma tu che cosa hai chiesto a Babbo Natale?» 

«Oh be’… dunque, vediamo… Io ho chiesto un regalo un po’ speciale. Ho chiesto di… di diventare un mago! Un mago vero, eh…» 

Teresa mi guardò un po’ perplessa e come darle torto. Poi mi chiese: «Che tipo di mago?» 

«Be’ un mago che… che porta la felicità!» 

«Io con Jack sono felice.» 

«Bene, mi sta simpatico Jack, è un bravo orsacchiotto. Si vede!» 

«Ma tu… sei felice?» 

Ecco, mai domanda fu più difficile. Come facevo a spiegare l’infelicità a una bimba di cinque anni, quando non riuscivo nemmeno a spiegarla a me stesso? 

«A volte… Ora è meglio che vada a dormire, tesoro. Buona notte.» 

Una decina di minuti dopo, sentii dei piccoli colpi alla porta e, subito dopo, dei passettini che si allontanavano veloci. Le diedi il tempo di nascondersi dietro l’angolo e poi aprii lentamente: trovai Jack che mi guardava e un biglietto che Teresa aveva fatto scrivere a Sara, che diceva: “Così sei felice anche tu”. 

Presi Jack e tornai alla finestra dalla quale stavo guardando prima che Teresa bussasse. Guardavo la neve, l’unica cosa che riuscisse a darmi conforto, e pensavo che mi sarebbe servita una camminata. Rimanevo ore a riflettere, mentre passeggiavo e affondavo nel manto bianco fino alle ginocchia, ripensando al destino che mi aveva portato via la vita che avevo sognato. 

Avevo tra le mani la foto che Andrea mi aveva portato: «Lo sai cosa puoi trovare alla fine di ogni arcobaleno?». Quelle parole continuavano a rimbombarmi nella testa. Quel momento di tanti anni fa era tornato a sfondare una porta della mia vita chiusa ormai a chiave, quella vita che stava per ripartire nel modo più incredibile che avrei mai potuto immaginare. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro avvincente che tratta l’argomento della formula 1 in maniera non noiosa come, per me di solito è. Fa appassionare anche noi donne alla formula 1 toccando anche i sentimenti in maniera globale.

  2. (proprietario verificato)

    Libro scritto e studiato in maniera maniacale, racconta nei dettagli storie e personaggi che ti invitano a proseguire la lettura verso una vera e propria maratona “tutta d’un fiato”.
    Consigliato a chi crede nei sogni, a chi crede che un libro può ancora regalare emozioni, a chi crede nella passione e nell’amore in ogni suo più estremo significato. Così come fa l’autore.

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Fabrizio Soffientini
nasce nell’Agosto del 1976 a Codogno, piccolo centro della bassa pianura padana, dove attualmente vive. Diplomato in ragioneria, lavora presso un’azienda del settore cosmetico.
Alla fine dell’arcobaleno, è il suo romanzo d’esordio ed è ambientato nel mondo di uno degli sport che più lo appassiona: la Formula 1.
Fabrizio Soffientini on FacebookFabrizio Soffientini on Instagram
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