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Alla fine dell'arcobaleno

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Consegna prevista Ottobre 2020
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Max Giugliani ha 14 anni quando, dopo aver vinto un gara di kart, viene premiato dal suo idolo Ayrton Senna.
Max prende dalle sue mani la coppa e gli porge il suo casco, dai colori dell’arcobaleno, per un autografo. Subito Senna gli chiede: “Lo sai cosa dice la leggenda? Lo sai cosa puoi trovare alla fine di ogni arcobaleno?”
Il suo sogno nel cassetto, da quel giorno, cresce ancora di più: vuole diventare campione del mondo di Formula 1.
Il destino però ha progetti diversi: un incidente, una carriera spezzata, un amore perduto.
E’ quando anche l’ultima speranza si sta esaurendo, che la sua vita riparte. Travolgendolo.
Da un rifugio di montagna al sole di Abu Dhabi, dagli yacht di Montecarlo ai fuochi d’artificio di Singapore, dal deserto del Bahrain al cielo stellato di Austin.
Max, 23 anni più tardi, si ritrova ogni giorno più vicino a poter dare una risposta alla domanda di Senna.
Ma ciò che troverà alla fine dell’arcobaleno non lo avrebbe mai potuto immaginare.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro è nato quasi per caso. Volevo dare voce a ciò che avevo dentro, ma per farlo avevo bisogno di inventarmi una storia.
Giorno dopo giorno mi sono reso conto che mi immedesimavo nei personaggi che prendevano vita, che viaggiavo nei luoghi che descrivevo, che trasmettevo le mie emozioni nelle pagine che costruivo.
La trama evolveva da sola nella mia mente.
Avevo bisogno di andare avanti.
Avevo bisogno di scoprire cosa avrei trovato “Alla fine dell’arcobaleno”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Bologna, Italia

Sabato 30 Aprile 1994, ore 18:19

“Max! Max, sbrigati! Faremo tardi!”

La voce di papà mi riportò alla realtà. Stavo letteralmente sognando ad occhi aperti, davanti allo specchio, mentre mi preparavo per raggiungere l’Hotel Castello di San Pietro Terme.

Era lì che la squadra di kart per cui correvo il campionato nazionale, organizzava l’annuale cena in concomitanza con il weekend in cui la Formula 1 faceva tappa a Imola.Continua a leggere
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Qualche ora prima, avevo vinto la gara esibizione che si era tenuta nel kartodromo nei dintorni di Bologna e la serata era destinata alle premiazioni, con la promessa della partecipazione di una persona speciale: il tre volte campione del mondo, nonché mio idolo incontrastato, Ayrton Senna, che ogni anno durante il weekend di gare imolese, soggiornava proprio all’Hotel Castello.

“Arrivo!”

Risposi a papà e mi catapultai fuori dalla stanza dove soggiornavamo. Papà mi accompagnava sempre ad ogni manifestazione, assecondando la mia passione, nonostante questo lo portasse ad allontanarsi dalla sua: la neve. Con la mamma e gli zii, gestiva il rifugio Nicola ai piani di Artavaggio, in Valsassina.

Il suo cuore era sempre stato lì e nonostante anche il mio fosse in parte ricoperto di un manto bianco e soffice, i motori avevano ottenuto la maggioranza, finendo per governare sia il ventricolo destro, che quello sinistro.

Il viaggio in macchina che ci portava all’hotel sembrava non finire mai, anche se in realtà durò solo 45 minuti. Papà, alla guida, mi lanciava ogni tanto qualche occhiata, mentre io, seduto sul sedile anteriore della nostra Fiat Punto argento, con il mio casco sulle gambe, guardavo in silenzio fuori dal finestrino perso nei miei pensieri.

Da lì a pochi mesi avrei compiuto 15 anni.

Avevo tutta la vita davanti e la gara che avevo vinto quel pomeriggio mi faceva fantasticare su me stesso, immaginandomi sui podi dei circuiti più famosi di tutto il mondo.

La sala che ci accoglieva per la serata era enorme, o almeno così la vedevano i miei occhi da ragazzino. Decine di tavoli la occupavano. I tendoni coprivano le enormi vetrate che davano sul giardino, le cui piante stavano per essere oscurate dall’arrivo del buio.

Erano presenti almeno un centinaio di persone tra ragazzini dai 13 ai 16 anni e adulti che ci accompagnavano.

Senna arrivò intorno alle 21: polo e jeans, non aveva l’aria di essere il pilota più importante del globo. Si fermò con noi il tempo necessario per un breve discorso e per la premiazione.

Quella sera ero troppo rapito dalla sua presenza per notarlo: mi raccontarono in seguito di un Ayrton strano, pensieroso, preoccupato.

Quel sabato, la morte era tornata in F1. Il giovane pilota austriaco Roland Ratzenberger aveva perso la vita, schiantandosi alla curva intitolata a Gilles Villeneuve ad oltre 300 km/h, durante le qualifiche del Gran Premio di San Marino che si sarebbe corso il giorno dopo.

Quando fu il mio turno di salire sull’improvvisato palco, mi tremavano le gambe. Il terrore più puro si era impossessato di me.

C’era Senna, il mio idolo, con la mia coppa nelle mani.

Aspettava me.

Papà mi diede una spintarella sulla schiena per aiutarmi a prendere coraggio e a procedere.

Salii i tre gradini al rallentatore.

Uno.

Due.

E tre. Eccomi.

Ero davanti a lui.

Strinsi la mano di Ayrton che mi consegnò la coppa.

Gli porsi con mano tremante il mio casco, decorato con i

colori dell’arcobaleno, perché me lo autografasse. Mentre apriva il pennarello nero, mi guardò negli occhi dicendomi: “Lo sai cosa dice la leggenda? Lo sai cosa puoi trovare alla fine di ogni arcobaleno…?”

Rimasi immobile, incredulo e sempre più inebetito.

Dai, vai avanti.

Di’ qualcosa, stupido ragazzo.

Non c’è vergogna.

Scossi la testa, impossibilitato a pronunciare anche mezza parola di senso compiuto. Fu lui a riprendere il discorso: “Trova la fine dell’arcobaleno e fammi sapere…”, mi disse sorridendomi.

Tornai al tavolo da papà, orgoglioso come se avessi vinto il campionato mondiale e guardai il pilota brasiliano un’ultima volta, mentre salutava e, con in mano la chiave della suite 200, si dirigeva verso gli ascensori.

Ayrton Senna perse la vita il giorno seguente.

Era il 1° Maggio del 1994 e le mie lacrime non volevano smettere di scendere mentre la sua Williams rimbalzava contro il muro della curva del Tamburello dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari.

Senna non c’era più e niente sembrava avere più senso.

Piacenza, Italia

Mercoledì 23 Maggio 2007, ore 00:27

“Max! Dai Max, non fare l’idiota, dobbiamo andare!”

“E dai Andrea, ancora una media e poi andiamo! E’ solo mezzanotte e… e qualche minuto. E’ presto!”

“Non è presto, domani mattina dobbiamo essere a Montecarlo per le 11. Dai forza, ti porto a casa.”

“Oh, senti non rompere! Che ci vuole ad arrivare a Montecarlo? Guido io domani, ok? Tiriamo un po’ e arriviamo in un baaaaleno.”

“Quando diventerai consapevole di quello che dovresti essere, eh? Me lo dici? Non puoi startene in giro ubriaco il giorno prima di presentarti per un weekend di gare! Sei un pilota di F1 adesso, Max!”

“Ehi, ma che ti prende stasera? Ci stiamo divertendo! Divertiamoci. La vita è breve amico mio! Lo sai con che auto sto correndo in questa cazzo di F1? Lo sai? La Spyker! Un affare, mi dissero: ‘Lei vincerà in Formula 1, Giugliani… si fidi…’

Ma che cazzo di macchina è la Spyker? Da giovedì mi vedrò passare i muri dei palazzi di Montecarlo a cinque metri per cercare di arrivare penultimo con la mia cazzo di Spyker! E non ho il diritto di farmi un’altra birra?”

“Quella cazzo di Spyker, come la chiami tu, ti sta dando da vivere. E se tu non fossi diventato completamente cieco a tutto quello che ti sta succedendo intorno, non le penseresti nemmeno le cose che stai dicendo!”

“Ok senti, non ho voglia di discutere. La vita è mia e solo mia. Se vuoi andare vai pure, mi farò dare un passaggio da qualcuno. Magari passa di qui Emma, più tardi.”

“Ah Emma! E scommetto che tu pensi che le farebbe immensamente piacere trovarti in questo stato. Io vado Max. Se la questione si sposta su Emma, sai che non mi va di parlarne. Spero solo non sia ancora quello il motivo per cui ti riduci così.”

Andrea, uscì dal locale, pagando anche la mia parte.

Oltre che un amico vero, era diventato anche il mio manager. Un po’ come faceva mio padre quando ero ragazzino, adesso era lui ad accompagnarmi ad ogni gara. C’era sempre, in ogni parte del mondo.

Correvo da ormai tre anni in F1, prima con la Minardi e poi con la Spyker, senza grandi risultati, relegato nelle posizioni di rincalzo da vetture che non offrivano nessuna possibilità di successo.

Ero stato campione italiano di Formula 3 per due anni di fila, prima di passare in Formula 3000 e laurearmi campione del mondo a 25 anni nel 2004, nell’ultima edizione di quel campionato che sarebbe stato poi rinominato GP2 nell’anno successivo.

Ma lo stallo nella mia carriera non riuscivo a sopportarlo e portava quel nervosismo che, aggiunto all’alcool della serata, mi faceva esternare pensieri che avrei dovuto tenere per me stesso. Max Giugliani era diventato una persona quasi intrattabile e praticamente senza più sogni per cui lottare, lontana anni luce da quel ragazzino che di sogni viveva.

Evitai l’ultima pinta e mi precipitai fuori dal locale. Andrea nel frattempo aveva già attraversato la strada per raggiungere la Golf, parcheggiata qualche decina di metri più in là: “Dai Andrea, aspetta. Scusami. Vengo anch’io.”

Pioveva forte quella sera.

Attraversai anch’io la strada, ma mi scivolò fuori dalla tasca dei jeans il portafoglio, che avevo infilato male complice la fretta di uscire mixata alla poca lucidità, conseguenza del troppo alcool che avevo in corpo.

Nell’istante stesso in cui mi inginocchiai per raccoglierlo, udii il motore di una macchina che arrivava a tutta velocità dalla mia destra. La strada che portava al pub, faceva una semicurva e aveva la particolarità di non dare molta visuale al guidatore proprio sul tratto davanti all’entrata, dove in quel momento io ero fermo.

“Max! La macchina! Togliti di lì, porca puttana!”

Ma la velocità con cui la berlina aveva imboccato la semicurva era troppo elevata e la pioggia battente fece il resto. Feci in tempo a vedere i fari e a cercare di scansarmi, ma la fiancata destra mi tocco quel tanto che bastò per farmi volare per aria e mandarmi a fracassare contro le altre vetture in sosta.

Riuscii per un attimo ad aprire gli occhi, in tempo per vedere Andrea correre verso di me.

Poi un lampo e il buio.

Schaffhausen, Svizzera

Giovedì 1 Dicembre 2016, ore 09:49

Andrea scese dal treno che, dalla stazione di Zurigo, lo aveva portato in quella di Schaffhausen, nella Svizzera settentrionale al confine con la Germania. Aveva un incontro nella sede della Golden Arrow, scuderia che da poco si era affacciata al mondo della F1. Il mondiale del 2017 sarebbe stato il quarto a cui avrebbe partecipato. I primi tre si erano conclusi con risultati soddisfacenti, sempre in progresso e in linea con le aspettative dell’azienda.

Ma il 2017, per i vertici della Golden Arrow, doveva essere l’anno della svolta. Complice una rivoluzione nei regolamenti della FIA, la Federazione Internazionale dell’Automobile, per il mondiale che si sarebbe aperto nella successiva primavera, le monoposto di F1 sarebbero cambiate radicalmente.

La Golden Arrow, sfruttando i nuovi parametri imposti, aveva tra le mani un progetto rivoluzionario che, stando a quanto riportavano i dati raccolti dagli ingegneri durante i test nella galleria del vento, avrebbe portato le monoposto dorate ad avere la possibilità di giocarsi il titolo mondiale con Mercedes e Ferrari.

Dopo una breve anticamera, Andrea si accomodò nella sala dove il direttore della sezione corse lo attendeva. Si discuteva di me, di Max Giugliani.

Dopo il grave incidente che mi era capitato nel 2007, la mia vita, e di conseguenza la mia carriera, era cambiata radicalmente. Rimasi in coma farmacologico per due settimane e le gravi fratture agli arti inferiori e superiori mi costrinsero ad una inattività di tre anni.

Ancora più gravi furono le conseguenze che l’occhio umano non poteva vedere.

Fu come se il violento impatto, oltre a spazzare via tutti i ricordi, avesse innescato un reset, trasformandomi in un individuo totalmente differente da quello esistito fino a quel momento. E anche quando, poco alla volta, imparai a ricordare chi fossero tutte le persone che avevo conosciuto prima dell’incidente, i ricordi che mi legavano a loro rimanevano come nascosti in una nebbia fitta. Sapevo che c’erano, là dietro da qualche parte, ma non riuscivo ad afferrarli, non riuscivo a capire quali fossero state le emozioni che mi avevano accompagnato nei vari momenti che avevo vissuto.

Durante la convalescenza tornai dai miei, al rifugio Nicola e, durante la stagione invernale, una volta rimessomi almeno in piedi, passai il tempo ad insegnare lo sci ai ragazzini.

Ricominciai ad allenarmi una volta che il mio fisico si riprese totalmente e l’amore incondizionato per i motori mi diede la forza per tornare ad impugnare un volante e a sentire l’adrenalina per una curva fatta in pieno o per un sorpasso eseguito sfruttando l’ultimo centimetro utile di asfalto.

Ero tornato a correre nel campionato turismo DTM nel 2011. Quattro anni a lottare per riemergere. Non ero mai riuscito a vincere il titolo ma, per due anni di fila nel 2013 e nel 2014, ero arrivato terzo nella classifica finale.

Fu la GA a darmi l’opportunità di tornare in F1, quando mi venne offerto un posto da test driver (una sorta di terzo pilota). Accettai subito, affascinato dall’idea di poter tornare nell’élite dell’automobilismo, ma dopo due anni di prove e di dati vomitati per la gioia degli ingegneri di pista, avevo deciso di dire basta.

A 37 anni compiuti, avevo deciso di appendere il mio casco arcobaleno al chiodo.

Steven Ward prese la parola non appena terminati i convenevoli: “Dott. Sensi, l’abbiamo chiamata qui oggi perché abbiamo bisogno del suo aiuto. Come lei saprà, l’anno che verrà sarà un anno importante per la scuderia. Non ci girerò intorno: puntiamo a vincere il mondiale di F1.”

Ward fece una leggera pausa per enfatizzare quello che aveva appena esclamato con tanta convinzione. Poi riprese.

“Non a caso oggi stesso daremo l’annuncio ufficiale dei due nuovi piloti: Frank Lammers e il due volte campione del mondo Fernando Rodriguez. Ci manca il terzo pilota.

Abbiamo lavorato per due anni con Max Giugliani ed è soprattutto grazie ai dati che abbiamo raccolto durante i test, che oggi possiamo dire di essere in questa situazione. L’apporto di Giugliani è stato fondamentale e lo vogliamo con noi anche per il prossimo mondiale. Lui conosce la vettura meglio di chiunque altro e senza la sua esperienza nella messa a punto, il nostro progetto potrebbe non riuscire.”

“Signor Ward, Max sarà sicuramente onorato del vostro interesse, ma come lei sa, ha deciso di chiudere la carriera di pilota. Non c’è motivo per cui possa tornare sulla sua decisione.”

“E’ per questo che ho convocato lei signor Sensi. Perché lo possa convincere. E io so che lei ci può riuscire. Solo lei può farlo. Prima di essere il suo manager, è il suo amico più caro e come suo amico più caro magari conosce, per così dire, dettagli che io non conosco.”

Steven Ward estrasse dalla tasca una fotografia sgualcita.

Non era una di quelle foto ritagliate da un giornale.

Era una vera fotografia dall’aria vissuta, che sembrava arrivare da un’altra era. Ritraeva un ragazzino con la bocca spalancata, mentre porgeva un casco color arcobaleno ad un uomo che lo guardava sorridendo.

“Come fa ad avere questa foto, signor Ward?”

“Non ha importanza come faccia ad averla. L’importante è che ce l’abbia.”

“Non credo che possa aiutare. Max non ha più parlato di quell’episodio, lo ha sempre considerato un sogno che non si è avverato, morto il giorno dopo insieme ad Ayrton.”

“E’ qui che entra in gioco lei, caro Sensi. Gli faccia capire che quel sogno è ancora vivo. Come ho detto prima, lei è l’unica persona al mondo che può riuscire a farlo. Ho assoluto bisogno di sue notizie entro domani, altrimenti dovrò prendere una strada diversa ma, in cuor mio, mi auguro di non doverlo fare.”

“Va bene, ci proverò. Domani stesso andrò da Max, ma sono scettico, glielo ripeto.”

“Benissimo, Sensi! Non le chiedo altro. Le va un caffè?

Andrea accettò la proposta di Ward, ma per tutto il giorno rimase inquieto pensando a quella fotografia.

Possibile che dopo tanti anni, quell’episodio immortalato da chissà chi, rimasto per anni a riempirsi di polvere, avrebbe avuto un ruolo fondamentale sui successivi eventi della mia vita?

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabrizio Soffientini
Fabrizio Soffientini, nato nell'Agosto del 1976 a Codogno piccolo paese della bassa pianura padana.
Diplomato in ragioneria, lavoro come responsabile della pianificazione in un'azienda cosmetica.
"Alla fine dell'arcobaleno" è il mio secondo lavoro.
Il primo, intitolato "#40" e mai pubblicato, descrive un immaginario incontro con Bono degli U2 ambientato a Siena nell'estate del 2016, dove io festeggio i miei 40 anni raccontandogli aneddoti della mia vita, mentre lui mi racconta i 40 della storia della band.
Le miei passioni sono la musica e la squadra di calcio del Torino.
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